Gian Luca Campagna – L’estate del mirto selvatico

Vai alla scheda del libro

Leggere questo libro è esattamente come Federico Canestri, lo scrittore protagonista della storia, vorrebbe che fosse il suo romanzo.

Portare a spasso su un sidecar il lettore, non fissargli la cintura di sicurezza, senza casco, condurlo a centocinquanta chilometri orari in un altrove che non conosce, sorprenderlo anche nelle piccole soste, consentirgli di riflettere soltanto quando ha raggiunto la meta, emozionarlo pagina dopo pagina, svelando alla fine la più grande banalità dell’esistenza…“.

Questo è ciò che si prova leggendo Gian Luca Campagna. Con questa storia, l’autore ci catapulta nel luglio 1990, nei ricordi di un’estate italiana, quella dei mondiali di calcio, quella delle notti magiche della Nannini. Tra le avventure di ragazzi adolescenti che vogliono divertirsi e prendere la vita a piene mani, scoprire l’amore e le sue forme, tra le emozioni che la gioventù amplifica e rende, a volte, anche insopportabili. Gioia, passione, amicizia, ma anche odio, tradimento, vendetta. Una banda di buoni a contrastare i bulli che se la prendono con il ragazzo più debole del gruppo.

In un alternarsi di passato e presente, seguiamo il Federico adulto, oggi, tornato al Circeo per scoprire la verità su una tragica vicenda che chiede giustizia da tempo. Un uomo con i suoi tormentati trascorsi sentimentali, uno scrittore con la crisi da pagina bianca, che rivive i suoi ricordi di ragazzino: le partite con gli amici sulla spiaggia di Sabaudia, vegliati dal profilo di pietra della Maga, ovvero il monte Circeo, descritto in più parti del romanzo in modo splendido, come un pittore dipinge un quadro.

Lo stile di Campagna è descrittivo e spesso poetico: riusciamo quasi a vedere i colori di questo cielo dalle “nuvole sudicie che rischiavano di imbrattare quel quadro dal colore pastello“, gli odori dei cespugli di mirto, il fruscio delle fronde dei carrubi. E il mare, in cui perdere lo sguardo e rivivere le sensazioni di quella che suo padre definiva ‘L’estate indiana’, quel periodo in cui “tutto è ammesso e dove le sofferenze e le criticità della vita scompaiono“. Ma non sarà proprio così per Federico, che farà un percorso tortuoso, incontrando gli amici dell’adolescenza, alla ricerca di una verità che potrebbe sconvolgere le sue poche certezze.

Uno stile narrativo che va in crescendo, mantenendo così la curiosità nel lettore che vuole proseguire la storia per capire, con il protagonista, la verità finale.

Una storia cupa, non un giallo, non un noir, ma qualcosa di ancora diverso, non etichettabile, che affronta, tra gli altri, il tema del bullismo, argomento molto moderno, ma già ben noto anche negli anni in cui si svolgono i fatti.

Il più forte vince sempre, sarà davvero così?

Buona lettura e buon viaggio sul Monte Circeo.

 

Ti interessa acquistare questo titolo? Vai allo store!

Amazon

Feltrinelli

IBS

Mondadori Store


Fratelli Frilli Editori


Verifica la disponibilità in biblioteca (SBN – Servizio Bibliotecario Nazionale)

Visualizza la mappa delle biblioteche (Anagrafe Biblioteche Italiane)

Lodovica Cima – La voce di carta

Vai alla scheda del libro

La storia di Marianna, alla quale il padre e la madre comunicano una sera di ottobre senza troppi giri di parole che dovrà lasciare la campagna, la famiglia, i due fratelli che adora, per andare a lavorare alla cartiera di Lecco è la prima scena del viaggio attraverso il quale ci conduce Lodovica Cima in “La voce di carta” (Mondadori). Una storia pensata per un pubblico di giovani lettori adolescenti, ma che non manca di trascinare immediatamente con sé anche gli adulti. Sì, perché quello che Marianna, una manciata di anni prima della fine dell’Ottocento, affronta è, come si accennava, un viaggio, ma non solo e non tanto geografico, quanto piuttosto in se stessa, in ciò che era e che diventa, nella realizzazione dei suoi sogni senza che sia una corsa per accaparrarseli, ma come conquista giorno per giorno, consapevolezza per consapevolezza.

È la protagonista stessa a raccontarcela narrandola in prima persona, questa storia, a farcela ascoltare, la voce di quella carta che lei si trova a lavorare prima e sulla quale vuole imparare a scrivere e a leggere poi: è voce ed è anima, che non ha paura di presentarsi alla ragazza sotto le sue forme, la sua preziosità, gli usi che se ne possono fare e che possono diventare oggetto d’amore.

Si apre con Marianna che, nel 1881, affida a una pagina di diario, o forse a una lettera, questa crescita della consapevolezza e della responsabilità, questa strada nella quale la protagonista scoprirà un coraggio e una determinazione pacata eppure diretta che neppure lei pensava di avere. E ogni scoperta è accompagnata da inviti che vengono lanciati non in prima, ma in terza persona, come se a quel racconto del sé si inframezzassero i consigli, i suggerimenti di una voce esterna che può però a sua volta essere anche voce interiore, la parte che diventa grande di una ragazzina che si trova da un momento all’altro a cambiare il suo modo di vivere.

Una storia di amicizie e di invidie, di solitudine travestita da cattiveria, come nel personaggio di Adele, e di amore nella sue forme più diverse, da quello quasi materno di suor Luigia per Marianna, a quello tra Marianna e Giovanni, a quello fraterno che sembra pervadere il rapporto tra la protagonista e Marta, che Marianna protegge proprio come se fosse quel fratellino più piccolo che le manca tanto.

La storia narrata da Lodovica Cima ha anche qualcos’altro che affascina, oltre alla narrazione e alla vicenda in sé: uno stile che sembra seguire le emozioni e i ritmi di vita di Marianna stessa attraverso i luoghi. L’apparente tranquillità del lago che bagna Lecco, sotto il quale però può muoversi qualsiasi cosa, proprio come nell’animo in crescita e trasformazione della ragazzina; il ritmo di Milano con le sue novità, ma anche con una città attraversata da manifestazioni e cortei dei lavoratori che chiedono riduzione dell’orario di lavoro per donne e bambini e dove Marianna si apre a un mondo letterario prima solo sognato grazie alla Contessa che vive circondata da libri.

E il trait d’union alle tappe che accompagnano Marianna è sempre lo stesso: la carta. Intesa come lavoro. Intesa come dono su cui scrivere e dono da cui leggere. E dunque è in qualche modo la voce che accompagna anche la nascita di un libro, oltre che di qualsiasi pagina sulla quale scrivere, quella che Lodovica Cima ci fa ascoltare.

 

Ti interessa acquistare questo titolo? Vai allo store!

Amazon

Feltrinelli

IBS

Mondadori Store



Verifica la disponibilità in biblioteca (SBN – Servizio Bibliotecario Nazionale)

Visualizza la mappa delle biblioteche (Anagrafe Biblioteche Italiane)

Franco Ferro – Un uomo contro

Vai alla scheda del libro

Sul tema della violenza domestica siamo forse più avvezzi ad ascoltare la testimonianza delle vittime e i pareri di psicologi esperti, ma non siamo molto abituati a immaginare che un uomo si metta in gioco in prima persona: l’ “uomo contro” di Franco Ferro, invece, è l’ostinato inventore e promotore di un progetto concreto, per la produzione di un oggetto che possa essere supporto e difesa per le donne nel momento in cui si dovessero trovare in pericolo perché minacciate dalla presenza del loro persecutore.

Parallelamente al percorso di Carlo, dalla sua storia personale all’evento che muove la sua coscienza e lo induce ad impegnarsi in prima persona, l’autore ci racconta anche la vicenda, ormai lontana nel tempo, di Elsa, una donna forte e determinata, che non si rassegna alla sopportazione e con fatica riprende in mano la sua vita senza lasciarsi sopraffare dalla paura e relegare al ruolo passivo della vittima, peraltro in anni in cui l’attenzione alla donna maltrattata non era certo quella odierna.

Intorno a lei altre figure femminili, l’amica del cuore, la madre e la suocera, con un interessante spunto riflessivo, anche se poco sviluppato nella compagine del racconto, sulle figure, che subiscono a loro volta le conseguenze della condotta del “mostro”, al di là della vittima designata e il cui dolore rimane spesso nell’ombra.

Un’idea originale quella di far emergere il biasimo, la dura condanna morale e la rabbia dalle parole e dalle azioni di un protagonista maschile, anche se nella costruzione del romanzo, Carlo finisce per avere un peso forse troppo ridotto, perché sacrificato al racconto dettagliato della vicenda di Elsa: peccato, perché avrebbe dato a questa opera una marcia in più .

 

Ti interessa acquistare questo titolo? Vai allo store!

Amazon

Feltrinelli

IBS

Mondadori Store


Spunto edizioni


Verifica la disponibilità in biblioteca (SBN – Servizio Bibliotecario Nazionale)

Visualizza la mappa delle biblioteche (Anagrafe Biblioteche Italiane)

Sandro Veronesi – Il colibrì

Vai alla scheda del libro

Ho letto “Il colibrì” qualche mese fa, ma in questi giorni così particolari, di difficoltà “emotiva” personale e collettiva, mi è capitato spesso di ripensarci.

Della leggerezza che l’immagine del colibrì evoca, Marco Carrera, protagonista del nuovo romanzo di Sandro Veronesi, ha ben poco: immobile, mentre tutti intorno a lui sembrano muoversi continuamente, si affannano, cambiano, se ne vanno, qualche volta ritornano, altre lo abbandonano per sempre.

E così il colibrì cresce velocemente, catapultato nella vita adulta dai farmaci per l’aspetto fisico, ma soprattutto, emotivamente, dalla amata sorella Irene, suo esatto opposto: mai quieta, mai ferma, alla continua ricerca di qualcosa che non trova, sempre in precario equilibrio sull’orlo di un baratro in cui le diventa inevitabile precipitare. Ma così non è per Marco, che è sempre lì, pesante, saldo: ma quanta fatica gli costa? Quanto velocemente deve sbattere le ali questo uccellino, per rimanere fermo mentre attraversa la vita propria e si lascia attraversare da quella altrui senza soccombere, trovando, anzi, la forza per essere “motore” della propria rinascita, una volta capito qual è il suo reale “scopo”. Marco lo scopre improvvisamente e vi si dedica con tutto se stesso, superando tutte le difficoltà e tutti i colpi, anche quelli più duri, che la vita gli infligge, senza mai lasciarsi abbattere, rimanendo lì, a mezz’aria, apparentemente immutato.

Un romanzo che tanto ha da insegnarci sulla forza necessaria per guardare dentro se stessi e ripartire senza rinnegarci, senza cedere al vittimismo, anche quando tutto sembra crollarci addosso. Una storia che parla in modo delicato e potente di “resilienza”, termine quantomai usato e abusato in questi giorni.

 

Ti interessa acquistare questo titolo? Vai allo store!

Amazon

Feltrinelli

IBS

Mondadori Store



Verifica la disponibilità in biblioteca (SBN – Servizio Bibliotecario Nazionale)

Visualizza la mappa delle biblioteche (Anagrafe Biblioteche Italiane)

Patrizio Bati – Noi felici pochi

Vai alla scheda del libro

Prendi un gruppo di ragazzi borghesi, rampolli della Roma che conta, amici e complici di scorribande, risse, cori con le braccia tese, trasferte, partite allo stadio, feste in discoteca e in ville anche senza invito, i quali, dietro una facciata di studenti e figli modello, si divertono a picchiare persone scelte a caso e, una notte d’estate, prendi la loro auto e falla precipitare lungo un burrone, fino a rimanere aggrappata a una roccia.

È in quel momento, nell’attesa dei soccorsi, che amicizia e complicità vengono messe a dura prova. È a quel punto che la vita presenta loro il conto e l’autoimmunità per le loro scelleratezze, fino ad allora sbandierata come un diritto, si sbriciola come le lamiere dell’auto lungo la scarpata. È in quella notte maledetta che i carnefici si trasformano in vittime, ma non della violenza, bensì dei sensi di colpa, dell’egoismo e della vigliaccheria. Domande scomode reclamano risposte ancora più scomode e arrovellano la loro testa annebbiata dall’alcool.

Fino a dove si è disposti ad arrivare pur di salvare la patina di ragazzo per bene? Pur di non pregiudicare un futuro brillante, progettato a tavolino, che le loro famiglie benestanti danno per scontato? Perché in fondo quei teppisti psicopatici altro non sono che ragazzi delusi, spaventati dalle aspettative dei genitori, schiacciati da vuoti emotivi che s’illudono di colmare con pestaggi e sesso a pagamento. La violenza è l’unico modo che conoscono per esternare il proprio dolore, per urlare la rabbia chiusa dentro estenuanti silenzi affettivi.

Lo stile narrativo di Patrizio Bati è deciso, a tratti sfrontato, talmente potente da far avvertire lo schianto di calci e pugni, le ossa rotte, le nocche insanguinate. Non poteva essere altrimenti. Scene crude, descritte con un linguaggio diretto, feroce, maleducato e intervallate da aneddoti raccontati con meticolosità enciclopedica, che stemperano l’audacia della narrazione e fanno prendere fiato. A mio parere l’autore è stato molto bravo a raffigurare lo spaccato di una società basata sull’apparenza, in cui diventa normale arrogarsi il diritto di fare ciò che si vuole, sempre e ovunque. Non un’idea nuova, ma sicuramente coraggiosa e narrata con talento.

 

Ti interessa acquistare questo titolo? Vai allo store!

Amazon

Feltrinelli

IBS

Mondadori Store



Verifica la disponibilità in biblioteca (SBN – Servizio Bibliotecario Nazionale)

Visualizza la mappa delle biblioteche (Anagrafe Biblioteche Italiane)