Emanuele Trevi – Due vite

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Le settanta pagine in cui Emanuele Trevi ci racconta la sua esperienza di vita con due amici, due scrittori purtroppo già scomparsi, Pia Pera e Rocco Carbone, non mi sono piaciute subito, di primo acchito. Non avevo mai letto nulla di Trevi, prima d’ora, non ne conoscevo la scrittura e l’ho trovata piuttosto impegnativa, (ma si sa che a volte le aspettative, la stanchezza dei giorni, le congiunzioni astrali…), insomma mi è sembrata poco fluida, troppo pretenziosa, con concetti astratti molto articolati. Ad una seconda lettura ho capito che era sbagliato il mio approccio: non ci si può accostare a pagine così intime se non con il dovuto rispetto e con rigorosa attenzione. Quindi direi che se quello che state cercando è una lettura da passatempo estivo, forse non state facendo la scelta giusta.

Emanuele Trevi intitola il suo lavoro “Due vite”, anche se in realtà sono molte di più quelle che si intrecciano nel raccontare il passaggio terreno di due persone, e questa dualità mi è sembrato che si potesse interpretare in più modi.
Intanto sono ovviamente due gli “ospiti” in questa narrazione autobiografica , perché l’autore ci racconta cosa è stato per lui fare un pezzo di strada con Rocco e Pia, due esistenze che si sono fuse con la sua per una manciata di anni per Carbone, qualcuna di più con Pia.

Due dunque, sono le vite del Trevi stesso, quella con e quella senza di loro.

Due vite ha avuto la fortuna di vivere la sfortunata Pia, che prima di ammalarsi ha riconosciuto e ascoltato la voce interiore che l’ha allontanata dalla frenesia milanese per portarla a congiungersi con la vera se stessa in versione bucolica; prima scrittrice, traduttrice e studiosa e poi felice coltivatrice di bellezza e poesia nel suo giardino segreto nelle colline toscane.

E infine sono due le vite che Trevi ipotizza si sperimentino su questa terra: quella materiale, in carne e ossa, e quella dello spirito, capace di tornare a divampare se il sacro fuoco dell’immaginazione riesce, con una scintilla, a riaccendere il ricordo. “Perché noi viviamo due vite, entrambe destinate a finire: la prima è la vita fisica, fatta di sangue e respiro, la seconda è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene. E quando anche l’ultima persona che ci ha conosciuto da vicino muore, ebbene, allora davvero noi ci dissolviamo, evaporiamo, e inizia la grande e interminabile festa del Nulla, dove gli aculei della mancanza non possono più pungere nessuno”.

È questo lo sforzo dell’autore, celebrare il più puro dei sentimenti, l’amore declinato nelle molteplici forme dell’amicizia, che non si arrende al fato malevolo, alla malattia, allo scorrere inesorabile del tempo. Uno sforzo per riportare Rocco e Pia – come chiunque si sia amato- qua fra noi, “ingombranti come un tavolo, una lampada”, rievocandone fin nel dettaglio le figure, le parole, i difetti, le manie, tutto ciò che fa di una persona “quella” persona, che ce la rende cara e insostituibile, e soprattutto indimenticabile.

Manu

 

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