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Antonio Manzini – Ah l’amore l’amore

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In Rien ne va plus (scheda | recensione), sua ultima indagine, avevamo lasciato Rocco Schiavone malamente ferito dopo un conflitto a fuoco destinato però a risolvere il caso.

Ora lo ritroviamo in ospedale, paziente assai impaziente, intento a recuperare le forze dopo l’asportazione di un rene, arrabbiato e insofferente per un vicino di letto rompiscatole, perché il cibo dell’ospedale fa schifo e per di più incapace di leggere i libri che la coinquilina Cecilia – madre del suo protetto, Gabriele – gli ha portato per distrarlo.
Ma neppure in ospedale Schiavone verrà lasciato tranquillo. Nella notte di Natale, l’imprenditore Roberto Sirchia, anche lui finito sotto i ferri per un tumore al rene, muore. Il chirurgo Negri, lo stesso che ha operato Schiavone, viene accusato di negligenza insieme alla sua equipe: a Sirchia, dopo una violenta emorragia scoppiata nel corso dell’intervento, è stato trasfuso sangue del gruppo sbagliato e sebbene la cosa sembri impossibile, il dottor Negri, affranto, accetta il verdetto e si prepara a pagarne le conseguenze.
Non così Schiavone che fin dall’inizio sente puzza di omicidio e decide di scoprire cosa in realtà si nasconda dietro la morte dell’imprenditore e chi l’abbia orchestrata così bene da farla apparire come uno sbaglio del chirurgo.

Cui prodest?’ si chiede il vicequestore, a chi poteva giovare la morte del famoso imprenditore dell’industria aostana degli insaccati, con una moglie e un figlio, Lorenzo, acido e aggressivo, che sembra unicamente interessato a ereditare la fabbrica e a incassare una grossa assicurazione sulla vita stipulata dal padre? E che ruolo ha nella vicenda Sonia Colombo, amante da dieci anni del Sirchia dal quale ha anche avuto un figlio? E chi, all’interno dell’ospedale, può aver agito per far morire l’imprenditore sotto i ferri?

Bloccato nel nosocomio di Aosta da una febbre post-operatoria che non accenna a scendere, Schiavone conduce la propria indagine con i soliti metodi al limite della legalità aiutato dai fidi collaboratori: Italo Pierron, Casella, Antonio Scipioni promosso nel frattempo viceispettore, Deruta e D’Intino.

Antonio Manzini mescola come sempre il tono scanzonato dei dialoghi e le situazioni quasi paradossali nelle quali Schiavone viene a trovarsi, con considerazioni e pensieri profondi e malinconici che affollano la mente del vicequestore e dei suoi sottoposti. Mai come stavolta, forse per l’approssimarsi del Capodanno, tutti alle prese con la risoluzione di uno o più problemi legati all’amore, quello passionale o quello spirituale poco importa.

Non mancano inoltre fugaci apparizioni degli amici romani di Schiavone e costanti richiami ai casi precedenti. Come resta costante la presenza di Marina, moglie defunta del vicequestore e sua coscienza buona, che gli appare, ironica e garbata, nei momenti difficili offrendogli immancabilmente una parola ‘nuova’ il cui significato, una volta scoperto, sarà simile a un piccolo indizio per la vita o l’indagine di Rocco Schiavone.

Un bel romanzo giallo ricco di humour quest’ultimo lavoro di Manzini, che non dimentica di affrontare anche argomenti scottanti come sono quelli legati alla mala sanità. Ma soprattutto un’opera corale fatta di esseri umani che soffrono, pasticciano con i sentimenti propri e altrui, si struggono e combattono, non sempre per cercare di migliorarsi. Di sicuro nella speranza di vivere una vita diversa e più ricca. In ogni possibile senso della parola.

 

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Antonio Benforte – Lo spazio tra le cose

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Antonio Benforte, giornalista e Social Media Manager del Parco Archeologico di Pompei, alla sua seconda prova letteraria per la casa editrice napoletana Scrittura&Scritture, con Lo spazio fra le cose ci racconta una vicenda semplice e quotidiana solo in apparenza. Paolo e sua moglie Marta, quarantenni e genitori del piccolo Niccolò, stanno traslocando in una nuova casa: una casa spaziosa e accogliente in grado di ospitare la loro famiglia arricchita di un nuovo elemento.
È Paolo a narrare quello che è, a tutti gli effetti, un rito di passaggio scatenato dal trasloco stesso: la casa che lentamente si svuota restituisce tesori e memorie impossibili da ignorare e che anzi spingono il protagonista e voce narrante a ripensare agli accadimenti della sua vita fino a quel giorno. La nascita di Niccolò, ad esempio, perché un figlio ti colloca, che piaccia o no, in una nuova condizione umana e sociale; ti impone responsabilità prima sconosciute e inesistenti; può, infine, essere un elemento destabilizzante in un rapporto di coppia che, fino a quel momento, sembrava filare a gonfie vele. In realtà, come ben presto Paolo scoprirà e come comprenderà, una coppia – con o senza figli – se vuole restare insieme deve sempre e comunque prepararsi a una lunga e inesorabile serie di cambiamenti e aggiustamenti. Ciascun partner muta nel tempo, talvolta non in sincrono con l’altro. Può succedere che l’equilibrio si spezzi e, come nel bellissimo esempio del vaso giapponese riparato con l’oro (kintsugi), assai bene usato dall’autore, sia necessario rimettere insieme con l’amore (l’oro) i cocci.

Scrivere una storia usando la prima persona e riuscire a mantenere nel corso della narrazione la giusta distanza dal proprio protagonista non è semplice, anzi! Antonio Benforte ci riesce molto bene toccando momenti di assoluto lirismo:

“Passiamo la vita ad aspettare. Aspettiamo buone notizie che non arrivano mai, treni che fanno tardi e ci fanno incazzare, weekend piovosi in cui riposare dopo settimane di lavoro sfiancante. Aspettiamo telefonate di amici che non sono tali, promozioni e gratificazioni che sentiamo di meritare, aspettiamo gioie e sorrisi che ci farebbero stare sicuramente meglio. Aspettiamo amori che ci facciano girare la testa…”

per raccontarci un personaggio, Paolo, in mezzo a un guado: da un lato la sua giovinezza, dall’altro l’età adulta; il vecchio lavoro dipendente e risucchiante e il nuovo impiego da free lance; la casa vecchia, che a poco a poco si svuota restituendo una serie infinita e struggente di ricordi visivi e sonori, momenti che non torneranno mai più, e la nuova casa: un territorio inesplorato e tutto da costruire, così simile a una ‘terra incognita’, a questo nuovo tempo nella vita di Paolo. Il trasloco diventa così la metafora di un viaggio verso l’ignoto – com’è a ciascuno ignoto il futuro. Cosa portare? Cosa lasciare indietro perché in fondo è solo inutile zavorra? Ma, quel che più conta, come ricostruire il traballante rapporto con l’amata moglie Marta?

Lo spazio fra le cose è un libro bello e affascinante perché riguarda tutti noi. Perché parla del tempo dell’attesa e di quello del movimento come trasformazione, della mutevolezza dei rapporti umani, di come esista un passato che ci ha formati e forgiati e di come venga il momento di metabolizzarlo e poi lasciarlo andare. Di come anche le cose accumulate negli anni parlino di noi e per noi con voce potente. Parla degli oggetti e dello spazio che li separa: quel vuoto apparente ricolmo invece di nostalgie e ricordi.

 

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Scrittura&Scritture


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Sacha Naspini – Ossigeno

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Luca Balestri, unico figlio del professor Carlo Maria Balestri, rinomato e acclamato antropologo, assiste impotente all’arresto del padre accusato di aver sequestrato e tenuto prigioniera una ragazza, Laura. Rapita bambina, Laura è sopravvissuta a quattordici anni di reclusione in un container nascosto nel mezzo della campagna del grossetano (o così supponiamo, poiché il luogo esatto non viene mai nominato). Accudita, nutrita, vestita e curata dal professor Balestri, che però negli anni non le ha mai rivolto la parola, limitandosi a fornirle tutto ciò di cui poteva aver bisogno per la sua crescita materiale e spirituale, Laura viene infine liberata e sembra tornare indenne alla vita di ogni giorno. Anzi, dimostra una cultura e una preparazione fuori dal comune che colpiscono e stupiscono chiunque venga in contatto con lei. L’unica stranezza è il suo occasionale autosegregarsi in luoghi angusti, rimanerci a lungo, in apparenza senza motivo.

Questa la storia nella sua essenza. In realtà, Ossigeno di Sacha Naspini è un romanzo nero, complesso e claustrofobico dove i temi portanti sono l’incomunicabilità, il desiderio di espiazione e naturalmente le gabbie morali, assai più strette e soffocanti di quelle materiali, in cui ogni essere umano corre il rischio di rinchiudersi o di rinchiudere gli altri.

Raccontato a più voci – quella di Luca, quella di Laura, quella della sua amica del cuore Martina e quella della madre della scomparsa – Ossigeno si spinge senza pietà nelle recondite pieghe dell’animo dei suoi personaggi.

Luca, che tenta di comprendere l’incomprensibile comportamento del padre, un tempo amato fino alla venerazione. Un mostro, come viene definito dalla stampa. È possibile avere due vite parallele così spaventosamente diverse fra loro? E poi, perché? Per quale scopo suo padre ha fatto quello che ha fatto. E lui stesso, Luca, figlio del mostro, erede del suo DNA, non è possibile che prima o poi manifesti gli stessi comportamenti? E quale sarà il suo ruolo nel prosieguo della vicenda? Proteggere Laura? Studiarla a suo modo, da osservatore non partecipante? Rivivere la stessa esperienza di reclusione per espiare una colpa inscritta nel suo sangue?

In quanto alla madre di Laura, come può essere la vita di qualcuno la cui figlia scompare nel nulla per quattordici anni? Disperazione, angoscia, un matrimonio a rotoli, un’esistenza, che era già piena di stenti e privazioni prima che la figlia sparisse, diventata un incubo di desolazione e fuga dalla realtà dopo. E poi, d’improvviso, a quattordici anni di distanza, Laura, ormai donna, ricompare, torna a vivere con sua madre sebbene in una città diversa, in una casa diversa.

Nel sottofondo sconcio di me c’è una matta che strepita giorno e notte: quella figlia non doveva tornare. La sua ricomparsa è uno schiaffo al lavoro fatto per salvarmi.

Martina, l’amica d’infanzia, legatissima a Laura, che negli anni ha continuato a parlarle nel proprio cuore, con speranza, amore e un costante senso di colpa per averla lasciata solo il giorno in cui è sparita.

E Laura stessa, l’unica raccontata in terza persona, negli anni del suo esilio crudele.

Naspini governa con sapienza e distacco ciascun personaggio grazie a una scrittura limpida e senza sbavature, bravissimo a calarsi nei differenti ruoli così da rendere estremamente reali i suoi interpreti. Ossigeno, come dicevamo, è un libro acuto e complesso che, al di là della storia narrata e dell’inquietante finale, offre una miriade di spunti di riflessione su quello che alberga nell’animo di ciascuno di noi e su come, per citare Paul Bourget, i nostri atti ci seguono. Siamo tutti eredi di qualcuno, ma è forse giusto che le colpe dei padri ricadano sulla loro progenie? La parola ai lettori.

 

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Giampaolo Simi – I giorni del giudizio

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Dire che Giampaolo Simi è tra le voci migliori e più articolate dell’attuale e variegata compagine gialla italiana sembra quasi scontato. Chi ha letto i suoi libri – Cosa resta di noi, La ragazza sbagliata, Come una famiglia, solo per citare gli ultimi – sa bene quanto Simi sia abile a mescolare una trama gialla con il contesto sociale in cui si svolge, a indagare in modo acuto e talvolta spietato non solo sul delitto, ma sulle vite dei personaggi: la loro provenienza sociale, le passioni e le vigliaccherie, le storie personali e i drammi interiori.

I giorni del giudizio potrebbe definirsi un legal thriller poiché gran parte del romanzo altro non è che lo svolgersi del processo contro Daniel Bonarrigo, proprietario della catena ‘Italian food&more’ costituita da ristoranti sparsi nel mondo dove è possibile gustare l’eccellenza del cibo italiano, accusato di aver ucciso la moglie Esther e il presunto amante di lei, il giovane Jacopo Corti. Un delitto efferato, un massacro a colpi di lama avvenuto nella meravigliosa Villa della Lucchesia di proprietà della coppia Bonarrigo, La Falconaia.

Chiamati a costituire la giuria popolare della Corte d’Assise che deciderà della colpevolezza o dell’innocenza del Bonarrigo, sei personaggi. La bibliotecaria ultracinquantenne Iris, l’infermiere in precoce pensione Terenzio, lo youtuber ed esperto di videogiochi italiano ma nato in Scozia, Malcolm, l’emigrato ora cittadino italiano Ahmed, la ex Miss proprietaria di una boutique di lusso a Viareggio, Emma e per finire la trentenne eternamente precaria Serena. Sei italiani diversissimi fra loro, ma rappresentativi, ciascuno a proprio titolo, del nostro Paese.

Dopo l’iniziale resistenza a ricoprire l’incarico per il quale sono stati sorteggiati, li vedremo interagire con la giudice Nicola e il giudice a latere Fassi, prodighi di spiegazioni sullo svolgersi del processo, il formarsi delle prove e il modo in cui ci si aspetta che una giuria prenda le proprie decisioni nei confronti dell’accusato. E qui, per i profani della materia, si apre un mondo che Simi è bravissimo a descrivere e spiegare senza mai, neppure per un istante, annoiare il lettore. Intorno al processo si accaniscono televisioni, stampa e opinione pubblica come tante volte abbiamo visto accadere. Difficile per i giurati mantenersi al di sopra della mischia e della ridda di ipotesi e illazioni che li bersagliano da ogni parte. Difficile persino sfuggire ai tentativi mirati a influenzare alcuni membri della giuria, visto che dietro il presunto colpevole c’è un impero economico di grande entità.

Ma la grande bravura di Simi risiede nel raccontarci tutto questo, e molto di più, attraverso ogni singolo giurato. Quanto la vita di ciascuno di loro, le esperienze passate e presenti, i rapporti umani che si instaurano poco a poco nel piccolo gruppo saranno determinanti nell’influenzare la decisione finale? Sei esseri umani i quali, ciascun giorno della loro vita, devono non solo occuparsi di stabilire, seguendo il dibattimento processuale, l’innocenza o la colpevolezza di un altro essere umano, ma nel contempo sbrogliare la contorta matassa delle proprie esistenze: le difficoltà incontrate sul lavoro, un matrimonio che non sta più in piedi, un passato fatto di sogni non realizzati e un presente grigio e deprimente, l’incomunicabilità e il disamore di figli e compagni, la solitudine scelta o che li ha scelti. Sei esseri umani, un microcosmo che nelle sue passioni e reazioni rappresenta uno specchio impietoso dell’umanità intera.

Sei esseri umani che finiranno per ritrovarsi, d’improvviso e vista la risonanza mediatica del processo, sotto i riflettori con tutto ciò che questo comporta, nel bene e nel male.
Il racconto del processo e delle vite dei giurati offre all’autore una splendida occasione per narrare un’Italia stremata e confusa, arrabbiata e assetata di una giustizia di cui, alla fine, poco si sa, vuoi per ignoranza, vuoi per la complicazione nel capirne i meccanismi e quindi vituperata e disprezzata.

Un Italia che si riflette, come una metafora surreale, nei giorni frenetici dei Lucca Comics & Games, meravigliosa fiera della fantasia e del mondo virtuale dei videogiochi, descritta da Simi in modo magistrale. La grande fuga dalla realtà.

 

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Marco Balzano – Le parole sono importanti

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Le parole sono importanti molto più di quanto ciascuno di noi creda o immagini. Le parole sono la prima fonte di comunicazione fra gli esseri umani da un numero così elevato di anni da perdersi nella notte dei tempi. Non importa che lavoro facciamo – scrittori, comunicatori, docenti, traduttori o semplici esseri umani preda della curiosità di sapere e dunque lieti di interrogarci un po’ su tutto – resta il fatto che le parole, scritte o pronunciate, hanno un peso, lasciano un segno, possono curare o ferire, legare o sciogliere, dare o meno di ciascuno di noi un’immagine precisa o contraffatta. Le parole possono ingannare o intossicare chi le ascolta, possono convincere, trascinare, allontanare, possono persino farci innamorare di qualcuno che poi magari si rivelerà indegno.

Di conseguenza – questo il messaggio di Marco Balzano il quale, prima di essere un eccellente scrittore nonché vincitore del premio Strega per il 2019 con Resto qui (scheda | recensione), è un insegnante – è di grande utilità e interesse conoscere l’etimologia e dunque il senso e il significato vero e profondo delle parole che usiamo. Quelle che Balzano ha scelto per scrivere questo piccolo, ma delizioso e ricchissimo saggio, non sono parole difficili o complesse. Sono parole che usiamo ogni giorno, che fanno parte del linguaggio condiviso da tutti noi. E sono solo dieci: divertente, confine, felicità, social, memoria, scuola, contento, fiducia, parola, resistenza. Per ciascuna di loro lo scrittore ci racconta origine, storia, significati – spesso più d’uno – aneddoti, servendosi di autori e testi fondanti per la cultura italiana ed europea.

Nella bella introduzione Balzano dice:
Quando ci raccontano un’etimologia, qualcuno ci svela cosa c’è dentro la parola e da semplice referente la trasforma in un mondo da esplorare, un mondo pieno di elementi che erano sotto i nostri occhi, ma che non avevamo mai notato. Proviamo un entusiasmo immediato perché riconosciamo qualcosa che non sapevamo di sapere.

Così scopriamo, ad esempio, che la parola ‘divertente’ viene dal latino de-verto, dove ‘de’ ha funzione di allontanamento e ‘verto’ significa girare, allontanarsi. Anche la parola ‘divorzio’ nasce da questo etimo. Sta di fatto che il divertente ci ‘diverte’ perché il suo modo di raccontare una storia non segue i percorsi battuti dai più, sceglie invece una via alternativa (che si allontana dai sentieri noti) allo scopo di ‘disinnescare il pathos e allentare la tensione’. O ancora che la parola felicità viene dall’aggettivo latino felix che ha la stessa radice di fecundus, termine riferito alla capacità di generare anche in campo agricolo (generare frutti). Infatti la dea Felicitas portava frutti, ricchezza e abbondanza e veniva rappresentata con una cornucopia fra le braccia. Leggendo più avanti al termine Fiducia scopriamo che Fides è il sostantivo di credo e poiché la radice dei due nomi è diversa, Balzano ci spiega che il loro accostamento è avvenuto per ragioni storiche e religiose. Da Fides, fede, nasce la fiducia, l’affidarsi all’altro, ma mentre la fede è un atto dogmatico, la fiducia resta un atto sospeso, legato non solo a noi, ma soprattutto a colui o colei nei quali riponiamo la nostra fiducia, appunto.

Dieci semplici parole da leggere e studiare con attenzione mentre davanti ai nostri occhi si spalanca un mondo nuovo e nasce in noi – in me di sicuro – la voglia di saperne di più, nella serena certezza che l’etimologia è una disciplina, o se preferite una scienza, empirica poiché ancora oggi il mistero che avvolge la mancanza di una perfetta coincidenza fra cose e parole resta irrisolto. Un piccolo meraviglioso libro questo di Balzano, da leggere e rileggere non dimenticando anche la ricca bibliografia che l’autore ha utilizzato per comporlo.

 

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