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Hilary Mantel – Lo specchio e la luce

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Con Lo specchio e la luce, Dame Hilary Mantel conclude la trilogia dedicata a Thomas Cromwell, figlio di un fabbro e birraio di Putney, Surrey, uomo dalle mille sfaccettature e dalla prodigiosa memoria, dalla vita avventurosa – giovanissimo aveva lasciato l’Inghilterra per girare l’Europa, combattendo sotto varie bandiere e lavorando infine per ricchi mercanti fiorentini – Lord del Sigillo Privato, Cavaliere dell’Ordine della Giarrettiera, Earl of Essex e secondo solo al re Enrico VIII.

Terzo volume dopo Wolf Hall e Anna Bolena, una questione di famiglia, Lo specchio e la luce inizia nella primavera del 1536 con la decapitazione della Bolena alla quale il re ha preferito la dolce e docile Jane Seymour.

In realtà, al di là e al di sopra degli ‘innamoramenti reali’ conta e trionfa la ragione di Stato e il prevalere di una nobile famiglia, i Seymour, sull’altra, i Bolena mentre l’Europa è divisa fra lo strapotere dell’Imperatore Carlo V, il re di Francia Francesco I, lo scisma religioso provocato da Enrico VIII e le dispute, anch’esse religiose fra papisti, luterani e protestanti inglesi.

Cromwell, assurto ai vertici del potere e della ricchezza, deve barcamenarsi fra il carattere ondivago e infido del suo re – descritto come gelido, malato, enigmatico e bipolare – l’invidia dei nobili e dei notabili presenti nel Consiglio di stato e in parlamento, l’astio dei cattolici inglesi ed europei i quali, lungi dal considerarlo l’esecutore materiale della volontà di Enrico, lo vedono come l’unico responsabile della dissoluzione degli ordini religiosi le cui ricchezze venivano per altro incamerate dalla corona inglese.

Ma non solo. Cromwell deve anche preoccuparsi di proteggere la figlia di Enrico e della prima moglie Caterina d’Aragona, Maria – goffa, magra, frignante – cattolica convinta come sua madre e, in assenza di un erede maschio, prima in linea di successione alla corona d’Inghilterra.

Ormai cinquantenne, Cromwell deve inoltre fare i conti con i fantasmi del proprio passato: l’arcivescovo Thomas Moore, Anna Bolena e il fratello George, solo per citarne alcuni. Molti sono coloro che lui stesso ha contribuito a portare sul patibolo, colpevoli o meno che fossero. Cromwell pensa sovente a loro e agli anni difficili della sua infanzia e prima adolescenza; alla moglie e alle due figliolette morte da tempo di ‘sweating disease’; alla figlia bastarda Janneke avuta durante il suo soggiorno nei Paesi Bassi (e qui la Mantel gioca con la storia e la propria immaginazione); a quanto gli resta ancora da trascorrere sulla Terra e a come finirà la sua vita.

La Mantel ci racconta un Thomas Cromwell intriso di principio di realtà; obbediente al suo re ma mai servile; in lotta furibonda con il duca di Norfolk e l’arcivescovo di Winchester, Gardimer. Alla fine, saranno questi ultimi i suoi peggiori accusatori. Dopo la morte di Jane Seymour, infatti, Enrico VIII sposerà Anna di Clèves su suggerimento di Cromwell per ingraziarsi Westfalia e Lorena oppositrici dell’imperatore Carlo V. Purtroppo la scelta si rivelerà pessima: al re Anna non piace, non lo attira per nulla anche perché ha già messo gli occhi sulla giovanissima Katherine Howard, nipote di Lord Norfolk ben lieto di usarla per spodestare l’odiato Cromwell. Accusato di tradimento ed eresia – proprio lui che tanto si era speso perché il protestantesimo inglese avesse regole e dogmi chiari e corretti – Thomas Cromwell salirà al patibolo il 28 luglio 1540.

Interessante ricordare che toccherà al suo bis-bis-nipote Oliver Cromwell decapitare un re, Carlo I Stuart, nel 1649.
Hilary Mantel con Lo specchio e la luce è stata finalista al Man Booker Prize del 2020. Il romanzo, scritto per la maggior parte nel tempo presente e in forma di dialogo fra Cromwell e gli altri personaggi, ha descrizioni di superba e poetica bellezza e una straordinaria ricchezza lessicale della cui resa in italiano bisogna essere grati alla bravissima traduttrice Giuseppina Oneto. Magnifiche le ultime pagine dove Thomas Cromwell, rinchiuso nella Torre di Londra, incontra i suoi accusatori Norfolk e Gardimer e alcuni suoi collaboratori, da lui stesso un tempo scelti e protetti, che hanno deciso di tradirlo:
Gli uomini si rifiutano di vivere sentendosi in obbligo” pensa Cromwell “Preferiscono farsi spergiuri e vendere i loro amici…poiché i favori che non possono essere ripagati corrodono l’anima.

Un romanzo che merita davvero di essere letto.

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Sara Magnoli – Se è così che si muore

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Seguito ideale del fortunato e inquietante Se il freddo non fa rumore (scheda | recensione), Se è così che si muore ci trasporta da Busto Arsizio, Ferno e luoghi limitrofi, nella smagliante bellezza estiva e marina di San Benedetto del Tronto in compagnia della giornalista investigativa Lorenza Maj e del collega Fulvo Gianconti alle prese con una morte oscura: Mirena Manes, giovane e richiestissima modella, è precipitata dal sesto piano dell’hotel nel quale alloggiava durante un servizio di moda. A indagare su quello che potrebbe essere un omicidio e non un tragico incidente, il vice-questore Maddalena Scuro aiutata dal collega e amico di vecchia data Luciano Mauri a San Benedetto in vacanza ospite della sorella Rita. Oltre ai già citati, molti i personaggi che popolano questo inquietante thriller di Sara Magnoli: il direttore dell’albergo Nazzareno Carloni, il giovane concierge Emir e la sua collega, la perfida Rosi; Dario e la fidanzata, la ritrosa Sara che a San Benedetto si è trasferita da poco, impiegata come segretaria per un bravo e gentile veterinario; il trucido Vittorio Cavigliano, capo dell’agenzia di fotomodelle per cui Mirena lavorava e con la quale aveva una relazione più che intima; padre Mimmo, che della salvezza degli ultimi ha fatto una ragione di vita. Ciascuno con un passato, ciascuno con una voce potente e complessa che la Magnoli è bravissima a rendere in veloci capitoli che si alternano in modo sapiente, intervallati da ‘ouverture’: quadri poetici, pensieri e impressioni dei protagonisti sul faro di San Benedetto e le opere che lo circondano. Il faro, punto d’incontro e snodo, testimone muto di tutta la vicenda:

Il faro è là, con la sua luce perenne. … Nessuno ci può arrivare senza passare da quella fila di graffiti e dipinti e murale raccontati sull’ultima parte del molo, storie scure e colorate che si guardano e ti guardano, intrecciandosi le une con le altre. Raccontano di amori perduti e trovati, di vita e di morte, di gioia e dolore e in ciascuno, arrivato a quel punto, trovi te, chiunque tu sia.

Ciascuno con un passato, si diceva. E questo è più che mai vero per Lorenza Maj ancora dibattuta fra il suo amore mai sopito per Maximilian – a cui non riesce a perdonare il tradimento subito – e quello per Fulvo Gianconti il quale, in seguito all’aggressione da parte degli scagnozzi della mafia per le sue inchieste – è su una sedia a rotelle, ma non ha perso la determinazione e il coraggio che sempre lo hanno contraddistinto. Intanto, nella sede del giornale on-line, il direttore Gianni è stato temporaneamente sostituito – chi legge scoprirà perché- da Fred, il tronfio e ignorante giornalista che Lorenza detesta con tutto il cuore.

Poco a poco, l’indagine sulla morte di Mirena condurrà polizia e giornalisti negli abissi di un orrendo traffico di esseri umani dall’Albania all’Italia: giovani donne attirate con l’inganno o rapite e avviate alla prostituzione.

Sara Magnoli ha affrontato impavida e con vera maestria argomenti duri e scottanti senza mai sprofondare nel melodramma, affidandosi invece a una scrittura alta e asciutta, a tratti violenta e incisiva com’era logico e naturale che fosse. I sentimenti e l’agire dei suoi personaggi, buoni, ambigui o crudeli che siano, li rendono vivi e umani, caratteri così ben delineati da costringerci come lettori a indignarci con loro o a causa loro.
E infine questo è un libro pervaso dalla musica, dalle canzoni che accompagnano le nostre vite e ora quelle dei personaggi, facendo da contrappunto ai momenti salienti della loro esistenza. Le canzoni che consolano o addolorano e sono memoria e tema di un passato o di un presente. Per sempre.

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Elena Ferrante – La vita bugiarda degli adulti

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Giovanna, voce narrante dell’ultimo romanzo di Elena Ferrante, è una ragazzina di tredici anni, figlia unica di Andrea e Nella entrambi insegnanti, genitori colti, di sinistra e decisamente progressisti. Ci racconta la sua vita dai tredici ai sedici anni, tre anni sofferti e confusi come solo riesce a essere questa età per un’adolescente che d’improvviso scopre di quante e quali menzogne sia fatta la vita degli adulti che la circondano. Non solo quella dei genitori, ma anche dei loro amici più cari, Costanza e Mariano delle cui figlie, Angela e Ida, Giovanna è amica intima, fin troppo forse.

Amatissima dal padre Andrea, che Giovanna considera una specie di divinità ultraterrena, un giorno in cui ha riportato un cattivo voto dalla scuola, lo sente pronunciare una strana frase: Giovanna sta facendo la faccia di Vittoria. Colpita più dal tono di disprezzo che dalle parole in sé, la ragazzina vuol sapere chi è Vittoria e perché venga nominata con tanto astio da suo padre. Scoprirà che Vittoria è la sorella di Andrea, che non si parlano da anni e si detestano nel profondo, che si accusano l’un l’altra di aver avuto la vita rovinata da comportamenti sbagliati e cattivi. È vero? Giovanna vuole la verità, ma in questa disperata ricerca si perderà e rischierà di non ritrovarsi più.

L’incontro con Vittoria le cambierà la vita permettendole però di venire in contatto con un mondo, fino a quel momento, a lei ignoto: quello dei quartieri disagiati e periferici della città di Napoli, la zona industriale e il quartiere di Poggioreale. Conoscerà così la famiglia di Margherita, amica di Vittoria e vedova dell’uomo che entrambe hanno amato molti anni prima; i suoi figli Giuliana, Corrado e Tonino; Roberto, fidanzato di Giuliana, che viene da quel brutto quartiere, ma ha studiato e vive a Milano dove insegna con successo ed è stimato da molti; Rosario, amico di Corrado e figlio di un avvocato di camorra.

Vittoria, a cui Giovanna si convince di assomigliare – quasi volesse a tutti i costi dar ragione alla triste frase pronunciata da suo padre – nei lati più sgradevoli dell’aspetto e del carattere, è una donna violenta e malmostosa, avvelenata dalle sconfitte che l’esistenza le ha apparecchiato e delle quali incolpa il fratello Andrea, colto forse, ma falso e traditore nel profondo. Giovanna è combattuta: a chi credere? Ai racconti di Vittoria sulle malefatte del fratello Andrea pronunciati con livore e volgarità, o a quello che le dicono i suoi genitori con parole calme e razionali? È vero che Vittoria vuole strapparla alla sua famiglia per vendicarsi di Andrea? Difficile per una ragazzina di quell’età capire cosa si nasconda dietro questo teatro degli specchi. Finché anche Nella e Andrea le dimostreranno di averle mentito, sebbene non su Vittoria, ma sul loro matrimonio. Si lasceranno e Andrea andrà a vivere con Costanza e le sue figlie mentre il marito di lei, Mariano, inizierà una relazione con Nella. Un nuovo baratro si apre nella vita di Giovanna che intanto deve fare i conti con la sensualità e i desideri profondi dell’adolescenza.

Con la quadrilogia de L’amica geniale, e prima ancora con L’amore molesto e I giorni dell’abbandono, la Ferrante ci ha abituati ai grandi drammi che toccano il corpo e la mente delle donne giovani e adulte, senza distinzione. Il senso di perdita e abbandono, lo smarrimento e la confusione di fronte a eventi difficili da comprendere o per i quali le protagoniste non hanno strumenti di elaborazione e risoluzione, formano l’essenza profonda dei suoi romanzi.

Anche in questa Vita bugiarda l’autrice tiene il lettore costantemente in bilico sul ciglio di un baratro che pare spalancarsi a ogni pagina precipitando protagonista e comprimari nel disastro finale. Un libro duro e scabro, spietato nel descrivere l’animo contorto, le gelosie, le passioni e le falsità mascherate e giustificate malamente da ciascuno degli attori in gioco, dal quale solo Giovanna, nel finale, sembra risorgere e riscattarsi.

 

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Sujata Massey – La pietra lunare di Satapur

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Seconda avventura e secondo caso intricato da risolvere per la giovane avvocatessa indiana di religione Parsi, Perveen Mistry che Sujata Massey ci aveva presentato nel precedente libro: Le vedove di Malabar Hill (scheda | recensione). Questa volta Perveen, di nuovo in virtù della sua possibilità di parlare direttamente con donne che rispettano il purdah (regola in vigore fra i musulmani e fra alcuni Hindu grazie alla quale le donne non possono mostrare il volto a uomini estranei alla propria famiglia) verrà incaricata dalla Kolhapur Agency (come ci spiega l’autrice nelle note finali ‘entità amministrativa controllata dal governo britannico che sovrintendeva la vita e l’operato delle famiglie reali dell’India sotto mandato britannico’) di occuparsi del giovane maharajah di Satapur.

Nella realtà, il regno di Satapur non esiste, ma la Massey, basandosi su accurate ricerche storiche in India e negli Stati Uniti, lo crea per noi con grande destrezza così da farci comprendere come funzionavano i piccoli stati reali in India sotto mandato britannico agli inizi del ‘900.
Dopo un viaggio tutt’altro che agevole che dalla natia Bombay la porta nella cittadina di Khandala e di lì nel regno di Satapur sul finire della stagione delle piogge, Perveen approderà agli alloggi dell’amministrazione inglese dove vive l’agente britannico Colin Sandringham, affascinante e colto ex cartografo, insieme al suo servitore e medico ayurvedico Rama.
Sarebbe toccato proprio a Colin incontrare le due maharani di Satapur, l’anziana vedova del precedente maharajah e la giovane vedova del successivo, ma a causa del purdah gli è stato rifiutato l’ingresso nel palazzo reale. Come spiegazione per la presenza delle due donne sole, Colin racconta a Perveen che sia l’ultimo maharajah Mahendra Rao che suo figlio Pratap Rao sono morti, il primo di colera e il secondo sbranato da un animale selvatico durante una battuta di caccia. Alla giovane maharani resta solo il decenne Jiva Rao, futuro maharajah di Satapur al compimento del diciottesimo anno, bambino da proteggere e da educare ai compiti di governo che lo attendono. E il nodo della disputa fra suocera e nuora giace proprio qui: spedire Jiva Rao, come vorrebbe sua madre, a studiare all’estero o accontentarsi, come vuole la nonna, del vecchio precettore che ha istruito tre generazioni di maharajah? Nodo che tocca all’amministrazione britannica, e dunque a Perveen sua rappresentante, sciogliere.
E Perveen attraverserà la foresta di Satapur, non priva di insidie, per recarsi al palazzo reale armata di coraggio, dei sari eleganti forniti dalla cognata Gulnaz e dei documenti offerti da Colin, per scoprire che il problema di dove far studiare il piccolo Jiva Rao è solo una minuscola parte di un elaborato intrigo di palazzo dove, fra reticenze, tentativi di avvelenamento, improvvise sparizioni e personaggi dediti al doppio gioco, la partita si fa molto dura e la matassa da sbrogliare davvero complessa.

Molti gli attori che entrano nel gioco narrativo sia nel palazzo reale che nella residenza dell’amministratore britannico, ciascuno con ombre inquietanti sul proprio passato e interessi sul futuro assetto del piccolo regno. Come sempre Perveen riuscirà a far quadrare i conti, ma con non pochi rischi per la sua vita.

Forse meno entusiasmante delle Vedove di Malabar Hill, questo giallo riveste però un grande interesse storico e antropologico nel raccontarci un’epoca lontana e una realtà che noi lettori comuni difficilmente potremmo conoscere. La Massey è accurata nel descrivere la vita dei ricchi e un tempo potenti staterelli indiani e quella dei poveri villaggi che li circondavano. La totale inesistenza di una via di mezzo fra l’opulenza dei primi e la terribile miseria dei secondi; le spietate gerarchie e la brama di potere delle corti reali e la mancanza di comprensione che sovente l’amministrazione britannica dimostrava nei confronti della società indiana e delle sue leggi.
La figura della giovane avvocatessa Perveen Mistry, ricalcata in parte su una figura realmente esistita all’inizio del ‘900 in India, è un delizioso mix di pudore e ribellione alle consuetudini della sua epoca e fede. Una donna intelligente, arguta e profonda che anche in questo libro affascina e spinge a meditare.

 

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Antonio Manzini – Ah l’amore l’amore

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In Rien ne va plus (scheda | recensione), sua ultima indagine, avevamo lasciato Rocco Schiavone malamente ferito dopo un conflitto a fuoco destinato però a risolvere il caso.

Ora lo ritroviamo in ospedale, paziente assai impaziente, intento a recuperare le forze dopo l’asportazione di un rene, arrabbiato e insofferente per un vicino di letto rompiscatole, perché il cibo dell’ospedale fa schifo e per di più incapace di leggere i libri che la coinquilina Cecilia – madre del suo protetto, Gabriele – gli ha portato per distrarlo.
Ma neppure in ospedale Schiavone verrà lasciato tranquillo. Nella notte di Natale, l’imprenditore Roberto Sirchia, anche lui finito sotto i ferri per un tumore al rene, muore. Il chirurgo Negri, lo stesso che ha operato Schiavone, viene accusato di negligenza insieme alla sua equipe: a Sirchia, dopo una violenta emorragia scoppiata nel corso dell’intervento, è stato trasfuso sangue del gruppo sbagliato e sebbene la cosa sembri impossibile, il dottor Negri, affranto, accetta il verdetto e si prepara a pagarne le conseguenze.
Non così Schiavone che fin dall’inizio sente puzza di omicidio e decide di scoprire cosa in realtà si nasconda dietro la morte dell’imprenditore e chi l’abbia orchestrata così bene da farla apparire come uno sbaglio del chirurgo.

Cui prodest?’ si chiede il vicequestore, a chi poteva giovare la morte del famoso imprenditore dell’industria aostana degli insaccati, con una moglie e un figlio, Lorenzo, acido e aggressivo, che sembra unicamente interessato a ereditare la fabbrica e a incassare una grossa assicurazione sulla vita stipulata dal padre? E che ruolo ha nella vicenda Sonia Colombo, amante da dieci anni del Sirchia dal quale ha anche avuto un figlio? E chi, all’interno dell’ospedale, può aver agito per far morire l’imprenditore sotto i ferri?

Bloccato nel nosocomio di Aosta da una febbre post-operatoria che non accenna a scendere, Schiavone conduce la propria indagine con i soliti metodi al limite della legalità aiutato dai fidi collaboratori: Italo Pierron, Casella, Antonio Scipioni promosso nel frattempo viceispettore, Deruta e D’Intino.

Antonio Manzini mescola come sempre il tono scanzonato dei dialoghi e le situazioni quasi paradossali nelle quali Schiavone viene a trovarsi, con considerazioni e pensieri profondi e malinconici che affollano la mente del vicequestore e dei suoi sottoposti. Mai come stavolta, forse per l’approssimarsi del Capodanno, tutti alle prese con la risoluzione di uno o più problemi legati all’amore, quello passionale o quello spirituale poco importa.

Non mancano inoltre fugaci apparizioni degli amici romani di Schiavone e costanti richiami ai casi precedenti. Come resta costante la presenza di Marina, moglie defunta del vicequestore e sua coscienza buona, che gli appare, ironica e garbata, nei momenti difficili offrendogli immancabilmente una parola ‘nuova’ il cui significato, una volta scoperto, sarà simile a un piccolo indizio per la vita o l’indagine di Rocco Schiavone.

Un bel romanzo giallo ricco di humour quest’ultimo lavoro di Manzini, che non dimentica di affrontare anche argomenti scottanti come sono quelli legati alla mala sanità. Ma soprattutto un’opera corale fatta di esseri umani che soffrono, pasticciano con i sentimenti propri e altrui, si struggono e combattono, non sempre per cercare di migliorarsi. Di sicuro nella speranza di vivere una vita diversa e più ricca. In ogni possibile senso della parola.

 

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