Luoghi di libri

Elena Molini – La Piccola Farmacia Letteraria

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Che la lettura sia una “cura” per lo spirito noi di Luoghi di Libri lo sosteniamo da sempre, infatti abbiamo cercato di sensibilizzare i nostri “follower” – che figo dirlo, fa tanto Ferragni 😊- con il progetto “Audioteca”, iniziato durante il primo lockdown e portato avanti tutt’ora.

Leggere vuol dire viaggiare, almeno con la fantasia.
Leggere vuol dire conoscersi e conoscere altro da sé – altre culture, altre persone, altri pensieri, altre idee.
Leggere vuol dire vivere altre vite oltre la nostra, camminare in altri mondi e gustare altre avventure.

Eppure l’editoria è in crisi, da quanto ci dicono i dati. Ci sono sempre più scrittori ma sempre meno lettori, come se tutti avessimo molto da dire ma non volessimo ascoltare il prossimo. Individui egocentrati che pascolano nelle librerie o sui social solo per vedere in che posizione sia il proprio manoscritto. La Letteratura è da sempre specchio dei tempi ma mai come ora lo è anche la sua fruizione.

Blu, la vivace proprietaria di una piccola libreria in un quartiere non proprio centralissimo di Firenze, ci racconta la sua prospettiva, dall’altro lato del bancone: la letteratura è il suo mondo, la libraia prima che una professione è una vera e propria passione ma… occorre un’idea geniale per riuscire ad arrivare alla fine del mese. Nasce così La Piccola Farmacia Letteraria, un’idea che conquisterà lettori e scrittori e di cui tutta Italia parlerà: ogni libro è una “medicina”, corredata da tanto di bugiardino e prescrizione. Ci sono autori per il mal d’amore, per le amicizie lontane, per gli amori non corrisposti, per l’ansia da prestazione: Blu, aiutata da tutti gli amici che le ruotano intorno, riuscirà ad accoppiare ciascun lettore con un titolo ad hoc.

Ho amato questo romanzo perché:

  • la biblioterapia mi affascina dal primo romanzo che presi in mano in vita mia: “Piccole Donne”. In una afosa estate torinese, non ero più una bambina di sette/ otto anni che si annoiava durante interminabili pomeriggi afosi ma diventavo una ad una le sorelle March. Piccole donne è stato il mio antidoto alla noia e da lì non mi son mai più fermata.
  • La “Piccola Farmacia Letteraria” esiste davvero (www.piccolafarmacialetteraria.it) e, in parte – e se volte sapere perché dovrete leggerlo è una storia autobiografica. Ma ci pensate? Esiste davvero un luogo, a Firenze, in cui c’è un titolo per ogni acciacco dello spirito.
  • Adoro i libri che trattano, in maniera leggera quasi impalpabile, problematiche reali come crisi personali o di settore.

Il messaggio del romanzo è positivo e propositivo: i momenti di crisi fanno scaturire idee geniali.

Consigliatissimo!

Annamaria

 

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Enrico Galiano – L’arte di sbagliare alla grande

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Il segreto non è prendersi cura delle farfalle, ma prendersi cura del giardino, affinché le farfalle vengano da te.

Alla fine troverai non chi stavi cercando, ma chi stava cercando te.

M. Quintana

Questa che state per leggere è una recensione al contrario di un libro al contrario, ma vediamo perché.

La recensione inizia dalla fine e cioè dai motivi per cui leggerlo e soprattutto la tipologia di lettori a cui è indirizzato: questo è davvero un libro per tutti, qualsiasi tipo di essere umano. Si può dire che non ci sia lettura più inclusiva di questa perché di errori si parla e da questo siamo tutti accomunati. Perché leggerlo? Perché questo è un libro che parla. Okay, va bene, tutti i libri ci parlano più o meno di noi, dei nostri sogni, delle aspettative deluse e di quelle realizzate ma questo libro parla dei nostri errori e del perché anche l’essere umano modello, il cittadino più zelante, perfino uno dei professori più acclamati dall’editoria, li abbia commessi e li commetta. E qui arriviamo al nocciolo della questione: un libro al contrario perché in queste pagine il Prof. Galiano fa quello che poche volte gli adulti e soprattutto gli insegnanti fanno: si rivela. Si rivela ai lettori, ai suoi studenti, ai colleghi, ai genitori e soprattutto a se stesso (o a sé stesso come preferisce lui). Lo fa con semplicità, partendo dal sé bambino di otto anni e analizzando le tipologie di sbagli commessi nella vita, andando a scavare nel “sottosuolo” dei ricordi da non condividere. I professori, specialmente, non lo fanno- potremmo dire che gli adulti in genere sono restii a farlo- perché noi siamo quelli che hanno le risposte, quelli che correggono gli altri, quelli che insegnano come si fa e come non si fa. In realtà non è affatto così e Galiano ci mostra come, quando abbiamo l’umiltà e soprattutto la forza di accollarci questa fatica del vivere, condividere gli errori, gettare la maschera può essere una liberazione ma anche una rivelazione per vivere meglio sia con noi sia con gli altri, per raggiungere obiettivi che ci precludevamo da soli.

Non voglio anticipare troppo, perché secondo me è davvero un libro che merita una lettura ma vi dirò che mi ha colpito molto la parte sull’ansia. Troppo spesso ormai, nella nostra società e di riflesso nelle nostre scuole, l’ansia ha conquistato il valore di status sociale insieme allo stress: adulti e meno adulti vivono perennemente in stati d’ansia e stressati dal lavoro, dalle relazioni. L’ansia viene diagnosticata dagli specialisti dei disturbi dell’apprendimento come un vero e proprio limite (sapete quante volte la diagnosi di uno specialista riposta la parola “ansietà”) come se fosse una situazione extra-ordinaria. Galiano, prendendo in prestito le parole di Kierkegaard: l’ansia è il sentimento degli uomini liberi e nasce dal non sapere quale sarà l’esisto di un evento e in che modo le nostre scelte lo condizioneranno. E qui mi riaggancio a quello che dico a chi mi pone di fronte alle proprie ansie: l’ansia è nostra amica se sappiamo gestirla perché può essere sia campanello d’allarme sia un impulso a fare del nostro meglio. Dobbiamo essere noi a gestirla e non farci gestire da lei. L’ansia è vertigine, quel senso di vuoto che ti prende di fronte all’infinito (o alle infinite possibilità) ma non è repulsione, semmai attrazione, come canta Lorenzo Jovanotti “la vertigine non è paura di cadere ma voglia di volare, mi fido di te…”. Per cui fidatevi di me, leggete questo libro perché la perfezione non esiste e per imparare qualcosa in questo viaggio chiamato vita, non si può far altro che sbagliare. Sbagliare per imparare a reagire, a rialzarsi dopo una caduta, ad essere individui nonostante e non individui se, a vivere secondo l’hakuna matata ma non accontentarsi della propria confort zone. L’arte di sbagliare alla grande è il solo modo che l’essere umano ha per imparare a vivere.

Parola di Prof. Galiano.

Annamaria

 

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Donatella Di Pietrantonio – Borgo Sud

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Torniamo in Abruzzo con l’ultimo romanzo di Donatella Di Pietrantonio. Avevamo lasciato alcuni anni fa, l’Arminuta e sua sorella Adriana a sguazzare in mare, a purificarsi dai dolori di una vita ingiusta. Mare, acqua simbolo di vita e di quella madre che ad entrambe, per motivi diversi, era stata negata.

Le ritroviamo cresciute, ormai donne adulte, ciascuna con la propria vita lontana dal paese, dalla famiglia e dalla miseria ma non dalle sofferenze e dagli abbandoni.

C’era qualcosa in me“ inizia la voce narrante “che richiamava gli abbandoni”. Tanto irruente e talvolta ingombrante Adriana, quanto chiusa, come a proteggersi da un mondo che le ha già causato troppo dolore l’altra. Adriana carnale, volitiva, generosa e prepotente si dà alla vita e prende dalla vita a mani piene, come se ogni cosa fosse un risarcimento. La sorella si rifugia nello studio della letteratura, nei libri, nel lavoro, in un amore sbagliato e poi, infine, a Grenoble. Come a voler mettere una distanza fisica tra lei e le origini che sono sempre state così confuse e fonte di vergogna. Adriana invece scava nella miseria dell’animo umano, a volte trovando tenebra e altre invece luce e si rifugia a Borgo Sud, accozzaglia di baracche di pescatori e malavita alla periferia di Pescara. Pescara, città dalle architetture moderne e dalle nuove geometrie, nasconde un cuore così vitale e così marcio allo stesso tempo.

La voce narrante, racconterà, al capezzale di Adriana ricoverata in fin di vita dopo essere caduta in circostanze misteriose da una terrazza, le vicissitudini intercorse dalla scena finale in chiusura a “L’Arminuta”: gli anni del liceo e dell’università, il fidanzamento e il matrimonio, un novo abbandono, la morte di quella che le era toccata come madre biologica e poi di nuovo abbandoni, partenze, rotture e sofferenze. In tutto questo Adriana a tenerla in vita, a metterla davanti alla vita, lei così pratica, carnale e materiale. Tutto il contrario della sorella. Lo Ying e lo Yang, il giorno e la notte, amore e odio. Come se fossero l’una la parte mancante dell’altra.

Il finale resta aperto come nel primo libro, forse per dar seguito ad un continuum o forse perché non tutto deve essere necessariamente svelato.

Ritroviamo il dialetto forte e pungente che già ci aveva accompagnati ne “L’Arminuta”, una sorta di marchio di fabbrica di questa moderna fiumana del progresso che, come nei personaggi verghiani, non riuscirà mai a riscattarsi e a modificare pienamente il proprio destino.

Consigliato se amate le saghe familiari e le narrazioni non edulcorate.

Annamaria

 

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Daniel Speck – Volevamo andare lontano

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Se c’è un libro adatto per Luoghi di Libri, amici lettori, è proprio questo: “Volevamo andare lontano” dello sceneggiatore e scrittore tedesco Daniel Speck. La storia di più generazioni si dipana tra Monaco di Baviera, con i suoi freddi inverni, Milano, Napoli e Salina, perla minuscola delle Eolie. Daniel Speck ci porta a passeggio tra i Navigli, davanti al Duomo e in Galleria, ma anche nella periferia di una Milano Industriale e tra i capannoni della fabbrica ISO-Rivolta. Sazi della città ci spostiamo per prendere fiato tra le descrizioni della natura incontaminata, così come l’animo dei suoi sparuti abitanti, di Salina: isola selvaggia, simbolo delle radici. Torniamo di nuovo nell’ambiente urbano, in un alternarsi di flash back tra la Monaco degli immigrati italiani degli anni ’50 e la Monaco del nuovo Millennio per poi concludere con uno scorcio di Napoli, città dall’animo caloroso, in cui i protagonisti si ricongiungeranno all’ombra benevola del Vesuvio.

I destini di due famiglie si intrecciano, in un infittirsi di misteri, abbandoni e rinunce, dal 1954 fino ai giorni nostri. Precisamente la storia inizia nel 2014 a Monaco, quando Julia, promettente stilista trentenne, viene avvicinata da un uomo, Vincent, che dice essere suo nonno. La donna, cresciuta da una madre libera e anticonformista, non ha mai conosciuto il vero significato della parola famiglia che quell’uomo, ormai al termine del proprio cammino, le pone davanti. Non solo Julia non ha mai incontrato prima il nonno ma è cresciuta nella menzogna della morte del padre, che invece scopre essere vivo e vegeto in Italia.

La storia di Julia si interseca con quella di Giulietta, il solo vero amore della vita di Vincent, a cui tra l’altro assomiglia in modo sorprendente. Vincent le chiede di ritrovare il padre e la donna, all’inizio riluttante, accetta per porre fine ad una vita, la sua, in cui non si è mai sentita parte di nulla. Julia parte per l’Italia alla ricerca delle proprie origini e la sua narrazione si alternerà con quella del diario di Giulietta segreto che le viene consegnato da uno zio, rimasto fino ad allora nell’oscurità delle verità celate. Julia non è più sola e non è più la sola a voler chiudere dei cerchi, per perdonare ed essere perdonata a propria volta.

Il viaggio in Italia sarà un viaggio alla ricerca di se stessa e delle proprie origini come pure il viaggio di ritorno in Germania sarà, per l’uomo che le viene padre, un viaggio a ritroso nei ricordi.

Daniel Speck, con l’abilità propria dello sceneggiatore, dipinge paesaggi e scenari che il lettore riesce a vedere e personaggi da immaginare.

Piccola curiosità: l’adattamento del romanzo è stato realizzato come mini-serie televisiva in collaborazione con RAI e ZDF ed è stato mandato in onda col titolo “Volevamo andare lontano – bella Italia” nel 2019.

Consigliato perché le storie di emigrazione e immigrazione dipendono sempre dal punto di vita di chi le legge o le vive.

Annamaria

 

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Roberto Vecchioni – Lezioni di volo e di atterraggio

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Raccontare storie, e lasciar parlare anche il silenzio. Pungolarsi, emozionarsi, cercare verità alternative. Perché una lezione sia davvero magica ci vuole qualcuno che sappia trasmettere il suo sapere e qualcuno che sappia ascoltarlo. Occorre volare, e poi atterrare, tutti insieme”.

Milano anni ’80. Il Parco cittadino. Un professore di latino e greco. Un gruppo di studenti con nomi di pittori: la Khalo, la De Lempicka, il Robusti, il Sanzio e altri ancora. Questi sono gli ingredienti delle “Giornate di Follia” che il Professore, un Vecchioni appena divenuto famoso con Samarcanda, mette in atto per loro. Si discute del tutto e del niente ma in questo “niente” si esplorano una molteplicità di significati e di significanti, pensieri filosofici che hanno influenzato il comune buon senso, riscritture di opere solenni come la creazione dei Vangeli, le avventure di Odisseo, la battaglia di Gettysburg che fa da sfondo a “via col Vento”. E poi si pongono quesiti di cui non si ha risposta o a cui non corrisponde una verità assoluta, ma con i quali si intraprendono viaggi di conoscenza. E i viaggi di conoscenza delle giornate di follia sono “democratici”, per cui si può discutere con un francese professore in pensione che dà una lettura geniale di De André, si può accompagnare Alda Merini con la chitarra smozzicando con lei pane raffermo e assaporandone la lucida follia nei versi geniali. Si può andare in una piola, per dirla alla piemontese, a mangiare riso con le rane e trovarsi a dover rispondere alla domande delle domande: “ma gli uomini come hanno imparato a parlare?”. E per amore della conoscenza capita di iniziare a disegnare diagrammai di semiotica e di citare nomi altisonanti come quello di De Saussure ad un’ oste che, in cuor suo, non pensava di averti creato un tale sconquasso interiore con quella domanda. “Capita, a volte capita” per citare Franco, un saggio oste che ha condiviso con Luoghi di Libri parte del cammino. Vecchioni ci dona queste “lezioni” di volo – che nelle Giornate di Follia si vola alto- e di atterraggio di una bellezza, genuinità e semplicità commoventi. Lezioni al parco, all’aperto, in osteria o anche dietro ad una cattedra. Lezioni per tutti: studenti, poeti, osti, baristi, cantautori e professori. Lezioni di Greco e Latino, di Poesia, di Storia della Musica, di Epica, di Teologia. Lezioni di vita. Che vivere vuol dire volare, vedere le cose dall’alto e dall’altro (punto di vista), staccarsi dalle proprie certezze e andare alla ricerca continua di quel che non si sa, del nostro io-mancante. E poi atterrare, senza cadere rovinosamente al suolo ma planando con delicatezza, appoggiando il nuovo su ciò che già c’era, pronti a ripartire tutti insieme.

Vecchioni scrittore non delude mai, che sia il testo di una canzone o la pagina di un romanzo. Lettura fortemente consigliata, con un po’ di nostalgia per quella Scuola che fu ma fermamente convinta che esistano ancora quei professori capaci di volare e di far spiccare il volo ai loro ragazzi.

Annamaria

 

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