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Elena Ferrante – La vita bugiarda degli adulti

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Giovanna, voce narrante dell’ultimo romanzo di Elena Ferrante, è una ragazzina di tredici anni, figlia unica di Andrea e Nella entrambi insegnanti, genitori colti, di sinistra e decisamente progressisti. Ci racconta la sua vita dai tredici ai sedici anni, tre anni sofferti e confusi come solo riesce a essere questa età per un’adolescente che d’improvviso scopre di quante e quali menzogne sia fatta la vita degli adulti che la circondano. Non solo quella dei genitori, ma anche dei loro amici più cari, Costanza e Mariano delle cui figlie, Angela e Ida, Giovanna è amica intima, fin troppo forse.

Amatissima dal padre Andrea, che Giovanna considera una specie di divinità ultraterrena, un giorno in cui ha riportato un cattivo voto dalla scuola, lo sente pronunciare una strana frase: Giovanna sta facendo la faccia di Vittoria. Colpita più dal tono di disprezzo che dalle parole in sé, la ragazzina vuol sapere chi è Vittoria e perché venga nominata con tanto astio da suo padre. Scoprirà che Vittoria è la sorella di Andrea, che non si parlano da anni e si detestano nel profondo, che si accusano l’un l’altra di aver avuto la vita rovinata da comportamenti sbagliati e cattivi. È vero? Giovanna vuole la verità, ma in questa disperata ricerca si perderà e rischierà di non ritrovarsi più.

L’incontro con Vittoria le cambierà la vita permettendole però di venire in contatto con un mondo, fino a quel momento, a lei ignoto: quello dei quartieri disagiati e periferici della città di Napoli, la zona industriale e il quartiere di Poggioreale. Conoscerà così la famiglia di Margherita, amica di Vittoria e vedova dell’uomo che entrambe hanno amato molti anni prima; i suoi figli Giuliana, Corrado e Tonino; Roberto, fidanzato di Giuliana, che viene da quel brutto quartiere, ma ha studiato e vive a Milano dove insegna con successo ed è stimato da molti; Rosario, amico di Corrado e figlio di un avvocato di camorra.

Vittoria, a cui Giovanna si convince di assomigliare – quasi volesse a tutti i costi dar ragione alla triste frase pronunciata da suo padre – nei lati più sgradevoli dell’aspetto e del carattere, è una donna violenta e malmostosa, avvelenata dalle sconfitte che l’esistenza le ha apparecchiato e delle quali incolpa il fratello Andrea, colto forse, ma falso e traditore nel profondo. Giovanna è combattuta: a chi credere? Ai racconti di Vittoria sulle malefatte del fratello Andrea pronunciati con livore e volgarità, o a quello che le dicono i suoi genitori con parole calme e razionali? È vero che Vittoria vuole strapparla alla sua famiglia per vendicarsi di Andrea? Difficile per una ragazzina di quell’età capire cosa si nasconda dietro questo teatro degli specchi. Finché anche Nella e Andrea le dimostreranno di averle mentito, sebbene non su Vittoria, ma sul loro matrimonio. Si lasceranno e Andrea andrà a vivere con Costanza e le sue figlie mentre il marito di lei, Mariano, inizierà una relazione con Nella. Un nuovo baratro si apre nella vita di Giovanna che intanto deve fare i conti con la sensualità e i desideri profondi dell’adolescenza.

Con la quadrilogia de L’amica geniale, e prima ancora con L’amore molesto e I giorni dell’abbandono, la Ferrante ci ha abituati ai grandi drammi che toccano il corpo e la mente delle donne giovani e adulte, senza distinzione. Il senso di perdita e abbandono, lo smarrimento e la confusione di fronte a eventi difficili da comprendere o per i quali le protagoniste non hanno strumenti di elaborazione e risoluzione, formano l’essenza profonda dei suoi romanzi.

Anche in questa Vita bugiarda l’autrice tiene il lettore costantemente in bilico sul ciglio di un baratro che pare spalancarsi a ogni pagina precipitando protagonista e comprimari nel disastro finale. Un libro duro e scabro, spietato nel descrivere l’animo contorto, le gelosie, le passioni e le falsità mascherate e giustificate malamente da ciascuno degli attori in gioco, dal quale solo Giovanna, nel finale, sembra risorgere e riscattarsi.

 

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Sujata Massey – La pietra lunare di Satapur

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Seconda avventura e secondo caso intricato da risolvere per la giovane avvocatessa indiana di religione Parsi, Perveen Mistry che Sujata Massey ci aveva presentato nel precedente libro: Le vedove di Malabar Hill (scheda | recensione). Questa volta Perveen, di nuovo in virtù della sua possibilità di parlare direttamente con donne che rispettano il purdah (regola in vigore fra i musulmani e fra alcuni Hindu grazie alla quale le donne non possono mostrare il volto a uomini estranei alla propria famiglia) verrà incaricata dalla Kolhapur Agency (come ci spiega l’autrice nelle note finali ‘entità amministrativa controllata dal governo britannico che sovrintendeva la vita e l’operato delle famiglie reali dell’India sotto mandato britannico’) di occuparsi del giovane maharajah di Satapur.

Nella realtà, il regno di Satapur non esiste, ma la Massey, basandosi su accurate ricerche storiche in India e negli Stati Uniti, lo crea per noi con grande destrezza così da farci comprendere come funzionavano i piccoli stati reali in India sotto mandato britannico agli inizi del ‘900.
Dopo un viaggio tutt’altro che agevole che dalla natia Bombay la porta nella cittadina di Khandala e di lì nel regno di Satapur sul finire della stagione delle piogge, Perveen approderà agli alloggi dell’amministrazione inglese dove vive l’agente britannico Colin Sandringham, affascinante e colto ex cartografo, insieme al suo servitore e medico ayurvedico Rama.
Sarebbe toccato proprio a Colin incontrare le due maharani di Satapur, l’anziana vedova del precedente maharajah e la giovane vedova del successivo, ma a causa del purdah gli è stato rifiutato l’ingresso nel palazzo reale. Come spiegazione per la presenza delle due donne sole, Colin racconta a Perveen che sia l’ultimo maharajah Mahendra Rao che suo figlio Pratap Rao sono morti, il primo di colera e il secondo sbranato da un animale selvatico durante una battuta di caccia. Alla giovane maharani resta solo il decenne Jiva Rao, futuro maharajah di Satapur al compimento del diciottesimo anno, bambino da proteggere e da educare ai compiti di governo che lo attendono. E il nodo della disputa fra suocera e nuora giace proprio qui: spedire Jiva Rao, come vorrebbe sua madre, a studiare all’estero o accontentarsi, come vuole la nonna, del vecchio precettore che ha istruito tre generazioni di maharajah? Nodo che tocca all’amministrazione britannica, e dunque a Perveen sua rappresentante, sciogliere.
E Perveen attraverserà la foresta di Satapur, non priva di insidie, per recarsi al palazzo reale armata di coraggio, dei sari eleganti forniti dalla cognata Gulnaz e dei documenti offerti da Colin, per scoprire che il problema di dove far studiare il piccolo Jiva Rao è solo una minuscola parte di un elaborato intrigo di palazzo dove, fra reticenze, tentativi di avvelenamento, improvvise sparizioni e personaggi dediti al doppio gioco, la partita si fa molto dura e la matassa da sbrogliare davvero complessa.

Molti gli attori che entrano nel gioco narrativo sia nel palazzo reale che nella residenza dell’amministratore britannico, ciascuno con ombre inquietanti sul proprio passato e interessi sul futuro assetto del piccolo regno. Come sempre Perveen riuscirà a far quadrare i conti, ma con non pochi rischi per la sua vita.

Forse meno entusiasmante delle Vedove di Malabar Hill, questo giallo riveste però un grande interesse storico e antropologico nel raccontarci un’epoca lontana e una realtà che noi lettori comuni difficilmente potremmo conoscere. La Massey è accurata nel descrivere la vita dei ricchi e un tempo potenti staterelli indiani e quella dei poveri villaggi che li circondavano. La totale inesistenza di una via di mezzo fra l’opulenza dei primi e la terribile miseria dei secondi; le spietate gerarchie e la brama di potere delle corti reali e la mancanza di comprensione che sovente l’amministrazione britannica dimostrava nei confronti della società indiana e delle sue leggi.
La figura della giovane avvocatessa Perveen Mistry, ricalcata in parte su una figura realmente esistita all’inizio del ‘900 in India, è un delizioso mix di pudore e ribellione alle consuetudini della sua epoca e fede. Una donna intelligente, arguta e profonda che anche in questo libro affascina e spinge a meditare.

 

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Antonio Manzini – Ah l’amore l’amore

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In Rien ne va plus (scheda | recensione), sua ultima indagine, avevamo lasciato Rocco Schiavone malamente ferito dopo un conflitto a fuoco destinato però a risolvere il caso.

Ora lo ritroviamo in ospedale, paziente assai impaziente, intento a recuperare le forze dopo l’asportazione di un rene, arrabbiato e insofferente per un vicino di letto rompiscatole, perché il cibo dell’ospedale fa schifo e per di più incapace di leggere i libri che la coinquilina Cecilia – madre del suo protetto, Gabriele – gli ha portato per distrarlo.
Ma neppure in ospedale Schiavone verrà lasciato tranquillo. Nella notte di Natale, l’imprenditore Roberto Sirchia, anche lui finito sotto i ferri per un tumore al rene, muore. Il chirurgo Negri, lo stesso che ha operato Schiavone, viene accusato di negligenza insieme alla sua equipe: a Sirchia, dopo una violenta emorragia scoppiata nel corso dell’intervento, è stato trasfuso sangue del gruppo sbagliato e sebbene la cosa sembri impossibile, il dottor Negri, affranto, accetta il verdetto e si prepara a pagarne le conseguenze.
Non così Schiavone che fin dall’inizio sente puzza di omicidio e decide di scoprire cosa in realtà si nasconda dietro la morte dell’imprenditore e chi l’abbia orchestrata così bene da farla apparire come uno sbaglio del chirurgo.

Cui prodest?’ si chiede il vicequestore, a chi poteva giovare la morte del famoso imprenditore dell’industria aostana degli insaccati, con una moglie e un figlio, Lorenzo, acido e aggressivo, che sembra unicamente interessato a ereditare la fabbrica e a incassare una grossa assicurazione sulla vita stipulata dal padre? E che ruolo ha nella vicenda Sonia Colombo, amante da dieci anni del Sirchia dal quale ha anche avuto un figlio? E chi, all’interno dell’ospedale, può aver agito per far morire l’imprenditore sotto i ferri?

Bloccato nel nosocomio di Aosta da una febbre post-operatoria che non accenna a scendere, Schiavone conduce la propria indagine con i soliti metodi al limite della legalità aiutato dai fidi collaboratori: Italo Pierron, Casella, Antonio Scipioni promosso nel frattempo viceispettore, Deruta e D’Intino.

Antonio Manzini mescola come sempre il tono scanzonato dei dialoghi e le situazioni quasi paradossali nelle quali Schiavone viene a trovarsi, con considerazioni e pensieri profondi e malinconici che affollano la mente del vicequestore e dei suoi sottoposti. Mai come stavolta, forse per l’approssimarsi del Capodanno, tutti alle prese con la risoluzione di uno o più problemi legati all’amore, quello passionale o quello spirituale poco importa.

Non mancano inoltre fugaci apparizioni degli amici romani di Schiavone e costanti richiami ai casi precedenti. Come resta costante la presenza di Marina, moglie defunta del vicequestore e sua coscienza buona, che gli appare, ironica e garbata, nei momenti difficili offrendogli immancabilmente una parola ‘nuova’ il cui significato, una volta scoperto, sarà simile a un piccolo indizio per la vita o l’indagine di Rocco Schiavone.

Un bel romanzo giallo ricco di humour quest’ultimo lavoro di Manzini, che non dimentica di affrontare anche argomenti scottanti come sono quelli legati alla mala sanità. Ma soprattutto un’opera corale fatta di esseri umani che soffrono, pasticciano con i sentimenti propri e altrui, si struggono e combattono, non sempre per cercare di migliorarsi. Di sicuro nella speranza di vivere una vita diversa e più ricca. In ogni possibile senso della parola.

 

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Antonio Benforte – Lo spazio tra le cose

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Antonio Benforte, giornalista e Social Media Manager del Parco Archeologico di Pompei, alla sua seconda prova letteraria per la casa editrice napoletana Scrittura&Scritture, con Lo spazio fra le cose ci racconta una vicenda semplice e quotidiana solo in apparenza. Paolo e sua moglie Marta, quarantenni e genitori del piccolo Niccolò, stanno traslocando in una nuova casa: una casa spaziosa e accogliente in grado di ospitare la loro famiglia arricchita di un nuovo elemento.
È Paolo a narrare quello che è, a tutti gli effetti, un rito di passaggio scatenato dal trasloco stesso: la casa che lentamente si svuota restituisce tesori e memorie impossibili da ignorare e che anzi spingono il protagonista e voce narrante a ripensare agli accadimenti della sua vita fino a quel giorno. La nascita di Niccolò, ad esempio, perché un figlio ti colloca, che piaccia o no, in una nuova condizione umana e sociale; ti impone responsabilità prima sconosciute e inesistenti; può, infine, essere un elemento destabilizzante in un rapporto di coppia che, fino a quel momento, sembrava filare a gonfie vele. In realtà, come ben presto Paolo scoprirà e come comprenderà, una coppia – con o senza figli – se vuole restare insieme deve sempre e comunque prepararsi a una lunga e inesorabile serie di cambiamenti e aggiustamenti. Ciascun partner muta nel tempo, talvolta non in sincrono con l’altro. Può succedere che l’equilibrio si spezzi e, come nel bellissimo esempio del vaso giapponese riparato con l’oro (kintsugi), assai bene usato dall’autore, sia necessario rimettere insieme con l’amore (l’oro) i cocci.

Scrivere una storia usando la prima persona e riuscire a mantenere nel corso della narrazione la giusta distanza dal proprio protagonista non è semplice, anzi! Antonio Benforte ci riesce molto bene toccando momenti di assoluto lirismo:

“Passiamo la vita ad aspettare. Aspettiamo buone notizie che non arrivano mai, treni che fanno tardi e ci fanno incazzare, weekend piovosi in cui riposare dopo settimane di lavoro sfiancante. Aspettiamo telefonate di amici che non sono tali, promozioni e gratificazioni che sentiamo di meritare, aspettiamo gioie e sorrisi che ci farebbero stare sicuramente meglio. Aspettiamo amori che ci facciano girare la testa…”

per raccontarci un personaggio, Paolo, in mezzo a un guado: da un lato la sua giovinezza, dall’altro l’età adulta; il vecchio lavoro dipendente e risucchiante e il nuovo impiego da free lance; la casa vecchia, che a poco a poco si svuota restituendo una serie infinita e struggente di ricordi visivi e sonori, momenti che non torneranno mai più, e la nuova casa: un territorio inesplorato e tutto da costruire, così simile a una ‘terra incognita’, a questo nuovo tempo nella vita di Paolo. Il trasloco diventa così la metafora di un viaggio verso l’ignoto – com’è a ciascuno ignoto il futuro. Cosa portare? Cosa lasciare indietro perché in fondo è solo inutile zavorra? Ma, quel che più conta, come ricostruire il traballante rapporto con l’amata moglie Marta?

Lo spazio fra le cose è un libro bello e affascinante perché riguarda tutti noi. Perché parla del tempo dell’attesa e di quello del movimento come trasformazione, della mutevolezza dei rapporti umani, di come esista un passato che ci ha formati e forgiati e di come venga il momento di metabolizzarlo e poi lasciarlo andare. Di come anche le cose accumulate negli anni parlino di noi e per noi con voce potente. Parla degli oggetti e dello spazio che li separa: quel vuoto apparente ricolmo invece di nostalgie e ricordi.

 

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Sacha Naspini – Ossigeno

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Luca Balestri, unico figlio del professor Carlo Maria Balestri, rinomato e acclamato antropologo, assiste impotente all’arresto del padre accusato di aver sequestrato e tenuto prigioniera una ragazza, Laura. Rapita bambina, Laura è sopravvissuta a quattordici anni di reclusione in un container nascosto nel mezzo della campagna del grossetano (o così supponiamo, poiché il luogo esatto non viene mai nominato). Accudita, nutrita, vestita e curata dal professor Balestri, che però negli anni non le ha mai rivolto la parola, limitandosi a fornirle tutto ciò di cui poteva aver bisogno per la sua crescita materiale e spirituale, Laura viene infine liberata e sembra tornare indenne alla vita di ogni giorno. Anzi, dimostra una cultura e una preparazione fuori dal comune che colpiscono e stupiscono chiunque venga in contatto con lei. L’unica stranezza è il suo occasionale autosegregarsi in luoghi angusti, rimanerci a lungo, in apparenza senza motivo.

Questa la storia nella sua essenza. In realtà, Ossigeno di Sacha Naspini è un romanzo nero, complesso e claustrofobico dove i temi portanti sono l’incomunicabilità, il desiderio di espiazione e naturalmente le gabbie morali, assai più strette e soffocanti di quelle materiali, in cui ogni essere umano corre il rischio di rinchiudersi o di rinchiudere gli altri.

Raccontato a più voci – quella di Luca, quella di Laura, quella della sua amica del cuore Martina e quella della madre della scomparsa – Ossigeno si spinge senza pietà nelle recondite pieghe dell’animo dei suoi personaggi.

Luca, che tenta di comprendere l’incomprensibile comportamento del padre, un tempo amato fino alla venerazione. Un mostro, come viene definito dalla stampa. È possibile avere due vite parallele così spaventosamente diverse fra loro? E poi, perché? Per quale scopo suo padre ha fatto quello che ha fatto. E lui stesso, Luca, figlio del mostro, erede del suo DNA, non è possibile che prima o poi manifesti gli stessi comportamenti? E quale sarà il suo ruolo nel prosieguo della vicenda? Proteggere Laura? Studiarla a suo modo, da osservatore non partecipante? Rivivere la stessa esperienza di reclusione per espiare una colpa inscritta nel suo sangue?

In quanto alla madre di Laura, come può essere la vita di qualcuno la cui figlia scompare nel nulla per quattordici anni? Disperazione, angoscia, un matrimonio a rotoli, un’esistenza, che era già piena di stenti e privazioni prima che la figlia sparisse, diventata un incubo di desolazione e fuga dalla realtà dopo. E poi, d’improvviso, a quattordici anni di distanza, Laura, ormai donna, ricompare, torna a vivere con sua madre sebbene in una città diversa, in una casa diversa.

Nel sottofondo sconcio di me c’è una matta che strepita giorno e notte: quella figlia non doveva tornare. La sua ricomparsa è uno schiaffo al lavoro fatto per salvarmi.

Martina, l’amica d’infanzia, legatissima a Laura, che negli anni ha continuato a parlarle nel proprio cuore, con speranza, amore e un costante senso di colpa per averla lasciata solo il giorno in cui è sparita.

E Laura stessa, l’unica raccontata in terza persona, negli anni del suo esilio crudele.

Naspini governa con sapienza e distacco ciascun personaggio grazie a una scrittura limpida e senza sbavature, bravissimo a calarsi nei differenti ruoli così da rendere estremamente reali i suoi interpreti. Ossigeno, come dicevamo, è un libro acuto e complesso che, al di là della storia narrata e dell’inquietante finale, offre una miriade di spunti di riflessione su quello che alberga nell’animo di ciascuno di noi e su come, per citare Paul Bourget, i nostri atti ci seguono. Siamo tutti eredi di qualcuno, ma è forse giusto che le colpe dei padri ricadano sulla loro progenie? La parola ai lettori.

 

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