Unity Dow – L’urlo dell’innocente

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Ci sono alcuni eventi nel mondo che non vogliamo ricordare, a cui non possiamo prestare troppa attenzione perché le nostre coscienze ne uscirebbero squassate, poiché la domanda che ci rimette in pace col creato “Cosa posso farci da solo?” ha la sola risposta che desideriamo sentire. Niente. Da soli non possiamo farci assolutamente nulla. Cosa può il singolo contro il degrado ambientale? Contro i ghiacciai che si sciolgono e le microplastiche che ci avvelenano? Contro la tratta di esseri umani e il mercato degli organi? Contro le Guerre che devastano da anni (per non dire da secoli) alcune parti del nostro Mondo? Niente. Il singolo pensa di non esserne il diretto responsabile e quindi di non potersi opporre in quanto elemento non determinante di un sistema molto più complesso fatto di politica, economia, interessi dei potenti.

C’è il risciacquo delle nostre anime in periodi dedicati dell’anno, che spesso si fondono con ideologie religiose, in cui immergiamo la nostra coscienza in un po’ di candeggina sperando che ne esca “bianca che più bianca non si può”, candida come quella di un bambino.

Poi ci sono alcuni incontri che talvolta cambiano la prospettiva con cui guardiamo al mondo intorno a noi oltre che al mondo dentro di noi. Incontri che ci provocano, che ci mettono all’angolo, che ci dimostrano come in fondo la candeggina non cancelli le macchie più tenaci: quelle rimarranno sempre a ricordarci cosa è stato e come non sia vero che non ci si può fare nulla.

Il romanzo di Unity Dow, edito in Italia dalla coraggiosa casa editrice Edizioni Le Assassine è uno di quegli incontri: un romanzo che arriva dritto come un pugno allo stomaco e che ti fa vomitare tutto il perbenismo e l’alone di bontà di cui l’uomo occidentale per secoli si è convinto. No, non siamo buoni e innocenti anche se materialmente non siamo noi i carnefici. Non è vero che non possiamo opporci a orrori come quelli descritti in questo romanzo/ non romanzo. Perché romanzo/ non romanzo? Perché è la verità della scrittura di Unity Dow ciò che fa male. L’impostazione del romanzo noir, per quel che mi riguarda, non contribuisce ad alleggerire i contenuti ma anzi, lo rende ancora più reale. E come succede ai noir ben scritti, la sensazione che mi provoca leggerlo è orrore e sgomento. Paura. Quella paura però che fa bene, che risveglia dal torpore, che fa comprendere come nonostante la lontananza geografica questi orrori siano un peccato di tutta l’umanità.

Sarebbe ingiusto dirvi di più. Leggetelo.

“Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare.” Marco (9,42)

 

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Stefania Auci – I Leoni di Sicilia

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Una volta tanto, inizieremo dalla fine, anche perché terminare questo libro non è un doloroso addio ma un nostalgico arrivederci. Stefania Auci, scrittrice siciliana doc, è diventata nel 2019 “la più letta dell’estate” con il suo “I Leoni di Sicilia” e ha conquistato il mio cuore con il racconto di tre generazioni di membri della famiglia Florio. Per cui, nel finale poetico e un po’ dantesco, in cui Vincenzo Florio muore sognando che i fondatori di casa Florio, suo padre Paolo e suo zio Ignazio lo vengano a prendere a bordo di uno schifazzo, come nostrani Caronte, c’è una poesia che ci rende quasi compartecipi di questo addio. E subito vorremmo sapere cosa ne sarà di sua moglie Giulia e di suo figlio Ignazio (perché Casa Florio deve avere sempre un Vincenzo e un Ignazio) e invece la pagina seguente ci chiarisce le idee con un semplice albero genealogico che si spinge fino al 1868, anno appunto in cui muore Vincenzo Florio.

Serena Auci dipinge per noi con mano abile, facendo estremamente attenzione alla scelta delle parole, degli aggettivi che evocano i profumi e il puzzo di una città ricca ed esasperatamente complicata come Palermo, il contesto geografico ed economico sociale in cui Casa Florio nasce, cresce e si prepara a diventare quel che ancora è oggi: un simbolo di italianità nel mondo, un vanto per un’isola, la Sicilia, tanto bella quanto martoriata da abusi e soprusi che si sono perpetrati nei secoli. Ed è così che la storia della famiglia Florio, partita da Bagnara Calabra e giunta a Palermo da “straniera”, si fonde con quella della città e dei suoi personaggi (commercianti, borghesi e nobili decaduti) e dello scenario storico di questa Italia contesa tra Napoleone e i Borbone, per terminare con Garibaldi e i Savoia e quest’Italia che “s’ha da fare”.

La scrittrice è sempre attenta ad inserire un paragrafo introduttivo di ricerca storica che ci fa comprendere meglio le vicende politiche ed economiche e anche le scelte sentimentali di una famiglia che vuole farsi strada non per diventare una tra le tante famiglie ricche della Palermo bene, ma per emergere, diventando la più potente.

Conosciamo così Paolo e Ignazio Florio che, partendo da un’aromateria, inizieranno ad ampliare il commercio delle spezie, cercheranno di ottenere la fiducia dei palermitani che li temeranno per i loro soldi e il loro potere ma continueranno a considerarli sempre stranieri. Come diceva Gesualdo Bufalino ne “L’Isola Plurale” Capire la Sicilia significa dunque per un siciliano capire se stesso, assolversi o condannarsi. Ma significa, insieme, definire il dissidio fondamentale che ci travaglia, l’oscillazione fra claustrofobia e claustrofilia, fra odio e amor di clausura, secondo che ci tenti l’espatrio o ci lusinghi l’intimità di una tana, la seduzione di vivere la vita con un vizio solitario. L’insularità, voglio dire, non è una segregazione solo geografica, ma se ne porta dietro altre: della provincia, della famiglia, della stanza, del proprio cuore. Da qui il nostro orgoglio, la diffidenza, il pudore; e il senso di essere diversi.

Diversi dall’invasore (che è più alto: il normanno non si può prenderlo a pugni, si può solo colpirlo al ventre con un trincetto…); diversi dall’amico che viene a trovarci ma parla una lingua nemica; diversi dagli altri, e diversi anche noi, l’uno dall’altro, e ciascuno da se stesso. Ogni siciliano è, di fatti, una irripetibile ambiguità psicologica e morale. Così come l’isola tutta è una mischia di lutto e di luce. Dove è più nero il lutto, ivi è più flagrante la luce, e fa sembrare incredibile, inaccettabile la morte.

Non riuscirà neppure Vincenzo, figlio di Paolo, a farsi accettare dai nobili della città, nonostante abbia sacrificato tutta la sua vita alla ricerca di fama, potere e innovazione. Infatti, Vincenzo Florio fu un uomo d’affari abilissimo che portò molto lavoro agli abitanti dell’isola e molte innovazioni dalla Gran Bretagna, in piena Rivoluzione Industriale. Ed è così che la storia della dominazione inglese sull’isola e delle rotte per il commercio si mescolano con i personaggi di questa saga familiare che attraversa un periodo storico denso di avvenimenti e di contraddizioni con le sue tre generazioni. Riuscirà Ignazio, figlio di Vincenzo a riequilibrare i sacrifici del padre, del nonno e dello zio con un matrimonio di interesse con una giovane dell’aristocrazia squattrinata palermitana perché, come si ripeterà più volte all’interno dei capitoli “puoi avere i picciuli, ma è il titolo che conta veramente”.

Leggetelo se amate le saghe familiari, leggetelo se la Storia vi affascina, leggetelo se siete stati in Sicilia, se mai ci andrete, se siete figli di quest’isola tanto meravigliosa quanto complicata, se amate il marsala perché in questo romanzo troverete tutto: profumi, immagini, suoni, suggestioni di un’isola plurale.

Dicono gli atlanti che la Sicilia è un’isola e sarà vero, gli atlanti sono libri d’onore. Si avrebbe però voglia di dubitarne, quando si pensa che al concetto d’isola corrisponde solitamente un grumo compatto di razza e costumi, mentre qui tutto è mischiato, cangiante, contraddittorio, come nel più composito dei continenti. Vero è che le Sicilie sono tante, non finirò di contarle. Vi è la Sicilia verde del carrubbo, quella bianca delle saline, quella gialla dello zolfo, quella bionda del miele, quella purpurea della lava.

Vi è una Sicilia “babba”, cioè mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia “sperta”, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode. Vi è una Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell’angoscia della roba, una che recita la vita come un copione di carnevale; una, infine, che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliato delirio…

 

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Steven Amsterdam – La via più facile

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“Ciò che dà un senso alla vita, lo dà anche alla morte”

A. de Saint-Exupéry

“Ciò che dà un senso alla vita, dà un senso alla morte”. Questo è lo spirito con cui sono riuscita a giungere faticosamente all’ultima pagina di questo romanzo.

Romanzo noioso? No, neanche un po’.

Scrittura faticosa? Affatto. Lo stile scorrevole di Steven Amsterdam è una delle caratteristiche positive del romanzo.

E allora, qual è il problema? L’argomento. Il nocciolo della questione è proprio il tema che Amsterdam tratta: le cure palliative. Lo scrittore, infermiere esperto in cure palliative, vive e lavora a Melbourne. Ha deciso di narrare questo argomento perché ancora troppi sono i tabù che lo riguardano. Ed io ne sono una dimostrazione. Tuttavia, recensire per Ldl mi ha spesso dato la possibilità di mettermi in discussione e questo non è certamente il primo romanzo “scomodo” che mi trovo a leggere quindi ho davvero dovuto interrogarmi tanto per capire da cosa dipendesse questa ritrosia. Alla fine, giunta a metà libro, ho compreso. Amsterdam non stava narrando una storia, mi stava descrivendo in maniera semplice, chiara e minuziosa, la verità. I nomi delle cure, dei diversi tipi di cellule anomale, dei farmaci: una nomenclatura ormai nota per vicende di persone più o meno vicine, che in questa epoca moderna purtroppo ci accomuna un po’ tutti. Lo scrittore, delicato ma distaccato come un infermiere deve essere se vuole mantenere salda la mente, mi ha inchiodata davanti al “mio” problema (ossia il terrore della morte) agganciando personaggi e vicende sempre scrivendo al tempo presente. Il qui e ora sono la parte che mi ha spiazzata di più, come se mi stesse dicendo “Mentre tu sei qui, che decidi se leggermi o no, Annamaria, nel mondo quello di cui io scrivo, succede continuamente”.

Il protagonista principale è Evan, un infermiere come l’autore, che svolge il proprio compito di somministratore di cure palliative in gran segreto poiché sa i tabù che si nascondono dietro questo argomento. L’eutanasia è un argomento in cui, nel nostro Paese, si è dibattuto a lungo, anche grazie a fatti di cronaca relativamente recenti (è di pochi giorni fa la notizia di assoluzione di Marco Cappato per la vicenda che ha interessato la morte assistita di Dj Fabo). Il reparto in cui Evan lavora è ben strutturato e ha diverse mansioni. A causa di un errore, il protagonista che fino ad allora aveva sempre svolto un ruolo marginale (Osservatore) si trova a dover somministrare il cocktail che accompagnerà il paziente verso quella che viene chiamata la “dolce morte”. Nel libro è descritta con minuzia di particolari tutta la procedura, in cui si dichiara come il paziente debba essere assolutamente lucido e assumere autonomamente il farmaco. Evan, che inizialmente cerca di attuare meccanismi di difesa non ricordando volutamente i nomi dei parenti (le figlie di un paziente sono volutamente indicate col nome Figlia Maggiore e Figlia Minore, ad esempio) e non soffermandosi sui dettagli, vedrà capovolgersi la situazione, quando la madre affetta da Parkinson, si aggrava. Quale sarà allora la via più facile da seguire?

Al di là della mia personale fatica, questo romanzo ha molti meriti: in primis quello di descrivere con incredibile sensibilità un argomento tanto delicato come il rapporto di un paziente terminale con la morte e la gestione del lutto per gli affetti più cari. Da un’altra prospettiva l’autore ci mostra anche la difficoltà dei parenti nel relazionarsi emotivamente con una scelta così difficile e personale che non li riguarda pur riguardandoli.

Vi consiglio di leggerlo perché attuale, perché quando un libro ci mette alla prova e ci pone di fronte ai nostri limiti è di certo un romanzo che vale e perché alla fine se “ciò che dà un senso alla vita lo dà anche alla morte”, il solo strumento che ci rimane è l’amore. E non è poco.

 

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Sacha Naspini – Le case del malcontento

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“Where are Elmer, Herman, Bert, Tom and Charley
The weak of will, the strong of arm, the clown, the boozer, the fighter?
All, all, are sleeping on the hill”

E. Master Lee, “Spoon River Anthology”

Il romanzo di Sacha Naspini inizia con una mappa: la riproduzione grafica del paese di Le Case, poche anime abbarbicate sul costone di roccia che guarda la distesa infinita della Maremma e verso l’orizzonte scorge il mare. Un paesello che sembra “uno scarabocchio del Signore” più che un progetto divino, per citare uno dei suoi abitanti. I protagonisti del romanzo sono proprio loro, gli abitanti, che si presentano e ci presentano non solo la loro vita ma, come in tutti i piccoli borghi che si rispettino, anche la vita di un compaesano.

Il lettore si addentra così per le vie di Le Case, preso per mano ora da un Divo Valenti, poi da un’Adele Centini o da un Emilio Salghini, il medico del paese, e comprende, dopo un momento di smarrimento inziale dovuto a questa moltitudine di voci, (per le prime cento pagine me lo sono chiesta più volte “ma cosa mi vuole raccontare il Naspini???”) che questa narrazione corale non è un giro turistico per un borghetto dimenticato nella profonda Maremma. Questa moltitudine di voci, pronte a smascherare la verità del narratore precedente, racconta al lettore come Le Case sia un mostro che pare dormire ma in realtà lavora nelle sue viscere più profonde, generando ipocrisie, tradimenti, omicidi, scambi di persona e bugie. Le Case è come una scacchiera e i suoi abitanti sono pedine che credono di muoversi autonomamente ma restano tutti incatenati gli uni ai destini degli altri. Ogni narratore ci viene presentato insieme al lavoro che svolge o al ruolo che ricopre così che l’orrore del lettore, che vede squarciarsi il velo dalle stesse parole di chi commise o commette tutt’ora atti raccapriccianti, sia amplificato. Il ruolo del prete viene dissacrato da ciò che egli fa, così come pure il medico, la vedova, il contadino, la zitella: non c’è un’anima a Le Case che non sia colpevole di qualcosa. Eppure tutti si preoccupano del ritorno di Samule Radi, dallo stesso autore presentato come “il mostro”. Questo è ciò di cui tutti parlano, che scuote Le Case dall’apparente torpore dettato da noia e normalità: perché Samuele è tornato? L’autore ci rivelerà il mistero solo nell’ultimo capitolo, proprio grazie alla voce narrante di Samuele e il finale non sarà certo quello che ci si era aspettati.

Alla me lettrice resta in testa la frase marzulliana del “la vita è un sogno o sono i sogni che aiutano a vivere?”. Può Le Case essere un sogno (o un incubo) e i suoi abitanti la versione imbruttita della nostra società, con i vizi e i piccoli sotterfugi che, se andiamo a scavare, troviamo sepolti non solo in un borgo dimenticato della Maremma? Oppure è la rievocazione nella memoria dell’autore di un luogo realmente esistito e legato al suo passato in cui i vari Divo, le Giovannone e i Salghini si riconosceranno in tutti i loro pregi e i loro difetti?

Per scoprirlo, cari lettori, dovrete farvi prendere per mano da Naspini e dai suoi personaggi e accompagnare in questa passeggiata, di casa in casa, di personaggio in personaggio: una via crucis personale in cui ciascuno si libera dei propri segreti e affida le proprie colpe a chi legge. E se mentre passeggiate sentite, come me, la voce di De Andrè che canta di personaggi lontani, presi in prestito da un altro autore, la magia di questo romanzo vi avrà conquistati.

Dove se n’è andato Elmer che di febbre si lasciò morire
Dov’è Herman bruciato in miniera.
Dove sono Bert e Tom il primo ucciso in una rissa e l’altro che uscì già morto di galera.
E cosa ne sarà di Charley che cadde mentre lavorava dal ponte volò e volò sulla strada.
Dormono, dormono sulla collina dormono, dormono sulla collina…

 

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Nicolò Govoni – Se fosse tuo figlio

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[…] Se fosse tuo figlio oggi saresti a lutto,
anche a rischio di odiare il mondo,
i porti pieni di navi attraccate,
e chi le tiene ferme e lontane,
e chi nel frattempo
sostituisce le urla
con acqua di mare […]

 

S. Guttilla

Ci sono libri difficili, molto difficili da leggere. Non sono ostici, si comprendono benissimo. Non hanno un linguaggio molto elaborato o vocaboli desueti ma parlano una lingua comprensibile a ciascuno di noi. La loro difficoltà è insita nell’argomento che trattano: il terrore. I lettori amano aver paura, specialmente quando questa paura è racchiusa nella trama di un buon libro e magari è un sentimento lontano, che non ci appartiene. Ci sono romanzi distopici in cui il disagio che il lettore prova è limitato dal fatto che si tratti di fiction, pura fantasia. Si, magari ci danno una prospettiva di cosa potrebbe succedere (catastrofi ambientali ad esempio, l’umanità che viene attaccata dai robot, …) ma chi legge è rassicurato da quello scudo che crea la finzione. Ci sono le tragedie storiche (tutti i libri scritti sull’Olocausto non si contano neanche più): l’orrore che proviamo di fronte a tanto scempio ed efferatezza è immenso. Ma è distante da noi, è nel passato. E’ accaduto e non accadrà più, ci rassicuriamo tra noi.

Poi ci sono il libri, come Se fosse tuo figlio di Nicolò Govoni per Rizzoli, e capisci che non tutti i libri possono essere recensiti. O almeno, non possono esserlo nel termine tecnico. Se recensire vuol dire “dare un parere critico sotto forma di articolo ad un testo letterario” con questo libro mi rifiuto di farlo. Non posso scrivere “leggete/non leggete questo libro” perché lo stile dell’autore, la cura delle scelte editoriali della casa editrice e altre sciocchezze simili. Né tantomeno posso e voglio raccontarvi la trama perché la trama è ORA. L’orrore da cui scaturisce la difficoltà di leggere questo libro è la cattiveria umana di quanto sta accadendo in questo momento, ogni giorno, di ogni mese, di ogni anno degli ultimi dieci, sotto i nostri occhi: la guerra in Siria, i profughi che scappano per non morire e che muoiono mentre cercano di raggiungere dei Paesi che non li vorrebbero. La vita negli hotspot, i campi di accoglienza che le Organizzazioni Umanitarie mettono a disposizione per questa povera gente: un inferno a cielo aperto, in cui le condizioni igieniche precarie e le brutture con cui la vita ha messo a dura prova i poveri sopravvissuti non sono altro che un perpetuarsi della violenza da cui sono scappati.

Tutto questo, Nicolò, giovane volontario (è del 1993 ed è volontario da quando ha vent’anni) dell’hotspot di Samos, ce lo racconta in “Se fosse tuo figlio”. Senza giri di parole, mezze frasi o giri di parole che renderebbero la realtà meno crudele conosciamo la vita dei bambini del campo e delle loro famiglie, assaporiamo i pochi momenti di spensieratezza che Nicolò e i suoi colleghi regalano a questi bambini senza riuscirci, purtroppo, del tutto. La Guerra e la devastazione, la morte dei tuoi genitori, i mesi di prigione, le botte, la fame, le bombe resteranno per sempre negli occhi di questi bambini. Nicolò e i suoi amici decidono di dare a questi bambini ore di speranza ogni giorno, assemblando con tanta fatica e pazienza una classe di bambini di etnie diverse, ma tutti con lo stesso sguardo: un misto di odio e paura che fa venire i brividi.

Potrei dirvi mille motivi per cui dovreste comprarlo, potrei iniziare con la solita polemica su quanto i nostri figli abbiano in confronto a chi ha perso tutto, su come ogni volta che un Governo respinge dei migranti sta contribuendo alla loro condanna a morte, di quanto siamo inutili con le nostre parole vuote se paragonate ai fatti di un ragazzo che vive per gli altri, di come solo la cultura e l’istruzione potranno salvare questi bambini dalla fine, di quanto dovremmo sentirci miserabili ogni qual volta leggiamo di persone così mentre ci lamentiamo di futilità attorno a cui ruota la nostra vita.

Vi esorto invece ad acquistarlo, leggerlo e regalarlo perché la verità deve essere conosciuta da tutti e perché Nicolò, che sostiene progetti che sembrano fin troppo grandi per un ragazzo così giovane, con i proventi derivati dalla vendita del romanzo, costruirà una scuola per bambini profughi in Turchia.

Se non possiamo far finire il Male, almeno possiamo contribuire a far del Bene.

 

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