Luoghi di libri

Alice Basso – Il grido della rosa

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Eccoci nuovamente in compagnia di Alice Basso e della sua nuova protagonista Anita. Ormai Vani è un sottofondo che fa parte del passato, che spesso ritorna, ma Alice si sta facendo largo a gran voce.

Torino 1935. Periodo del fascismo, Anita prosegue nella sua decisione di lavorare e di aspettare a sposarsi (ma chi glielo fa fare a sposarsi che è tanto bello scrivere storie?) anche se il regime non vede di buon occhio che una donna abbia un impiego: deve badare alla famiglia e ai figli.

Lavorare per una rivista di gialli la aiuta ad avere una mentalità da detective e quindi a cercare e trovare la verità in quello che le succede intorno. Spalleggiata dalle sue amiche Clara e Candida riesce sempre a trovare soluzioni ai suoi quesiti. Anche questa volta riusciranno, lei e Sebastiano a scrivere il loro racconto, un racconto di denuncia e di verità, ma il magnetismo tra i due proseguirà, avrà dei risvolti?

L’unico modo per scoprire i dettagli nei rapporti dei protagonisti è leggere la seconda storia di Anita, mentre io aspetto la terza. Sapete che sono curiosa e sicuramente tifo per Sebastiano e non per Corrado.

I libri di Alice riescono sempre ad avere una leggerezza e un coinvolgimento che ti tengono stretti alle pagine, una volta iniziato non si può interrompere la lettura. Cosa state aspettando? Buona lettura.

Simona

 

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Juan Gómez-Jurado – Regina rossa

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Questo non è il primo libro scritto da Juan Gómez-Jurado, quarantaquattrenne scrittore spagnolo uno dei cui titoli era già stato tradotto in italiano nel 2007. Di certo, però, è il libro che ne ha decretato il successo nel nostro paese o almeno così sembrerebbe dal momento che i blog letterari riportano commenti di lettori che variano dal tiepido all’entusiasta.

Che si tratti di un thriller e anche ben costruito non c’è dubbio, come sono presenti tutti gli elementi del caso per renderlo affascinante, spumeggiante e ironico quanto basta al fine di smorzare una storia cruda e crudele.

Protagonisti assoluti la trentenne Antonia Scott – madre spagnola, padre inglese, che qui ritroviamo vedovo da molti anni e ambasciatore della Corona Britannica a Madrid – e l’ispettore della polizia di Bilbao Jon Gutierrez. Per carattere, corporatura e capacità, opposti come il sole e la luna (ma se ricordate, anche Pedra Delicado e il suo braccio destro sono così). Insieme per colpa di tale Mentor, figura misteriosa poiché fa parte di una di quelle costole dell’Interpol di cui nulla si deve sapere, un po’ come in Mission Impossible. Jon Gutierrez, omosessuale dichiarato, ottimo poliziotto e ancora a casa con la madre, a Bilbao ne ha combinata una delle sue pur di salvare una prostituta dal suo lenone. Di conseguenza è non solo sospeso dall’incarico, ma su di lui pende la doppia scure di un processo e del possibile licenziamento. La cosa fa gioco a Mentor che lo recupera e lo affianca ad Antonia in un’indagine legata al rapimento e alla truculenta morte di Alvaro Trueba, unico figlio della proprietaria di una delle più importanti e potenti banche spagnole ed europee. Antonia – è lei la regina rossa del titolo, ai lettori scoprire come e perché – e Jon, dopo un inizio poco promettente per le loro personali e opposte visioni del mondo, si mettono sulle tracce del criminale: un tale che si fa chiamare Ezequiel e che non chiede un riscatto in denaro, ma qualcosa di ben più difficile e pesante da eseguire per i parenti dei rapiti. Già, perché Àlvaro non è che il primo. Dopo di lui sparisce Carla Ortiz, figlia del novantenne Ramón Ortiz, proprietario di una delle più note catene mondiali di abbigliamento, lei stessa manager nell’impresa di famiglia. E mentre Antonia e Jon, sotto la supervisione di Mentor, cercano di svelare il mistero Ezequiel e salvare Carla Ortiz, anche la polizia madrilena si muove capitanata dal commissario Parra che vede i due compari come il fumo negli occhi.

Gómez-Jurado racconta con un linguaggio colorito e preciso una storia rocambolesca e ben architettata senza dimenticare il lato umano dei suoi personaggi, tutti, senza eccezione. E senza dimenticare la città di Madrid, in arabo Magerit, costruita sull’acqua, portandoci a spasso nel travolgente finale lungo i suoi mille canali sotterranei.

Grande tensione e colpi di scena assicurati dall’inizio alla fine.

Francesca

 

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Marina Di Guardo – Nella buona e nella cattiva sorte

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Irene è una trentacinquenne illustratrice per bambini, di grande talento, e vive in un appartamento da sogno a Milano. Con la sua bimba Arianna, nove anni e mezzo, fugge da un marito da cui subisce da tempo violenze fisiche e psicologiche, e si rifugia nella casa sul lago dove aveva vissuto con i suoi genitori da piccola. Un luogo dove il marito riesce a trovarla, ma dove può anche contare sulla solidarietà, l’aiuto, la protezione di vecchie e nuove conoscenze che però non sempre riescono a tutelarla, ma spesso a loro volta diventano vittime di una furia inaudita.

Nella buona e nella cattiva sorte” (Mondadori) è un giallo che si dipana tra indizi e colpi di scena, ma è anche qualcosa di più: è un’introspezione psicologica nei personaggi e un modo per affrontare, da parte di Marina Di Guardo, argomenti di valenza sociale molto forti, come appunto la violenza fisica e psicologica su donne e bambini, ma anche il bullismo.

«Sin da bambina – ha sottolineato la scrittrice durante una recente presentazione del libro a Luino – ho sentito l’esigenza di raccontare e di raccontarmi, anche se, scrivendo thriller, non si tratta di un raccontare autobiografico, ma raccontare storie, paure, emozioni, paesaggi».

E in questo romanzo al cardiopalma il paesaggio è un grande protagonista che in qualche modo si ricollega ai ricordi di Marina Di Guardo: seppur mai esplicitato, sono il lago Maggiore e il Luinese a essere l’ambiente di svolgimento della storia, in una sorta di contraltare, di contrasto tra la bellezza quasi idilliaca del luogo e le angosce che attraversano la protagonista del noir.

Proprio a proposito di Luino, Marina Di Guardo non ha nascosto l’emozione nell’esserci tornata con questo libro: qui ha vissuto dai 7 ai 10 anni, figlia di un medico che per lavoro si spostava spesso. «Mi ricordavo perfino la ringhiera del lungolago e sono andata subito a cercare la casa dove ho vissuto – ha raccontato durante la presentazione del libro -, mi sono fatta spiegare i cambiamenti. Ricordo la mia meravigliosa maestra Angela Santostefano, che oggi non c’è più, donna di incredibile umanità e dolcezza, che ci portava a fare lezione all’aperto, nei boschi, nel verde, e che per anni, dopo che avevo lasciato Luino per trasferirmi a Milano, mi ha scritto lettere per sapere come stavo. Di Luino ho ricordi indelebili di un posto idilliaco, ho sensazioni che mi sono rimaste dentro. Anche per raccontare i paesaggi che ho descritto nel libro c’è stato qualcosa che si è agitato dentro di me».

Le immagini dei paesaggi sono in effetti loro stesse personaggi vivi del romanzo, nel quale Marina Di Guardo si cala nella psicologia della persona che subisce un atto di violenza ripetuto. Perché anche un romanzo può aiutare a riconoscere e a prevenire situazioni drammatiche.

Sara

 

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Rosanna Caraci – Cartavetro

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Era tempo che aspettavo il nuovo romanzo di un’amica, di una giornalista che coglie dinamiche e sfaccettature di una società che spesso ci dimentichiamo che esista per abitudine di sopravvivenza.

Storie che incontriamo tutti i giorni, ma a cui non diamo peso, per le quali dovremmo riflettere e iniziare per cambiare qualcosa, e se non proprio cambiare, migliorare una società spesso in declino.

Il covid e il lockdown non ci hanno resi migliori, ci hanno resi più egoisti e più spietati, più restii a porgere una mano. Dada, una donna matura, nel pieno del percorso della propria vita che con alti e bassi, ma soprattutto con ironia, cerca di navigare al centro dell’età delle riflessioni: chi sono, chi sono diventata, chi vorrei essere, perché devo sottostare quando posso scegliere, sono effettivamente capace nel mio lavoro, posso amare o devo accontentarmi.

Sicura e capace nelle competenze lavorative, tanto da non arrendersi e continuare a lottare per la sua posizione rischiando il licenziamento (e su questo tema denunciato parzialmente tra le righe potremmo aprire dibattiti infiniti).

Sarà l’età della protagonista, saranno in parte le vicissitudini del personaggio principale, ma in Dada mi sono ritrovata spesso, mi sono soffermata sui tanti lati che la storia tocca, insieme ai suoi personaggi, perfettamente equilibrati e in armonia.

Nota perfetta di questo libro l’introduzione di cui vi cito alcune righe: ”Un romanzo metropolitano, un giallo sentimentale, un saggio sulla diseguaglianza – anzitutto di genere – che vige sui luoghi di lavoro, piccoli o grandi che siano. Troverete tutto questo nelle pagine che state per leggere di Rosanna Caraci…

Se avete voglia di una visuale diversa e obiettiva di una routine che nemmeno vediamo più, leggete la storia di Rosanna Caraci e vedrete che avrete voglia anche voi di andare a comprare della Cartavetro da usare nell’immediato futuro.

Simona

 

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Piergiorgio Pulixi – Per mia colpa

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Qualche tempo fa lessi, sul sito della casa editrice, la presentazione di questo romanzo di Piergiorgio Pulixi, in uscita a breve e mi colpì una frase in particolare: “Per mia colpa oltre che essere un giallo sul mistero di una scomparsa, è anche un’indagine psicologica sui sentimenti, sulla fragilità umana, sulla vulnerabilità, sulle maschere che tutti siamo costretti a indossare per sfuggire alla consuetudine della quotidianità”.

La parola “maschera”, un po’ per amore adolescenziale e un po’ per la mia formazione teatrale, non poteva che riportarmi a Pirandello e avvicinarmi a questa lettura con una curiosità in più, anche se non c’è davvero bisogno di incentivi per appassionarsi a ogni nuova storia di uno scrittore del suo calibro.

Eccomi qui, quindi, a cercare di raccogliere le impressioni su Giulia Riva, che fa il suo esordio tra le “donne” di Pulixi, alle prese con un’indagine complessa, in cui le “maschere” costringono ad un gioco continuo di specchi. Non è solo Giulia a rivedere piccole parti di sé nelle figure coinvolte nell’inchiesta, ma ogni personaggio è, per qualche ragione, vittima dello stesso sistema di rimandi. Madri, figlie, mogli, amanti si riflettono a vicenda, in un susseguirsi di scambi, nei quali affetti, passioni e debolezze dell’una diventano colpe dell’altra: fardelli portati in maniera diversa, errori che ciascuna tenta di espiare a suo modo. Tutte le loro azioni sembrano seguire un unico filo conduttore, partendo “da una premessa sbagliata: l’amore non contempla l’abbandono. L’abbandono invece, a volte è l’unica via di salvezza da un amore morboso e malato, per quanto intenso “. Giulia parte da qui: dal bisogno di lasciare andare che ha fatto irruzione nella sua vita e, allo stesso tempo, di opporsi al più inaccettabile degli abbandoni: quello di una madre nei confronti della figlia. Il titolo stesso, del resto, richiama l’atto penitenziale cattolico, con un implicito rifermento a una morale comune e violata dal singolo.

Alla narrazione, in prima persona, dell’esperienza dell’investigatrice si affianca il racconto degli eventi che hanno portato alla sparizione di Virginia, madre e moglie ordinaria. Ma ogni donna sa che di ordinario nel turbine delle pulsioni che abitano i luoghi più reconditi del suo essere, al di là di ciò che il suo ruolo nella società le impone, non c’è proprio nulla. Giulia si scontra, quindi, con la necessità di capire cosa l’abbia portata al punto di rottura: che cosa ha sconvolto la vita della scomparsa, tanto da cancellare quell’adattamento che il contesto le aveva imposto fino a quel momento, tanto da svelare una sorta di frantumazione del suo “io” in molteplici personalità diverse?

Da questo punto di vista “Per mia colpa” è una perfetta rielaborazione moderna del concetto di maschera pirandelliana.

Lontano dalla densità di temi sociali e dall’attenzione alle dinamiche delle masse di “Un colpo al cuore”, questo nuovo lavoro è incentrato sulla psicologia del singolo e sulla sua intimità più nascosta, sondati con una delicatezza che dimostra, ancora una volta, la straordinaria capacità dell’autore di esplorare l’animo umano, in particolare quello femminile. Ne avevamo già avuto un esempio nei romanzi e, forse, ancor di più nella raccolta di racconti “L’ ira di Venere”; qui si arriva a un livello più alto: l’incipit del romanzo sembra davvero uscito dalla penna di una donna per la naturalezza con cui si segue un modo di pensare e sentire peculiari della mente femminile. Ciò non significa, però, che sia una storia che solo le donne possono apprezzare: i personaggi maschili, benché a volte in secondo piano, sono calati, in tutto e per tutto, nella dimensione che la collettività conferisce loro in quanto “uomini”: concentrati nel mantenere una “maschera” di virilità, forti a dispetto di tutto, ma fragili e distrutti nel profondo dagli eventi e dalle colpe proprie e altrui.

Un ultimo spunto: l’anima si nutre di parole, profumi, musica e immagini che restano indelebili e richiamano percezioni, momenti e luoghi cari. Chi scrive lo sa bene e non manca di regalarvi passaggi in cui vi sembrerà di percepire l’odore della salsedine e sentire sulla vostra pelle ”lo scirocco che soffia sulle coste sarde”. Vi accompagnerà con la sua colonna sonora in un viaggio attraverso pensieri e sensazioni che, a un certo punto, sentirete così vicino ai vostri, da non potervi più staccare dalla lettura fino alla soluzione- e chissà, forse fino alla catarsi- del finale.

Mimma

 

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