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Fabrizio Silei – Trappola per volpi

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È un’accoppiata davvero particolare quella che conduce le indagini in questo giallo tutto fiorentino: un giovanissimo vicecommissario, ancora inesperto e inconsapevole del proprio valore e un vecchio contadino toscano (vecchio perché all’epoca dei fatti a cinquant’anni si era considerati già vecchi, soprattutto se dopo una vita di logorante lavoro nei campi).Che ci azzeccano insieme ‘sti due? Innanzitutto collochiamo la storia a Firenze, nel 1936, in piena epoca fascista, quando ciò che conta è solo ed esclusivamente l’appartenenza al Fascio e aderire o meno all’ideologia di Mussolini può fare una sostanziale differenza nell’esistenza, o addirittura sopravvivenza, di tutti i giorni. Il dottor Vitaliano Draghi, fresco di studi e di nomina, lavora come vice al commissariato di Firenze. È il figlio del fattore che gestisce il podere della Conte, per questo ha potuto studiare, ma il premuroso e anche un po’ ossessivo interesse del padre, affinché l’appoggio del Conte non gli venga mai a mancare, minano la sua sicurezza personale e il suo amor proprio. Vitaliano vive nel perenne rammarico di aver scelto gli studi giuridici e di essere entrato in polizia invece di assecondare la sua naturale propensione all’arte e alla poesia. Galeotto è stato crescere all’ombra di Pietro, contadino molto benvoluto dal Conte in persona, uomo laborioso, onesto e dallo spiccato senso pratico, proprio come ci si aspetterebbe dal suo ruolo. Ma Pietro Bensi è molto di più, è l’incarnazione di uno di quei tanti – anzi, son certa siano innumerevoli – casi in cui il genio, lo scienziato, l’artista, l’inventore o il letterato ha avuto la sfortuna di nascere nel luogo, nella famiglia e nel momento sbagliato. Persone con la testa, ma non solo quella, anche con il cuore di Pietro, cosa sarebbero potute diventare se non avessero avuto al collo il giogo della povertà, della dittatura, della schiavitù del lavoro, se non fossero stati schiacciati dal senso del dovere e da regole e leggi non scelte ma imposte? Tant’è che Pietro nasce a inizio secolo, nella campagna toscana, povero e villano: giovanissimo viene spedito in guerra, miracolosamente fa ritorno a casa a differenza di migliaia di suoi compagni, ma lascia sul campo di battaglia, oltre all’uso di un braccio scampato per un pelo all’ amputazione, la gaia spensieratezza della gioventù. La sua mente brillante, il suo spirito d’osservazione, l’istinto arguto non sono persi, ma il se prima scintillavano come gioielli al sole, ora sono offuscati dai ricordi, che di notte si fanno incubi, degli orrori visti nei terribili momenti vissuti in guerra. Fortunatamente la sua intelligenza e la sua capacità di analisi trovano il giusto nutrimento nell’enorme biblioteca del Conte, dalla quale Pietro ha il permesso di attingere, ed è grazie ai preziosi volumi di filosofia, storia e scienze che la mente eccezionale del nostro uomo cresce e si trasforma in una vera e propria “macchina del pensiero”. È una grande fortuna per il piccolo Vitaliano crescere all’ombra di un siffatto personaggio, il quale, anche se consapevole dei suoi talenti, resta umile e con grande generosità educa il ragazzino e lo sprona al ragionamento, all’osservazione, allo spirito critico (“Se devi catturare una volpe devi ragionare come una volpe” gli ripete) fino a portarlo a quella che sarà la scelta della sua professione, entrare in Polizia. Da piccolo Vitaliano aveva aiutato l’allora giovanissimo contadino a risolvere un caso di omicidio, la morte di una giovane fanciulla del paese, e da allora la passione per la criminologia e l’investigazione non lo ha più abbandonato. Un ‘altra cosa Vitaliano si porta dietro dall’infanzia, il sentimento tutto speciale per la figlia del Conte, Nausica, con cui da piccolo ha condiviso ore e ore di giochi e avventure e poi, crescendo, i primi turbamenti dell’adolescenza. Notare la scelta del nome, Nausica: classico, un po’ blasé, sicuramente inusuale ma perfetto per il personaggio che vuole essere fuori dagli schemi, ribelle ma senza perdere un grammo della sua eleganza. Vitaliano ha la sua professione, porta i baffetti sottili all’Amedeo Nazzari e il Borsalino in testa, ma di fronte alla vitalità spavalda e inebriante di Nausica, che negli anni si è fatta bellissima e contesa da molti pretendenti, si sente il solito bamboccio imbranato, impacciato e tremolante, un fagiano insomma. Proprio come affettuosamente lo canzona il vecchio Pietro. Ma veniamo al caso: per cominciare Fabrizio Silei parte con un incipit da applausi e ci fa trovare il cadavere di una giovane ed elegante signora sul pavimento di un vespasiano del Lungarno. Come ci è finita con la testa fracassata la bella moglie di un Senatore del Regno in un cesso pubblico sulla sponda del fiume? Con strani segni e numeri scritti sulla schiena, poi? La vittima appartiene a una famiglia ricca e facoltosa, il vedovo è una figura di spicco molto vicina al Duce. La politica dell’epoca non permette che si possa mettere in discussione l’infallibilità del governo dove tutto è perfetto e inoppugnabile. In una società dove ogni cosa è sotto controllo e funziona precisa come un orologio, uno scandalo del genere è inammissibile e se proprio non si può insabbiare, che almeno le indagini siano veloci, efficaci e che il caso sia chiuso il prima possibile! Stretto in questa morsa il giovane vicecommissario si trova a dover affrontare il primo vero caso – praticamente come imparare a fare i tuffi cominciando da un trampolino di dieci metri – consapevole che sbagliare una mossa può comportare conseguenze disastrose. Chiede dunque di potersi avvalere di un collaboratore molto speciale, riuscendo a strappare Pietro ai campi e alla mietitura del grano per trascinarlo nelle strade cittadine, fra le ville e i quartieri popolari di Firenze, fino a San Giminiano, dove le indagini prenderanno una piega sorprendente, insomma ovunque sia necessario per seguire le tracce che l’assassino semina in giro. Sarà più utile l’applicazione della metodologia da manuale dell’uno o l’esperienza e l’istinto dell’altro? Non perdetevi questo piccolo/grande gioiello della giallistica, in cui il ritmo scorre lento, senza affanni, come durante un buon pranzo: per gustare tutti i sapori, per apprezzare i piatti preparati da mani sapienti, per lasciare che gusto e olfatto evochino altri sensi, aprano la mente, non ci vuole fretta ma il giusto tempo. Così Silei ci prende per mano e ci fa fare tutta la strada che occorre per arrivare fino alla fine del caso, lasciandoci il tempo di guardarci attorno, di carpire le atmosfere, di conoscere i personaggi, anche quelli a latere. Quelli poi, delle vere perle, per me sono i più gustosi, i più divertenti. Chi si distingue per il comportamento buffo, chi per le fattezze, chi sembra una macchietta, chi per il vernacolo sincero, chi mette a nudo il proprio dolore. Per ognuno di loro, e sono molti, l’autore trova il modo giusto per caratterizzarlo. E poi siamo in Toscana, può forse mancare una dissacrante dose di ironia? Ben collocato storicamente, originale nella scelta dei protagonisti, introspettivo il giusto senza essere cervellotico, divertente a tratti ma anche drammatico, tenero e romantico all’occorrenza. Un gran bel lavoro, per essere al suo esordio nel genere giallo , di un autore che si era finora cimentato, con successo e soddisfazione, nella letteratura per ragazzi (suo il prestigioso Premio Andersen del 2014). Una prova di maturità ben riuscita, che mi ha fatto conoscere una nuova “strana coppia” dell’investigazione, infatti non vedo l’ora di legge la seconda indagine, “La rabbia del lupo”. Arrivederci a presto, Pietro e Vitaliano!

Manu

 

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Madeline Miller – La canzone di Achille

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Sfido chiunque a trovare un lettore che non conosca, anche solo per sommi capi, le storie narrate nei poemi omerici. Chi non ha sentito cantare le gesta del glorioso Achille con la sua sfolgorante armatura, delle astuzie di Odisseo, del coraggio di Ettore?

L’abbiamo anche studiato a scuola: la bella Elena rapita da Paride, la furia vendicativa di Menelao e l’avidità di Agamennone, le mura di Troia che non si lasciano espugnare per dieci lunghi anni, gli dei che si sfidano e si fronteggiano, parteggiando per l’una o altra squadra, manco fosse un torneo di bocce! Allora, ci chiediamo, se non c’è nulla di nuovo, che bisogno c’era di riscrivere una storia arcinota? Che cos’è che ha decretato il planetario successo di questo romanzo, premiato e tradotto in decine di lingue?

La scelta dell’io narrante, Patroclo, un eroe di sponda, uno di quelli il cui nome ci ricordiamo solo e indissolubilmente legato a quello di Achille, un’ombra.

Qui Patroclo invece è protagonista e narra in prima persona, permettendoci di vivere la storia “da dentro”, non con l’occhio onnisciente di Omero, ma con le palpitazioni di un umano che più umano non si può (fragile, insicuro, esiliato per un omicidio commesso involontariamente, uno “sfigato”, insomma) che ha in sorte il più fulgido dei riscatti: diventare il beneamato, il prediletto dell’Eroe fra gli Eroi, il compagno dell’ aristos achaion, il migliore fra i greci.

Partendo dall’infanzia del giovane, nato principe figlio di Menezio, passando dal giuramento di fedeltà a Menelao, all’esilio presso il regno di Peleo, a Ftia, fino all’incontro con Achille, vediamo la nascita della loro amicizia , il crescere dei sentimenti reciproci, l’educazione dei due giovani, ormai inseparabili, sul monte Pelio del centauro Chirone, si arriva alla partenza della flotta greca per Troia e si giunge infine al ben noto epilogo. Tutto è visto con gli occhi del ragazzo, che si trasformano pian piano in quelli di un uomo, sempre più consapevole delle sue scelte, dei suoi sentimenti e dei valori per cui decide di sacrificarsi. Ma sono soprattutto gli occhi di un ragazzo innamorato. Non riesco a riportare qui le centinaia di volte in cui la Miller, attraverso lo sguardo di Patroclo, ci fa beare della bellezza di Achille: i suoi muscoli flessuosi, la morbidezza del sorriso, lo scintillio degli occhi verde foglia, l’oro dei suoi capelli, il profumo tiepido della sua pelle, l’agilità delle sue dita, elastiche sulla lira e forzute sulle lance,la possanza delle sue spalle. Tutti sono innamorati di Achille, perché Achille è facile da amare (se lo si guarda da distante come una star holliwoodiana). È bellissimo, forte, elegante, partorito da una dea e cresciuto con la grazia di un principe, benedetto da tutte le fortune. Ma Il suo inseparabile compagno ci dimostra di saperlo amare – forse più intensamente- quando Achille non veste l’abito del semidio ma quello dell’uomo mortale, con le sue insicurezze, i suoi dubbi, i suoi scatti d’ira e i peccati d’orgoglio.

È un amore umano, tenero, fragile e al contempo indistruttibile.

Sono state rese immortali le gesta del guerriero, era giusto che si rendesse la meritata gloria anche alla storia di un amore speciale e intramontabile, tragico come gli amori narrati da Shakespeare.

C’è poi un personaggio che mi è risultato più caro, una figura femminile meravigliosa, Briseide. Colei che getta nell’abisso dell’inazione il valoroso eroe, che per onore implode su se stesso è anche colei che permette a Patroclo di trovarsi, gli riconosce la forza per superarsi e la consapevolezza per diventare il motore affinché il fato si compia. Quando si realizzerà la profezia che recita che Achille cadrà dopo il migliore dei mirmidoni, lui si farà trovare ed è proprio Briseide a battezzarlo con il fatale titolo.

La Miller propone un ribaltamento, focalizzando l’attenzione sulla forza dei sentimenti piuttosto che sulla forza fisica delle azioni e fa uno splendido lavoro: plasma materiale antico con grazia e talento e lo rianima insufflando in esso nuova vita. E ci fa un gran bel regalo perché di storie così belle e narrate così bene, noi lettori non ci stancheremo mai.

Manu

 

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Alexander McCall Smith – Le lacrime della giraffa

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La scorsa estate, al mare, mi è capitato di assistere ad una fortunosa scoperta. Un ragazzino che giocava tra le onde, con la sua maschera da sub, ha trovato sul fondale qualcosa di luccicante. Strillando di gioia ha riportato a riva un anello d’oro, non un gingillo, ma una vera fede con incisi tanto di nomi e data di matrimonio.

Ecco, io mi sento un po’ così: sono consapevole che il mare magnum della letteratura custodisca tesori ben più grandi e preziosi, ma io giocando – attratta da titolo e copertina come succede ai bambini – ho pescato il mio personale gioiellino inciampando per caso ne Le lacrime della giraffa.

Questo titolo non è il primo, ma il secondo, della fortunata serie firmata da Alexander S. Smith con protagonista la signora Precious Ramotswe, una donna africana, trentenne, di “corporatura tradizionale”, che decide di fondare la Ladies’Investigation Agency n.1 del Botswana.

Eh sì, un’investigatrice, donna, in Botswana: decisamente – almeno per me, divoratrice di gialli – qualcosa di insolito e originale!

Alexander S.S. è un ex professore di medicina legale a Oxford, nato e cresciuto in Africa, che ci restituisce l’amore per la terra natia facendoci dono di questo incredibile personaggio, che una volta scoperto e conosciuto non si può che amare ed affezionarcisi come si farebbe con un’amica (confesso che dopo il primo ho divorato altri due suoi libri).

Siamo a Gaborone, capitale del Botswana, Precious Ramotswe, provata dal fallimento del suo matrimonio con un musicista mascalzone e dalla prematura morte del suo bimbo neonato, decide di vendere il bestiame ricevuto in eredità dal suo adorato padre e di investire il ricavato aprendo un’agenzia investigativa, la prima in Botswana e soprattutto la prima totalmente gestita da sole donne, lei e la sua occhialuta segretaria, la perspicace signorina Makutsi.

L’ufficio, che si trova vicino all’officina meccanica del mite signor JLB Maketoni, accoglie clienti che, sempre più numerosi, chiedono alla nostra investigatrice di ritrovare mariti o figli scomparsi, di controllare adolescenti ribelli, di recuperare automobili rubate e di svergognare medici corrotti e dipendenti infedeli.

Storie di più o meno ordinaria, o straordinaria amministrazione, direte voi, ma i casi investigativi, sebbene siano tutt’altro che banali, in realtà non sono che una scusa, il veicolo che ci porta a viaggiare attraverso il piccolo paese africano per conoscerne i suoi abitanti, la sua storia, le sue abitudini, così diversi dal pensiero occidentale, fornendoci nuove e interessanti prospettive.

Mma Ramotswe e Rra Maketoni (il simpatico meccanico che pazientemente attende una risposta affermativa alla sua proposta di matrimonio) sono profondamente umani, perché umano, inteso come gentile, emotivo, sensibile, è l’approccio con cui si pongono i due imprenditori verso i rispettivi clienti, sia che si tratti di dispiegare un mistero o un dramma familiare o che si parli di un carburatore da pulire e sistemare. I clienti sempre prima di tutto. La serietà professionale è la cifra distintiva che fa prosperare le loro attività e soprattutto per Precious Ramotswe, quella che le fa raggiungere fama e notorietà ben oltre i confini della città. Leggere dei suoi casi da risolvere e delle sue matasse da dipanare è un’ottima scusa per ficcare il naso in Africa, allargare lo sguardo su sconfinati orizzonti e per farsi accompagnare lungo strade sterrate insidiose, piene di buche, di serpenti velenosi, in cui si possono fare incontri pericolosissimi come coccodrilli o stregoni. Ma anche se il territorio è spesso ostile nulla può fermare la determinazione di chi, consapevole di avere un talento speciale, ha deciso di metterlo a disposizione degli altri. Del suo infallibile intuito, della sua propensione alla riflessione filosofica e alla meditazione, della sua compassione ed empatia Mma Ramotswe fa generosamente dono a chi ha bisogno di ordine nella propria vita, per rimettere le cose al loro posto, anche se sono passati anni, anche se il passato non si può più modificare e il futuro, forse, neanche. Quando c’è bisogno di pulizia, di chiarezza Mma Ramotswe c’è, costi quel che costi, e fa la differenza.

Il cielo terso che abbaglia di un azzurro vibrante, il cono d’ombra fornito da un albero, l’insostituibile furgoncino bianco così come l’immancabile tazza di tè rosso, sono tutti elementi che nella lettura diventano punti di riferimento, bussole che ci riportano sempre da lei, a questo meraviglioso personaggio, che parla con saggezza senza essere mai saccente, di cui mi sono innamorata e che avevo tanta voglia di presentarvi. Sono certa che con la sua intelligenza, la delicatezza dei toni e degli sguardi, fermi e diretti, i modi sempre educati ma irremovibili, avrà qualcosa di interessante da dire anche a voi.

Manu

 

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Alice Cappagli – Niente caffè per Spinoza

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Niente caffè per Spinoza” è un romanzo delicato, come può essere delicato l’equilibrio fra due persone che non si conoscono, che imparano a fidarsi e a fare insieme un ultimo pezzo di strada, una verso il finale e l’altra verso un nuovo inizio.

L’autrice esordiente Alice Cappagli mette in questa tenerissima storia tutti gli elementi che compongono anche la sua personale esperienza: la musica (lei stessa è violoncellista nell’orchestra della Scala), la filosofia (materia in cui è laureata) e la luce di Livorno (sua città natale), ingredienti che mescola con sapienza e con dosaggi misurati e precisi, così da produrre un risultato che ne rende facile e fruibile la lettura. Questo vale anche per chi, come me, è nudo e crudo o quasi, di filosofia, ama la musica, anche se non la sa suonare però ne ammette il potere terapeutico, e non conosce Livorno, ma “riconosce” l’aria, il sale, l’atmosfera che si respira in una qualsiasi città di mare italiana.

La storia, narrata in prima persona, ha come protagonista una giovane livornese, Marvi, o più precisamente Maria Vittoria – perché i nomi sono importanti! – disoccupata e in piena crisi coniugale, che accetta un lavoro come badante presso un anziano non vedente, un tempo professore di filosofia, che per moltissimi anni ha insegnato ad allievi che ancora lo ricordano e lo passano a trovare.

Il vecchio filosofo vive da solo, in un grande appartamento invaso dalla carta: libri, giornali, lettere e fascicoli sono in ogni dove. Sporadicamente riceve le visite di una figlia nervosa e impaziente e di due nipotine adolescenti e inafferrabili, quelle più frequenti di alcuni vecchi amici, anch’essi filosofi o eruditi, oltre alle attenzioni della vicina “del KGB” e le incursioni della temibile e terribile cognata, la Vally.

Ma il pover’uomo, più che di qualcuno che cucini, gli ricordi di prendere le medicine e badi alla casa, ha bisogno di un paio d’occhi per continuare a leggere.

La lettura è infatti il principale compito che il Prof.Luciano Farnesi affida a Maria Vittoria, che spesso deve posare le stoviglie, asciugarsi le mani nel grembiule e cercare il tal libro, la tal frase, nel tal capitolo, seguendo le precise istruzioni del suo datore di lavoro. In questa surreale caccia al tesoro al buio, il professore, pur non potendo vedere e affidandosi solo alla sua memoria, indica la strada alla sua “guida” per orientarsi nell’infinita biblioteca di casa, per ritrovare e far rivivere parole che altrimenti rimarrebbero sepolte. Il manuale di Epitteto, le opere di Epicuro, i pensieri di Pascal, i dialoghi di Seneca, i frammenti degli stoici ma anche Hume, Schopenhauer e naturalmente Spinoza sono i compagni che suggeriscono al professore come affrontare le piccole grandi questioni quotidiane , dimostrando a Maria Vittoria come la filosofia possa essere molto più pratica e concreta di quanto si pensi. ”Bisogna che io legga nelle piccole cose verità universali. Ma mi occorre la sua collaborazione”, chiede il prof. Farnesi.

Un’altra grande protagonista del romanzo è la luce e non è un caso se il nostro personaggio è cieco ma si chiama Luciano.

La luce che proviene dal mare invade con prepotenza la terrazza dell’appartamento dove il professore ama scaldarsi al sole, si infiltra tra i vetri che Marvi spolvera e lucida, si colora al tramonto nella finestrella della cucina del microscopico alloggetto della ragazza, sale e scende di intensità a seconda delle condizioni metereologiche che il prof. Farnesi riesce a indovinare dall’umidità della balaustra, dal canto più o meno intenso degli uccellini che popolano il suo balcone, o dal cigolio della porta del bagno.

«E mentre il sole entra a secchiate dai vetri, mentre il libeccio “passa in un baleno dall’orizzonte al midollo, modificando i pensieri e l’umore”, il profumo della zuppa di lenticchie si mescola a i Pensieri di Pascal, creando tra i due un’armonia silenziosa e bellissima».

Così la vita di Maria Vittoria, incrociandosi con quella di Luciano, mano a mano si illumina. Dal grigio della noia e della prigionia di giorni senza speranza né dignità, si colora con uno spettro di tonalità a lei prima sconosciute, la nebbia si dirada e con più precisione e nitidezza la ragazza riesce a intravedere i contorni di un possibile futuro.

Ad assistere a questi ineluttabili cambiamenti c’è la figlia Elisa, affannata e problematica. Elisa nei suoi spostamenti porta sempre con sé la sua viola. La musica che suona sembra essere l’unico linguaggio comune che hanno lei e suo padre, l’unico con cui riescono a trasmettersi messaggi comprensibili e significativi per entrambe.

Così, fra decisioni ardue, come quella di Marvi di lasciare definitivamente il tetto coniugale e incontri fortuiti/fortunati come quello con Angelo (l’abbiamo già detto che i nomi sono importanti, vero?) la vita segue la sua strada, i nodi si sciolgono, anche quelli che appaiono più ingarbugliati, perché spesso è difficile distinguere i ricordi veri da quelli fasulli, i desideri propri dal desiderio di assecondare gli altri, e i nostri personaggi veleggiano fin dove sono destinati ad approdare.

“La virtù di un uomo non si misura dai suoi sforzi, ma da ciò che fa abitualmente”: di tutte le lezioni impartite negli anni dall’anziano professore questa è quella che ha più potenza e riverbero. Marvi infatti si accorge che la grande e ricca biblioteca si trasforma, man mano si svuota e le parole trovano altre strade per circolare.

“- Un libro di per sé non è nulla se non trova qualcuno che lo fa vivere nella lettura.
– Come fa lei, no?
– No. Io uso la memoria, ormai, che è fallace, ma il libro merita di rinascere ogni volta.
Scoprii cosí, per caso e inaspettatamente, che ne sceglieva
uno al giorno per regalarlo.
– Ma non le dispiace un po’?
– No, sarei egoista e ingeneroso se non lasciassi volare verso il traguardo i miei compagni di viaggio”.
Secondo Alice Cappagli se esiste un insegnamento che si può apprendere dai libri e che c’è sempre una possibilità di riscatto, una ripartenza e che anche dal dolore, dalla malattia e dal lutto si impara qualcosa.

Lettura consigliatissima per garbo e intelligenza.

Manu

 

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Maria Elisa Aloisi – Il canto della falena

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Mondadori esce a luglio in edicola con Il Canto della Falena, un legal thriller che si legge tutto d’un fiato e che si fa apprezzare riga per riga, perché scritto bene, con competenza e grande sensibilità.

L’autrice, che ha vinto il Premio Tedeschi 2021 e si è guadagnata la pubblicazione nella serie ORO de “Il Giallo Mondadori”, è una brillante esordiente siciliana, l’avvocato Maria Elisa Aloisi, che in questo giallo oltre a trasporre la sua esperienza professionale di togato ci trasmette il profondo amore per la sua terra.

Siamo a Catania: Ilia Moncada, giovane avvocato penalista dello Studio Marra, si trova costretta suo malgrado ad assumere la difesa di un caso di omicidio. Si tratta dell’uccisione di un noto commercialista della città, Adriano Politi, assassinato con due colpi di pistola nel suo chalet in località Nicolosi, sulle pendici dell’Etna. Il cadavere viene ritrovato con il volto coperto da un fazzoletto, quasi che l’omicida abbia pietosamente voluto coprire con la stoffa l’ultima luce negli occhi della vittima.

Accusata dell’omicidio è la moglie, Speranza Barone, in quanto tutte le prove indiziarie convergono verso e contro di lei.

Il caso è complicato e Ilia non se ne vorrebbe incaricare, sia per il grande risvolto mediatico, sia perché il pubblico ministero che ha assunto l’accusa è Federico Salini, ex compagno di università ma soprattutto ex fidanzato. Invece la sua amica Irene Marra, avvocato civilista nonché figlia del titolare dello studio dove lavora Ilia, con grande determinazione e poca delicatezza ce la trascina dentro a forza, così come le “impone” la conoscenza del fascinoso Andrea Belmonte, l’astuto giornalista e conduttore televisivo, “in nome della tradizione dello studio, che ha sempre avuto un occhio di riguardo per stampa e TV”.

In questa accattivante storia la carrellata dei personaggi è paragonabile a un vassoio di dolci in una pasticceria siciliana: ce n’è per tutti i gusti! Oltre agli attori principali, ho trovato particolarmente gustosi un paio di macchiette, come ad esempio l’avvocato Cristoforo Dito (un disastroso civilista tanto pasticcione quanto borioso, con velleità da celebrity televisiva) ma in special mondo Mariano, il quale prima di diventare il segretario dello studio di Ilia era stato un suo cliente – una specie di rubagalline sfigato, portato a delinquere dalla malasorte – con un cuore buono come il pane, che si prende cura di Ilia con uno zelo e una premura che vanno ben al di là dei suoi compiti professionali. Mariano con la sua parlata popolana, piena di strafalcioni e di termini dialettali (divertentissimi!) ci fa sentire più forte l’aria di Catania, perché neanche per un attimo ci si può scordare di essere nella bella città etnea: si gira la pagina ed ecco spuntare una piazza, una via, uno scorcio del porto.

Maria Elisa Aloisi, catanese purosangue, ci tiene tantissimo a farci da cicerone per le strade della sua città, che riluce di bellezza anche se il sole è quello pallido autunnale e non quello rovente dell’estate.

Passeggiamo insieme a Ilia sul lungomare e ci sediamo volentieri insieme a lei ai tavolini del bar, di cui non fatichiamo a immaginarci il colore, l’ombra delle tende, sentiamo attorno a noi il rumore del traffico o lo sciabordio delle onde del mare, tanto l’autrice è brava a portarci dentro la storia.

Un altro bellissimo personaggio, molto dolce, e quello della zia Ofelia, il cui affetto compensa quello della mamma, prematuramente perduto da Ilia quando era molto piccola, e quello del papà, che si è allontanato risposandosi con un altra donna a cui lei non si è mai affezionata.

Forse è per questo che il nostro giovane avvocato ha una particolare sensibilità per Tecla, la figlia adolescente dell’imputata Speranza Barone e della vittima Adriano Politi, perché, come lei, la ragazzina rischia di perdere di colpo la figura sia materna che paterna e per questo si aggrappa più forte a quella della nonna, Magda Politi.

Quest’ultima è un personaggio chiave, come testimone del processo e in quanto madre del commercialista assassinato: non era fatto semplice darle la caratterizzazione giusta. Eppure di Madga ne vediamo ogni gesto, ogni lampo negli occhi, cogliamo ogni sfumatura della sua voce. Quando uno scrittore riesce a delineare così bene i suoi personaggi tanto da farceli sentire intimi, vicini, a empatizzare con loro, io, signori miei, questo lo chiamo talento.

Anche dall’intreccio della storia – sul quale non mi piace indugiare troppo per non togliere nulla al piacere della lettura – si denota il talento. Una scrittrice di legal thriller che è a sua volta una penalista potrebbe facilmente scivolare nella saccenza, diventare pedante con i tecnicismi. La Aloisi, invece, sa di cosa parla, trasmette tutto in modo chiaro, con competenza, ma usa un grande rispetto verso il lettore, non lo blandisce né lo annoia mai, e secondo me questo è un dettaglio non trascurabile.

Mi accorgo ora di aver parlato poco del personaggio principale, Ilia Moncada (qualcosa mi dice che la ritroveremo presto in nuove avventure). Poco male, lascio a voi il piacere di fare la conoscenza con questa che si prefigura essere (cito la copertina Mondadori) una nuova stella nel firmamento del giallo giudiziario. Ma si riferirà all’avvocato Moncada o all’avvocato Aloisi?

Manu

 

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