Giancarlo De Cataldo – Alba Nera

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Una ragazza sta per essere smembrata a colpi di machete da Ramon e dal riluttante Jaime, due pandillerosdella Mara Salvatrucha, la MS13, la più fetente fra le bande di latinos approdate in Italia negli ultimi anni”. L’arrivo del commissario Gianni Romani, il Biondo, evita che la giovane, ancora viva, subisca quell’ennesima tortura.

È così che inizia il nuovo romanzo di Giancarlo De Cataldo. Lo scrittore ci immerge subito in un’atmosfera nera, anticipata dal titolo emblematico, che non preannuncia nulla di buono. E vi garantisco che la premessa già la dice lunga. Uno dei protagonisti del romanzo è il commissario Alba Doria, che sa tirare come Rambo e Tex Willer messi insieme, un personaggio particolare, affascinante e inquietante perché “in Alba Doria c’è della follia. Di che genere e di che intensità, sarà compito suo scoprirlo. Per il momento il dottor Salzano ha una convinzione: quella donna è pericolosa. E ora, finalmente, riesce a dare un nome a quella traccia olfattiva che continua a tormentarlo. È l’odore intimo di una donna. È quell’odore. L’odore di Alba”. La affiancano proprio il Biondo, un tipo “alto, massiccio, le spalle da rugbista, i capelli, un tempo biondo cenere, ora bianchi, un po’ appesantito, un po’ sciupato, l’espressione fra il sarcastico e il corrucciato, gli occhi grigi, un tempo luminosi, ora quasi spenti” e Giannaldo Grassi “per tutti, amici e nemici, era il dr. Sax, perché se non si fosse messo in testa di ripulire le strade dai cattivi sarebbe finito di sicuro in qualche grande orchestra, bravo com’era col suo strumento”.

Le ferite sul corpo della ragazza salvata dal Biondo assomigliano a quelle della Sirenetta, la vittima di un killer oggetto (meglio sarebbe definirlo “soggetto”) di un’indagine del loro passato, così definita per un tatuaggio, sul corpo della donna, con le fattezze del personaggio disneyano.

De Cataldo ci trasporta nel mondo delle perversioni sessuali, quello delle pratiche sadomaso, dove spopolano pratiche come il bondage e lo shibari, “un’antica tecnica di legatura giapponese, con una forte valenza erotica”.

Con Alba nera ci immergiamo in un romanzo dove anche i giusti non lo sono del tutto e dove i cattivi hanno sfumature diverse, cangianti. Ma dov’è, in realtà, il male? E può essere sconfitto? È molto difficile, se non impossibile, trovare il confine tra quei due poli, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. E scegliere è la tortura più grande da affrontare.

 

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Silvia Bencivelli – Le mie amiche streghe

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Valeria e io siamo cresciute insieme, nella stessa città e nelle stesse scuole, nelle stesse piazzette e negli stessi giardini pubblici. Siamo figlie della stessa borghesia intellettuale di sinistra e dei suoi cascami anni Ottanta, tirate su a lezioni di musica, nuoto, judo e gite nei boschi in autunno. Solo che oggi lei è diventata una strega. Una che crede alle pozioni magiche e ai massaggi miracolosi.

Alice è una giornalista scientifica, laureata in Medicina, considerata dai più una “privilegiata” e “rompiscatole” e da sé stessa uno “strano medico-giornalista che non sa nemmeno mettere un cerotto, ma che come teorico se la cava benino”. Ha una serie di amiche che lei definisce streghe perché, nonostante tanto po’ po’ di lauree, hanno iniziato a mettere in dubbio la validità della medicina tradizionale a favore di pratiche e cure alternative.

– Alternativo a cosa? – chiedo io, simulando stupore ma vivendo fastidio. E loro, in coro: – Alternativo a quelli della modernità!
Come alghe secche da diciassette euro al barattolo e bacche cinesi («Ma il tuo contadino a chilometro zero non potrebbe farsi mandare i semi dalla Cina e coltivare le bacche qui?», ho chiesto un giorno a Valeria. E lei: «Ma no, dài, sono bacche cinesi tradizionali…»).
A volte le mie amiche trovano il mago che con qualche seduta le mette a dieta, ma una dieta che se la prende insensatamente con qualche alimento di quelli con cui siamo cresciute («Perché proprio i pomodori?» «Perché il campo magnetico del pomodoro interferisce con il mio plesso energetico solare»).

Sono streghe perché praticano una sorta particolare di stregoneria o brujería e cioè “l’enorme quantità di tempo investita dalle donne a discutere di oroscopi, malattie inesistenti, terapie per il niente e misteri vari.”

La narrazione diventa così una riflessione ironica, pungente e divertente sulla medicina frutto di scienza, studio e ricerca in opposizione alla medicina alternativa frutto, sovente, di casualità e improvvisazione.
L’autrice, pardon, la protagonista ne ha un po’ per tutti e si diverte a smascherare e confutare queste alternative citando esempi con dovizia di particolari, frutto di ricerche approfondite. Con uno stile narrativo vivace e leggero ci invita a riflettere su falsi (o presunti tali) miti, su cure alternative del momento, su teorie prive di fondamento scientifico. E ci tiene compagnia chiacchierando in maniera anche wikipediana (o wikipedestre…), passatemi il termine, sugli argomenti più disparati.

Perché, in fin dei conti, sono tante le donne, e anche gli uomini, a essere comunque un pochino streghe.

 

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Mirko Zilahy – Così crudele è la fine

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Mi chiamo Enrico Mancini e sono un poliziotto. Un profiler. Il mio lavoro è dare una forma al buio, dare un’identità a chi per averne deve uccidere. Il mio lavoro è attraversare lo specchio oscuro per dare la caccia ai riflessi del Male.

In queste poche righe è racchiuso tutto il senso del romanzo. Con immensa tristezza nel cuore ho incontrato Enrico Mancini per l’ultima volta. Il nostro saluto è stato struggente. Come struggente e dannatamente intenso è stato il mio viaggio con lui grazie alla voce, che ormai sento e faccio mia, che è quella dell’autore Mirko Zilahy. Con questo si conclude la trilogia degli Spettri che ha visto protagonisti assieme a Mancini e alla sua formidabile squadra, tre temi principali: GIUSTIZIA, REALTÀ E IDENTITÀ.

Ed è proprio l’identità il tema cardine dell’ultima avventura del nostro bel tenebroso commissario che troviamo ancora in evoluzione; d’altronde lo è fin dal primo romanzo.

Sebbene con una luce diversa, con una rinnovata energia, Mancini è sempre alle prese con il suo passato, con i ricordi della moglie che non c’è più, con i suoi sensi di colpa, con gli spettri dell’anima, ancora così presenti in lui da non permettergli di vivere appieno l’oggi che gli sta offrendo un’opportunità per riscattarsi, per trovare finalmente la sua identità.

E allora, ancora una volta, Mancini si butta nel lavoro che è la sua unica vera certezza. In una Roma sempre protagonista, questa volta una Roma archeologica fatta di vicoli, di cunicoli e percorsi sotterranei sconosciuti ai turisti e agli stessi abitanti, si nasconde un’ombra che semina terrore e morte nella città. “Dal fondo dello scavo abbandonato, una forma scivola fuori. Si arrampica, circondata da marmi puntati di muffe, fiutando l’aria fresca della notte. Supera un gruppo di mezze colonne e lancia uno sguardo giù nella fossa..”.

Mancini è come sempre supportato dalla sua fidata squadra, che troviamo ancora più caratterizzata, più intima, con storie personali che si intrecciano e che aiutano la coesione sempre più forte tra i membri. Storie di identità anch’esse, di ricerca di un proprio preciso ruolo nella vita. Storie di sguardi nell’abisso dal quale spesso ognuno di noi è attratto, ma che in qualche modo per fortuna riesce a rifuggire.

Mancini stesso, con l’aiuto di una psicologa, sta cercando di emergere dal suo abisso, di guardare di nuovo quello specchio che forse può aiutarlo a ritrovare se stesso.

E parlando di identità, chi è il killer degli scavi? Cosa lo spinge ad uccide le sue vittime così lentamente e crudelmente, perché le osserva morire? E perché la scelta di siti archeologici così belli e ricchi di storia e arte come il Teatro di Marcello, il Portico d’Ottavia, ma anche i cunicoli sotterranei sotto la Fontana di Trevi? Un pezzo di carta con due iniziali in maiuscolo, trovato nascosto come messaggio misterioso dal professor Biga, suo maestro, mentore e “padre”, è forse ciò che lega le vittime tra loro. Biga purtroppo è costretto in un letto d’ospedale, in lotta per la vita e non potrà essere d’aiuto ad Enrico questa volta.

Con la sua ormai nota caratteristica di scrittura che passa, a seconda della necessità narrativa, dallo stile essenziale e spigoloso, alla prosa stilistica dai tratti più morbidi e descrittivi, l’autore ci trasporta ancora una volta nel suo mondo, nella realtà talvolta distorta da una lente di ingrandimento che deforma ciò che crediamo di vedere. O semplicemente ci porta davanti ad uno specchio che va a scavare nella nostra psiche e a quella dello stesso killer, alla ricerca, anch’esso, di una sua identità, perché in fondo gli uomini “Nella morte trovano l’identità. La troviamo tutti. Anzi, è l’unico modo di trovarla. Solo in quel momento, nella nicchia, sottoterra, o sul tavolo autoptico, sono veri, sono UNO. Nella morte c’è la loro identità, l’unica possibile.

Sappiate che, usciti dall’abisso di questa storia, ancora una volta, vorrete ritornarci. Non saprete più distinguere il Bene dal Male in modo così netto. Nelle storie di Zilahy non è mai facile odiare il carnefice, mai! Questo è quello che per me è l’effetto Zilahy. Quando ho bisogno di uscire dalla mia realtà, che a volte mi sta stretta, vado a tuffarmi nella realtà inafferrabile raccontata da Mirko. So già che arrivo ad un certo punto e rallento volutamente la lettura, per non dover salutare i personaggi e il mondo al quale, inevitabilmente, ogni volta mi affeziono. Una delle rare volte in cui mi capita di chiudere il libro, baciarlo e salutarlo come fosse un amico in partenza che non rivedrò più.

 

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Chuah Guat Eng – Echi del silenzio

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Cynthia è morta, e per quanto possiamo immaginare anche il suo assassino. Seguite il consiglio di un vecchio: dimenticatevi di tutta questa faccenda e lasciate che le loro anime riposino in pace.

Chuah Guat Eng, scrittrice malese pubblicata in Italia da Le Assassine, tinge vent’anni di storia del suo paese e dei personaggi che vengono messi in scena in questo complicato gioco di scacchi, di un giallo a volte così ricco di zone d’ombra da confondere il lettore.

Può il silenzio far rumore? A volte sì, soprattutto quando il silenzio non è una scelta volontaria ma è un’identità che ci è stata strappata: in quel caso la sua eco può percorrere distanze temporali inimmaginabili e raggiungerci anche dopo molte generazioni. E’ il rumore di un’occasione mancata, di ciò che sarebbe potuto essere e invece non è stato se al mondo ci fosse stata maggiore giustizia. L’assenza di giustizia talvolta non fa scalpore: ci sono zone della Terra dove i diritti degli esseri umani non sono rispettati, dove le donne vivono ancora in condizioni di inferiorità, dove interi popoli vengono dominati e a volte sterminati. Le loro voci soffocate prima o poi ci raggiungono, proprio come fanno con la protagonista del romanzo. Negli anni ’70 del Novecento, dopo i disordini avvenuti nel suo Paese di origine alla fine del decennio precedente, la malese Ai Lain si trasferisce a Monaco, in Baviera, per motivi di studio. Lo studio cela la voglia di fuggire da una cultura che le va stretta e da tradizioni che non sente proprie, oltre che dalla propria famiglia: una madre a cui si fa poco riferimento, un padre che non riconosce simile a lei. Ad un tratto, dai ricordi del suo passato, fa capolino per alcune pagine la nonna paterna, rappresentazione della tradizione malese e della povertà di un popolo che, dopo la dominazione inglese, fatica a riconoscersi in se stesso e allo stesso tempo a fondersi con l’Occidente e, quando lo fa, lo fa in maniera esagerata, ostentandone i peggiori difetti e manie. Il lettore segue la protagonista nei suoi flash back, ritorna in Germania e vive il nascere della storia d’amore con Michael Templeton, un giovane ricercatore inglese, nato nel distretto di Ulu Banir, dove il padre vive e gestisce una piantagione. La storia tra i due metterà in luce alcuni aspetti della cultura malese e di quella inglese, là dove anni di dominio britannico non sono riusciti a colmare differenze che sembrano veri e propri pregiudizi. Dopo un lungo periodo di conoscenza Ai Lain viene invitata a trascorrere le vacanze nella piantagione dei Templeton ed è qui, intorno a pagina 70, che avviene l’omicidio attorno al quale si svolgerà tutto il giallo: Cynthia la futura sposa del padre di Michael viene assassinata… ma da chi? Il lettore indagherà insieme ad Ai Lain e la risposta arriverà vent’anni dopo, da lontano, molto lontano. Una voce che Ai Lain credeva non avrebbe mai più sentito si farà portatrice di verità, lasciando al lettore e alla protagonista la convinzione che il percorso verso la luce sia doloroso e pieno di insidie.

Una sorta di “Cuore di Tenebra” a tinte gialle che piacerà e intratterrà gli amanti del genere: il lettore potrà cimentarsi nell’essere un meticoloso Sherlock Holmes, a caccia di indizi e potrà indagare, oltre che nel romanzo, anche nella storia di un popolo, quello Malese, di cui non ci è stato raccontato abbastanza.

 

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Silvia Casini – Gli occhi invisibili del destino

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Ciò che ci rende veramente unici è l’anima e i nostri occhi. Per vederla ci vuole coraggio. Per leggere e ascoltare questa storia ci vuole coraggio”.

Eilis ha gli occhi di un colore indefinito, magnetici eppure capaci di perdersi in strani pensieri che vanno a farle visita, soprattutto di notte, quando Roma diventa buia e silenziosa e un alone di mistero la avvolge insieme alla sua Storia. Gli occhi di Eilis sono velati e celano un mistero che la ragazza non può o non vuole ricordare: il trauma subito per l’incidente mortale che ha distrutto la sua famiglia, il trasferimento in Italia a casa della zia e l’inserimento nella nuova realtà romana mettono in bilico un equilibrio già precario. La sola stabilità Eilis la trova nella boxe: negli allenamenti si sfoga, si libera e si concentra. Quando indossa i guantoni il tempo si sospende e i suoi occhi inquadrano solo l’avversario: non c’è spazio per i ricordi o per le ipotesi di un futuro. Il presente è sul ring, in quel momento.

Una serie di omicidi, avvenuti nei punti cardine dell’esoterismo romano, fanno da cornice alla storia della nostra protagonista principale, fino a fondersi in un unico plot dai risvolti singolari e con un finale decisamente a sorpresa.

Silvia Casini mescola abilmente le carte e conduce il lettore in un gioco di smascheramenti, senza però dare nulla per scontato. Semina indizi ma con accuratezza, così che questo itinerario storico- artistico risulti affascinante e distolga il lettore dal voler scovare l’assassino a tutti i costi. Il mondo dell’esoterismo si incontra con molta naturalezza con il linguaggio più tecnico della boxe e della litografia, dando la possibilità al lettore non solo di intrattenersi ma anche di accrescere la propria conoscenza.

Ciò che ci rende veramente unici è l’anima e i nostri occhi. Per vederla ci vuole coraggio. Per leggere e ascoltare questa storia ci vuole coraggio” dice la voce che ci introduce alla vicenda e ci affida questo racconto, che è stato tramandato di generazione in generazione, rendendo il tutto già molto intrigante… fin dalla prima pagina!

 

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