Pëtr N. Krasnov – L’amazzone del deserto

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Cosa ci fa una giovane ragazza in mezzo al deserto con la sola compagnia di noia e cosacchi? Cosa passa nella testa del comandante Ivan Paulovic nel vedere invasa la propria solitudine?

Siamo a Koldjat, al confine tra l’attuale Kirghizistan e la Cina, alle pendici del Khan Tengri.

Ivan, dicevamo. Solitario comandante nell’avamposto cosacco. Una vita fatta di poca emozione, tanta riflessione e consapevole solitudine. Tanti paesaggi, tanto mondo da osservare.

Fanny, dicevamo. Giovane, lontana nipote di Ivan. Ragazzaccio di una bellezza irresistibile, con scarsa propensione alla quiete e un’instancabile voglia di avventura.

Non un incontro casuale. Lei diretta nel posto apparentemente più noioso del mondo in cerca di nuove emozioni. Lui chiuso e respingente ad una qualunque presenza femminile nell’avamposto dal rigore militare. Lei inaspettatamente abile nelle arti maschili, imprendibile amazzone e sufficientemente folle da mostrare coraggio da vendere. Lui freddo e distaccato per dovere di etichetta e disabitudine ai rapporti umani.

L’evoluzione di un rapporto inaspettato ed inusuale raccontato attraverso avventure, battaglie, inseguimenti e giochi equestri. La natura sullo sfondo. L’inospitale ed affascinante deserto del Gobi a fare da palcoscenico a storie di sentimenti, gelosie, coraggio e ricerca d’avventura.

Fateci un salto, da quelle parti. I cosacchi sembrano persone interessanti…

 

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Barbara Fiorio – C’era una svolta

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Dissacrante, ironico, cinico, comico. La svolta del c’era una volta. L’antitesi del vissero tutti felici e contenti.

Occhei, che il lieto fine delle favole fosse sovente una variante dell’originale ideata apposta per non turbare i sonni dei bambini più sensibili non era certo un segreto. Che l’incanto fotografato da Disney nella trasposizione cinematografica delle più conosciute opere di Perrault e dei Grimm fosse del tutto funzionale a suscitare esclusivamente emozioni positive era prevedibile. Ma ad una lettura tanto irriverente non era scontato arrivarci…

Avete presente Cappuccetto rosso? Ricordate il finale secondo cui arriva il cacciatore a salvare lei e la nonna dalla pancia del lupo-cattivo? Ecco; nell’originale di Perrault non esiste. Non solo le due vengono divorate e addio lieto fine, ma il vivace e spensierato autore mette nero su bianco anche la morale, nel caso qualcuno avesse avuto dubbi sull’interpretazione del testo: «Da questa storia si impara che i bambini, e specialmente le giovanette carine, cortesi e di buona famiglia, fanno molto male a dare ascolto agli sconosciuti; e non è cosa strana se poi il Lupo ottiene la sua cena. Dico Lupo, perché non tutti i lupi sono della stessa sorta; ce n’è un tipo dall’apparenza encomiabile, che non è rumoroso, né odioso, né arrabbiato, ma mite, servizievole e gentile, che segue le giovani ragazze per strada e fino a casa loro. Guai! a chi non sa che questi lupi gentili sono, fra tali creature, le più pericolose!». Praticamente roba da cronaca nera. Voilà, la fiaba è servita!

E allora, se non avete paura che i vostri sogni infantili vengano infranti in un amen, scorrete con attenzione le pagine di C’era una svolta. Se non ci aveste mai fatto caso prima, date un’occhiata all’immagine che principi e principesse (e co-protagonisti e comparse…) danno di sé ad un occhio disincantato. Non ne escono benissimo, come si suole dire…

L’occhio disincantato è quello di Barbara Fiorio. Ma forse non è una questione di disincanto. E’ la straordinaria capacità di leggere ciò che tutti conosciamo pressoché a memoria con una prospettiva diversa. Analizzare personaggi ed azioni con occhio critico e razionale (ed umoristico, tanto umoristico). E anche con un po’ di turpiloquio seminato sapientemente qua e là, che – a proposito di cinismo – non guasta mai. E’ così scontato che Biancaneve accetti senza esitazione la mela offerta dalla strega? Tanto bella quanto stupida, insomma… Ecco, C’era una svolta è una collezione, al limite del geniale, di favolosi paradossi. Ce n’è per tutti. Riderete. Riderete tantissimo. E, perché no, magari scoprirete qualche dettaglio poco noto.

Certo, il rischio è che poi il significato di cavalli di battaglia del romanticismo spicciolo da baccaglio tipo “Sei ‘na favola”, “Mi fai vivere una favola” ne esca un tantino ridimensionato. Ma, in fondo, forse, servirà anche per capire che la realtà è meglio delle favole… ma non ditelo ancora ai vostri bambini! Con buona pace del buon Disney e delle sue rivisitazioni!

 

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Steven Amsterdam – La via più facile

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“Ciò che dà un senso alla vita, lo dà anche alla morte”

A. de Saint-Exupéry

“Ciò che dà un senso alla vita, dà un senso alla morte”. Questo è lo spirito con cui sono riuscita a giungere faticosamente all’ultima pagina di questo romanzo.

Romanzo noioso? No, neanche un po’.

Scrittura faticosa? Affatto. Lo stile scorrevole di Steven Amsterdam è una delle caratteristiche positive del romanzo.

E allora, qual è il problema? L’argomento. Il nocciolo della questione è proprio il tema che Amsterdam tratta: le cure palliative. Lo scrittore, infermiere esperto in cure palliative, vive e lavora a Melbourne. Ha deciso di narrare questo argomento perché ancora troppi sono i tabù che lo riguardano. Ed io ne sono una dimostrazione. Tuttavia, recensire per Ldl mi ha spesso dato la possibilità di mettermi in discussione e questo non è certamente il primo romanzo “scomodo” che mi trovo a leggere quindi ho davvero dovuto interrogarmi tanto per capire da cosa dipendesse questa ritrosia. Alla fine, giunta a metà libro, ho compreso. Amsterdam non stava narrando una storia, mi stava descrivendo in maniera semplice, chiara e minuziosa, la verità. I nomi delle cure, dei diversi tipi di cellule anomale, dei farmaci: una nomenclatura ormai nota per vicende di persone più o meno vicine, che in questa epoca moderna purtroppo ci accomuna un po’ tutti. Lo scrittore, delicato ma distaccato come un infermiere deve essere se vuole mantenere salda la mente, mi ha inchiodata davanti al “mio” problema (ossia il terrore della morte) agganciando personaggi e vicende sempre scrivendo al tempo presente. Il qui e ora sono la parte che mi ha spiazzata di più, come se mi stesse dicendo “Mentre tu sei qui, che decidi se leggermi o no, Annamaria, nel mondo quello di cui io scrivo, succede continuamente”.

Il protagonista principale è Evan, un infermiere come l’autore, che svolge il proprio compito di somministratore di cure palliative in gran segreto poiché sa i tabù che si nascondono dietro questo argomento. L’eutanasia è un argomento in cui, nel nostro Paese, si è dibattuto a lungo, anche grazie a fatti di cronaca relativamente recenti (è di pochi giorni fa la notizia di assoluzione di Marco Cappato per la vicenda che ha interessato la morte assistita di Dj Fabo). Il reparto in cui Evan lavora è ben strutturato e ha diverse mansioni. A causa di un errore, il protagonista che fino ad allora aveva sempre svolto un ruolo marginale (Osservatore) si trova a dover somministrare il cocktail che accompagnerà il paziente verso quella che viene chiamata la “dolce morte”. Nel libro è descritta con minuzia di particolari tutta la procedura, in cui si dichiara come il paziente debba essere assolutamente lucido e assumere autonomamente il farmaco. Evan, che inizialmente cerca di attuare meccanismi di difesa non ricordando volutamente i nomi dei parenti (le figlie di un paziente sono volutamente indicate col nome Figlia Maggiore e Figlia Minore, ad esempio) e non soffermandosi sui dettagli, vedrà capovolgersi la situazione, quando la madre affetta da Parkinson, si aggrava. Quale sarà allora la via più facile da seguire?

Al di là della mia personale fatica, questo romanzo ha molti meriti: in primis quello di descrivere con incredibile sensibilità un argomento tanto delicato come il rapporto di un paziente terminale con la morte e la gestione del lutto per gli affetti più cari. Da un’altra prospettiva l’autore ci mostra anche la difficoltà dei parenti nel relazionarsi emotivamente con una scelta così difficile e personale che non li riguarda pur riguardandoli.

Vi consiglio di leggerlo perché attuale, perché quando un libro ci mette alla prova e ci pone di fronte ai nostri limiti è di certo un romanzo che vale e perché alla fine se “ciò che dà un senso alla vita lo dà anche alla morte”, il solo strumento che ci rimane è l’amore. E non è poco.

 

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Donato Carrisi – Il suggeritore

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Il suggeritore è un romanzone con molti personaggi, una trama fitta di avvenimenti e vicende che devono essere lette con attenzione. Era e sempre sarà un libro attualissimo. Sei ragazzine rapite e mutilate, alcune uccise, sono l’incipit e il filo narrativo di una storia che non dà tregua e che esplora le zone tenebrose della mente di un serial killer; lui è un estremo mentre all’altro capo troviamo una task force di specialisti impegnati ad aggredire il problema con ogni mezzo possibile. L’identità dell’omicida sarà un mistero che spetta al lettore risolvere insieme a quel gruppo di poliziotti che imparerà a conoscere attraverso pagine impregnate di rabbia, rancore e sangue. C’è un aspetto che ho subito apprezzato e che definirei come l’anonimato dell’ambientazione. Carrisi, infatti, ci descrive una città scossa e impaurita da misteriose sparizioni e macabri ritrovamenti senza mai accennarne il nome. Mi piace quando un autore decide di lasciare libertà assoluta al lettore sul come immaginarne ogni quartiere e angolo; un libro scritto su misura per chi lo ha tra le mani. Voglio spendere qualche parole anche su alcuni dei protagonisti partendo dal serial killer: una figura di certo squallida ma che affascina; è lui che conduce il gioco e che ne manovra i meccanismi. Una figura che non si riuscirà mai ad individuare se non alle battute finali e per la quale vi chiederete se esista davvero oppure no. Ci sono poi Goran Gavila e Mila Vasquez che sono i veri leader della task force, nonostante lei sia l’ultima arrivata e subentri solo ad indagine avviata saprà ritagliarsi uno spazio privilegiato. Tenete a mente che la sua grande capacità è quella di ritrovare le persone scomparse. Boris, Stern, Roche, Kreep, Sara Rosa, ecc… si aggiungono come contorno ai due ma non sono da sottovalutare, specialmente l’ultima. Una critica qui la voglio fare. Si percepisce che sono tutti personaggi con una storia più o meno difficile ma non c’è un approfondimento che ci permette di venirne a conoscenza. Avrei voluto che Carrisi esplorasse maggiormente il vissuto degli uomini e delle donne creati dalla sua penna, magari al posto di quei paragrafi somiglianti ad estratti di volumi di criminologia forense che mi hanno poco incuriosito e molto annoiato.

E’ stato interessante scoprire come vengono catalogati gli assassini seriali e addentrarsi nei loro modi di agire. E’ da qui che nasce il titolo del romanzo: il suggeritore è quel serial killer che non agisce mai in prima persona ma, giocando sulla psiche dei suoi ‘discepoli’, inculca in loro la convinzione che uccidere qualcuno per un certo fine sia giusto. L’esempio forse più conosciuto è stato Charles Manson. Donato Carrisi dimostra una notevole padronanza del linguaggio, è perfettamente consapevole di dove vuole arrivare e di cosa vuole scrivere. Sa come depistare il suo lettore: alle volte nella giusta direzione e alle volte su un fuori strada tumultuoso e impervio. E’ meticoloso e preciso, se ripenso a quei tanto odiati ‘passaggi forensi’ di prima devo ammettere che sono sintomatici di una profonda conoscenza della materia. Tutti campi in cui sa muoversi con abilità. Si percepisce lo studio che sta dietro. Le descrizioni penso siano il suo punto di forza, di grande impatto visivo ed emotivo.

Donato Carrisi scrive un grande romanzo d’esordio. Un thrillerone di quelli potenti, cosa che fino alla pubblicazione era appannaggio dei grandi autori americani. Sicuramente non mi metto a confrontarli, laggiù è dove il genere è nato e ci sarebbe ben poca competizione ma Il suggeritore si distingue e reinventa le regole di un gioco fatto di ombre, multiple personalità e incubi abilmente celati. Ho scoperto un ottimo scrittore e capitano che ha saputo guidarmi lungo la prima tappa di un lungo viaggio alla scoperta del noir.

 

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Desy Icardi – L’annusatrice di libri

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Pensate di trovarvi in un attimo della giornata sopraffatti da un odore intenso, da un profumo, da una fragranza, che vi solletica le narici e poi scompare, ma che vi fa sprofondare in ricordi, spezzoni di vita, attimi, belli o brutti, sereni o no. Desy Icardi con il suo romanzo vi fa rivivere queste sensazioni, ed è brava con le parole: mentre descrive Adelina che annusa i libri, nel farvi cogliere anche spaccati della vostra vita che vi ritornano in mente mentre state pensando a quell’odore dalla protagonista citato.

Sì, Adelina legge i libri con il senso dell’olfatto invece che con la vista, e questo la porterà a incontrare tanti personaggi contenuti nei libri e a viverne la loro storia.

Speciale e così diverso, a tratti burrascoso, il rapporto con la zia Amalia, che imparerete a conoscere nei salti temporali del libro, ambientato in una Torino degli anni cinquanta.

Scrittura scorrevole, storia adattabile ad ambientazioni teatrali, è un libro che si legge volentieri, che ti fa volare con la mente tra l’aroma di un pizzico di peperoncino e un alito di menta.

Quando dovete staccare il cervello, leggetelo, sarà un po’ come essere Mary Poppins a spasso con il suo ombrello dentro una storia diversa per ogni pagina.

Leggi gli altri Appunti di viaggio su questo libro

 

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