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Henrik Eberle / Matthias Uhl – Il dossier Hitler

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Ottima lettura per chi ama la saggistica. Un documento unico nel suo genere. Nato dalla curiosità di un dittatore per l’altro, di un sadico per i sadici!

Stalin, acerrimo nemico di Hitler nonché causa della sua sconfitta sul fronte orientale e capitolazione finale, ammirava il suo alterego nazista con cui condivideva la filosofia che la base del potere e del rispetto fosse da ricercare con la forza e il terrore. Tuttavia biasimava Hitler per il suo essersi focalizzato sul pensiero antisemita che pensava lo conducesse lontano da una possibile politica vincente.

Gli criticava altresì di non essere riuscito a mantenere freddezza e capacità strategica. Dopo l’arresto dei suoi più stretti collaboratori personali, ossessionato dall’idea che non si fosse realmente suicidato e dalla volontà di conoscerne meglio la psiche, incaricó di redarre un scritto che raccogliesse gli interrogatori dei suddetti accuratamente confrontati fra loro.

Ci si trova davanti ad un documento unico nel suo genere per quanto filtrato dalle ordinanze bolsceviche intente comunque a compiacere Stalin che odiava essere contraddetto nelle sue opinioni e pregiudizi. In questo scritto ci si trova faccia a faccia con Hitler uomo, non solo Fuhrer, con le sue fragilità, le sue amicizie, i suoi affetti, le sue delusioni di fronte ai tradimenti, la reale folle convinzione di essere il prescelto per salvare la Germania e creare un’Europa ariana.

Negli ultimi capitoli quando è vicino alla disfatta il lettore si ritrova a impietosirsi per lui a concepire la sua disperazione, per poi ricordarsi subito dopo tutti i suoi crimini. Un altro interessante risvolto della medaglia che fornisce una differente chiave di lettura e lascia comunque un grosso interrogativo: ‘come è riuscito con il suo carisma a trasformare la follia di un singolo in follia di massa?’

Patrizia

 

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Gianni Rovida – Dove vanno a dormire le stelle

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Dove vanno a dormire le stelle? Se volete saperlo dovete leggere questa storia, che vi porterà ad assaporare l’odore e il profumo delle campagne, la voglia di essere liberi, imparare cosa è l’amicizia vera, ma soprattutto vi insegnerà a respirare.

Sembrerà di essere seduti nella platea di un teatro ad ascoltare il racconto di un ricco e facoltoso “nonno” che lascia in eredità al suo autista (in auto con lui) la storia di una vita, chiedendogli di farne buon uso.

Da cosa si legge “farne buon uso” è scrivere la sua storia in quello che potrà diventare un libro, io ne ho percepito che questo racconto dovesse essere di insegnamento a chi lo ascoltava.

Una volta non c’erano scritti, ma le storie di vita erano racchiuse in racconti davanti al fuoco, aneddoti, spaccati di vita, racconti, i vecchi che raccontavano ai giovani che avrebbero dovuto portare avanti le testimonianze di una vita passata.

Si respira libertà: la campagna, i campi coltivati, i calli sulle mani, il dare cibo agli animali, il profumo del “putagè”, i bambini che corrono spensierati senza paure e senza aspettative, accogliendo le più piccole scoperte.

Leggendo questo libro sono tornata bambina: tante volte la nonna mi raccontava, tante volte passavamo ore a rievocare sui ricordi di bambina e già di giovane donna cresciuta nelle campagne e soprattutto nei ricordi il profumo del putagè dove lentamente stava cuocendo il ragù.

Sulla copertina una bellissima giostra, leggete e scoprire quale sarà il ruolo di questa meravigliosa giostra d’epoca oltre a scoprire dove dormono le stelle.

Simona

 

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Davide Longo – La vita paga il sabato

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Davide Longo è stato uno dei tre finalisti al Premio Scerbanenco del 2022 e di sicuro non c’è da meravigliarsi. Quarto volume delle avventure di Vincenzo Arcadipane “…commissario di origine lucana, cinquantadue anni, la cui aria da uomo qualsiasi non deve ingannare” e del suo ex capo, l’enigmatico e profondamente intuitivo Corso Bramard, La vita paga il sabato racconta una vicenda di amore e vendetta, una vendetta studiata nei minimi dettagli e consumata dopo lunghi anni di attesa – da cui il titolo: anche se tardi, la vita finirà sempre per presentarti il conto da pagare.

Tutto inizia con il ritrovamento dell’anziano produttore cinematografico Terenzio Fuci, il cui cadavere giace al posto di guida della sua auto abbandonata su un prato nel piccolo borgo di Clot adagiato in una valle non lontana da Cuneo, la stessa dove molti anni prima il fratello imprenditore di costui, Amilcare potente uomo della Democrazia Cristiana e del Vaticano, aveva voluto la costruzione di una diga. Si sa che in quell’auto, insieme a Fuci, c’era la moglie, Vera Ladich, un tempo attrice famosa e nota per il suo sguardo profondo e inquietante, nata a Clot con il nome di Anna Mattalia. Vera è scomparsa. Rapita e poi uccisa come il marito? Forse. Ma da chi e perché? E per quale motivo Terenzio e Vera erano a Clot dove non venivano da tempo immemorabile? Chiamato a indagare con la sua squadra formata dal fido Pedrelli e da Botta e Lavezzi, Arcadipane recupera anche Bramard reduce da una brutta operazione. Ma Clot, lungi dall’essere il tranquillo e sonnolento borgo che chiunque si aspetterebbe di visitare, nasconde ben altri e antichi segreti. Toccherà a Bramard far luce su di loro grazie a una ricerca più storico-antropologica che poliziesca, mentre Arcadipane, con non poca fatica e molti viaggi, ricostruirà una storia di dolorosi inganni, ricatti, malattie e misteri ben celati.

Arcadipane e Bramard sono ‘sinonimi e contrari’, caratteri diversissimi, ma complementari, come due matematici capaci di risolvere la stessa equazione seguendo strade diverse. Intorno a loro si muovono l’ex moglie di Arcadipane, Mariangela, e la sua compagna Ariel – straordinario personaggio -, la compagna di Bramard, Elena, il cane a tre zampe Trepet, gli abitanti di Clot e la stravagante poliziotta Isa. Esilaranti le elucubrazioni del commissario sui tic e le manie dei torinesi, meno quelle sul passare del tempo e il disfarsi del corpo, sulla sua incapacità di comprendere a pieno chi ama o ha amato, di trovare il tono, l’umore e le parole giuste per entrare in contatto con gli altri.

La prosa di Longo ha una qualità insolita e brillante con dialoghi in punta di fioretto e perfette descrizioni dei luoghi e della natura; una capacità non comune di presentare con pochi tratti sapienti i molti personaggi che popolano questo giallo imperdibile.

Francesca

 

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Fabrizio Vangelista – Porto di mare

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Porto di mare è una fermata della metro milanese nel quartiere del Corvetto poco sopra San Donato Milanese. Una zona che mescola vecchi edifici fatiscenti abitati da un’umanità marginale con aree verdi e palazzi moderni, in una commistione tipica delle grandi aree urbane. Emarginati, drogati, gang criminali, extracomunitari popolano questa porzione di periferia e costituiscono il cast del giallo di Fabrizio Vangelista. Un giallo che è forse più un romanzo sociale, molto duro, molto disperato e molto umano.

Marta – una vita deludente alle spalle, una famiglia di origine affollata di presenze, una violenza carnale da dimenticare – vive in uno di questi vecchi edifici. Nello stesso palazzo abitano, fra i tanti, Luciano e Tony. Ed è con Luciano che Marta spera d’iniziare una nuova storia. Perché le piace, le piacciono i suoi occhi buoni ed è convinta che anche lui provi qualcosa per lei. Ma la sera in cui dovrebbero incontrarsi, lui non compare. Marta attende a lungo seduta sulla loro panchina preferita e infine decide di bussare alla porta di Luciano. Lui è lì, in poltrona e sembra dormire. In realtà è morto e tutto fa pensare a un’overdose di eroina. E così la ritiene la polizia. Ma Tony non ci crede: sono più di vent’anni che Luciano è pulito. Anche Marta ne è convinta, non si rassegna e decide di scoprire chi ha ucciso Luciano e perché lo ha fatto.

Pensò alla vita ingiusta e al destino crudele che si era abbattuto ancora una volta su di lei, povera disgraziata. Poi si ricordò di aver letto da qualche parte che il destino altro non è che un modo per definire la rassegnazione di quelli che non hanno la forza per padroneggiare la propria vita. Si accese un’altra sigaretta.
«Troverò chi l’ha ucciso. Fosse l’ultima cosa che faccio», si disse.

Marta fruga fra le cose del morto e scopre un’agendina. Un’annotazione la colpisce: Luciano si vedeva spesso in un boschetto popolato da tossici nella zona di Rogoredo con una certa Greta.

In parallelo alla vicenda principale scorre quella dei malviventi di zona: il capetto che si fa chiamare il Barbaro e dichiara di appartenere al gruppo fascista Lineadura impegnato a cacciare zingari ed extracomunitari dal quartiere. In realtà fa affari con loro e si appoggia ai giovani Nathan e Ruben spedendoli a rapinare farmacie o a spacciare nel parco popolato da tossici nella zona di Rogoredo. Lo stesso parco dove Marta si aggira alla ricerca di Greta nella speranza che possa fornirle un movente per la morte di Luciano.

Vangelista mostra di essersi accuratamente documentato su questo mondo marginale e dolente, esseri umani che camminano al nostro fianco quasi senza che ci si accorga di loro. E se questo accade, spesso chiudiamo gli occhi per non vederli come sembrano fare le forze dell’ordine nel libro, forse perché la guerra contro la droga sembra persa in partenza. Eppure, per quanto disperata e avvilente possa essere la trama di questo buon romanzo, essa contiene nel suo finale molte note positive che spingono a credere che per tutti, senza eccezioni, esiste una possibilità di salvezza e di riscatto, una speranza racchiusa nell’amore, nella comprensione e nel feroce desiderio che la vita prevalga su tutto.

Francesca

 

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Luisa Ciuni, Elena Mora – Elisabetta. L’ultima regina

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Per chi è nato come me trovando sul trono la Regina Elisabetta è ora difficile immaginarlo senza di lei. Mezzo secolo a sentir parlare di lei, delle sue stranezza, della sua corazza, del suo modo (intelligente) di non parteggiare per nessuno (se non nel suo cuore): questo libro è illuminante.

Leggerlo mi ha riscosso ancora più simpatia per quel donnino che rimarrà per sempre The Queen, dove cercheremo sempre quei vestiti tutti simili, ma con colori improponibili che nessuno di comune mortale oserebbe indossare: invece per lei erano iconici.

Quante volte ci siamo chiesti cosa contenesse quella borsetta che mai nei suoi settant’anni di regno ha mai lasciato? Tante. Le giornaliste Luisa Ciuni ed Elena Mora anche questa volta ci svelano risvolti dei monarchi che tante volta abbiamo letto su giornali di gossip e su libri di storia, ma con la differenza di non rendere mai noto il loro giudizio anche se si capisce dalle righe quanto l’abbiano amata e stimata.

Un saggio di storia e curiosità che arricchisce senza mai annoiare. La storia di una vita passata a servire il suo popolo, a intercedere per la famiglia e a rendere meno noiosa di noi comuni che abbiamo sempre fantasticato sulla vita a palazzo, sui vestiti e sugli impegni di una monarca che rimarrà sempre nella storia.

Elisabetta sarai sempre THE QUEEN.

Simona

 

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