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Bruno Morchio – Dove crollano i sogni

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I sogni le servono per “vaccinarsi dai mali della vita”: Ramona detta Blondi, diciotto anni vissuti nel quartiere di Certosa nella valle del Polcevera senza mai sapere chi sia suo padre e con una madre che lavora come operatrice sociosanitaria e a nemmeno quarant’anni sembra una vecchia che nelle ore libere si attacca alla bottiglia di rosso davanti alla tv, vuole essere padrona della sua vita. Conta i mesi che le mancano a diventare maggiorenne per poter attuare il suo desiderio, maturato davanti alla copertina patinata di una rivista trovata dalla parrucchiera: andare in Costa Rica.

Paradiso da dove crede anche arrivi quel padre sconosciuto e il cui nome la madre non le ha mai svelato, riducendo la sua figura a quella di un bel marinaio eclissatosi.

La ragazza, un passato scolastico disastroso che non le ha mai fatto prendere un diploma, bionda e bellissima con un corpo mozzafiato che non passa inosservato, è fidanzata con Cris, che ha cinque anni più di lei, tossico inviso alla madre e che una madre non ce l’ha, morta quando era bambino, e che divide gli spazi domestici con un padre dipendente dal gioco. Ha tentato di lavorare nella falegnameria dello zio Armando, ma è il classico lavativo che si rolla le canne e si sballa di droga. Per lui la vita è lì, tra un bar dove gioca a biliardo con gli amici e i caruggi dove compra la “roba” dagli Africani, preso dal sesso e anche dall’affetto, a modo suo, per Blondi che invece sogna di andarsene per vivere davvero.

Dove crollano i sogni”, edito da Rizzoli Libri, è il nuovo romanzo di Bruno Morchio, ambientato nella sua Genova alla vigilia di un crollo concreto, quello del ponte Morandi, che si snoda tra una gioventù – e non solo gioventù – borderline, dove solo i sogni, appunto, sembrano poter rappresentare la molla necessaria per cambiare la propria esistenza, costi quello che costi, fosse anche l’eventualità di uccidere.

Ancora una volta Morchio intesse una trama che ti fa piombare in quelle atmosfere e in quella storia, che ti fa dimenticare di non esserne uno dei personaggi, tutti sempre dipinti con una maestria psicologica che permette al lettore di vederli con gli occhi di Blondi, che narra in prima persona, ma allo stesso tempo con gli occhi propri e con le caratteristiche che sono loro, non permeate da altri sguardi. Leggere queste pagine è avere davanti persone raccontate da due punti di vista: quelli della protagonista e quelli del lettore stesso.

E la stessa Blondi, così disinibita, quasi fredda nel suo rincorrere i propri desideri, riesce a essere mostrata da Morchio anche nelle fragilità di una diciottenne alla quale la vita non ha negato batoste e dolori che lei finge di nascondere sotto una scorza da dura che si è messa addosso e che si rivelerà essere debolezza più che forza.

Il linguaggio è crudo, schietto, diretto, perché è l’unico che potrebbe uscire dalla mente e dalla bocca di una come Blondi, alternato alle immagini di Genova e dei suoi quartieri descritta in taluni tratti con una poesia che sembra fare a pugni con le espressioni dell’io narrante e che proprio per questo colpisce chi legge, lo mette davanti a quelle sfaccettature dell’animo umano, del linguaggio, della mente e del cuore che sono tutti aspetti della quotidianità che Morchio non nasconde mai, ma che sa narrare con il suo grandissimo talento.

 

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Fabio Genovesi – Cadrò, sognando di volare

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Non ho mai amato molto il ciclismo. Né avevo idea che Cadrò, sognando di volare ne rappresentasse un inno. Come al solito sono restio alla lettura delle trame. Titolo e copertina guidano le mie scelte. E, in questo caso, l’autore. Quel Fabio Genovesi amato alla follia fin da Chi manda le onde.

Un inno al ciclismo, dicevo. Anzi, un inno a Marco Pantani che, del ciclismo moderno, è stato senz’altro uno degli eroi più controversi ed appassionanti. Ad alternarsi con le imprese sportive del Pirata, quelle della quotidianità di Fabio, giovane universitario alle prese con una realtà fragile ed il servizio civile.

Determinazione e caparbietà in piedi sui pedali. Insicurezza e smarrimento in ginocchio nella vita. Marco, fatica e sudore. Fabio, rimorsi e amicizia. In comune, la grande passione per il ciclismo. Da protagonista, uno. Da assiduo spettatore, l’altro.

Racconti paralleli e personaggi tratteggiati con la solita scrittura profonda, toccante e di rara intensità.

Non ho mai amato molto il ciclismo, dicevo. Per questo, ritrovarmi totalmente coinvolto nelle fatiche e nella determinazione di allenamenti e gare mi ha lasciato quasi spaesato. Tanto quanto, invece, trovare faticosa ed indigesta la narrazione delle vicende di Fabio e dei personaggi che gli ronzano intorno, sospesi tra la mediocrità ed il surreale.

Due storie parallele, dunque, tenute insieme da una radio od una televisione che rende il tifoso e l’atleta un solo uomo. Due storie. Una appassionante, vincente, fatta di sudore, cadute, tenacia, dolore e vittoria. Il mito che prende a schiaffi il destino. L’altra mediocre, svilente, lastricata di rinunce e sconfitte. La fuga dal destino.

Intendiamoci. Vale sempre la pena leggere Genovesi, eh. Sempre. Si finisce sempre col sognare. Poi magari si cade anche, ma sognando di volare.

Non ho mai amato molto il ciclismo, dicevo… ma ora scusate, trasmettono la replica della tappa sul Mortirolo. Devo andare!

 

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