Mario Calabresi – La mattina dopo

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Resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici riorganizzando positivamente la propria vita, senza alienare la propria identità. Lo so, sembra un corollario matematico per la meticolosità con cui è descritto ma è il primo concetto che mi è venuto in mente fin dai primi minuti di conversazione alla presentazione di questo libro scritto dall’ex direttore de La Stampa e La Repubblica. E’ stato il mio primo approccio con Mario Calabresi, con il suo modo di scrivere e la sua opera. Al di là di ogni orientamento politico inevitabilmente presupposto quando si tratta di giornalisti, questo è un libro che non ha nulla a che fare con le frenetiche dinamiche di un giornale benchè sia, in un certo senso, ad esso collegato. Preferisco dire che deriva da una profonda delusione che il quotidiano ha arrecato alla vita di Mario Calabresi. Direttore de La Stampa prima e de La Repubblica dopo, una mattina si sveglia e improvvisamente gli crolla il mondo addosso: l’editore del secondo quotidiano italiano per diffusione lo lascia letteralmente ‘a piedi’, senza un lavoro per “… disaccordi di vedute”; ecco allora il momento delle domande e dei perché, ecco La mattina dopo.

Tutti quanti ci poniamo un sacco di domande quotidianamente, per 365 giorni all’anno ma in pochi tentano di trovare una risposta agli interrogativi che fin troppo spesso ci tormentano l’esistenza. Ogni cosa che ci circonda è spunto di discussione: un accadimento in ufficio, una battuta con i colleghi, un fatto di cronaca al telegiornale, la lettura della buonanotte ai propri figli e potrei andare avanti sviolinando un elenco lunghissimo. Ma dove sta allora la sottile linea di confine che ci permette di venirne a capo? Nella riflessione. La nostra è ormai una società in perenne ritardo, nel senso che è sempre di corsa, frenetica e agitata che non ci permette una pausa per meditare su quella che è stata la giornata appena trascorsa o anche solo un momento di felicità. Siamo tutti troppo occupati a pensare ‘al dopo’. Proprio a questo fa riferimento Mario Calabresi quando racconta la sua giornata tipo: già dalle prime ore del mattino la sua mente era impegnata a pianificare quella che sarebbe stata la scaletta degli impegni del giorno dopo. Solo quando vedi tutto questo con occhio distaccato ed esterno ti rendi conto della compressione.

Esiste poi l’altro aspetto, quello dell’atteggiamento di fronte alle sciagure che un dio malevolo ha voluto sbatterti in faccia con un tempismo davvero straordinario. Troppo spesso è quello del menefreghismo totale verso la condizione di depressione in cui cade un tuo simile ma che non ti sfiora finchè poi non capita anche a te. E’ proprio questo che tenta di spiegare La mattina dopo, dare risposta a quell’interrogativo che ci poniamo ma al quale non vogliamo e non sappiamo rispondere. Calabresi tenta di farlo lavorando in primis su se stesso riannodando i fili con un passato dimenticato, messo sotto chiave in quel piccolo cassettino della memoria. Lo fa raccogliendo anche testimonianze di vita autentica, di dolore vero, di uomini e donne che si sono visti crollare il mondo addosso e hanno reagito. Delusioni lavorative e amorose, malattie irreversibili e incidenti irreparabili hanno tutti un denominatore comune: il dolore. Quello che ti consuma e invecchia anzitempo. Mario Calabresi si è spostato per l’Europa alla ricerca di racconti che potessero essere scuola di vita per lui e per tutti quelli che hanno perso la speranza. E’ la storia di Daniela ‘la garagista’ ad aver toccato le corde più sensibili dell’Enrico lettore. Daniela era un’atleta vincente, era nel pieno della sua carriera e lanciata verso nuovi traguardi ma per un bizzarro scherzo del destino tutto questo entusiasmo viene spazzato via da un incidente che la priva dell’uso delle gambe. Lo scossone è tremendo, la crisi dietro l’angolo e le certezze che vacillano ti cambiano inevitabilmente; ti chiudi a riccio e rifiuti ogni forma di comunicazione, di interazione e di aiuto. Ma Daniela è una ragazza che ha reagito con la stessa forza di volontà che la contraddistingue come sportiva, ha raschiato il fondo del barile per poi tornare a fare ciò che più amava: stare su quella canoa insieme alle sue compagne.

La mattina dopo è la ricerca di come si può, anzi si deve, affrontare lo strappo; riannodare i fili della realtà è possibile con la volontà e una grande forza d’animo. La riabilitazione passa dunque attraverso due fasi, la prima, quella dell’accettazione cioè riconoscere il dolore per scendere a patti con se stessi, la seconda è accorgersi che, nonostante tutto, ogni cosa che prima ti rendeva felice, ora, la puoi comunque ancora fare, devi solo cambiare il modo di vederla.

 

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Nicolò Govoni – Se fosse tuo figlio

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[…] Se fosse tuo figlio oggi saresti a lutto,
anche a rischio di odiare il mondo,
i porti pieni di navi attraccate,
e chi le tiene ferme e lontane,
e chi nel frattempo
sostituisce le urla
con acqua di mare […]

 

S. Guttilla

Ci sono libri difficili, molto difficili da leggere. Non sono ostici, si comprendono benissimo. Non hanno un linguaggio molto elaborato o vocaboli desueti ma parlano una lingua comprensibile a ciascuno di noi. La loro difficoltà è insita nell’argomento che trattano: il terrore. I lettori amano aver paura, specialmente quando questa paura è racchiusa nella trama di un buon libro e magari è un sentimento lontano, che non ci appartiene. Ci sono romanzi distopici in cui il disagio che il lettore prova è limitato dal fatto che si tratti di fiction, pura fantasia. Si, magari ci danno una prospettiva di cosa potrebbe succedere (catastrofi ambientali ad esempio, l’umanità che viene attaccata dai robot, …) ma chi legge è rassicurato da quello scudo che crea la finzione. Ci sono le tragedie storiche (tutti i libri scritti sull’Olocausto non si contano neanche più): l’orrore che proviamo di fronte a tanto scempio ed efferatezza è immenso. Ma è distante da noi, è nel passato. E’ accaduto e non accadrà più, ci rassicuriamo tra noi.

Poi ci sono il libri, come Se fosse tuo figlio di Nicolò Govoni per Rizzoli, e capisci che non tutti i libri possono essere recensiti. O almeno, non possono esserlo nel termine tecnico. Se recensire vuol dire “dare un parere critico sotto forma di articolo ad un testo letterario” con questo libro mi rifiuto di farlo. Non posso scrivere “leggete/non leggete questo libro” perché lo stile dell’autore, la cura delle scelte editoriali della casa editrice e altre sciocchezze simili. Né tantomeno posso e voglio raccontarvi la trama perché la trama è ORA. L’orrore da cui scaturisce la difficoltà di leggere questo libro è la cattiveria umana di quanto sta accadendo in questo momento, ogni giorno, di ogni mese, di ogni anno degli ultimi dieci, sotto i nostri occhi: la guerra in Siria, i profughi che scappano per non morire e che muoiono mentre cercano di raggiungere dei Paesi che non li vorrebbero. La vita negli hotspot, i campi di accoglienza che le Organizzazioni Umanitarie mettono a disposizione per questa povera gente: un inferno a cielo aperto, in cui le condizioni igieniche precarie e le brutture con cui la vita ha messo a dura prova i poveri sopravvissuti non sono altro che un perpetuarsi della violenza da cui sono scappati.

Tutto questo, Nicolò, giovane volontario (è del 1993 ed è volontario da quando ha vent’anni) dell’hotspot di Samos, ce lo racconta in “Se fosse tuo figlio”. Senza giri di parole, mezze frasi o giri di parole che renderebbero la realtà meno crudele conosciamo la vita dei bambini del campo e delle loro famiglie, assaporiamo i pochi momenti di spensieratezza che Nicolò e i suoi colleghi regalano a questi bambini senza riuscirci, purtroppo, del tutto. La Guerra e la devastazione, la morte dei tuoi genitori, i mesi di prigione, le botte, la fame, le bombe resteranno per sempre negli occhi di questi bambini. Nicolò e i suoi amici decidono di dare a questi bambini ore di speranza ogni giorno, assemblando con tanta fatica e pazienza una classe di bambini di etnie diverse, ma tutti con lo stesso sguardo: un misto di odio e paura che fa venire i brividi.

Potrei dirvi mille motivi per cui dovreste comprarlo, potrei iniziare con la solita polemica su quanto i nostri figli abbiano in confronto a chi ha perso tutto, su come ogni volta che un Governo respinge dei migranti sta contribuendo alla loro condanna a morte, di quanto siamo inutili con le nostre parole vuote se paragonate ai fatti di un ragazzo che vive per gli altri, di come solo la cultura e l’istruzione potranno salvare questi bambini dalla fine, di quanto dovremmo sentirci miserabili ogni qual volta leggiamo di persone così mentre ci lamentiamo di futilità attorno a cui ruota la nostra vita.

Vi esorto invece ad acquistarlo, leggerlo e regalarlo perché la verità deve essere conosciuta da tutti e perché Nicolò, che sostiene progetti che sembrano fin troppo grandi per un ragazzo così giovane, con i proventi derivati dalla vendita del romanzo, costruirà una scuola per bambini profughi in Turchia.

Se non possiamo far finire il Male, almeno possiamo contribuire a far del Bene.

 

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Stefania Bertola – Divino Amore

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“Ho bisogno di un consiglio. Cioè, veramente ho bisogno di cinquantamila euro, ma il modo per ottenerli ce l’avrei. Solo che è un crimine. Vorrei il vostro parere.”

A richiedere il consiglio è Lucia Lombardi, una wedding planner titolare dell’agenzia Il Palazzo degli Sposi, organizzatrice di matrimoni che di sobrio non hanno neppure la minima parvenza e più che cerimonie sono vere e proprie rappresentazioni a tema. Il wedding planning dell’agenzia si occupa di tutto: dagli inviti al servizio fotografico, dall’abito a tema della sposa a quello degli invitati, dal pranzo o cena di nozze alla location, anch’essa rigorosamente a tema.

Lavorano con lei e per lei “Gemma Diamanti, la sua principale collaboratrice, trent’anni traboccanti di energia. Stella Martinelli, in arte Stella Martin, stilista specializzata in abiti da sposa, sua cognata Carolina, con gli occhi allegri, la più recente acquisizione dello staff, e il marito di Carolina, che è lì solo perché ci sono sua moglie e sua sorella.” Insieme a loro c’è anche il vivaista/botanico Rodrigo, di cui Stella è innamorata senza apparente speranza.

Intorno a questo nucleo centrale di protagonisti, gravitano i committenti dei matrimoni, quasi, ma solo quasi, caricatura di tipi umani che possiamo trovare nei vari reality show del momento o seduti a seguire come vangelo quegli stessi reality. E all’interno della storia principale ce n’è un’altra, La vera storia di Vera Storia, il romanzo su cui Carolina sta lavorando come editor.

Stefania Bertola ritorna a farci sorridere raccontando di amori diversi, divini solo per alcuni o solo per mera definizione, come l’abitazione di Kevin e Carolina, soprannominata “Divino amore”, appunto. Amori difficili per molte, come Gemma che cerca di rintracciare il suo misterioso, sconosciuto amante intravisto per pochi minuti a Fiumicino. O Stella che smania d’amore per Rodrigo che, però, la considera una semplice collega e se la spassa con varie altre rappresentanti del genere femminile. Questi e altri amori, o pseudo-amori, scorrono tra le pagine trasportati da una narrazione frizzante, ironica, fluida, divertente e mai superficiale.

Perché le facce dell’amore non sono solo quelle che troviamo nei romances ma hanno svariate sfumature, e quella colorata dal guizzo e dall’ironia ha il potere di strapparci qualche sano rinfrancante sorriso.

 

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Graziella Naurath – Dimentica

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Dimentica. Dimentica può voler dire tante cose: può voler esprimere sentimenti di protezione o avvertimento. La parola “dimentica” racchiude qualcosa che ai miei occhi è profondissimo. Quasi un atto d’amore.

Dimentica nel libro di Graziella Naurath, oltre a essere un titolo interessante, è un indizio. Libro noir, quasi tendente al thriller dove la parte psicologica e sentimentale getta le basi per aprire voragini di riflessioni sui rapporti sentimentali tra uomo e donna, dove spesso la relazione diventa così morbosa da riuscire a farsi del male scambiando tutto per amore incondizionato.

L’autrice riesce sempre a tenere altissima la tensione, sviando e riportandoti sulla strada del dubbio e del sicuramente è lui l’assassino, ma niente è mai come appare… o forse si?

La certezza o il dubbio di aver risolto il rebus? L’inquietudine o l’alleanza con il più debole? Malattia o voglia dell’eterna giovinezza?

Dovrete leggerlo per saperne di più. Per quello che mi riguarda gran bella scoperta, amo il noir in cui viene inserita sempre una base di società attuale.

 

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Edizioni Mille


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Guillaume Musso – La vita segreta degli scrittori

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Nathan Fawles, celeberrimo scrittore grazie a tre romanzi pubblicati, ha deciso di smettere di scrivere. Per sempre. Siamo nel 1999 e la sua decisione è irrevocabile, definitiva, assoluta. Fawles si ritira in solitudine in una splendida e inquietante Villa, la Croix du Sud, sull’isola mediterranea di Beaumont, luogo selvaggio e di maestosa bellezza nonché meta di un turismo rispettoso della natura e molto particolare.

Quasi dieci anni dopo, Raphaël Bataille, voce narrante della vicenda, approda a sua volta a Beaumont. Lo scopo dichiarato è lavorare nell’unica libreria presente di proprietà del Signor Audibert. Il quale ha però deciso di chiudere l’attività e ha bisogno di Raphaël all’unico scopo di eseguire un accurato inventario in vista della vendita. I tempi sono cambiati e Monsieur Audibert sostiene con profonda amarezza quanto segue:

“… Nel corso degli anni, le vendite sono crollate e qualsiasi sforzo di risalire la china è stato vano. Del resto, lei sa come siamo messi: i poteri pubblici lasciano tranquillamente prosperare i giganti della rete, che in Francia non sono soggetti a nessuna tassazione.”

Inutili le vibrate proteste del giovane Raphaël il quale, non di meno, si applica a restituire colore e attrattiva al vecchio e polveroso negozio. In realtà, il nostro giovane amico è a Beaumont per uno scopo ben preciso: incontrare Nathan Fawles, di cui è un fan sfegatato, e sottoporgli il suo primo libro al fine di ottenerne un parere. E benché Monsieur Audibert lo sconsigli vivamente anche solo di avvicinarsi alla villa – corre voce che Fawles non abbia remore a cacciare gli intrusi a colpi di fucile – Raphaël non demorde e in sella alla sua bicicletta raggiunge la Croix su Sud. Qui, dopo molto penare e un vivace scambio di battute e fucilate con Fawles, entrerà infine nelle sue grazie e riuscirà persino a consegnargli il proprio manoscritto.

Questo non è che l’inizio di una storia lunga, complessa e molto intricata che vedrà la sparizione dell’amato cane di Fawles, l’arrivo sull’isola della giornalista svizzera Mathilde Monney e il ritrovamento su una spiaggia del corpo martoriato di una sconosciuta. Cosa li lega fra loro?

Di sicuro, da questo momento in poi nessuno ci apparirà più come lo abbiamo conosciuto all’inizio del racconto.

Guillaume Musso gioca con i suoi lettori utilizzando con maestria un vasto arsenale fatto di libri, cognomi, località e situazioni che rendono questa Vita segreta degli scrittori un divertente rebus da risolvere. Ben presto, agli iniziali protagonisti, si aggiungeranno altri personaggi e la vicenda si tingerà di un giallo acceso tendente al thriller.

In definitiva, quella che Musso ci propone con questo insolito romanzo, è una riflessione sullo scrivere e sull’essere scrittori; su come una storia sepolta nella mente di chi scrive possa condizionarne la vita, le scelte e il destino; su come ogni libro ne richiami un altro, simile a una calamita fatta di frasi, ricordi, emozioni. Moltissimi, come dicevamo, i libri citati nel racconto sia dai protagonisti che dall’autore stesso all’inizio di ogni capitolo. E tutti con un senso e uno scopo precisi.

Alla fine, sarà Raphaël stesso a condurci sani e salvi attraverso il labirinto letterario sapientemente costruito da Musso fino a un finale assai enigmatico poiché è più che vera la citazione di Philip Roth che Musso utilizza insieme a molte altre di diversi e noti autori:

“Il romanzo fornisce a chi lo inventa una trama menzognera in virtù della quale esprime la sua indicibile verità.”

 

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