Luoghi di libri

Luca Occhi – I misteri del lago nero

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Non è stato facile avvicinarsi a una storia scritta per lettori molto più giovani, ma “I misteri del Lago Nero” è un testo piacevole anche per un adulto. L’estate, un paesino di montagna e le leggende che ruotano intorno al suo lago, un mistero, un bambino e un maresciallo, che tenta di integrarsi in una comunità diffidente verso gli estranei e nella quale si trova contro la sua volontà: questi gli ingredienti del primo romanzo per ragazzi di Luca Occhi.

Mentre leggevo mi accompagnava la sensazione che ci fosse qualcosa di particolare, che però mi sfuggiva e che ho continuato a inseguire fino a capire finalmente di cosa si trattasse: nella descrizione dell’estate del timido Mattia, fatta di campagna, di allenamenti a pallacanestro, di corse per il paese in bicicletta, di trepidazione per il tanto atteso “derby” con Fossombraro, manca la tecnologia. Questa è la scelta che mi ha colpita e che ho apprezzato di più: in un romanzo per adolescenti manca l’onnipresenza dei social a cui ormai siamo tristemente abituati: che meraviglia vedere questi ragazzini giocare tra loro, impegnarsi con il loro nuovo allenatore, interagire gli uni con gli altri senza il filtro di uno schermo, senza la dipendenza dalla platea virtuale, immersi nel mondo reale con le sue difficoltà, i suoi limiti e pericoli, ma anche con tutta la bellezza che può esserci nelle estati dell’infanzia.

Un romanzo sicuramente capace di catturare l’attenzione dei giovani lettori a cui si rivolge, scorrevole, con una trama fatta di storie e superstizioni, ricordi e leggende, in cui passato e presente si rincorrono e intrecciano continuamente. È su questo sfondo che Mattia crescerà, sfiorato, ma non corrotto dalla malvagità umana, muovendo i primi passi del cammino verso l’uomo che sarà. E, sempre su questo stesso terreno, si cimenta il maresciallo dei Carabinieri, che a Castel Nero, dove è approdato per punizione, che in troverà il modo di vincere le proprie paure, a testimonianza che anche gli adulti hanno sempre ancora della strada da percorrere.

Mimma

 

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Simona Sparaco – Dimmi che non può finire

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“E quindi tu non vuoi essere felice perché poi finisce? E ti sembra una cosa buona?” domandò.
Fui spiazzata da come era arrivato dritto al punto.
“Se tengo a qualcosa, so quando finirà e anche che questo mi farà soffrire”.
Allora lui, con gli occhi che parevano quasi più grandi, mi disse una frase che non avrei mai dimenticato: “Sì, ma tanto poi ricomincia”.

Siamo esseri umani, persone fatte di sentimenti, carne, ossa, fegato, cuore, polmoni e cervello, esperienze vissute e occasioni mancate, vittorie, sconfitte, passioni, rancori, rimorsi e rimpianti. Siamo gli esseri più complessi del creato e sebbene ci si ostini a non voler essere considerati “numeri” in realtà lo siamo. Anzi siamo parte di un complesso sistema numerico fatto di legami e connessioni invisibili. O almeno Amanda, la protagonista del romanzo di Simona Sparaco, la pensa così. Amanda è attratta dai numeri fin da quando era piccola, non tanto per la sua predisposizione per la matematica, quando piuttosto perché lei vede i numeri, li sente, li trova. O meglio, capisce che i numeri alla fine trovano lei, la trovano sempre. Ogni volta che qualcosa di bello accade nella sua vita, compaiono dei numeri che formano la “data di scadenza”. Tutto ciò che ama e la fa stare bene ne ha una. Così Amanda cresce proteggendosi dalle delusioni del mondo grazie ai numeri che, come amici fidati, si palesano quando deve essere messa in guardia da una possibile sofferenza. Privandosi della gioia di ciò che la fa star bene, Amanda crede di non soffrire e ne sarà convinta finchè l’infanzia, sotto le mentite spoglie di “un piccolo numero uno”, Samuele, non busserà alla sua porta nuovamente. Il numero uno in questione è inizialmente un lavoro che Amanda accetta senza troppo entusiasmo, convinta che non soffrirà se dovesse perderlo. In realtà il suo piccolo amico la conquisterà, portandola a rivivere e sconfiggere i fantasmi di un passato che credeva sepolti.
Amanda e i personaggi che le ruotano intorno si muovono tra due livelli: passiamo da una Roma tanto benestante e borghese quanto ipocrita ai quartieri più umili in cui ogni giorno le persone fanno i conti con le bollette da pagare e il frigorifero da riempire, sognando di vincere il premio in gettoni d’oro del programma televisivo del momento.

La numerologia, dapprima come spiegazione del mondo di Amanda, poi come mito da sfatare se vuole finalmente ricominciare a vivere, sono la cornice di questo romanzo che narra, attraverso le molteplici sfumature dei sentimenti umani, una semplice storia d’amore. Simona Sparaco, puntando dritta al cuore, ci racconta come dai cocci rotti due “non- famiglie”, quella di Samuele e quella di Amanda, se ne formerà una nuova a cui i numeri non riusciranno a dare alcuna data di scadenza. E finalmente, per una volta, possiamo dire che vissero tutti felici e contenti. Almeno nei libri.

Annamaria

 

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Fabio Bartolomei – Diciotto anni e dieci giorni

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Il secondo capitolo della quadrilogia dedicata alla famiglia è un breve romanzo di formazione, un affresco arguto quanto impietoso del mondo degli adolescenti del nostro tempo. L’apparenza, la visibilità, la “condivisione”, intesa come la mera pubblicazione continua e ossessiva, di fotografie sui social per essere sempre “connessi”, sono il fulcro della vita di Camilla; il giorno dopo il suo diciottesimo compleanno, però, la sua vita perfetta viene sconvolta da un evento imprevisto- ma a ben guardare non così imprevedibile- che la costringe ad affrontare se stessa al di fuori della rete dei social networks. La protagonista dovrà prendere atto della distorsione della realtà che deriva dalla vita in rete e che pare essere prerogativa non solo sua e dei suoi coetanei, ma anche degli adulti: i genitori si riducono, infatti, a specchio della superficialità adolescenziale che dovrebbero contenere e riorientare e della quale, invece, sono i principali fulgidi esempi.

Fabio Bartolomei descrive un contesto, purtroppo attuale e dilagante, in cui mancano solidità, valori e punti di riferimento e ne dipinge un ritratto estremamente puntuale, con una delicatezza fatta di aggettivi e brevi frasi che sono vere e proprie pennellate, volte a tratteggiare la contraddizione fra esteriorità e sentimenti. In un momento di reale difficoltà emerge l’abisso dell’abbandono affettivo, a dispetto del numero crescente di visualizzazioni e di “like”, svelando l’ingenuità e la fragilità nascoste dietro l’ostentata spavalderia dei “selfie” di una ragazzina che si credeva già donna.

Un cammino di dieci giorni, fatto di tutto ciò che manca nel mondo virtuale, dominato dalla rincorsa al numero maggiore di followers, in cui è necessario ritrovarsi inaspettatamente soli per raggiungere la consapevolezza di sé e di ciò che conta e scalda davvero il cuore. A volte con tenerezza, più spesso con spietato realismo, Camilla è catapultata dall’autore nel mondo vero, riportata al contatto con le persone in carne ed ossa, all’essenza dei rapporti tra coetanei e con gli adulti. Il suo viaggio da Roma a Bologna, che passando per Milano la riporta a casa, diventa un percorso di crescita graduale verso una maturazione che inverte i ruoli e dà un nuovo senso all’idea di amore, amicizia e, soprattutto, vicinanza, per scoprire l’importanza di volgere lo sguardo agli altri anziché cercare di indirizzare a tutti i costi il loro su noi stessi.

Mimma

 

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Aldo Germani – Due case

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Due case che dovrebbero esser una, una famiglia che dovrebbe essere unita invece è spezzata. Nulla di nuovo sotto il sole: di vicende drammatiche come questa ne è piena la Storia, di fratelli che si odiano e che si fanno la guerra, e talvolta la pelle, ne abbiamo sentito raccontare cento volte. Eppure ogni storia è a sé e questa, scritta magistralmente da Aldo Germani, conquista il suo spazio nel mondo della letteratura e riesce a rendersi a suo modo indimenticabile.

Finito di leggerla sai che Gae, Pietro, Nina, Abele e Viola si inseriranno a pieno titolo nella lista dei personaggi del cuore, perché ti avranno fatto commuovere, arrabbiare, stupire e sospirare come solo i personaggi vivi, rotondi e palpitanti sanno fare.

Siamo nei primi anni Cinquanta, in un’Italia rurale impegnata nello sforzo di ricostruzione e indebolita dalle ferite di guerra. Tutti hanno pagato dazio: chi rimettendoci un arto, chi un figlio, chi la sanità mentale, e quello che è successo è inciso nel profondo dell’animo di ciascuno.

Pietro, secondogenito di Salvo e Jolanda partito in guerra, partecipa alla campagna di Russia e quando torna a casa vi trova Nina, una giovane fanciulla che dalla città è sfollata in campagna da una zia. Nina ha conosciuto e si è fidanzata con Abele, il figlio più grande, che in quanto primogenito è stato esonerato dal servizio militare. Aristide, il minore dei tre fratelli, ha scritto tante lettere al padre dall’Albania, ma da quel fronte non ha mai fatto ritorno.

I traumi e la rabbia dell’esperienza bellica si sono è impossessati di Pietro, lo hanno reso focoso, tumultuoso, e a questo ardore non sa sottrarsi Nina, che, pur apprezzando il cuore gentile e i modi delicati di Abele, ne resta irresistibilmente attratta.

La magia romantica che si era creata fra i due giovani fidanzati è spezzata, gli equilibri infranti e dall’ineluttabile conflitto fra i due fratelli ne esce vincitore Pietro, che in cuor suo sente di avere diritto a un risarcimento dal dio della guerra, così come Abele sa di dovergli un tributo per esserne stato risparmiato.

Le conseguenze dello scontro sono irreversibili e il prezzo da pagare per l’intera famiglia è un muro che Abele erge e che taglia in due la proprietà.

Due case di schiena, le hanno costruite così, uguali e girate, con le finestre che non si guardano e i balconi come braccia conserte su facciate arrabbiate. Una ha il sole presto, all’altra arriva tardi. Se lo contendono, il sole, forse si danno le spalle per questo. Una si è presa il giardino più grande, con tutto il verde di cui sono capaci le piante d’estate, l’altra si è accontentata dello sterrato rimasto, con dentro un faggio soltanto.

Il muro che divide le case è una lama di pietra che esce in cortile e continua anche in strada, fa un giro lungo intorno al podere più grande e poi torna, dal lato opposto, per infilarsi fra le case di nuovo. E’ un muro talmente alto che Gae, pure se monta sopra una sedia, del parco oltre la cinta vede solo le punte degli alberi e il cielo che toccano.

Così vede il mondo il piccolo Gaetano, che nel cortile sterrato vi è nato e cresciuto insieme ai due fratellini, Roberto e Viola, e ora anche all’ultimo arrivato, Eugenio.

Gae è venuto al mondo con un difetto fisico, una gamba più corta dell’altra e un piedino storto, per questo è costretto a indossare una brutta scarpa ortopedica e a subire le angherie dei suoi compagni di scuola. Il bullismo non è un fenomeno recente, la crudeltà del più forte verso il più debole è insita nella natura umana, lo è da sempre. Lo vediamo subito, dal momento in cui all’inizio del romanzo Gae viene catturato dai suoi “amici” e lasciato a sgolarsi legato al tronco di un albero fino a notte fonda. Questo meraviglioso incipit ci dice subito che l’autore non ci risparmierà nulla, ci mostrerà senza filtri la grettezza dell’uomo, le sue debolezze, la sua vulnerabilità, il suo farsi sopraffare dalla sfiducia e dalla disperazione fino a perdere la ragione, e che l’insieme degli accadimenti sarà il motore per farne succedere altri, rotelle in un ingranaggio che non si può fermare. Tanto, se non arrivano da soli, ci pensano i nostri personaggi a farli accadere, e il nonno Salvo in questo è specialista.

Salvo, a cui manca un braccio per un incidente da ragazzo e per questo non ha combattuto la guerra, si autonomina caporale dell’unico soldato che pende dalle sue labbra, l’intraprendente nipotino Gae, che invece alla guerra ci vuole sempre giocare e che è disposto a tutto pur di guadagnarsi sul campo una medaglia che attesti il suo valore, gli ridia fiducia in sé stesso e in cui si concretizzi l’autostima di cui ha disperatamente bisogno. Nonno monco e nipote zoppo formano un sodalizio che ha come obiettivo far succedere qualcosa affinché la famiglia si ricomponga. Forse non c’è un piano preciso, i due vanno a tentoni, ma Salvo non può più sopportare di sapere l’altro figlio al di là del muro e Gae non sopporta più di non sapere cosa ci sia, al di là di quel maledetto muro. Fra i molti errori commessi dal poveruomo, il più grave è senz’altro l’aver sottovalutato le potenzialità del ragazzino, che a cocciutaggine e determinazione non è secondo a nessuno, ma non ha ancora la capacità di pesare le conseguenze delle sue azioni.

E che ruolo hanno, in questa storia, le donne? Hanno quello che è loro concesso nella società di quegli anni: marginale, nell’ombra, ma solo apparentemente. In realtà, come spesso si verifica nella vita vera, sono registe che manovrano fili nascosti, che con il loro non dire e non fare (perché non possono, non perché non vogliano) riescono comunque a condurre le cose. Questo vale per Jolanda, che trasmette la sua pionieristica passione per i fiori e le loro proprietà al figlio Abele, vale per Nina, oggetto del contendere fra i due maschi alfa e vale anche per la piccola Viola. Anzi lei è la vera rivoluzionaria, benché giovanissima, e non ci sta a farsi ghettizzare in un ruolo che le sta stretto – a soli nove anni deve accudire alla casa e occuparsi del fratellino più piccolo in assenza della madre – e a rinunciare alle sue passioni di giovane promessa della ginnastica artistica, proprio ora che le Olimpiadi di Roma sono alle porte e la sua allenatrice crede così tanto in lei!

La deve smettere” dice Pietro all’allenatrice “di mettere strane idee in testa a mia figlia. E’ una ragazzina giudiziosa, non ha bisogno di pensare che può avere più di quello che ha già”.

Parole gravissime, che pesano come macigni soprattutto sul cuore di una madre impotente di fronte all’ignoranza del suo uomo. Ma Viola rifiuta il ruolo di capro espiatorio: i grandi si azzuffano, suo fratello scalmanato combina guai e lei dovrebbe pagarne le conseguenze? Il seme della rivoluzione è gettato anche da lei e se si raccoglieranno i frutti del cambiamento sarà anche merito suo. Viola è uno di quei personaggi che abitano ai margini delle pagine, ma solo quando il quadro è completo ti accorgi di quanto colore hanno contribuito a dare all’intera opera.

Viola è la mia preferita, un’eroina giovane e arrabbiata, con tutto da guadagnare e nulla da perdere: aver capito questo a soli nove anni la dice lunga sullo spessore del suo personaggio!

Ma ogni attore di questo dramma è indimenticabile e il merito è dell’autore. Aldo Germani sa entrare nell’anima delle sue creature con una penna chirurgica: ne scopre i nervi, eviscera sentimenti allocati nel bassoventre più che nel petto, rimuove cisti incarnite di dolori che non hanno più motivo di esistere. La sua scrittura è asciutta ed essenziale e come faccia ad essere nello stesso tempo anche poetica, empatica e profonda non lo so, ma arriva, e tocca corde intime, commuove, in alcune pagine fino alle lacrime.

Una bellissima scoperta, Germani, che spero con tutto il cuore ci possa ancora stupire con altre storie belle come questa, assolutamente meritevole di essere letta e promossa.

Manu

 

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Lino Lava – Le foglie muovono il vento

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Di norma è il vento che scuote le foglie sui rami degli alberi, o che trasporta con sé quelle cadute a terra. Che siano invece le foglie stesse a muovere il vento è, a suo modo, una strana forma di ossimoro, che non è solo “un giro di parole”, come lo definisce uno dei personaggi, ma è una lotta per essere se stessi.

È il 1982, alcuni membri delle Brigate Rosse, responsabili del rapimento di un generale americano, vengono arrestati. Enrico Curioni è un giornalista di cronaca incaricato di scrivere un articolo in merito. Viene a conoscenza di torture subite in carcere dai terroristi imprigionati ma il direttore non intende pubblicarlo per preservare Enrico da eventuali ritorsioni. Inizia così il romanzo di Lino Lava che, prendendo spunto dalla vicenda politica, si dipana tra sentimenti, rimorsi, passioni non solo del protagonista, Enrico, ma anche degli altri personaggi, amici e non.

Che gente conoscevo? Erano così diversi i miei amici dalle persone che Silvia frequentava. In realtà, io non sapevo catalogare le persone che frequentavo. I miei amici non avevano tutti una collocazione sociale precisa. Alcuni erano completamente diversi dagli altri.

I colleghi della redazione del giornale, gli amici dell’alta società, quelli dei locali meno chic: sono questi, in una sintesi estrema, gli ambienti e la fauna in cui si muove Enrico, anche a bordo della sua Aurelia. E lui usa appunto una metafora automobilistica per definirsi: “una potente macchina sportiva” con “sotto il cofano […] il motore di una piccola utilitaria”. Ma è forse solo la sua opinione, quella di un uomo a cui piace complicarsi “la vita ed essere triste”, che non riesce a essere soddisfatto del suo lavoro, delle donne che vorrebbero amarlo.

Che deve trovare il modo per essere una foglia che muove il vento.

Luisella

 

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