Luoghi di libri

Daniel Speck – Volevamo andare lontano

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Se c’è un libro adatto per Luoghi di Libri, amici lettori, è proprio questo: “Volevamo andare lontano” dello sceneggiatore e scrittore tedesco Daniel Speck. La storia di più generazioni si dipana tra Monaco di Baviera, con i suoi freddi inverni, Milano, Napoli e Salina, perla minuscola delle Eolie. Daniel Speck ci porta a passeggio tra i Navigli, davanti al Duomo e in Galleria, ma anche nella periferia di una Milano Industriale e tra i capannoni della fabbrica ISO-Rivolta. Sazi della città ci spostiamo per prendere fiato tra le descrizioni della natura incontaminata, così come l’animo dei suoi sparuti abitanti, di Salina: isola selvaggia, simbolo delle radici. Torniamo di nuovo nell’ambiente urbano, in un alternarsi di flash back tra la Monaco degli immigrati italiani degli anni ’50 e la Monaco del nuovo Millennio per poi concludere con uno scorcio di Napoli, città dall’animo caloroso, in cui i protagonisti si ricongiungeranno all’ombra benevola del Vesuvio.

I destini di due famiglie si intrecciano, in un infittirsi di misteri, abbandoni e rinunce, dal 1954 fino ai giorni nostri. Precisamente la storia inizia nel 2014 a Monaco, quando Julia, promettente stilista trentenne, viene avvicinata da un uomo, Vincent, che dice essere suo nonno. La donna, cresciuta da una madre libera e anticonformista, non ha mai conosciuto il vero significato della parola famiglia che quell’uomo, ormai al termine del proprio cammino, le pone davanti. Non solo Julia non ha mai incontrato prima il nonno ma è cresciuta nella menzogna della morte del padre, che invece scopre essere vivo e vegeto in Italia.

La storia di Julia si interseca con quella di Giulietta, il solo vero amore della vita di Vincent, a cui tra l’altro assomiglia in modo sorprendente. Vincent le chiede di ritrovare il padre e la donna, all’inizio riluttante, accetta per porre fine ad una vita, la sua, in cui non si è mai sentita parte di nulla. Julia parte per l’Italia alla ricerca delle proprie origini e la sua narrazione si alternerà con quella del diario di Giulietta segreto che le viene consegnato da uno zio, rimasto fino ad allora nell’oscurità delle verità celate. Julia non è più sola e non è più la sola a voler chiudere dei cerchi, per perdonare ed essere perdonata a propria volta.

Il viaggio in Italia sarà un viaggio alla ricerca di se stessa e delle proprie origini come pure il viaggio di ritorno in Germania sarà, per l’uomo che le viene padre, un viaggio a ritroso nei ricordi.

Daniel Speck, con l’abilità propria dello sceneggiatore, dipinge paesaggi e scenari che il lettore riesce a vedere e personaggi da immaginare.

Piccola curiosità: l’adattamento del romanzo è stato realizzato come mini-serie televisiva in collaborazione con RAI e ZDF ed è stato mandato in onda col titolo “Volevamo andare lontano – bella Italia” nel 2019.

Consigliato perché le storie di emigrazione e immigrazione dipendono sempre dal punto di vita di chi le legge o le vive.

Annamaria

 

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Roberto Vecchioni – Lezioni di volo e di atterraggio

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Raccontare storie, e lasciar parlare anche il silenzio. Pungolarsi, emozionarsi, cercare verità alternative. Perché una lezione sia davvero magica ci vuole qualcuno che sappia trasmettere il suo sapere e qualcuno che sappia ascoltarlo. Occorre volare, e poi atterrare, tutti insieme”.

Milano anni ’80. Il Parco cittadino. Un professore di latino e greco. Un gruppo di studenti con nomi di pittori: la Khalo, la De Lempicka, il Robusti, il Sanzio e altri ancora. Questi sono gli ingredienti delle “Giornate di Follia” che il Professore, un Vecchioni appena divenuto famoso con Samarcanda, mette in atto per loro. Si discute del tutto e del niente ma in questo “niente” si esplorano una molteplicità di significati e di significanti, pensieri filosofici che hanno influenzato il comune buon senso, riscritture di opere solenni come la creazione dei Vangeli, le avventure di Odisseo, la battaglia di Gettysburg che fa da sfondo a “via col Vento”. E poi si pongono quesiti di cui non si ha risposta o a cui non corrisponde una verità assoluta, ma con i quali si intraprendono viaggi di conoscenza. E i viaggi di conoscenza delle giornate di follia sono “democratici”, per cui si può discutere con un francese professore in pensione che dà una lettura geniale di De André, si può accompagnare Alda Merini con la chitarra smozzicando con lei pane raffermo e assaporandone la lucida follia nei versi geniali. Si può andare in una piola, per dirla alla piemontese, a mangiare riso con le rane e trovarsi a dover rispondere alla domande delle domande: “ma gli uomini come hanno imparato a parlare?”. E per amore della conoscenza capita di iniziare a disegnare diagrammai di semiotica e di citare nomi altisonanti come quello di De Saussure ad un’ oste che, in cuor suo, non pensava di averti creato un tale sconquasso interiore con quella domanda. “Capita, a volte capita” per citare Franco, un saggio oste che ha condiviso con Luoghi di Libri parte del cammino. Vecchioni ci dona queste “lezioni” di volo – che nelle Giornate di Follia si vola alto- e di atterraggio di una bellezza, genuinità e semplicità commoventi. Lezioni al parco, all’aperto, in osteria o anche dietro ad una cattedra. Lezioni per tutti: studenti, poeti, osti, baristi, cantautori e professori. Lezioni di Greco e Latino, di Poesia, di Storia della Musica, di Epica, di Teologia. Lezioni di vita. Che vivere vuol dire volare, vedere le cose dall’alto e dall’altro (punto di vista), staccarsi dalle proprie certezze e andare alla ricerca continua di quel che non si sa, del nostro io-mancante. E poi atterrare, senza cadere rovinosamente al suolo ma planando con delicatezza, appoggiando il nuovo su ciò che già c’era, pronti a ripartire tutti insieme.

Vecchioni scrittore non delude mai, che sia il testo di una canzone o la pagina di un romanzo. Lettura fortemente consigliata, con un po’ di nostalgia per quella Scuola che fu ma fermamente convinta che esistano ancora quei professori capaci di volare e di far spiccare il volo ai loro ragazzi.

Annamaria

 

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Giuseppe Culicchia – Il tempo di vivere con te

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Personalmente, Giuseppe Culicchia per me rappresenta la Sicilia, Marsala. Me lo fece conoscere anni fa una cara amica che mi regalò un suo romanzo ambientato appunto a Marsala, la città di origine del padre.

Ci ha abituati ad una scrittura apertamente autobiografica Culicchia, senza vergogna di mettere a nudo ansie, preoccupazioni o dispiaceri e senza il timore scaramantico di condividere con i lettori le gioie e i successi della vita privata e di scrittore.

Il tempo di vivere con te” è spiazzante. Culicchia ci porta nuovamente nella vita di una famiglia, la sua, e nella Storia degli Anni di Piombo, durante la sua infanzia. Il racconto si rivolge al ricordo dell’amato cugino Walter dapprima descrivendolo con lo sguardo intimo e adornante del bambino che lo scrittore fu, in seguito con l’occhio critico di chi, a posteriori, comprese la dimensione storica del dramma personale vissuto. Walter Alasia, cugino, compagno di giochi, amico fraterno, eroe e idolo dello scrittore quando era un bambino, viene ucciso durante il tentativo di arresto da parte della Polizia nell’appartamento in cui viveva con i genitori a Sesto San Giovanni. La storia famigliare si mescola con la Storia di un periodo difficile per l’Italia, sul quale c’è ancora molto da dire e molta luce da fare.

La narrazione si sposta da Sesto San Giovanni a Grosso Canavese. I nomi elencati sono molti e appartengono a fatti di cronaca che il nostro Paese troppo spesso finge di non ricordare: poliziotti, studenti, giudici, imprenditori. Tutti abbattuti dalla furia di riscatto di un “movimento” che pone la violenza come base della giustizia sociale da cui dice di essere animato: le Brigate Rosse.

Culicchia prova ad immedesimarsi in Walter, a comprendere cosa lo abbia spinto ad unirsi alle BR. Analizza ma non giustifica, racconta ma non commenta. Cerca di delineare una visione d’insieme che renda giustizia alle vittime di un potere malato in cui la distinzione dal carnefice non è mai netta.

“Il tempo di vivere con te” è la commemorazione di una persona cara, la condanna di ideali che la politica ha utilizzato per muovere le sue pedine all’interno della classe operaia, il ricordo di gesti efferati e la pena che si prova nel riconoscere che forse non conosciamo mai veramente il nostro prossimo. Neanche se a lui ci lega un legame che neppure la morte può dissolvere.

Annamaria

 

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Alice Basso – Il morso della vipera

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Vani Sarca mi ha tenuto compagnia durante la prima “quarantena”: la leggevo la sera, prima di addormentarmi, come un balsamo. Se io, come tutti, non potevo uscire di casa, c’era Vani che mi ricordava quanto fosse bella Torino, la sua collina e Avigliana e tutti i luoghi in cui le sue avventure l’hanno portata durante i cinque romanzi. Che ho letteralmente divorato. Perché finito il primo, non potevo non voler sapere a cosa stesse lavorando ora quella che in un certo qual senso era diventata un’amica. E poi, affezionarsi a Vani ha significato voler bene un po’ anche a Berganza e a Irma e Riccardo e a tutti i personaggi che, con lei e attorno a lei, hanno sfilato nelle sue avventure.

Arriva l’estate e si prova a respirare un po’, seppure con cautela. Le mie letture estive, ahimè, sono state non troppo rilassanti per preparare un concorso che aspettiamo dall’anno Duemilaesempre e si farà nell’anno Duemilaemai.

Poi, ecco l’autunno e di nuovo numeri, percentuali, contagiati, malati, mascherine, DaD o DDI poco importa ma la scuola quella vera non si ferma ed ecco l’uscita de “Il morso della vipera”, il nuovo romanzo di Alice Basso, la “mamma” di Vani Sarca.

Lo prendo e lo tengo lì, nella mia scorta di “piccoli momenti di felicità per nutrire la Resistenza”. Resistere a questa situazione sempre, possibilmente circondandosi di ciò che mi fa bene, come la lettura. Per cui Anita Bo è stata a decantare alcuni mesi in libreria. Poi, qualche settimana fa l’ho iniziata. Inutile negare che Vani mi mancasse tantissimo, che la cercassi in qualche gesto o battuta di questa Anita, apparentemente troppo bella per essere anche intelligente. Incantata dalla descrizione di Torino negli anni ’30 e dalla pertinenza storica dei personaggi, ad un certo punto ho capito che stavo commettendo un grande, grandissimo errore: cercare Vani in Anita non è possibile ed è giusto che non ci abbia trovato la benchè minima somiglianza. Nel momento in cui ho dato una chance a questo nuovo personaggio, la lettura è diventata scorrevole e ho potuto godere di tutte quelle sfumature che a noi, Millennials o quasi Millennials, quasi sembrano scontate.

Anita Bo, figlia di una coppia di tabaccai, ha vent’anni nella Torino del 1935. La Seconda Guerra Mondiale non è ancora nei pensieri della gente, neppure di Mussolini forse, ma i Fasci controllano la vita degli onesti cittadini senza farsi sfuggire nulla e manipolando la verità a proprio uso e consumo. Anita vede davanti a sé un futuro radioso con un bel rampollo di una famiglia di commercianti della città, Corrado, ma nelle sue vene, grazie alla migliore amica Clara e alla ex insegnante di dattilografia, Candida Florio, scorre una voglia molto particolare per quei tempi: il desiderio di emancipazione. Così Anita decide di lavorare un po’ di mesi come dattilografa, pur essendo stata una delle peggiori alunne di Candida in quel senso, e viene assunta presso la casa editrice del signor Muzio Monnè, che pubblica la rivista Saturnalia, settimanale di racconti gialli. Qui mi fermo, perché se no è spoiler ma sappiate che ho imparato più informazioni sulla storia del giallo italiano e sul rapporto tra Fascismo e scrittura da Anita Bo che da qualsiasi altra persona. All’interno del romanzo poi, la vita personale e affettiva di Anita si fonde con un mistero irrisolto, la versione sbagliata della Storia che il Fascismo vuole vendere ai cittadini. E Anita, cresciuta a pane e bellezza, convinta di non possedere nient’altro che la propria figura snella e sinuosa e il proprio visino da diva, scopre di avere un grande talento per le storie.

Le suggestioni che Alice Basso ci regala in questo romanzo (il primo di tante avventure di Anita Bo, speriamo!) sono molteplici: dalle geometrie di una Torino che diventa sempre più espressione del Regime, alle poesie ancora non note a quel tempo in Italia di Edgar Master Lee ma che, decenni dopo De Andrè trasformerà in canzoni e ancora grandi nomi di giallisti americani, Raymond Chandler uno tra tutti. Insomma incontrare Anita Bo e i suoi amici è stata una rivelazione, un piccolo lumino in questo lungo inverno che non è ancora terminato.

Consigliatissimo.

Annamaria

 

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Virginia Woolf – Una stanza tutta per sé

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A cavallo tra le due Guerre, c’era una donna, una scrittrice, romanziera e saggista inglese, vanto della letteratura britannica, che si batteva per i diritti delle donne. Non era una figura imponente, niente affatto: slanciata ma molto molto magra, continuamente in preda a sbalzi d’umore, dubbi ed esaurimenti nervosi, Virginia Woolf rappresenta una delle anime più fragili, sensibili e meravigliosamente complicate della Letteratura del ‘900. Un essere complesso e dalle mille sfumature, così delicata nell’animo da percepire minacce che la gente comune ancora non vedeva. Si tolse la vita il 28 marzo del 1941, prima che la Guerra potesse manifestarsi in tutto il proprio orrore.

Folle tra i sani e sana tra i folli: mi è sempre piaciuto immaginarla così. Combattente per i diritti concreti delle donne nei saggi dedicati alla loro indipendenza e visionaria mistica per nei suoi romanzi.

Tra i numerosi scritti, Virginia Woolf ci lascia un saggio più che mai attuale, “Una stanza tutta per sé”. In questo periodo in cui si parla ancora di femminicidio, in cui la parità di stipendio a parità di titolo di studio e mansione è ancora un miraggio e sembra si debba scegliere tra la gratificazione professionale e quella familiare, avere per le donne, una stanza tutta per sé è ancora un miraggio.

La scorsa primavera, Luoghi di Libri, insieme ad alcune scrittrici ed editrici amiche, si era interrogata su questo tema e ne era scaturita una discussione interessante in cui le parole della Woolf trovavano una nuova lettura in chiave moderna. La scrittrice affermava che una donna per poter scrivere necessitasse di una stanza tuta per sé e di indipendenza economica, che non la rendesse proprietà di alcun uomo. Si interrogava inoltre sul perché prima del ‘700 ci fosse la totale assenza nel panorama letterario inglese di romanzi o sonetti scritti da donne, nonostante le donne fossero il soggetto principale degli scritti maschili. E come risposta inventò l’esistenza paradossale di Judith Shakespeare, sorella del più celebre William: l’esistenza di una ipotetica sorella scrittrice non sarebbe stata rose e fiori a quei tempi. Avrebbe avuto la stessa istruzione, credibilità e seguito del fratello? Avrebbe potuto vivere le stesse esperienze da mettere poi su carta? Sicuramente no. Ecco spiegata l’assenza delle donne in letteratura fino ad un certo periodo. Ma adesso, come la mettiamo? Adesso che le donne hanno raggiunto la tanto agognata indipendenza economica, adesso che possono permettersi una stanza tutta per sé, cos’è che manca loro? Il tempo. Virginia Woolf ci perdonerà se aggiungiamo alla sua lista di motivi per cui è tanto difficile per le donne entrare nell’agognato Olimpo della letteratura, la difficoltà di ritagliarsi del tempo. Adesso che possiamo frequentare le università, che il nostro livello di istruzione è pari se non a volte superiore a quello dell’altra metà del cielo, che non veniamo più allontanate dalle biblioteche, adesso proprio adesso, nel nuovo Millennio, ci manca il tempo. Donne multitasking che si dividono tra il vero lavoro (perché un’altra verità da condividere, cara Virginia, è che nel 2020 di scrittura non ci campano più neppure gli uomini, figuriamoci le donne), la famiglia, la casa da mandare avanti e la scrittura. Quando scrivono le donne? Di notte o nel weekend, ci avevano risposto a suo tempo le amiche scrittrici. Mentre i figli sono alle partite o la casa dorme. Perché lo fanno allora, se è così faticoso? Perché, forse, un particolare che la Woolf non poteva conoscere è che, quando diventi multitasking, ad un certo punto hai l’urgenza di rallentare, di trovare nella tua mente quello spazio accessibile solo a te. Ed è proprio grazie alla scrittura che quello spazio prende forma.

“Una stanza tutta per sé”, da leggere perché non è mai troppo tardi per ritagliarsene una.

Annamaria

 

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