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Alessandro Perissinotto – La congregazione

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Io ho una spiccata predilezione per Alessandro Perissinotto, per cui mi viene fin troppo facile tesserne le lodi, ma questo non fa testo: oggettivamente il Professore è uno dei pochi autori contemporanei che ha il coraggio di fondere la Storia e il Romanzo, ricavando da questa mirabile commistione risultati straordinari. Come quest’ultimo titolo, che è un piccolo grande capolavoro.

Con un piede nei fatti di cronaca vera e l’altro nella fantasia letteraria, Perissinotto ci accompagna in un viaggio avvincente, facendoci attraversare chilometri geografici e decenni di calendario in un thriller mozzafiato. Ne “La Congregazione” il ritmo, la trama, lo sviluppo e i colpi di scena sono propri del giallo, ma il romanzo trova la sua esigenza drammatica, insomma il suo perché, riesumando un fatto terribile realmente accaduto 42 anni fa, precisamente il 18 novembre del 1978. Stiamo parlando di un evento tremendo, il “massacro di Jonestown” in Guyana, una setta fanatica religiosa che compì un enorme suicidio di massa, il più tragico della storia contemporanea, in cui si contarono 909 cadaveri, fra suicidi e omicidi. Praticamente l’avvenimento con il maggiore numero di vittime civili americane, dopo l’11 settembre.

Come dice l’autore stesso per bocca di Apiatan, mezzosangue indiano con aspirazioni da giornalista: “Tutti ricordano il suicidio di massa di Jonestown (ai più giovani o agli smemorati il web offre un’ampia documentazione) e tutti sanno che l’intera responsabilità della carneficina ricadde sul reverendo Jim Jones e sulla sua follia. Ma è davvero così?”.

La storia nella storia, dunque. La protagonista è Elizabeth, cittadina americana che a soli otto anni aveva seguito i genitori nel Grande Viaggio, partendo dagli Stati Uniti e arrivando in Guyana, in Sudamerica, dove nel bel mezzo della giungla centinaia di fanatici religiosi avevano fondato il Tempio del Popolo, dando vita a una comune agricola di ispirazione marxista. L’esperimento bucolico si era rivelato essere una sorta di campo di concentramento, dove non erano mancate le violenze e le sevizie a i danni dei braccianti e dei boscaioli che faticosamente addomesticavano la vegetazione tropicale agli ordini di questo predicatore pazzo. La cronaca ci racconta poi come finì.

Elizabeth, miracolosamente scampata all’eccidio, si ritrova dopo più di quarant’anni a fare i conti con il suo scomodo passato. E’ chiaro che questa donna quasi cinquantenne, che il destino ha portato a Frisco, un ex villaggio minerario delle Rocky Mountains in Colorado, per scontare una doppia condanna per guida in stato d’ebbrezza con una cavigliera elettronica che la controlla e la monitora sempre ed ovunque, deve risultare scomoda per qualcuno, o addirittura pericolosa. Sicuramente non sarà per la sua ex carriera di spogliarellista con ampie aperture nel suo mansionario, benché questo, per certo, non le faciliti l’inserimento e l’integrazione nella nuova comunità, dove ha trovato lavoro come cassiera alle pompe di benzina e dove cerca di rifarsi una vita tranquilla e dignitosa nel cottage ereditato dalla misteriosa zia Rose. Però qualcosa deve esserci, sennò non si spiegherebbero le sgradite, se non addirittura moleste attenzioni che a un certo punto comincia a ricevere. La sua vita, per quanto lei tenti di renderla anonima, non è più così tranquilla.

Ma cosa può sapere, o ricordare, un’innocente bambina di soli otto anni…?

La straordinaria tecnica narrativa di Perissinotto ci fa rimbalzare dal presente narrativo, in cui Elizabeth conta le ore nascosta in una miniera braccata dai suoi persecutori, alle vicende del passato in cui, pagina dopo pagina, si scoperchia questo terribile capitolo della storia americana. Il continuo scorrere su e giù nella linea spazio temporale – la comune marxista in Guyana degli anni ’70, in piena guerra fredda e il paesino del Colorado, nei tempi attuali, quando ormai la contrapposizione con i paesi del blocco filosovietico è un antico ricordo – non disorienta il lettore, anzi, mantiene altissima la tensione del thriller e ci aiuta a comprendere, oltre alla connotazione storica della trama, anche il quadro psicologico della bambina spaurita di allora e della donna disincantata di oggi.

Il Professore, come in altre sue precedenti opere, parte dalla Storia per creare una storia, sfruttando l’occasione di un particolare avvenimento per dirci qualcosa di più.

Mantenere viva la memoria, rimuovere l’amnesia collettiva, risvegliare le coscienze civili, questo è importante per l’autore, oltre che mettere in scena un bel racconto avvincente, con personaggi che sembrano nati apposta per trasformarsi in eroi da pellicola cinematografica. Non dimentichiamoci che Alessandro Perissinotto è anche visiting professor presso l’Università di Denver, e che in una recente intervista ha dichiarato che i personaggi, pur essendo frutto di pura fantasia, sono stati concretamente ispirati – nei loro costumi, nell’aspetto fisico e negli atteggiamenti – dalle persone che ha incontrato e conosciuto in quei luoghi. Infatti, nel leggerlo, il romanzo ti si srotola davanti agli occhi proprio come un film e questo è, per me, un inequivocabile segnale di buona riuscita!

 

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John Niven – A volte ritorno

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Se avete voglia di leggere qualcosa di molto divertente ma non banale, provocatorio ma non volgare, qualcosa che stimoli il vostro spirito critico mettendo fortemente in crisi le vostre più ataviche convinzioni… allora questa potrebbe essere la lettura che fa per voi!

Come la pensereste se vi dicessero che Dio, il Creatore, l’Onnipotente – sì, insomma, proprio Lui – ne ha le scatole piene dell’Umanità, che è così tremendamente deluso e sconfortato dai disastri combinati dall’Uomo da cedere alla tentazione di mandare tutto a gambe all’aria? Se desse retta a quella testa calda di San Giovanni, l’Apostolo prediletto, sarebbe il momento di dare una bella dimostrazione di chi è il capo. Cavallette, Apocalisse, Armageddon…una bella spazzata e via! Tanti saluti e si riparte da zero! E dire che San Pietro lo aveva messo in guardia su quella faccenda del libero arbitrio…Però Dio non è convinto e ci ripensa: non ha fatto tutto quel lavoro per buttarlo alle ortiche con uno schiocco delle sue celestiali dita. Non si è sorbito l’Archeano e il Proterozoico tutto da solo (“Provateci voi a fare quattro chiacchiere con un eucariote!”), il Paleozoico a fissare scarafaggi e lucertole, per non parlare di quella pallosissima Età del Bronzo che sembrava non finisse mai…

Quando aveva visto finalmente un po’ di civiltà con i Greci e i Romani si era rincuorato. D’accordo, una lieve caduta di tono verso il Medio Evo, però subito dopo, con il Rinascimento, si era davvero inorgoglito! Troppo… quella vacanza premio che si era concesso era stata una vera imprudenza, avrebbe dovuto tenere d’occhio le Creature ancora un attimo ma si era voluto fidare… giusto qualche settimana per andare a pescare (il tempo Celeste è un po’ diverso da quello sulla Terra) e al suo ritorno cosa trova? Il pianeta ridotto a un immondezzaio, carneficine e genocidi, le peggiori crudeltà perpetrate dall’uomo verso altri uomini, per non parlare di come vengono trattati gli animali! Il Creatore è veramente indignato: “Ma era poi così difficile seguire quell’unico, semplicissimo comandamento che vi avevo dato? FATE I BRAVI…”. Tutto qui.

Così gli tocca di rispedire ai piani di sotto il povero Gesù, che se la stava allegramente spassando fumandosi le canne e schitarrando in compagnia di Jimi Hendrix (se uno deve scegliersi un insegnante di chitarra punta sul migliore, è ovvio). Il ragazzo, memore di com’era andata la sua prima volta, non è affatto entusiasta, ma non può che obbedire agli ordini di suo Padre. Così Gesù, con uno stile tutto suo, ritorna sulla Terra: un lungo viaggio coast to coast da New York a Los Angeles, per dimostrare che avere compassione, empatia e sensibilità è ancora nella capacità dell’uomo, che vivere in comunione si può fare e che, anche se tutto sembra dimostrare il contrario, la via della semplicità è l’unica che porti alla felicità.

Non consiglierei assolutamente questo libro a chi è stretto di vedute ed è privo di ironia, o a chi patisce il turpiloquio perché la scrittura è molto “disinvolta”. Alcuni temi sono trattati in modo veramente dissacrante e probabilmente urterebbero la sensibilità di chi ha una fede molto ortodossa. Chi invece ha il coraggio di ammettere che la Chiesa per prima non ha saputo rispettare l’unico enunciato divino (“Fate i bravi!”) e che – ora come allora – chi si schiera con i fatti, e non solo con le parole, dalla parte dei più deboli e degli emarginati non è ben visto dalle autorità, allora potrà trovare questa lettura accattivante e senza dubbio anche molto, molto attuale.

 

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Gianrico Carofiglio – Le tre del mattino

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Quando finisco un romanzo che mi ha particolarmente entusiasmato, la prima cosa che desidero fare è prendere il telefono e condividere la preziosa scoperta con un amico che la possa apprezzare. Questo è un libro di quelli: per l’intensità dei personaggi, per le atmosfere, per la capacità persuasiva di Gianrico Carofiglio di accompagnarti nei luoghi più improbabili e ombrosi di Marsiglia, come nelle pieghe più oscure del cuore.

L’autore riesce a trattare con leggerezza, che non vuol dire superficialità, anzi, scandagliandone le profondità, temi delicati come la malattia, il rapporto padre/figlio, la separazione dei genitori in giovane età, l’affacciarsi degli anni della maturità con le responsabilità che ne conseguono.
Pur facendo rientrare “Le tre del mattino” a pieno titolo nella categoria “romanzo di formazione”, Carofiglio non rinuncia a dare alla sua scrittura una sfumatura di giallo. Con le atmosfere in cui tutto può accadere, le scene girate in notturna, le situazioni sospette, sembra quasi che voglia spingere il lettore, proprio come in un giallo, ad approfondire l’analisi dei protagonisti per farcene cogliere tutte le sfumature e le possibilità, anche le più improbabili. E gli imprevisti, nelle storia, non mancano, d’altronde è il racconto di due giorni e due notti non programmati, trascorsi obbligatoriamente e totalmente insonni da un padre e un figlio che si conoscono poco, che si avvicinano con guardinga diffidenza e che si devono preparare a un verdetto stabilito solo dal destino, che come in un thriller, è sempre in agguato dietro l’angolo.

Molte sono le occasioni che l’autore sfrutta per esibire l’elegante raffinatezza della sua scrittura, soprattutto con l’uso sapiente delle citazioni. Ci spiega il significato di “intenzione” quando il padre, appassionato di musica, educa il figlio all’ascolto del jazz; ci fornisce un interessante stimolo di riflessione disquisendo sulle analogie in materie matematiche e giuridiche (qui il tocco dell’uomo di legge è puntuale ma non invadente), per non parlare della citazione per eccellenza, di Francis Scott Fitzgerald, che battezza il titolo del libro: ”Nella vera notte buia dell’anima sono sempre le tre del mattino”.

L’autore ha voluto sigillare anche la chiusura del romanzo con una bellissima citazione del matematico John von Neumann, ma non la riporterò per rispetto dell’intera storia, che merita di essere letta e “vissuta” con intensità. Credo che sia proprio questa la chiave di lettura: l’intensità.
Entrambe i protagonisti, non solo il diciottenne Antonio, ma anche suo padre, il cinquantenne Claudio (va detto che il lettore non fatica a identificarsi alternativamente nell’uno o nell’altro) si scuotono dal torpore delle loro vite rassegnate e indolenti e, costretti dagli eventi, scoprono e riscoprono il piacere della vita veramente vissuta, sforzandosi di non ricadere, come già successo nel passato, nel pantano degli equivoci e del “non detto”.

Il mood malinconico e nostalgico del romanzo sembra voler suggerire proprio questo: non è mai troppo tardi per avvicinarsi e scoprirsi, ci si potrebbe pentire di aver fatto fuggire le occasioni importanti, quelle che danno una svolta e ti ribaltano la prospettiva, perché il tempo è un giocatore cinico e baro, e ti potrebbe colpire alle spalle quando meno te lo aspetti. Un altro tema, sfiorato con delicatezza e lasciato sospeso a beneficio del lettore, è quello del talento. Una lezione di vita, la più difficile forse che un genitore possa cercare di impartire al proprio figlio: non esiste delitto più grave del talento sprecato.

Carofiglio, che a proposito di talento ne ha da vendere, con questo piccolo capolavoro, più un racconto lungo che non un romanzo, dimostra di sapersi destreggiare egregiamente anche al di fuori della sua comfort zone, quella del giallista, e di avere tante cose da dire anche su quello che è la vita quotidiana, i rapporti familiari, l’incontro fra anime affini, insomma quanto di più umano ci sia.

 

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Fan Wu – I fiori di febbraio

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I fiori di febbraio, riferimento ai fiori che dopo il gelo ritrovano vitalità, è un bellissimo romanzo di formazione in chiave femminile, con protagoniste due studentesse universitarie di Canton, nei primi anni Novanta.

Cheng Ming è una brava ragazza di diciassette anni, dolce, studiosa e responsabile, ma ancora molto ingenua o, se vogliamo, piuttosto sprovveduta.
Miao Yan è la più vecchia laureanda dell’università, con i suo ventiquattro anni. La contraddistinguono una non comune bellezza, prorompente sensualità e carisma ma sopratutto cinismo, egoismo e fragilità. Insomma le due ragazze non potrebbero essere più diverse, ma come poli opposti che si attraggono, il destino le fa incontrare una notte sul tetto dell’edificio scolastico, una notte in cui Ming cura la sua malinconia suonando il violino e Yan la rottura con l’ultimo fidanzato fumando sigarette. Le due per circa un anno saranno legate da un sentimento fortissimo, di attrazione e repulsione, e fra litigate, risate e confidenze più o meno sincere si accompagneranno nel passaggio delicato verso l’età adulta. Un legame morboso che potrebbe essere solo affetto o anche “altro”, ma in un’epoca e in un paese in cui il sesso e l’omosessualità sono ancora tabù infrangibili, alle due fanciulle non è dato capire la vera natura del loro rapporto.

Ming è una acerba adolescente alle prese con un corpo che è destinato suo malgrado a cambiare, anche se lei non ne vorrebbe sapere, che cerca di rifugiarsi in un’eterna fanciullezza rassicurante, perché troppo spaventata da tutta una serie di informazioni che mancano, o sono confuse o che la fanno sentire impreparata o inadeguata.
Yan al contrario è fin troppo spregiudicata e intraprendente ma, benché consapevole della sua sensualità e delle potenzialità delle frecce al suo arco, deve fare i conti con una fragilità che non l’abbandona e con dei sensi di colpa di cui non si riesce a liberare.

I caratteri delle due ragazze sono così opposti perché sono il prodotto di famiglie con esperienze totalmente diverse: figlia unica di intellettuali esiliati in campagna durante la Rivoluzione Culturale per la prima, figlia maggiore di famiglia numerosa appartenente a un’etnia di minoranza con grandi difficoltà di integrazione per la seconda.
Una delle attrattive di quest’opera è che offre la possibilità di gettare uno sguardo su un mondo interessante come quello della Cina in una fase di profonda trasformazione, segnata da grandi contraddizioni fra i fulminei processi di modernizzazione e i non altrettanto veloci processi di emancipazione mentale.

Il romanzo ha struttura circolare, cioè inizia con Ming che dopo la fine del suo matrimonio si trasferisce nel quartiere vicino all’università che aveva frequentato dodici anni prima, all’epoca della sua intensa relazione con l’amica mai dimenticata e di cui ha perduto ogni traccia. Dopo tanto tempo, ormai cresciuta e diventata donna, Ming si reca negli Stati Uniti, a San Francisco, decisa a risolvere quel nodo inesplicabile che si porta nel cuore da sempre e a darsi la possibilità di ritrovare Yan e di farla rientrare nella sua vita.
Dopo cena vado in autobus fino a Chinatown. Non so se Miao Yan ce l’ha ancora la boutique o se ha lasciato al città, ma non me ne preoccupo. Non diceva che in qualche vita precedente eravamo legate? Se il fato esiste davvero, voglio mettermi nelle sue mani. Lo so che quando ci incontreremo andrà tutto bene: ci racconteremo che cosa abbiamo fatto in questi anni, scherzeremo sull’angoscia e frustrazione che provavo nei suoi confronti, mi racconterà dov’è stata dopo l’università e che progetti ha per il futuro, ci confronteremo sulla perdita dell’innocenza e su quanto è eccitante vivere in un paese nuovo”.

È dunque la perdita dell’innocenza la vera protagonista della storia. Innocenza alla quale si cerca di restare aggrappati disperatamente come eterni Peter Pan o innocenza che si perde nostro malgrado per colpa della crudele imprevedibilità del destino.

In ogni caso l’eleganza e la delicatezza della scrittura di Fan Wu ci rende sopportabile questa perdita inevitabile che, chi prima chi dopo, ci riguarda tutti.

 

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Federica Bosco – Il nostro momento imperfetto

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Dalla ormai collaudatissima penna di Federica Bosco esce, ne il NMI, una vera e propria radiografia di una ipotetica, ma assolutamente credibile, famiglia. Un ritratto attuale, una foto declinata in tutte le sue svariate e fantasiose possibilità. E la fantasia è una cosa che proprio non manca alla nostra autrice, che mette in scena uno schieramento di “attori”, per questa sua commedia moderna (non dimentichiamo che la Bosco è anche sceneggiatrice per cinema e TV) in cui ciascuno di noi può serenamente dichiarare di conoscere, se non tutti, almeno una buona parte dei soggetti. A mio avviso è proprio questo bazaar di varia umanità il pregio maggiore di questo intrigante romanzo, oltre al fatto che ci propone situazioni e relazioni assolutamente verosimili.

La protagonista è la non più giovanissima Alessandra, tranquilla professoressa che ha imparato a regolare la propria vita, sentimentale e non, secondo le ordinate leggi della fisica, materia che insegna all’Università di Torino, location della storia. Ale ha imparato a limare sogni e aspettative: le sue giornate non saranno così esaltanti, ma il fatto che siano scandite da regolarità e ordine le infonde sicurezza. Non è così per Nicola, suo compagno e convivente, premio Oscar per falsità e vigliaccheria, che dietro all’apparenza del fidanzato perfetto, le sta costruendo sulla testa un palco di corna degne di un cervo reale. La scoperta avviene naturalmente per caso, alla vigilia dei preparativi del matrimonio (ma perché mai Nicola le avrà chiesto di sposarlo?) sconvolgendo nel profondo Alessandra, che vede sovvertito in un nanosecondo (il tempo di un SMS inopportuno, anche questo un classico) l’ordine costituito e naturale della sua vita. La situazione si aggrava ulteriormente quando nel parco giochi delle playgirls di Nicola ci trova pure Elena, brillante avvocatessa nonché la sua migliore amica, un altro classico!

Furono solo quattro i secondi che divisero irrimediabilmente la mia vita tra il prima e il dopo. Quattro miseri secondi che si dilatarono all’infinito.
Riuscii a scomporli in ogni calcolabile sottoprodotto del tempo, scinderli in ogni unità di misura mai verificata dalla fisica, finché non si ridussero in polvere che scivolò nel collo della clessidra, mentre il mio cuore chiudeva gli occhi e moriva.
Il tempo di Planck è considerato, a oggi, il più breve intervallo di tempo misurabile.
Avrei dato qualunque cosa per tornare a quella minuscola particella appoggiata appena prima di quei quattro secondi.

Federica Bosco riesce a raccontare tutto questo con tale maestria e partecipazione che viene da chiedersi: a chi non è mai capitato un tradimento? Che si tratti di un marito, un fidanzato, l’amica del cuore, una sorella o la collega preferita: quando si perde la fiducia in qualcuno di intimo ci si sente violati nel profondo e da quel momento si ha la certezza che nulla sarà più come prima.
Da qui in poi entrano in scena gli altri personaggi, uno più colorato e vivo dell’altro, che cercano di dare una scossa alla nostra, che sta raschiando il fondo del baratro prima di tentare una faticosissima risalita. La famiglia di Ale: una mamma autoritaria dal piglio marziale che non si capacita di come abbia fatto a crescere due figlie tanto diverse: la prevedibile e giudiziosa Ale e la ribelle pazzoide scatenata Gaia. La secondogenita è quella dai mille progetti sconclusionati e incompiuti e dai due figli, ovviamente da padri diversi e sconosciuti, sempre inquieta e variabile come il tempo delle Azzorre, che inonda di sole e o che devasta tutto come la tempesta nel giro di un attimo. A completare il quadretto familiare i due nipotini, con nomi improbabili come Apollo e Tobia, uno troppo saggio e l’altro troppo infantile per le rispettive età, più il nonno, psicologo in pensione, uomo mite e dimesso che avrà sicuramente curato centinaia di pazienti ma che non è stato di alcuna utilità nel caos totale della sua famiglia. Le new entry sono l’intrigante Lorenzo, incontrato sugli spalti della piscina comunale, la sua terribile e viziatissima figlia tredicenne Greta e la peggiore delle ex mogli possibili, veramente la più perfida, avida e manipolatrice delle donne in circolazione.

Non mi dilungherò a spoilerare nulla, vi dirò solo che la vicenda è ricca di colpi di scena, momenti drammatici, romantici, comici, non manca proprio niente affinché il prodotto risulti ben confezionato e soddisfacente. Tolte alcune semplificazioni, forse per “esigenze di scena”, la struttura regge e la storia procede in scioltezza, ma come già detto, non sono tanto gli sviluppi della trama, quanto la lettura psicologica dei personaggi e l’efficacia con cui l’autrice sa leggere dentro i loro stati d’animo a rendere veramente interessante questa esperienza di lettura.

 

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