Luoghi di libri

AA.VV. – Cinquanta in Blu

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Sellerio, una delle case editrici italiane che ha una storia che si fonde nella Storia del nostro Paese, ha deciso di festeggiare il cinquantenario della sua nascita, avvenuto lo scorso anno, autocelebrandosi. E come lo ha fatto? Nel modo migliore: regalandosi e regalandoci una raccolta di racconti dei nomi che hanno fatto grande la casa ed. del “Commissario” più famoso d’Italia, ma non solo.

Alajmo, Attanasio, Calaciura, Camarrone, Fontana, Giménz-Bartlett, Manzini, Molesini e Timm si sono prestati ad un “gioco” per i festeggiamenti della casa editrice che annovera, tra altri nomi anche i loro: hanno scelto tra gli oltre tremila volumi pubblicati da Sellerio, quello che maggiormente li aveva colpiti e hanno deciso di dar vita ad un nuovo racconto.

E allora, amici di Luoghi di Libri, vi propongo di seguire la “route” tracciata dai nostri meravigliosi autori sulla mappa del nostro sito e di sorprendervi, giacché in tempo di clausura non si può viaggiare, noi vi proponiamo un viaggio direttamente dal vostro divano. Per cui, preparatevi una tisana, che vi aiuti nel jet lag e… si parte!


Andrea Camilleri ci attende alla stazione di Palermo, col “Racconto Incompiuto” che apre l’antologia: partito da Roma per un non precisato impegno, gli viene affidato un pacchetto da uno sconosciuto.

Lei non dovrà fare altro che consegnarlo alla stazione di Napoli”. Giunto alla stazione di Napoli, un altro uomo con in mano una copia de “L’apologo del giudice bandito” gli intima di consegnargli il pacchetto ma quest’ultimo era sparito. Nello scompartimento non vi era più traccia dell’involucro. Non sappiamo se il nostro autore/ protagonista sia mai arrivato a Palermo poiché il racconto termina incompiuto, appunto. Ma ci piace immaginare che sia giunto a destinazione e che il pacchetto smarrito contenesse dei supplì che per ovvie ragioni non potessero competere con gli arancini (o arancine che dir si voglia).


Con Manzini ci spostiamo nuovamente a Roma, in una casa del centro in cui la Compagnia Teatrale Foxrock di Arturo Mosca e Gigliola Seppi sta preparando l’addio alle scene con una trasposizione teatrale de “La scacchiera davanti allo specchio” di Bontempelli, un romanzo per bambini in cui realtà e finzione si mescolano, senza capire più se la vita sia il sogno o viceversa. La preparazione di questo spettacolo sui generis solleva il velo che copre misteri e altarini di una Compagnia che sta in piedi da trent’anni.


Siete pronti a volere in Spagna? Alìcia Gimenéz- Bartlett si ispira a “La Libreria” di Penelope Fitzgerald e ci porta nel cuore della Castilla, in un paesino sperduto e quasi disabitato, in cui Marga e il suo compagno rilevano un bar che ben presto diventerà il fulcro della vita locale.


Torniamo in Italia, precisamente a Torino nel periodo doloroso delle Brigate Rosse: Calaciura trae spunto dall’ “Affaire Moro” per il suo racconto realistico. Un ex- dirigente delle Poste in pensione, fervente socialista, deluso dalla vita e tradito dalla sorte, compie un gesto estremo che lo libera dalle costrizioni sociali che hanno governato la sua vita fino a quel momento. Il rapimento di Aldo Moro fa da sfondo storico al racconto.


Con Roberto Alajmo facciamo spola tra Roma e la campagna catanese dove il prefetto Stella, personaggio buffo descritto da Luisa Adorno, trascorre le vacanze. Ci immergiamo in una sorta di lessico familiare in cui dialetto e italiano si fondono per darci il ritratto di una famiglia saldamente ancorata alle proprie tradizioni.

 


Il “Notturno Indiano” di Tabucchi è il pretesto di Uwe Timm per il suo racconto La notte di Lisbona, in cui un fantomatico scrittore, forse proprio egli stesso, ha un appuntamento con Antonio Tabucchi, scrittore molto schivo e riservato. La giornata riserverà molte avventure che verranno raccontate ad un sapiente barista, anch’egli tedesco come il protagonista, compreso il mancato incontro con Tabucchi. Lo scrittore infatti non si presenta all’appuntamento e sarà impossibile per il nostro protagonista incontrarlo… o forse no?

 


E poi Davide Camarrone ci conduce allo Zen 2 di Palermo, guidato da “La Valigia” di Dovlatov, in cui troviamo un bambino alle prese con la dura lotta per la sopravvivenza.

 

Restiamo ancora in Sicilia anche con Maria Attanasio che ci porta però indietro nel tempo: 1837. Tortura, paura e intolleranza in un’eco della “Storia della Colonna Infame” di Alessandro Manzoni prendono vita in quest’ultimo racconto, intitolato IL processo dei Veleni.

Se, contravvenendo alle regole imposte dalla situazione, vi ha incuriosito questo vagare da una metà all’altra nella storia di una delle Case editrici che è vanto del nostro Paese, non vi resta che acquistare “Cinquanta in Blu”.

Annamaria

 

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Michela Monti – Otto

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Ho conosciuto Michela Monti in occasione del Festival Giallo Garda: i nostri occhi si incrociarono mentre durante la premiazione, cercavo di dire poche cose che avessero un senso e un nodo mi strizzava la gola. Lei mi sorrise.

Certe amicizie nascono così, tra una lacrima di commozione e un sorriso sconosciuto che però diventa importante sin da subito. E così, quasi a voler colmare le lacune di troppi anni senza averla conosciuta, decido di prendere in mano i suoi libri.

Pennac scrisse: “Quando una persona cara ci dà un libro da leggere, la prima cosa che facciamo è cercarla fra le righe, cercare i suoi gusti, i motivi che l’hanno spinta a piazzarci quel libro in mano.” A me succede la stessa cosa con le amiche e gli amici scrittori, ma trovandomi Otto tra le mani è stata una sorpresa ben oltre le mie aspettative.

È il terzo episodio di una trilogia i cui colori e le tinte mi hanno ricordato Matrix.

Una visione distopica di un futuro, nemmeno troppo lontano, che si alimenta della tensione narrativa, e viceversa. Impossibile non affezionarsi a Malice, la protagonista, la cui vita è tutt’altro che semplice: dopo aver perso 10 anni della propria vita in un carcere di massima sicurezza, lontana dalla figlioletta e dal compagno, per un crimine che non ha commesso. Sfugge alla pena capitale ma non al proiettile che la farà svegliare, all’inizio di questo terzo capitolo in un letto d’ospedale.

È qui che ricominciamo a lottare e a soffrire con lei. A chiederci di chi ci si possa fidare o meno, cosa sia vero e cosa nasconda verità celate e per il beneficio di chi. Riprendere i fili degli avvenimenti che si intrecciano con la stessa frenesia con cui la storia si evolve, tra una strizzata di stomaco e momenti narrativi da cardiopalma.

Se conoscete Michela sapete che è impossibile restare indifferenti al suo sorriso e davanti alla sua educata gentilezza che sembra uscita da un libro di Jane Austen, e infatti mi ha colpito la profondità di quanto ha saputo creare non solo in termini di trama, ma anche di scenografia a tinte cupe; gli odori pungenti e da thriller con cui ha tessuto le pagine di questo avvincente romanzo, indice che l’anima di una vera autrice per coinvolgere e conquistare l’attenzione del lettore, non può che essere incantevolmente caleidoscopica.

La trilogia è una di quelle che vanno lette e la consiglio vivamente.

Ecco, magari voi non fate come me che ho iniziato a passo di gambero, ma non perdetevela.

Sonia

 

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Hannelore Cayre – La bugiarda

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Le Edizioni Le Assassine, che ho già conosciuto con “Una furia dell’altro mondo”, “L’urlo dell’innocente” ed “Echi del silenzio”, mi delizia con un’altra perla del proprio portfolio autrici. Autrici sì, perché ci teniamo a ricordare come Edizioni Le Assassine abbia una particolarità: una casa editrice portata avanti da donne che tratta romanzi gialli, scritti da donne del presente -muovendosi letteralmente su tutto il Globo con la collana Oltreconfine, e del passato -con la collana Vintage.

La bugiarda” di Hannelore Cayre, tradotto in sul mercato anglofono con il titolo “The Godmother”,per fare il verso al più famoso Padrino, racconta la storia di Patience Portefeux una protagonista ironica, intrigante e perfetta per diventare il personaggio principale di un film, “La Daronne” con Isabelle Huppert nelle sale nell’appena trascorso 2020.

Patience è una grande bugiarda, da sempre. Da quando finge di non vedere che gli agi della sua giovinezza sono dovuti ai traffici illeciti del padre, finge di essere madre perfetta delle sue due splendide ragazze e figlia esemplare di una madre demente, ricoverata in una casa di cura con un’onerosa retta da pagare. Patience, abituata ad una vita di sfarzi e lusso anche grazie ad un buon matrimonio con un uomo molto ricco, è obbligata a trovarsi un lavoro quando rimane vedova. Molto giovane, bella e con due bambine da mantenere, mette a frutto quel che sa: conosce perfettamente l’arabo e grazie a questa capacità viene assunta presso la sezione narcotici del Ministero della Giustizia come interprete e traduttrice. Purtroppo la paga non è allettante e non le consente di vivere nei lussi e nel benessere a cui era abituata ma non le permette neppure di provvedere con serenità alla retta della clinica in cui la madre è ricoverata. Qui poteremmo aprire un’enorme parentesi sul mondo della traduzione e sui compensi esigui che traduttori e interpreti ricevono ma invece a scanso di polemiche, ci viene in soccorso l’ironia che la scrittrice attribuisce alla propria protagonista che, un giorno, decide di approfittare di un colpo di fortuna e di passare, per così dire, dall’altra parte. Inizia così una vita parallela, fatta di menzogne continue e di segreti. Così, in quella che verrebbe comunemente definita mezza età, Patience che, come dice il suo nome ha pazientato abbastanza, si trasforma da braccio destro della legge a “padrino” in gonnella, pronto a dirigere un vasto giro di droga.

Hennelore Cayre, avvocato penalista parigino, si muove in un ambiente che ben conosce senza tuttavia risultare tecnica o noiosa. Anzi, il suo romanzo è innanzitutto la storia di una donna con le proprie insicurezze e passioni, dubbi e desideri, che incrocia la “giustizia” per necessità più che per scelta. Patience è una donna che vive con ironia le montagne russe che il destino ha in serbo per lei, decidendo ad un certo punto di prendere in mano la propria vita e compiendo una scelta insolita e, per certi, versi coraggiosa. “la bugiarda” ci descrive l’alternativa ad una vita ingiusta, scegliendo una via altrettanto rischiosa e sbagliata. Ma quanta forza ed etica occorre ad una donna se mentire è la sola scelta che ha per risollevarsi in una società che la vuole schiacciare?

Da assaporare fino all’ultima pagina.

Annamaria

 

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Edizioni Le Assassine


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Margherita Oggero – Risveglio a Parigi

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Barbara, Silvia e Mariangela: tre trentenni, amiche dai tempi della di scuola, e i loro familiari compongono il “cast” di questo romanzo collettivo. Dico collettivo perché le protagoniste sono senza dubbio loro tre, ma non potremmo conoscerle, interpretarle e comprenderle se non prestassimo la dovuta attenzione anche alla cerchia di fratelli, genitori, amici e pseudofidanzati che le circondano.

Per raccontarci la loro storia l’autrice sceglie una tecnica narrativa particolare, che è quella di farli parlare tutti, dedicando a ciascuno di loro uno o più capitoli. Quelli intitolati con il nome del soggetto che parla sono scritti in prima persona, mentre gli altri capitoli (intitolati il più delle volte al momento narrativo o al luogo dove si svolgono) sono raccontati in terza persona.

Bisogna essere molto bravi per gestire una tecnica narrativa mista, perché il rischio di creare confusione è altissimo, ma Margherita Oggero naturalmente lo è, infatti, nel caleidoscopio delle varie vicissitudini, noi non perdiamo mai di vista il punto centrale, riuscendo benissimo a congiungere le varie focalizzazioni senza che ci sfugga il senso del racconto, anzi arricchendolo con i vari interventi. L’abilità nel gestire le molteplici voci narranti è senza dubbio il grande valore aggiunto di questo romanzo, o, quanto meno, la peculiarità che ai miei occhi lo ha reso così apprezzabile.

Le tre ragazze, unite da un ventennale sentimento di amicizia, decidono di realizzare il viaggio che ancora sui banchi di scuola avevano ideato e preparato minuziosamente, la cui destinazione è Parigi. Il loro progetto però viene rivoluzionato all’ultimo minuto da un intruso che di restare a casa proprio non ne vuole sapere: è Manuel, il figlio di otto anni di Mariangela.
Silvia e Barbara, entrambe single e senza figli, accettano comunque di buon grado di portare con loro il bambino, che si rivela molto poco amabile e capriccioso, trovandosi costrette ad adeguare o modificare i programmi di viaggio in base alle bizze e alle richieste del malmostoso ragazzino.

Ciascuna di loro porta con sé un bagaglio pesante: Barbara ha sulle spalle il destino di figlia indesiderata e mai accettata, essendo sua madre morta in conseguenza al suo parto. Nata dopo i due gemelli Massimo e Valerio, vive l’infanzia subendo le angherie dei due fratelli e ricercando invano le attenzioni e l’affetto del padre – che si è eclissato dopo il trauma della perdita dell’adorata moglie e di conseguenza degli equilibri familiari – e cresce allevata da Giovanna, la sorella della madre, che lei chiama Mammagí.

Silvia invece ha avuto due genitori uniti da un amore inconsueto, fuori dagli schemi, un rapporto disequilibrato in cui la madre fungeva da conduttrice di un programma in cui il padre era sempre uno spettatore passivo. Silvia è una violinista che nonostante la bravura non ha abbastanza talento per sfondare e ha due fratelli, Nicola, pecora nera aspirante attore, e Ilaria, arrivata inaspettatamente quando Silvia era già adolescente e che lei cresce facendo da supplente alla madre in ascesa professionale.

Infine Mariangela, la bellona del trio. La ragazza, abituata con il suo aspetto attraente a catalizzare l’attenzione di tutti gli uomini, dai più giovani ai più anziani, cade sprovvedutamente (ma sarebbe più corretto dire che ci si caccia da sola) nella rete dell’unico maschio che non la considera per niente. Da questa storia univoca, in cui lei è cuoca, commensale e pietanza di un pasto solitario, ricava una gravidanza imprevista – Manuel, appunto – che provoca la fuga repentina del fidanzato narcisista egoriferito, che la lascia scomparendo senza nemmeno la consolazione di un addio.

Il viaggio non va esattamente secondo i programmi e nessuno torna dalla gita parigina identico a quando è partito, perché avrà fatto i conti sia con chi ha lasciato a casa, sia con i compagni di viaggio. Solo durante una convivenza stretta, benché breve e provvisoria come quella di una vacanza, si può avere occasione di confrontarsi veramente con persone che magari crediamo di conoscere come le nostre tasche; talvolta però si può scoprire che c’è ancora tanto da svelare di noi stessi e ci si può sempre “risvegliare”, anche dalle situazioni incancrenite.

Nel complesso, lettura assolutamente consigliata: la penna matura e convincente dell’ “inventrice” della famosa professoressa Camilla Baudino (Provaci ancora Prof) come sempre non delude.

Manu

 

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Fabio Bartolomei – Morti ma senza esagerare

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Ironico e accattivante a partire dal titolo, “Morti ma senza esagerare” racconta una situazione surreale che diventa occasione di risate, ma anche di riflessione.

L’istintiva immedesimazione nel dolore della protagonista, ma anche nelle sue successive difficoltà alla gestione di un evento così eccezionale, ci trasporta dalle prime righe in un turbine di emozioni e curiosità, non privo di spunti di meditazione sul nostro modo di concepire i rapporti nel momento in cui tutto è a nostra disposizione, senza renderci conto di ciò che abbiamo, senza apprezzarlo, per poi trovarci vittime del rimorso e del rimpianto nel momento in cui ne veniamo privati.

Tutti siamo stati adolescenti; tutti, almeno una volta, abbiamo preferito gli amici “che avevano sempre una frase fatta per ogni eventualità – il testo di una canzone, la citazione di un film, la perla di qualche pensatore del passato. Cibo preconfezionato, calmanti di massa”, ai genitori: “Loro invece mi guardavano, mi sorridevano, mi sfioravano, e dicevano banalità proprio per farmi capire che tutto ciò che c’era da sapere era in quegli sguardi, e in quella vicinanza. E negli esempi ripetuti, giorno dopo giorno, affinché ci mettessi del mio per apprendere come ci si nutre come ci si difende, come si sopravvive. una logica primitiva, da branco, di cui solo ora colgo l’elevatezza.

Ma cosa succederebbe se il potere di far tornare chi non c’è più ci offrisse una seconda occasione? Riusciremmo a convivere con il nostro segreto e ad adattarci a qualcuno da cui non vorremmo separarci, ma che torna solo per noi e solo per noi vive? O ci sentiremmo soffocati? E saremmo in grado di scegliere tra l’egoismo di trattenerlo e l’istinto altrettanto egoista di non essere vincolati dalla sua inconfessabile e ingombrante presenza?

Fabio Bartolomei, mi ha sorpresa con questo breve romanzo divertente e inquietante allo stesso tempo, molto lontano dal tenore de “L’ultima volta che siamo stati bambini” (scheda | recensione) – con cui l’ho conosciuto – ma, seppure in maniera ben diversa, altrettanto coinvolgente. Un piccolo gioiello da non perdere.

Mimma

 

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