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Aldo Germani – Due case

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Due case che dovrebbero esser una, una famiglia che dovrebbe essere unita invece è spezzata. Nulla di nuovo sotto il sole: di vicende drammatiche come questa ne è piena la Storia, di fratelli che si odiano e che si fanno la guerra, e talvolta la pelle, ne abbiamo sentito raccontare cento volte. Eppure ogni storia è a sé e questa, scritta magistralmente da Aldo Germani, conquista il suo spazio nel mondo della letteratura e riesce a rendersi a suo modo indimenticabile.

Finito di leggerla sai che Gae, Pietro, Nina, Abele e Viola si inseriranno a pieno titolo nella lista dei personaggi del cuore, perché ti avranno fatto commuovere, arrabbiare, stupire e sospirare come solo i personaggi vivi, rotondi e palpitanti sanno fare.

Siamo nei primi anni Cinquanta, in un’Italia rurale impegnata nello sforzo di ricostruzione e indebolita dalle ferite di guerra. Tutti hanno pagato dazio: chi rimettendoci un arto, chi un figlio, chi la sanità mentale, e quello che è successo è inciso nel profondo dell’animo di ciascuno.

Pietro, secondogenito di Salvo e Jolanda partito in guerra, partecipa alla campagna di Russia e quando torna a casa vi trova Nina, una giovane fanciulla che dalla città è sfollata in campagna da una zia. Nina ha conosciuto e si è fidanzata con Abele, il figlio più grande, che in quanto primogenito è stato esonerato dal servizio militare. Aristide, il minore dei tre fratelli, ha scritto tante lettere al padre dall’Albania, ma da quel fronte non ha mai fatto ritorno.

I traumi e la rabbia dell’esperienza bellica si sono è impossessati di Pietro, lo hanno reso focoso, tumultuoso, e a questo ardore non sa sottrarsi Nina, che, pur apprezzando il cuore gentile e i modi delicati di Abele, ne resta irresistibilmente attratta.

La magia romantica che si era creata fra i due giovani fidanzati è spezzata, gli equilibri infranti e dall’ineluttabile conflitto fra i due fratelli ne esce vincitore Pietro, che in cuor suo sente di avere diritto a un risarcimento dal dio della guerra, così come Abele sa di dovergli un tributo per esserne stato risparmiato.

Le conseguenze dello scontro sono irreversibili e il prezzo da pagare per l’intera famiglia è un muro che Abele erge e che taglia in due la proprietà.

Due case di schiena, le hanno costruite così, uguali e girate, con le finestre che non si guardano e i balconi come braccia conserte su facciate arrabbiate. Una ha il sole presto, all’altra arriva tardi. Se lo contendono, il sole, forse si danno le spalle per questo. Una si è presa il giardino più grande, con tutto il verde di cui sono capaci le piante d’estate, l’altra si è accontentata dello sterrato rimasto, con dentro un faggio soltanto.

Il muro che divide le case è una lama di pietra che esce in cortile e continua anche in strada, fa un giro lungo intorno al podere più grande e poi torna, dal lato opposto, per infilarsi fra le case di nuovo. E’ un muro talmente alto che Gae, pure se monta sopra una sedia, del parco oltre la cinta vede solo le punte degli alberi e il cielo che toccano.

Così vede il mondo il piccolo Gaetano, che nel cortile sterrato vi è nato e cresciuto insieme ai due fratellini, Roberto e Viola, e ora anche all’ultimo arrivato, Eugenio.

Gae è venuto al mondo con un difetto fisico, una gamba più corta dell’altra e un piedino storto, per questo è costretto a indossare una brutta scarpa ortopedica e a subire le angherie dei suoi compagni di scuola. Il bullismo non è un fenomeno recente, la crudeltà del più forte verso il più debole è insita nella natura umana, lo è da sempre. Lo vediamo subito, dal momento in cui all’inizio del romanzo Gae viene catturato dai suoi “amici” e lasciato a sgolarsi legato al tronco di un albero fino a notte fonda. Questo meraviglioso incipit ci dice subito che l’autore non ci risparmierà nulla, ci mostrerà senza filtri la grettezza dell’uomo, le sue debolezze, la sua vulnerabilità, il suo farsi sopraffare dalla sfiducia e dalla disperazione fino a perdere la ragione, e che l’insieme degli accadimenti sarà il motore per farne succedere altri, rotelle in un ingranaggio che non si può fermare. Tanto, se non arrivano da soli, ci pensano i nostri personaggi a farli accadere, e il nonno Salvo in questo è specialista.

Salvo, a cui manca un braccio per un incidente da ragazzo e per questo non ha combattuto la guerra, si autonomina caporale dell’unico soldato che pende dalle sue labbra, l’intraprendente nipotino Gae, che invece alla guerra ci vuole sempre giocare e che è disposto a tutto pur di guadagnarsi sul campo una medaglia che attesti il suo valore, gli ridia fiducia in sé stesso e in cui si concretizzi l’autostima di cui ha disperatamente bisogno. Nonno monco e nipote zoppo formano un sodalizio che ha come obiettivo far succedere qualcosa affinché la famiglia si ricomponga. Forse non c’è un piano preciso, i due vanno a tentoni, ma Salvo non può più sopportare di sapere l’altro figlio al di là del muro e Gae non sopporta più di non sapere cosa ci sia, al di là di quel maledetto muro. Fra i molti errori commessi dal poveruomo, il più grave è senz’altro l’aver sottovalutato le potenzialità del ragazzino, che a cocciutaggine e determinazione non è secondo a nessuno, ma non ha ancora la capacità di pesare le conseguenze delle sue azioni.

E che ruolo hanno, in questa storia, le donne? Hanno quello che è loro concesso nella società di quegli anni: marginale, nell’ombra, ma solo apparentemente. In realtà, come spesso si verifica nella vita vera, sono registe che manovrano fili nascosti, che con il loro non dire e non fare (perché non possono, non perché non vogliano) riescono comunque a condurre le cose. Questo vale per Jolanda, che trasmette la sua pionieristica passione per i fiori e le loro proprietà al figlio Abele, vale per Nina, oggetto del contendere fra i due maschi alfa e vale anche per la piccola Viola. Anzi lei è la vera rivoluzionaria, benché giovanissima, e non ci sta a farsi ghettizzare in un ruolo che le sta stretto – a soli nove anni deve accudire alla casa e occuparsi del fratellino più piccolo in assenza della madre – e a rinunciare alle sue passioni di giovane promessa della ginnastica artistica, proprio ora che le Olimpiadi di Roma sono alle porte e la sua allenatrice crede così tanto in lei!

La deve smettere” dice Pietro all’allenatrice “di mettere strane idee in testa a mia figlia. E’ una ragazzina giudiziosa, non ha bisogno di pensare che può avere più di quello che ha già”.

Parole gravissime, che pesano come macigni soprattutto sul cuore di una madre impotente di fronte all’ignoranza del suo uomo. Ma Viola rifiuta il ruolo di capro espiatorio: i grandi si azzuffano, suo fratello scalmanato combina guai e lei dovrebbe pagarne le conseguenze? Il seme della rivoluzione è gettato anche da lei e se si raccoglieranno i frutti del cambiamento sarà anche merito suo. Viola è uno di quei personaggi che abitano ai margini delle pagine, ma solo quando il quadro è completo ti accorgi di quanto colore hanno contribuito a dare all’intera opera.

Viola è la mia preferita, un’eroina giovane e arrabbiata, con tutto da guadagnare e nulla da perdere: aver capito questo a soli nove anni la dice lunga sullo spessore del suo personaggio!

Ma ogni attore di questo dramma è indimenticabile e il merito è dell’autore. Aldo Germani sa entrare nell’anima delle sue creature con una penna chirurgica: ne scopre i nervi, eviscera sentimenti allocati nel bassoventre più che nel petto, rimuove cisti incarnite di dolori che non hanno più motivo di esistere. La sua scrittura è asciutta ed essenziale e come faccia ad essere nello stesso tempo anche poetica, empatica e profonda non lo so, ma arriva, e tocca corde intime, commuove, in alcune pagine fino alle lacrime.

Una bellissima scoperta, Germani, che spero con tutto il cuore ci possa ancora stupire con altre storie belle come questa, assolutamente meritevole di essere letta e promossa.

Manu

 

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Sally Rooney – Persone normali

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Con un titolo come questo viene da chiedersi: cosa succede in questo romanzo, si ridefinisce il concetto di normalità? Cosa significa essere una persona normale? Cos’è la normalità e perché ambirvi?

Detta così sembrerebbe un trattato di psicologia o un saggio di sociologia, invece siamo di fronte alla seconda opera -di grande successo-di una giovane scrittrice irlandese, un romanzo molto delicato e nello steso tempo crudo, che racconta le vicende di due giovani di un paesino vicino a Dublino, Connell e Marianne, e la loro evoluzione da adolescenti liceali a adulti consapevoli delle proprie scelte e quindi delle conseguenze che queste comportano.

La prima cosa che si coglie, fin dalle righe iniziali, è che il narrato in terza persona è molto dettagliato e che sono i piccoli particolari, anche i più minuziosi, a raccontarci la storia. Il punto di vista del narratore è distaccato, come una telecamera che dall’alto registra e segue l’azione e, nello stesso tempo, con un obiettivo macro mette a fuoco il singolo gesto, il respiro/sospiro più o meno profondo, il tocco delle dita, il battito di ciglia, catturando la sfumatura invisibile, il dettaglio nascosto. Sono questi microscopici frammenti che compongono il “non detto”, che ci svelano il retropensieri, le rivoluzioni interiori e che ci fanno seguire la traversata in solitaria nelle menti ora di Connel, ora di Marianne. La ricchezza della storia va cercata lì, nelle piccole cose più che nei grandi avvenimenti, benché la trama non ne sia priva, ma non è l’accadimento dei fatti quello che regge la struttura del romanzo. Anzi, spenderei una parola di elogio proprio sull’abilità della Rooney nell’utilizzo dei salti temporali e dei continui flashback come tecnica di narrazione. Le stesse situazioni si ripresentano ricollocate nel tempo, raccontandoci versioni diverse a seconda del punto di vista del personaggio che ce le mostra o del protagonista che le vive.

Marianne ha una famiglia molto benestante, è orfana di padre dai tredici anni e, oltre a un passato di abusi e violenze, ha grandissime difficoltà di relazione con la madre anaffettiva e con il fratello, a mio avviso “disturbato”. Vituperata e emarginata a scuola, vive la sua solitudine con la consapevoleza di avere un’intelligenza decisamente superiore alla media e accettando la distanza sociale ed emotiva dai suoi coetanei come un dato di fatto.
Anche Connell, suo compagno di classe, è brillante e ha ottimi risultati, ma al contrario di Marianne è molto popolare ed ha successo non solo fra i ragazzi ma addirittura con qualche insegnante del liceo.
Nella relazione fra i due, la prima difficoltà nasce dalla differenza abissale di ceto sociale, e non è poca cosa in un paesino di provincia come quello in cui vivono. Di fatto Connell è figlio – senza padre – di Lorraine, la domestica che fa le pulizie nella villa dove abita Marianne. È lì che si incontrano e iniziano a parlare, quando il ragazzo va a prendere la madre dopo il lavoro, perché in classe, per tacito e comune accordo, i due si ignorano e fingono di non avere alcun rapporto né alcuna confidenza, nascondendosi agli occhi di tutti.
La cosa non è normale, ma normali loro non si sentono, né mai normale sarà la loro storia, il loro modo di volersi bene, di ferirsi, di respingersi e di cercarsi di nuovo. Nulla sarà mai normale perché non esiste una definizione certa e condivisa di normalità, certo non per loro, ma io credo per nessuno.

L’autrice non ci offre una descrizione precisa dell’aspetto dei due ragazzi, se non dicendoci che Marianne al liceo viene considerata brutta (una nerd) per poi sbocciare e diventare carina e desiderabile successivamente; Connel invece è da sempre e indiscutibilmente bello, dal volto elegante e regolare e dal fisico atletico, ma questo non fa differenza: sono sempre gli sguardi che hanno l’uno per l’altra a definirli e a determinarne il fascino e l’avvenenza. A rendere i loro visi più o meno magri, o pallidi, la pelle screpolata, luminosa o tumefatta, sarà sempre la visione che ci viene restituita dagli occhi dell’altro.

L’arco temporale in cui si svolge la storia (quattro anni, dal gennaio 2011 al febbraio 2015) è il periodo più importante per le vite dei due protagonisti che si allacciano nell’ultimo anno di liceo, si legano, si stringono, si sciolgono e si riannodano fino alla fine dell’università. Ma sono lacci che più che intrecciasi si ingarbugliano, non avendo la consapevolezza di dove finisce l’uno e incomincia l’altra.

Pianticelle che crescono vicine, sostenendosi o soffocandosi a vicenda, dice la “quarta di copertina”. Ecco, nessuna immagine mi sembra più azzeccata di questa ed è quello che me l’ha fatto scegliere quando mi sono trovata il libro fra le mani. Nel gioco delle assonanze paragono questo rapporto un po’ morboso a quello di Emma e Dexter ne “Un giorno” di David Nicholls, per chi lo avesse letto.

Non è stato un colpo di fulmine, per me questa lettura, ma ammetto che basta poco e poi ti aggancia, ti trascina dentro e alla fine non ti molla così facilmente. Forse perché una figura esclusiva, un’affinità elettiva di questo tipo è possibile che si presenti nella vita di ciascuno di noi, una storia “with or without you”, qualcuno di speciale per il quale si prova un’attrazione irresistibile, talvolta malata, inderogabile, che ci aiuta a comprenderci ma non è detto che ci comprenda. Insomma, il risuonare di corde interiori di questo tipo ci fa apprezzare, addirittura amare, o meno, questo romanzo a seconda di quanto sia stata, se c’è stata, questa esperienza.

Manu

 

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Margherita Oggero – Risveglio a Parigi

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Barbara, Silvia e Mariangela: tre trentenni, amiche dai tempi della di scuola, e i loro familiari compongono il “cast” di questo romanzo collettivo. Dico collettivo perché le protagoniste sono senza dubbio loro tre, ma non potremmo conoscerle, interpretarle e comprenderle se non prestassimo la dovuta attenzione anche alla cerchia di fratelli, genitori, amici e pseudofidanzati che le circondano.

Per raccontarci la loro storia l’autrice sceglie una tecnica narrativa particolare, che è quella di farli parlare tutti, dedicando a ciascuno di loro uno o più capitoli. Quelli intitolati con il nome del soggetto che parla sono scritti in prima persona, mentre gli altri capitoli (intitolati il più delle volte al momento narrativo o al luogo dove si svolgono) sono raccontati in terza persona.

Bisogna essere molto bravi per gestire una tecnica narrativa mista, perché il rischio di creare confusione è altissimo, ma Margherita Oggero naturalmente lo è, infatti, nel caleidoscopio delle varie vicissitudini, noi non perdiamo mai di vista il punto centrale, riuscendo benissimo a congiungere le varie focalizzazioni senza che ci sfugga il senso del racconto, anzi arricchendolo con i vari interventi. L’abilità nel gestire le molteplici voci narranti è senza dubbio il grande valore aggiunto di questo romanzo, o, quanto meno, la peculiarità che ai miei occhi lo ha reso così apprezzabile.

Le tre ragazze, unite da un ventennale sentimento di amicizia, decidono di realizzare il viaggio che ancora sui banchi di scuola avevano ideato e preparato minuziosamente, la cui destinazione è Parigi. Il loro progetto però viene rivoluzionato all’ultimo minuto da un intruso che di restare a casa proprio non ne vuole sapere: è Manuel, il figlio di otto anni di Mariangela.
Silvia e Barbara, entrambe single e senza figli, accettano comunque di buon grado di portare con loro il bambino, che si rivela molto poco amabile e capriccioso, trovandosi costrette ad adeguare o modificare i programmi di viaggio in base alle bizze e alle richieste del malmostoso ragazzino.

Ciascuna di loro porta con sé un bagaglio pesante: Barbara ha sulle spalle il destino di figlia indesiderata e mai accettata, essendo sua madre morta in conseguenza al suo parto. Nata dopo i due gemelli Massimo e Valerio, vive l’infanzia subendo le angherie dei due fratelli e ricercando invano le attenzioni e l’affetto del padre – che si è eclissato dopo il trauma della perdita dell’adorata moglie e di conseguenza degli equilibri familiari – e cresce allevata da Giovanna, la sorella della madre, che lei chiama Mammagí.

Silvia invece ha avuto due genitori uniti da un amore inconsueto, fuori dagli schemi, un rapporto disequilibrato in cui la madre fungeva da conduttrice di un programma in cui il padre era sempre uno spettatore passivo. Silvia è una violinista che nonostante la bravura non ha abbastanza talento per sfondare e ha due fratelli, Nicola, pecora nera aspirante attore, e Ilaria, arrivata inaspettatamente quando Silvia era già adolescente e che lei cresce facendo da supplente alla madre in ascesa professionale.

Infine Mariangela, la bellona del trio. La ragazza, abituata con il suo aspetto attraente a catalizzare l’attenzione di tutti gli uomini, dai più giovani ai più anziani, cade sprovvedutamente (ma sarebbe più corretto dire che ci si caccia da sola) nella rete dell’unico maschio che non la considera per niente. Da questa storia univoca, in cui lei è cuoca, commensale e pietanza di un pasto solitario, ricava una gravidanza imprevista – Manuel, appunto – che provoca la fuga repentina del fidanzato narcisista egoriferito, che la lascia scomparendo senza nemmeno la consolazione di un addio.

Il viaggio non va esattamente secondo i programmi e nessuno torna dalla gita parigina identico a quando è partito, perché avrà fatto i conti sia con chi ha lasciato a casa, sia con i compagni di viaggio. Solo durante una convivenza stretta, benché breve e provvisoria come quella di una vacanza, si può avere occasione di confrontarsi veramente con persone che magari crediamo di conoscere come le nostre tasche; talvolta però si può scoprire che c’è ancora tanto da svelare di noi stessi e ci si può sempre “risvegliare”, anche dalle situazioni incancrenite.

Nel complesso, lettura assolutamente consigliata: la penna matura e convincente dell’ “inventrice” della famosa professoressa Camilla Baudino (Provaci ancora Prof) come sempre non delude.

Manu

 

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Alessandro Perissinotto – La congregazione

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Io ho una spiccata predilezione per Alessandro Perissinotto, per cui mi viene fin troppo facile tesserne le lodi, ma questo non fa testo: oggettivamente il Professore è uno dei pochi autori contemporanei che ha il coraggio di fondere la Storia e il Romanzo, ricavando da questa mirabile commistione risultati straordinari. Come quest’ultimo titolo, che è un piccolo grande capolavoro.

Con un piede nei fatti di cronaca vera e l’altro nella fantasia letteraria, Perissinotto ci accompagna in un viaggio avvincente, facendoci attraversare chilometri geografici e decenni di calendario in un thriller mozzafiato. Ne “La Congregazione” il ritmo, la trama, lo sviluppo e i colpi di scena sono propri del giallo, ma il romanzo trova la sua esigenza drammatica, insomma il suo perché, riesumando un fatto terribile realmente accaduto 42 anni fa, precisamente il 18 novembre del 1978. Stiamo parlando di un evento tremendo, il “massacro di Jonestown” in Guyana, una setta fanatica religiosa che compì un enorme suicidio di massa, il più tragico della storia contemporanea, in cui si contarono 909 cadaveri, fra suicidi e omicidi. Praticamente l’avvenimento con il maggiore numero di vittime civili americane, dopo l’11 settembre.

Come dice l’autore stesso per bocca di Apiatan, mezzosangue indiano con aspirazioni da giornalista: “Tutti ricordano il suicidio di massa di Jonestown (ai più giovani o agli smemorati il web offre un’ampia documentazione) e tutti sanno che l’intera responsabilità della carneficina ricadde sul reverendo Jim Jones e sulla sua follia. Ma è davvero così?”.

La storia nella storia, dunque. La protagonista è Elizabeth, cittadina americana che a soli otto anni aveva seguito i genitori nel Grande Viaggio, partendo dagli Stati Uniti e arrivando in Guyana, in Sudamerica, dove nel bel mezzo della giungla centinaia di fanatici religiosi avevano fondato il Tempio del Popolo, dando vita a una comune agricola di ispirazione marxista. L’esperimento bucolico si era rivelato essere una sorta di campo di concentramento, dove non erano mancate le violenze e le sevizie a i danni dei braccianti e dei boscaioli che faticosamente addomesticavano la vegetazione tropicale agli ordini di questo predicatore pazzo. La cronaca ci racconta poi come finì.

Elizabeth, miracolosamente scampata all’eccidio, si ritrova dopo più di quarant’anni a fare i conti con il suo scomodo passato. E’ chiaro che questa donna quasi cinquantenne, che il destino ha portato a Frisco, un ex villaggio minerario delle Rocky Mountains in Colorado, per scontare una doppia condanna per guida in stato d’ebbrezza con una cavigliera elettronica che la controlla e la monitora sempre ed ovunque, deve risultare scomoda per qualcuno, o addirittura pericolosa. Sicuramente non sarà per la sua ex carriera di spogliarellista con ampie aperture nel suo mansionario, benché questo, per certo, non le faciliti l’inserimento e l’integrazione nella nuova comunità, dove ha trovato lavoro come cassiera alle pompe di benzina e dove cerca di rifarsi una vita tranquilla e dignitosa nel cottage ereditato dalla misteriosa zia Rose. Però qualcosa deve esserci, sennò non si spiegherebbero le sgradite, se non addirittura moleste attenzioni che a un certo punto comincia a ricevere. La sua vita, per quanto lei tenti di renderla anonima, non è più così tranquilla.

Ma cosa può sapere, o ricordare, un’innocente bambina di soli otto anni…?

La straordinaria tecnica narrativa di Perissinotto ci fa rimbalzare dal presente narrativo, in cui Elizabeth conta le ore nascosta in una miniera braccata dai suoi persecutori, alle vicende del passato in cui, pagina dopo pagina, si scoperchia questo terribile capitolo della storia americana. Il continuo scorrere su e giù nella linea spazio temporale – la comune marxista in Guyana degli anni ’70, in piena guerra fredda e il paesino del Colorado, nei tempi attuali, quando ormai la contrapposizione con i paesi del blocco filosovietico è un antico ricordo – non disorienta il lettore, anzi, mantiene altissima la tensione del thriller e ci aiuta a comprendere, oltre alla connotazione storica della trama, anche il quadro psicologico della bambina spaurita di allora e della donna disincantata di oggi.

Il Professore, come in altre sue precedenti opere, parte dalla Storia per creare una storia, sfruttando l’occasione di un particolare avvenimento per dirci qualcosa di più.

Mantenere viva la memoria, rimuovere l’amnesia collettiva, risvegliare le coscienze civili, questo è importante per l’autore, oltre che mettere in scena un bel racconto avvincente, con personaggi che sembrano nati apposta per trasformarsi in eroi da pellicola cinematografica. Non dimentichiamoci che Alessandro Perissinotto è anche visiting professor presso l’Università di Denver, e che in una recente intervista ha dichiarato che i personaggi, pur essendo frutto di pura fantasia, sono stati concretamente ispirati – nei loro costumi, nell’aspetto fisico e negli atteggiamenti – dalle persone che ha incontrato e conosciuto in quei luoghi. Infatti, nel leggerlo, il romanzo ti si srotola davanti agli occhi proprio come un film e questo è, per me, un inequivocabile segnale di buona riuscita!

 

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John Niven – A volte ritorno

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Se avete voglia di leggere qualcosa di molto divertente ma non banale, provocatorio ma non volgare, qualcosa che stimoli il vostro spirito critico mettendo fortemente in crisi le vostre più ataviche convinzioni… allora questa potrebbe essere la lettura che fa per voi!

Come la pensereste se vi dicessero che Dio, il Creatore, l’Onnipotente – sì, insomma, proprio Lui – ne ha le scatole piene dell’Umanità, che è così tremendamente deluso e sconfortato dai disastri combinati dall’Uomo da cedere alla tentazione di mandare tutto a gambe all’aria? Se desse retta a quella testa calda di San Giovanni, l’Apostolo prediletto, sarebbe il momento di dare una bella dimostrazione di chi è il capo. Cavallette, Apocalisse, Armageddon…una bella spazzata e via! Tanti saluti e si riparte da zero! E dire che San Pietro lo aveva messo in guardia su quella faccenda del libero arbitrio…Però Dio non è convinto e ci ripensa: non ha fatto tutto quel lavoro per buttarlo alle ortiche con uno schiocco delle sue celestiali dita. Non si è sorbito l’Archeano e il Proterozoico tutto da solo (“Provateci voi a fare quattro chiacchiere con un eucariote!”), il Paleozoico a fissare scarafaggi e lucertole, per non parlare di quella pallosissima Età del Bronzo che sembrava non finisse mai…

Quando aveva visto finalmente un po’ di civiltà con i Greci e i Romani si era rincuorato. D’accordo, una lieve caduta di tono verso il Medio Evo, però subito dopo, con il Rinascimento, si era davvero inorgoglito! Troppo… quella vacanza premio che si era concesso era stata una vera imprudenza, avrebbe dovuto tenere d’occhio le Creature ancora un attimo ma si era voluto fidare… giusto qualche settimana per andare a pescare (il tempo Celeste è un po’ diverso da quello sulla Terra) e al suo ritorno cosa trova? Il pianeta ridotto a un immondezzaio, carneficine e genocidi, le peggiori crudeltà perpetrate dall’uomo verso altri uomini, per non parlare di come vengono trattati gli animali! Il Creatore è veramente indignato: “Ma era poi così difficile seguire quell’unico, semplicissimo comandamento che vi avevo dato? FATE I BRAVI…”. Tutto qui.

Così gli tocca di rispedire ai piani di sotto il povero Gesù, che se la stava allegramente spassando fumandosi le canne e schitarrando in compagnia di Jimi Hendrix (se uno deve scegliersi un insegnante di chitarra punta sul migliore, è ovvio). Il ragazzo, memore di com’era andata la sua prima volta, non è affatto entusiasta, ma non può che obbedire agli ordini di suo Padre. Così Gesù, con uno stile tutto suo, ritorna sulla Terra: un lungo viaggio coast to coast da New York a Los Angeles, per dimostrare che avere compassione, empatia e sensibilità è ancora nella capacità dell’uomo, che vivere in comunione si può fare e che, anche se tutto sembra dimostrare il contrario, la via della semplicità è l’unica che porti alla felicità.

Non consiglierei assolutamente questo libro a chi è stretto di vedute ed è privo di ironia, o a chi patisce il turpiloquio perché la scrittura è molto “disinvolta”. Alcuni temi sono trattati in modo veramente dissacrante e probabilmente urterebbero la sensibilità di chi ha una fede molto ortodossa. Chi invece ha il coraggio di ammettere che la Chiesa per prima non ha saputo rispettare l’unico enunciato divino (“Fate i bravi!”) e che – ora come allora – chi si schiera con i fatti, e non solo con le parole, dalla parte dei più deboli e degli emarginati non è ben visto dalle autorità, allora potrà trovare questa lettura accattivante e senza dubbio anche molto, molto attuale.

 

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