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Vladimiro Bottone – Il giardino degli inglesi

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Una Napoli diversa da quella che sono abituata a ricordare, diversa dalla Napoli chiassosa e colorata che siamo abituati a immaginare. La Napoli della metà dell’800, che fa da sfondo alla vicenda de Il giardino degli Inglesi è una città spesso silenziosa, lugubre e buia in cui si incontrano personaggi appartenenti a culture, paesi e ceti sociali molto diversi tra loro.

Vladimiro Bottone crea un intreccio complicato di rapporti a volte ambigui, alcuni di una tenerezza struggente, con i bambini in primo piano: vittime della povertà, dell’indifferenza, della cattiveria degli adulti che paiono ignorarli o usarli, ma non vedere la loro sofferenza. L’autore spazia così dalle ipocrisie e dalle perversioni della aristocrazia napoletana, agli intrighi del mondo accademico a cui fanno da contraltare i membri della borghesia vittoriana inglese che, per svariati motivi, il destino ha portato a convergere a Napoli, a diventare vittime e salvatori, a trovarsi legati a doppio filo ad una vita diversa e a trovare la felicità, la morte e l’amore così lontano dal loro mondo.

Una storia di egoismi e perversioni, miseria e redenzione, un affresco storico a tinte noir che immerge il lettore in un’atmosfera nebbiosa che ricorda quella londinese, descritta con un linguaggio delicato, che colpisce per la sua ricchezza: concreto, ma allo stesso tempo elegante, a tratti forbito, ma mai pomposo o eccessivamente desueto. A mio parere lo stile di per sé è già un ottimo motivo per leggere questo romanzo che fa venire voglia di leggere il precedente a chi come me, non lo ha ancora fatto.

Mimma

 

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Riccardo Persano – Come difendersi da una veneziana

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La mattina al bar è come la sera nella Savana, quando tutte le specie si ritrovano a bere dallo stesso lago, prede e cacciatori avvicinati dai comuni bisogni primari. Allo stesso modo, ogni giorno, al bancone di Arleo, si ritrovano persone di tutti i tipi che, senza distinzione di sesso, religione, etnia, squadra del cuore o ceto sociale, si dedicano al sacro rito del caffè prima di andare incontro alla loro giornata. In questo microcosmo, che ogni giorno si ricrea e si distrugge dopo quindici minuti al massimo, interagiscono soggetti che mai, ripresi nel loro habitat naturale, avrebbero avuto modo o interesse a scambiarsi anche solo un cenno del capo.

Ale, all’anagrafe Alessandro, lavora come barista da quando era ragazzino, dopo aver abbandonato la scuola. Non che sia poco intelligente, tutt’altro. Non ha avuto solo voglia di studiare e, dopo aver svolto lavoretti saltuari, si ritrova, proprio come il padre, barbiere vecchio stampo, a ripetere ogni giorno la stessa frase “Cosa ti faccio oggi?”. Una frase retorica potremmo dire perché Ale, proprio come il padre, sa cosa vogliono le persone, conosce gli avventori del bar Arleo, nel centro città, come le proprie tasche. Ci sono i clienti fissi, come Cappuccino Tiepido, avvenente ragazza della porta accanto o il Poeta, detto così perché “versifica” su ogni argomento terreno e ultraterreno. E poi ci sono gli abituali, quelli che Ale non conosce ma riconosce. Un gesto, una ciocca di capelli ribelle, il loro abbigliamento, alla mimica facciale: ogni dettaglio non sfugge all’occhio allenato del barista che ne capisce la psicologia. Perché, in fondo, per far bene questo lavoro devi essere cortese e far parlare il cliente, senza forzarlo ma portandolo ad aprirsi alle confidenze, così il giorno dopo e il giorno dopo ancora avrà voglia di tornare a “fare due parole” con te. E poi ovviamente DEVI saper fare un buon caffè: questa è la regola numero uno ma il figlio di un napoletano ancor di più. Perché il romanzo di Persano è ambientato in una delle città più belle e controverse d’Italia. Le vicende si svolgono nel Bar Pasticceria Arleo (che realmente esiste nel centro di Genova). Ale vede sfilare sotto i propri occhi ogni mattina una moltitudine di persone e vite e storie diverse e ce le racconta, intercalandole con storie familiari e di incontro scontro ora con “Cannavacciuolo”, il collega arrogante, ora con Davide, l’altro barista e suo amico d’infanzia. La passione di Davide per il cinema ci regala, all’interno degli aneddoti narrati da Ale, numerose citazioni da film. Una per tutti il loro gioco de “l’Adelina” che vale allo sfortunato Ale un bello sganassone in piena faccia.

Ma la “veneziana” del titolo, direte voi? C’è anche lei, descritta in maniera così sensuale che vi verrà subito voglia di procurarvene una.

Ma tra tutti i nostri prodotti ce n’è uno che è di gran lunga il più apprezzato e richiesto: la Veneziana. Un dolce lievitato, farcito con crema pasticcera la cui origine è attestata intorno al quindicesimo secolo. Lo si può reperire facilmente in qualsiasi pasticceria della città, ma quello che abbiamo qui da Arleo è speciale. Il segreto sta nella crema pasticcera, più precisamente nella quantità di crema pasticcera con cui è farcita la Veneziana. In media, ognuna pesa dai due ai tre etti, tanto è il ripieno stipato tra le dolci pareti di brioche […] La Veneziana non conosce stagionalità ed è trasversale rispetto al clima. Va di moda a Natale come a ferragosto, quando piove e quando splende il sole. I suoi consumatori si dividono in due categorie: ci sono quelli seriali, che la prendono ogni mattina e i neofiti, attratti per lo più dalla sua forma rotondeggiante e dal colore della crema che fa capolino in cima al dolce.

La veneziana altro non è che metafora della vita. Se è la prima volta che ti avvicini ad essa, come in ogni nuova esperienza, può finirti male. A meno che non ci sia lì accanto un buon amico, o un barista fidato, pronto a consigliarti.

Buona lettura e, se vi viene l’acquolina in bocca e vorreste vedervi materializzare davanti agli occhi i dolci citati dall’autore, fa tutto parte di un piano diabolico da cui non ci si può’ salvare. Parola di lettrice golosa!

Annamaria

 

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Donato Carrisi – L’ipotesi del male

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Le impressioni che ho avuto leggendo “Il suggeritore” (scheda | recensione) sono state replicate anche in questo secondo romanzo della serie, con piccole differenze che ne hanno fatto perdere alcuni punti. È innegabile che Donato Carrisi sappia scrivere forte e soprattutto bene, il suo stile insieme alla fluidità dei testi sono sicuramente scorrevoli, accurati e molto piacevoli. Inserisce continuamente immagini metaforiche che storicamente dividono da sempre il lettore che apprezza da quello che preferisce non commentare. Io faccio da moderatore e mi piazzo nel mezzo perché se da una parte lo vedo un mezzo furbesco per abbindolare il lettore dall’altra la sua capacità di farlo con così grande naturalezza è da ammirare. Veniamo alla struttura, punto debole del libro. Penso che l’autore si sia dato la zappa sui piedi scrivendo allo stesso tempo un prequel e un sequel di “Il suggeritore” utilizzandone quasi la stessa scaletta. Se ti ripeti perdi credibilità e nonostante il libro sia molto valido ho fatto fatica a non annoiarmi in diversi passaggi. Se i personaggi fossero stati altri forse avrei apprezzato di più ma se scrivi un romanzo con l’intento di inserirlo in una serie allora devi creare una continuity narrativa e non piazzare solo qua e là alcuni riferimenti al precedente libro.

Facendo un passo indietro e tornando alla trama di certo essa è interessante ma sempre se distaccata dal contesto della serie romanzesca, perché anche qui è troppo simile al predecessore. Gli eventi avvengono a distanza di sette anni da quelli narrati ne “Il suggeritore”, Mila cova un malessere che le ricorda il passato come un ammonimento su quello che le potrebbe succedere. La poliziotta dentro di se continua ad avere una sorta d’inquietudine che non l’abbandona. Questa volta avrà a che fare con qualcosa di strano e oscuro, per anni ha sempre dato la caccia a chi è scomparso, i volti che è abituata a vedere ogni giorno sulle pareti del Limbo e che ora hanno il ruolo di carnefici: avrà davanti un intero esercito di ombre pronte a tutto. I potenziali per una storia esplosiva ci sono ma avendo già letto qualcosa di questo tipo si fatica ad esserne completamente catturato. In ogni caso, ogni volta che inizio un libro di Donato Carrisi la mia attenzione è subito catalizzata e i suoi incipit sono fantastici. Il ritmo è molto buono e forsennato, al solito ho letto questo romanzo in pochi giorni perché è impossibile fare altrimenti. Altro aspetto con alti e bassi è stata l’ambientazione, e non sto a dirvi nuovamente il perché. Essa va a braccetto con le atmosfere e la suspense, campi in cui l’autore si dimostra ancora una volta un maestro scrivendo un libro al cardiopalma dall’inizio alla fine e tu lettore faticherai a tirare il fiato. Con Carrisi niente è come sembra, la sua è una visione introspettiva che ci fa conoscere i personaggi scavando nel loro intimo, fino a scoprire il loro lato più nascosto. E’ su questo presupposto che fonda la natura dei suoi protagonisti e infatti non esistono eroi ma persone vere che per quanto positive sono umane e possiedono tutte i propri scheletri nell’armadio. Mila ne è l’emblema: diffidente, senza un briciolo di empatia, non ama essere toccata, è attratta dal pericolo e dal buio che la circonda, e in continua lotta con se stessa per riuscire ad accettarsi e amarsi per quello che è. “L’ipotesi del male” fa riflettere sulla dualità tra bene e male: possono esistere l’una senza l’altra o sono intrinsecamente collegate? Se al mondo esistesse un solo uomo, esso sarebbe buono o cattivo? Tra mistero e malvagità, si legge una storia ambientata nuovamente in un luogo non definito, come a dimostrare che il male si annida ovunque. Una lettura complessa e articolata.

Un thriller possente che coinvolge con una girandola di domande che non cesseranno di esistere neanche dopo averne terminato la lettura. Non smetterò mai di dire che Donato Carrisi ha il grande merito di aver dato uno slancio importante alla letteratura thriller italiana. Nonostante alcune criticità la mia impressione sul libro è ottima, ne consiglio la lettura a tutti coloro che hanno già apprezzato “Il suggeritore”.

Enrico

 

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Paolo Tagliapietra – Destino in polvere

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La casa era un’espressione tipica della città, la forma, l’aspetto, il colore dei muri, richiamavano alla mente il fine novecento, gli zoccoli dei cavalli sul “pavè”, i panni lavati sulla riva del fiume, i panciotti con gli orologi a taschino. Nessuno sfarzo, come l’etichetta cittadina richiedeva. È sempre stata un po’ austera questa Torino silenziosa, un occhio al cielo, frastagliato dalle montagne, l’altro al grande fiume che, lento, trascina con sé secoli di storia.

È il 1997, ci troviamo nella città dei due fiumi, in un condominio abitato da una fauna umana eterogenea: una portinaia (“La signora Maria, una donna robusta, forte fisicamente, di volontà ed intraprendente, accettò di buon grado considerato che suo figlio non aveva ancora un lavoro stabile e suo marito era in pensione da un paio d’anni.”); un professore (“Barba corta e una forte stempiatura, abiti scuri su maglie dolcevita d’inverno, rarissime le cravatte, camicie a mezza manica con il taschino, d’estate. La borsa, di cuoio scuro, era quasi un tutt’uno con la mano destra.”); un tenente di cavalleria (“Il cranio completamente rasato, il viso spigoloso e quadrato, davano, insieme alla sua figura slanciata, un aspetto prepotentemente fiero. Incuteva non poca soggezione anche tra i suoi sottoposti.”); una signora amante dei gatti che “ascoltava la radio quasi tutta la giornata, non la spegneva nemmeno durante il suo sonnellino pomeridiano. Appassionata di cucina, parlava sempre di dolci, si dilettava a preparare qualcosa di particolare anche se era spesso da sola.”; la signorina Salvini “sessantasette anni compiuti […] Anche lei viveva sola, non aveva marito e nemmeno parenti dei quali ricordarsi e dai quali essere ricordata.”. Infine, la famiglia Rubini “quelli del primo piano, che non perdevano occasione per far sapere che cosa pensavano. Il più schivo di tutti era il figlio maggiore, Luca, grande e grosso, sguardo basso. Lo si sentiva parlare solo con gli amici che lo passavano a prendere in macchina la sera.

L’equilibrio del condominio viene sconvolto da tre omicidi, tre morti simili, tre inquilini avvelenati dall’aconito. Alla ricerca dell’assassino c’è l’ispettore Amedeo Nitti, che cerca “di fare domande il più possibile generali, per cogliere sfumature, pensieri, per svelare personalità nascoste.” . L’ispettore indaga non solo sui delitti ma anche sugli animi, compreso il proprio.

Un amaro rimorso accompagnava Nitti con costante presenza. In pochi istanti gli passò davanti tutto il periodo in cui sentì forte la responsabilità della serenità di un’altra persona. Ma il rimorso tornò anche all’uscita della farmacia. La formula di quella stessa sostanza poteva alleviare o provocare un lutto. L’eterna lotta tra bene e male, luce e buio.

Sullo sfondo si staglia la Torino di ogni giorno, immobile, quasi impassibile ai drammi che si consumano tra gli umani. Drammi che nemmeno Amedeo Nitti può cancellare, ma solo portare in superficie.

Luisella

 

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Gianrico Carofiglio – La versione di Fenoglio

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Non ho letto gli altri romanzi di Gianrico Carofiglio di cui il Maresciallo Fenoglio è protagonista ma non è stato difficile prenderlo in simpatia. Il Maresciallo Fenoglio, di dichiarate origini piemontesi, abita da anni a Lecce, provincia in cui presta anche servizio per l’Arma dei Carabinieri. Fedelmente. Da sempre. Il “tempo del lavoro” è quasi terminato e Fenoglio, prossimo alla pensione si trova a fare i conti con un futuro che non riesce ad immaginare: per uno che voleva fare lo scrittore o tutt’al più il giornalista e invece si è trovato ad essere carabiniere, non è semplice essere altro da sé. Neppure quell’altro che per tutta la vita si sarebbe voluto diventare: ricominciare gli studi interrotti presso la facoltà di lettere? La pensione imminente lo pone davanti al fatto compiuto che il tempo passa e le persone invecchiano: compreso lui.

In questa confusione emotiva Fenoglio incontra la giovinezza insicura e smarrita di Giulio, suo ventenne compagno di fisioterapia. In una situazione di estrema fragilità per entrambi, Giulio e Fenoglio iniziano tra un esercizio di fisioterapia e l’altro, delle chiacchierate di riabilitazione emotiva, in una dialettica che è continuo scambio tra chi ha esperienza e chi vorrebbe farne, tra maestro e allievo. Fenoglio racconta al giovane amico le storie della sua vita professionale che non ha mai raccontato a nessuno, mettendo a nudo un’umanità allo sbando, crudele e bisognosa allo stesso tempo, in cui la giustizia si fa strada ma non sempre prevale, in cui a volte il meglio ce l’ha la legge del più forte. Le chiacchierata sul lavoro investigativo di Fenoglio diventano così quasi uno scambio dialogico sulla ricerca della verità, in cui spesso il maestro impara dalle acute osservazioni dell’allievo. Il giovane Giulio infatti è confuso su ciò che vorrà fare “da grande” ma ha le idee molto chiare su ciò che NON vorrà fare, dando molti spunti di riflessione a Fenoglio. La curiosità di Giulio lo porta a scavare nei suoi ricordi e nel suo passato, cercando di consegnare al giovane la verità. Al termine di questo percorso di disvelamento maieutico per entrambi, Fenoglio comprende che dovrà congedare l’amico senza potergli consegnare alcuna formula per la verità. Perché la verità è di chi la indaga.

A far da sfondo a questo rapporto tra gioventù e vecchiaia c’è la figura romantica di Bruna, la fisioterapista che, invitando Fenoglio a continuare il loro rapporto una volta che sarà finito quello professionale, lascia al Maresciallo la strada aperta per la POSSIBILITA’ e il FUTURO.

Da leggere perché, per dirla con una frase celebre “I migliori maestri sono quelli che ti indicano dove guardare ma non ti dicono cosa vedere”.

Annamaria

 

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