L’esperta informatica Mara Pozzi, partendo da Imperia in Liguria dove vive, accompagna la più giovane sorella Lisa a Triora, un paese abbarbicato a 700 e rotti metri di altezza noto nel 1500 come il borgo delle streghe. Lisa, da poco laureata a pieni voti, ha infatti scelto di fare uno stage proprio lì, nella biblioteca diretta dal dott. Carlo Fossati. Si occuperà dell’archivio etnografico. La decisione di Lisa ha provocato qualche discussione fra le due sorelle, legatissime, certo, ma ambedue di carattere forte e determinato. Ce la farà Lisa a seppellirsi per tre mesi in quel paesotto isolato da tutto? Questo si chiede Mara. Triora, però, svela subito il suo fascino: palazzi antichi, stradine tortuose e il bel ristorante di Angela, La Gatta Nera, accogliente e ricco di piatti squisiti. Ed è proprio Angela a consigliare a Lisa di trovare alloggio in un appartamento che l’erborista Elvira già affitta alla sua dipendente Michela, la quale sarà ben felice di dividere con Lisa l’alloggio e le spese per quei pochi mesi. Elvira si rivela una donna strana e interessante, come particolare per oggetti e profumi è il suo negozio. A quel punto, Lisa e Mara fanno un giro del borgo. In piazza scoprono che è in preparazione una rappresentazione del Macbeth di Shakespeare e, più oltre, dove comincia il bosco, s’imbattono nella vecchia Adua. Di lei si dice che sia una bàzura, una strega, ma tutto quello che le esce di bocca è il rammarico di non vedere da un paio di settimane l’amico Gino senza il quale, ormai, non si avventura più nel bosco in cerca di funghi perché ha paura. Di cosa?
Intanto, a Imperia, il commissario Leo Farri e l’ispettore Denis Ghinazzi sono al porto perché il mare ha restituito un cadavere. È un uomo, ma le sue condizioni sono tali che identificarlo è quasi impossibile. La dottoressa Triolo afferma, a un primo esame, che non è morto annegato bensì ucciso da una lama a doppio filo e poi gettato in acqua con un’ancora per tenerlo sul fondo. Ma, dopo un esame più approfondito, la Triolo trova nell’esofago del morto uno strano ciondolo che rappresenta Cerbero, cane a tre teste, guardiano dell’Ade e servo della dea Ecàte. E quando Ghinazzi chiede a Mara, che ha già in passato collaborato con la polizia per altri casi, se questo abbia un significato, scopre che Cerbero è il simbolo di Triora, l’immagine che appare nel suo stemma.
A Triora, Lisa inizia il suo lavoro in biblioteca e conosce il figlio del dott. Fossati, Fabio, spavaldo e fascinoso, che la invita a trascorrere una serata con lui al pub Black Eagle. Lisa vorrebbe che Michela la accompagnasse, ma la ragazza si rifiuta e Lisa si chiede come mai. Nel pub, Lisa incontra la sorella di Fabio, Lucinda, altezzosa e scostante, un polo di attrazione per gli uomini presenti, in particolare alcuni giovani che sembrano formare la sua corte. La giovane archivista si sente fuori posto, quel luogo non le piace e chiede a Fabio di riportarla a casa.
E mentre, insieme a Clara, la figlia sedicenne di Angela, decide di far parte di uno dei gruppi che reciteranno nel Macbeth, Lisa si chiede il perché degli strani sbalzi di umore di Michela, a Imperia l’indagine sul morto misterioso si sposta su Triora alla ricerca degli strani collegamenti che poco alla volta saltano fuori. Il ciondolo, infatti, è stato creato da un artigiano del vicino paese di Badalucco, ma l’uomo è reticente e spaventato quando Ghinazzi e l’agente Monica Martinelli si presentano da lui per informazioni.
E come se non bastasse, c’è una banda di giovani in motocross che ne combina di ogni nel paese di Triora. È di loro che Adua ha paura? Sono loro a servirsi di una vecchia stalla abbandonata nei boschi? E com’è morta la ventenne figlia dell’erborista Elvira, Desirè? E come si lega tutto questo con il morto che il mare ha restituito? Con l’aiuto di Mara, maga del deep web, della giornalista Tiziana, legata a Denis Ghinazzi, e della psicologa Grazia, un po’ alla volta si scoprirà l’arcano, ma non mancheranno colpi di scena e momenti terribili per i partecipanti a questa storia oscura dove quasi nessuno dice la verità e dove, ancora una volta, rattrista vedere come nei giovani la noia e la mancanza di interessi siano cattivi consiglieri.
Luisa Ferrero non è nuova al giallo – ha sempre dichiarato che è il suo genere preferito – ed è bravissima a costruire vicende complesse e intriganti portandole alla loro logica e impeccabile conclusione. A fare da corollario alla storia principale ci sono le vite dei principali protagonisti, i loro problemi e tormenti, i dolori e i ricordi che si portano dietro. Solida la trama e ottima la scrittura, fluida e gradevolissima.
Francesca
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Roman Carruthers, trentacinquenne uomo di colore, da tempo vive ad Atlanta dove ha aperto una società di gestione patrimoniale. È bravo con i soldi, anzi bravissimo. Tanto che a lui si affidano attori e attrici, cantanti e stelle dell’Hip-hop, industriali e benestanti di ogni tipo. Ha un bel pelo sullo stomaco, Roman, una mente fantasiosa e molta astuzia nel rendere sempre più ricchi, e invisibili al fisco, clienti già ricchi di loro, ma si sa, chi più ha, più vuole. Al suo fianco, un’ombra intelligente, colta e senza scrupoli, il fratello di colore Khalil, quello che gli leva – come si dice – le castagne dal fuoco, con quali metodi meglio non indagare.
Maura Amato è una bella donna di quarantacinque anni, vive da sola in una casa popolare a Milano con il gatto Sedano, ha occhi verdi, una lieve zoppia che maschera con un plantare, è perennemente senza soldi perché incapace di gestire le spese, è vegetariana e nel passato ha scritto con scarso successo due libri gialli. Ora fa l’editor di gialli, la sua passione, per case editrici e in proprio. In particolare, segue un ansioso scrittore di thriller/horror, Marco, che non smetterà di contattarla per tutto il racconto. Da due anni Maura ha perso la madre, un lutto che ha ancora difficoltà a digerire e proprio in quel periodo il suo compagno Tony, un magistrato, di cui lei era follemente innamorata, ha pensato bene di lasciarla. Dalla depressione l’ha salvata la cugina Patrizia alla quale Maura è legatissima, mentre con il padre il rapporto è difficile.
Venezia, inverno, 1985. L’affarista immobiliare Giorgio, ma tutti lo chiamano Giorgione, Righetto è appena salito sulla sua potente e prestigiosa auto parcheggiata in un garage a Piazzale Roma, quando qualcuno lo fredda con tre colpi di pistola alla testa attraverso il finestrino. Sulla scena del crimine arriva il commissario Enrico Bonturi – il palazzo della Questura è proprio lì vicino. Intanto a Colletto di Velo innevato villaggio nelle Alpi Vicentine, a un centinaio di chilometri da Venezia, il maresciallo del nucleo investigativo dei carabinieri di Vicenza, Giovanni Piconese vorrebbe sapere da dove arriva il morto che gli penzola davanti, impiccato al ramo di un faggio. Non ha pedule ai piedi, la sua auto è parcheggiata tre chilometri più in basso del punto di ritrovamento nei boschi eppure le sue scarpe da cittadino sono prive di neve e le chiavi dell’auto sono nella tasca dei suoi pantaloni. Suicidio? Parrebbe proprio di sì. Eppure qualcosa non torna al maresciallo e neppure al suo sottoposto Zanella, giovane carabiniere vicentino con una passione per la storia dei Cimbri, antico popolo di origine tedesca che ha abitato quelle contrade. Una passione, lo diciamo fin da subito, che sarà di grande aiuto alle indagini. Il morto di Colletto di Velo è Andrea Saccardo, ingegnere di Sandrigo, in provincia di Vicenza, e nella sua auto viene rinvenuto un prezioso accendino con il nome Paolo Calearo inciso sopra. È la moglie di Saccardo, Luisa Benetti a chiarire al maresciallo Piconese come stavano le cose fra lei e il marito. Erano separati da un anno in seguito a un tradimento della signora proprio con Paolo Calearo, avvocato originario di Verona, conosciuto al telefono un giorno che costui cercava suo marito Andrea per questioni di lavoro. Andrea Saccardo se n’era andato di casa prendendo alloggio all’Hotel Ambasciatori non lontano dall’azienda dove lavorava a Venezia, la Darzaná (ai lettori scoprire leggendo l’etimologia del nome). La ricerca di Calearo porta il maresciallo in contatto con il commissario Bonturi a Venezia. Si conoscono da tempo e hanno già collaborato per un’altra indagine. Diversi anni li dividono, ma si stimano e si aiutano appena possibile. Sono gli uomini di Bonturi a entrare nella casa di Calearo trovandolo cadavere, morto per un avvelenamento con una micidiale tossina. Mentre tocca a Piconese insieme a Zanella sentire l’amministratore delegato della Darzaná, l’architetto Alvise Rudena, un chiacchierone che poco li convince mentre racconta loro di come Saccardo avesse un carattere difficile e si occupasse di infrastrutture nel loro studio di progettazione grandi opere. E no e poi no, nessun rapporto con Giorgione e il Veronese – ironia della sorte quei due nomi! – Calearo.
Nell’arcipelago delle Eolie l’estate sembra non finire mai. Persino a settembre il sole scotta, i turisti sono ovunque e gli eventi mondani e di beneficenza non mancano. E proprio a uno di questi, la Sfilata sotto le stelle dedicato all’apertura di un centro antiviolenza alle Eolie, partecipa come madrina la modella Amodie nel prestigioso Pelagia Club sull’isola di Panarea. Amodie ha diciannove anni ed è da poco diventata un volto noto e seguito su rotocalchi e social. Somiglia a una splendida sirena, i lunghi capelli biondi, il corpo flessuoso. Ma la sua grande bellezza non è sinonimo di stupidità e superficialità, come invece vorrebbe il suo manager, Aureliano, uomo con pochissimi scrupoli e assetato di soldi.