Luoghi di libri

Edith Bruck – Il pane perduto

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Alle soglie dei novant’anni, Edith Bruck si racconta ancora una volta in questo struggente memoir che ripercorre le tappe di una vita dolorosa e al tempo stesso benedetta da un Dio nel quale lei per prima ha difficoltà a credere – come il lettore avrà modo di scoprire nella bella lettera finale – ma in cui sua madre riponeva una fede cieca e assoluta. Il viaggio ha inizio dal minuscolo villaggio ungherese nel quale è nata – e che nel libro ribattezza Sei Case – fino al suo arrivo a Roma nel 1954 e all’incontro con colui che sarà l’amore di sempre e per sempre: il poeta e regista Nelo Risi.

Un’infanzia povera – la Bruck era l’ultima di sei figli “viventi” come sottolinea nel suo libro – e già segnata dalla crescente ostilità dei gentili nei confronti della comunità ebraica del villaggio, fino al giorno della deportazione sua e dell’intera famiglia, nel maggio del 1944, ad Auschwitz e da lì, insieme alla sorella maggiore, dopo essere state separate dal padre, dalla madre e dal fratello, in vari campi di concentramento tedeschi fra i quali Dachau e Bergen-Belsen. La liberazione da parte degli americani giunge un anno dopo, sebbene alla gioia travolgente per la fine dell’inferno seguano anni di devastante solitudine. Gli incontri con i sopravvissuti della famiglia, lungi dal portare conforto e un poco di serenità nella vita e nell’animo della Bruck, le mostreranno come non solo l’esperienza vissuta – l’essersi trovata a più riprese sull’orlo della morte, l’aver dovuto assistere impotente alle inaudite crudeltà perpetrate dai nazisti sugli indifesi e macilenti deportati ebrei – l’ha cambiata nel profondo, ma come la guerra e le sue miserie abbiano mutato radicalmente i suoi parenti rimasti. Edith, di colpo, si rende conto di non conoscerli più, di non avere più nulla in comune con loro e nessuna possibilità di comunicare. Tutto ciò che davvero vuole o vorrebbe è essere amata e scrivere, raccontare, liberarsi dal fardello di una memoria troppo pesante da portare per una ragazzina di sedici anni.

Attraverso un’Europa che lentamente sta risorgendo dalle sue macerie, Edith raggiungerà Israele dove non resterà a lungo. Quella Terra Promessa, di cui sua madre favoleggiava quando Edith era bambina, lei non riesce a sentirla come ‘patria’:
“Io abolirei la parola “patria”, come tante altre parole: “mio”, “zitto”, “obbedisci”, “la legge è uguale per tutti”, “nazionalismo”, “razzismo”, “guerra” e quasi anche la parola “amore”, privata della sua sostanza.”

Dopo un matrimonio fallito e dopo aver capito che nulla la trattiene in Israele, Edith troverà un ingaggio in una compagnia di ballo e poi in un’altra e, nazione dopo nazione, raggiungerà l’Italia, Napoli e infine Roma, suo approdo definitivo.
“Il pane perduto” – quello che la mamma di Edith non riesce a cuocere e a portare con sé al momento della deportazione – è un libro scritto con una passione viva e palpitante, un determinato atto di accusa contro il razzismo di ieri e di oggi, contro la crudeltà della guerra e degli esseri umani verso i loro simili. Eppure in Edith Bruck non c’è traccia di odio nei confronti di chi ha sterminato la sua famiglia e cancellato la sua infanzia. E così dice nel finale rivolgendosi a Dio:

…pietà sì, verso chiunque, odio mai, per cui sono salva, orfana, libera e per questo Ti ringrazio, nella Bibbia Hashem, nella preghiera Adonai, nel quotidiano Dio.

Francesca

 

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Daniel Speck – Volevamo andare lontano

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Se c’è un libro adatto per Luoghi di Libri, amici lettori, è proprio questo: “Volevamo andare lontano” dello sceneggiatore e scrittore tedesco Daniel Speck. La storia di più generazioni si dipana tra Monaco di Baviera, con i suoi freddi inverni, Milano, Napoli e Salina, perla minuscola delle Eolie. Daniel Speck ci porta a passeggio tra i Navigli, davanti al Duomo e in Galleria, ma anche nella periferia di una Milano Industriale e tra i capannoni della fabbrica ISO-Rivolta. Sazi della città ci spostiamo per prendere fiato tra le descrizioni della natura incontaminata, così come l’animo dei suoi sparuti abitanti, di Salina: isola selvaggia, simbolo delle radici. Torniamo di nuovo nell’ambiente urbano, in un alternarsi di flash back tra la Monaco degli immigrati italiani degli anni ’50 e la Monaco del nuovo Millennio per poi concludere con uno scorcio di Napoli, città dall’animo caloroso, in cui i protagonisti si ricongiungeranno all’ombra benevola del Vesuvio.

I destini di due famiglie si intrecciano, in un infittirsi di misteri, abbandoni e rinunce, dal 1954 fino ai giorni nostri. Precisamente la storia inizia nel 2014 a Monaco, quando Julia, promettente stilista trentenne, viene avvicinata da un uomo, Vincent, che dice essere suo nonno. La donna, cresciuta da una madre libera e anticonformista, non ha mai conosciuto il vero significato della parola famiglia che quell’uomo, ormai al termine del proprio cammino, le pone davanti. Non solo Julia non ha mai incontrato prima il nonno ma è cresciuta nella menzogna della morte del padre, che invece scopre essere vivo e vegeto in Italia.

La storia di Julia si interseca con quella di Giulietta, il solo vero amore della vita di Vincent, a cui tra l’altro assomiglia in modo sorprendente. Vincent le chiede di ritrovare il padre e la donna, all’inizio riluttante, accetta per porre fine ad una vita, la sua, in cui non si è mai sentita parte di nulla. Julia parte per l’Italia alla ricerca delle proprie origini e la sua narrazione si alternerà con quella del diario di Giulietta segreto che le viene consegnato da uno zio, rimasto fino ad allora nell’oscurità delle verità celate. Julia non è più sola e non è più la sola a voler chiudere dei cerchi, per perdonare ed essere perdonata a propria volta.

Il viaggio in Italia sarà un viaggio alla ricerca di se stessa e delle proprie origini come pure il viaggio di ritorno in Germania sarà, per l’uomo che le viene padre, un viaggio a ritroso nei ricordi.

Daniel Speck, con l’abilità propria dello sceneggiatore, dipinge paesaggi e scenari che il lettore riesce a vedere e personaggi da immaginare.

Piccola curiosità: l’adattamento del romanzo è stato realizzato come mini-serie televisiva in collaborazione con RAI e ZDF ed è stato mandato in onda col titolo “Volevamo andare lontano – bella Italia” nel 2019.

Consigliato perché le storie di emigrazione e immigrazione dipendono sempre dal punto di vita di chi le legge o le vive.

Annamaria

 

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Roberto Carboni – Il giallo di Villa Nebbia

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Devo ammettere che la lettura di questo romanzo mi ha inquietata come non avveniva da molto tempo. Il genere di inquietudine che ti fa sussultare per i rumori improvvisi, per intenderci. La sensazione di essere spiati come il protagonista attraverso la nebbia, ti si attacca addosso, ti segue ad ogni pagina. Non puoi fare a meno di domandarti anche tu di chi siano gli occhi che vi sentite puntati addosso (sì, perché non si può non essere nella baracca insieme a Piero). La nebbia, la grande villa, il parco: un’atmosfera gotica che fa da sfondo a un thriller in cui la suspense e la perenne sensazione che qualche segreto orribile stia per venire a galla e scatenare una tempesta, tengono il lettore con il fiato sospeso. Altro punto di forza la scelta di un protagonista atipico, un uomo dal passato poco limpido, senza velleità investigative, con poco da perdere, ma una reputazione tutta da ricostruire; un uomo sulla cui integrità abbiamo dei dubbi fin dall’inizio e da cui non sappiamo esattamente cosa aspettarci, che non ispira fiducia, ma a cui è affidata la soluzione del mistero che aleggia sulla casa e sulla vita di chi la abita. Non possiamo fidarci di nulla di ciò che vediamo e sentiamo attraverso gli occhi del custode: chi vive nella villa è la vittima o il carnefice?

L’unica piccola nota stonata sta nel finale: la tensione è mantenuta alta per tutta la durata della narrazione, fino al culmine della soluzione che arriva, inaspettata, alla fine e scioglie gli enigmi nel giro di poche pagine. Forse dopo aver sentito la paura nelle notti di pioggia nella baracca, e aver tremato a ogni scricchiolio, mi sarebbe piaciuto che alla chiave del mistero venisse dedicato uno spazio maggiore. Ma questa mia opinione personale nulla toglie alla efficacia di una trama avvincente e alla capacità di Roberto Carboni di mantenere il lettore in continua tensione, che sono il vero pregio del libro.

Mimma

 

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Donato Carrisi – L’uomo del labirinto

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Ancora una volta Donato Carrisi si conferma il migliore in assoluto sulla scena thriller italiana. E’ il re del poker, del bluff e dell’illusione. Tiene abilmente celate le sue carte fino alla fine, ti porta fuori strada per poi inchiodarti alla poltrona con una verità aberrante lasciandoti solo credere di aver ormai capito il senso di tutto il suo romanzo. E’ bravissimo a creare macchinazioni letterarie che sanno ancora sorprendere il lettore ormai troppo avvezzo ad un genere popolare e diffuso in ogni parte del pianeta. La mia esperienza con questo autore si arricchisce di un altro tassello in un continuo sali-scendi tra vecchie e nuove pubblicazioni, sì perché la volontà di leggerlo in questo modo è dettata dalla voglia di scoprire la metamorfosi di una scrittura ragionata e fortemente studiata, un lavoro fatto di periodi di isolamento e solitudine, come lo scrittore stesso afferma spesso nei suoi interventi pubblici. Dal punto di vista stilistico e narrativo il libro si presenta simile ai precedenti, compresa la decisione di ambientare la storia in una città ed un tempo indefiniti ma con molti più riferimenti alla realtà: il caldo anomalo ed opprimente dell’estate, conseguenza dei cambiamenti climatici dovuti all’inquinamento che vengono trasfigurati ed amplificati come in una fiaba macabra. Così, il caldo non è solo caldo, ma arriva a modificare i normali comportamenti umani: le persone vivono e lavorano di notte e dormono di giorno. Con L’uomo del labirinto però il salto di qualità rispetto ai suoi predecessori è netto ed evidente. Il romanzo parte quasi in sordina per acquistare adrenalina lungo la corsa e arrivare ad un finale spiazzante ma in maniera completamente diversa.

In questo nuovo capitolo Donato Carrisi ci propone un viaggio negli inferi, nel mondo dei “figli del buio”: i minori scomparsi che vengono ritrovati o riappaiono inspiegabilmente dopo anni di sevizie, abusi e torture psicologiche. Anni vissuti in nascondigli sotterranei con l’unica compagnia dei propri carnefici. Dove per sopravvivere non si può far altro che stare alle regole del gioco, imparando a convivere con il terrore e la violenza. Le stesse pagine di questo libro non sono altro che un labirinto, un gioco di specchi in cui bene e male si riflettono l’uno nell’altro. Il gioco e la storia vanno assecondati, il lettore diventa cacciatore e il cacciatore diventa carnefice. Il modo in cui Carrisi affronta il lato oscuro dell’essere umano è sempre unico, è sfacciato e ci dimostra che “il mostro” potrebbe essere chiunque. Ti lascia addosso un senso di totale insicurezza che ti costringe a guardarti sempre le spalle ad ogni pagina. Ci regala una storia avvincente ma ci toglie il sonno; ci fornisce indizi ma ci toglie la possibilità di venirne a capo; ci affida un caso ma ci toglie la verità sul finale. E ci lascia con una quantità incredibile di interrogativi. Il romanzo va letto cercando di non smarrirsi nel dedalo di supposizioni, invita a porre l’attenzione sul fatto che quello che appare vero e plausibile può non esserlo affatto: la mente umana è un labirinto, i ricordi possono essere cancellati e riaffiorare a distanza di anni. In ogni personaggio della storia può nascondersi un colpevole perchè allo stesso tempo ognuno di loro è un possibile sospettato, in un continuo susseguirsi di eventi che rimandano ad un tempo lontano. Tutto ciò è dimostrato dal personaggio di Bruno Genko: l’investigatore privato ingaggiato dalla famiglia di Samantha Andretti per scoprire il motivo della scomparsa della giovanissima figlia. E’ gravemente malato e, con una prognosi tutt’altro che positiva, ha bisogno di chiudere con il passato e con questa faccenda ormai iniziata troppi anni prima. La scrittura si conferma ancora una volta capace di intrattenere ed è ottima per fluidità e coinvolgimento.

Un romanzo che mescola thriller d’azione, giallo psicologico e tinte molto cupe. Chi legge è rapito dalle vicende ed attanagliato dalla curiosità. Un libro serrato, ben costruito e di facile lettura. Un amante del genere difficilmente vedrà deluse le aspettative, per chi invece è alla ricerca di un libro adrenalinico questo titolo potrebbe essere la scelta giusta.

Enrico

 

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Tabitha Bird – Una vita di giorni impossibili, Capitolo 22 [#audioteca]

Là, dove gli abbracci e le visite sono ancora vietati, dove l’isolamento genera solitudine e sconforto, il suono di una voce può essere determinante per alleviare il peso di una giornata altrimenti infinita. Una voce che arriva nitida e non filtrata da mascherine e visiere.

Quella voce, per noi e per voi, si nutre ovviamente di immagini tratte da libri e racconti. E’ la voce delle ragazze de Lo Scatolino di Ars e Corde, degli stessi autori e anche nostra, tutti meravigliosi interpreti di racconti. Come meravigliosi sono gli autori che, quei racconti, ce li regalano. E noi li regaliamo a voi, ovunque siate, affinchè possiate scacciare la noia e la solitudine in nostra compagnia.

Questo il nostro abbraccio virtuale per voi tutti.
Buon ascolto!

I racconti possono essere ascoltati direttamente su questa pagina oppure cliccando su è possibile scaricarli e ascoltarli più tardi.

09/06/2021

Capitolo 22 da Una vita di giorni impossibili di Tabitha Bird con la voce di Sara Alessandra Sottile de Lo Scatolino di Ars e Corde

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