Stephen King – Pet sematary

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Qui c’è la storia di un padre, una madre, due figli e soprattutto il gatto Church; un vicino di casa ermetico ed enigmatico, molti camion e un oscuro cimitero degli animali. E’ un romanzo scritto in terza persona con diversi punti di vista ma il vero protagonista è Louis Creed con la sua camaleontica trasformazione e quel cimitero n’è il deterrente. Si insinua nella sua testa un’idea terribile, giustificata da una grossa perdita affettiva che ne offusca la ragione e lo spinge ad una pazzia dilagante. ‘Louis Creed is the new Jack Torrance‘ ma evoluto in qualcosa di dissacrante. Un uomo in perenne conflitto con se stesso, che non riesce a rassegnarsi, ad accettare la morte del figlioletto. Stephen King lo descrive come un uomo distrutto calcando la mano, senza remore, sulla sua sensibilità di padre.

A primo impatto può sembrare una storia nera, e lo è, ma la sua capacità di accostare il reale al surreale è talmente buona che non ci si rende davvero conto di ciò che si sta leggendo se non nelle ultime pagine dove affiorano i veri mostri. Questo sì che può essere considerato un romanzo horror, dalle tinte noir e su cui aleggia un forte senso di perdizione. Emerge la religiosità di Stephen King, la sua cristianità, non a caso ognuna delle tre parti è introdotta con passi parafrasati del Vangelo; è spiccato il timore che ha nei confronti della morte. Il suo è un tentativo di dissimularla. La morale è doppia: con la morte non si può e non si deve ‘giocare’, se lo fai rischi che lei scherzi con te, condannandoti. Se succede, per quanto possa essere difficile e sembrare impossibile, tu devi reagire aggrappandoti a qualsiasi cosa possa tenere acceso un barlume di speranza.

Leggendo più volte e a distanza di anni uno stesso libro si colgono certe sfumature che a 15 anni non si notano perché la vita ha giustamente una prospettiva diversa. Ecco che Pet Sematary si trasforma in un romanzo profondo e riflessivo sul senso della vita ma anche sul tema del fine vita, sulla fragilità umana e la sua capacità di elaborare un lutto. Si può davvero accettare la morte? Se ci fosse una sola, piccola, possibilità che tutto ritorni alla normalità non ci aggrapperemmo ad essa con tutte le forze? In un crescendo di angoscia e terrore, Stephen King ci da la sua risposta.

 

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Cristina Frascà – Egò. La ricetta dell’amore su misura

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Avete presente un romanzo ottocentesco, come quelli di Jane Austen, delle sorelle Brönte o di Virginia Wolf, e i film americani degli anni ’60, tipo “Colazione da Tiffany” con la splendida Audrey Hepburn o “Non mangiate le margherite” con la frizzante Doris Day? Ecco, Egò. La ricetta dell’amore su misura ha il sapore di un bel romanzo d’altri tempi contaminato dalla vivacità di una commedia cinematografica in bianco e nero, il tutto condito con una buona dose di sentimento e di rosa, senza mai precipitare nel melenso.

Il romanzo si snoda tra Torino, la Francia e la Toscana (in questo caso viene citato un paesino medievale di Castagneda che è un’invenzione dell’autrice). L’avventura torinese di Blanche, la protagonista, dall’apertura dell’atelier, poi atelier-ristorante, all’entrata in scena di tutti gli altri personaggi, sempre ben disegnati da Cristina Frascà, mi ha fatto venire voglia di leggere avidamente per vedere come andasse a finire. Un po’ me lo aspettavo, ma non lo dico con tono da saputella, piuttosto perché speravo finisse così. E non aggiungo altro…

Insomma, qui il rosa è condito con una buona e ottima dose di ironia, allegria, poesia (sì, anche quella) e, qui e là, una velata malinconia. Il tutto dosato con bravura, anche nei passaggi dal presente al passato. E, ogni tanto, un po’ di romanticismo non fa male come non fa male avere la ricetta originale della tarte tatin, perché sì!, l’autrice l’ha inserita nel romanzo e sta a chi legge scoprirne il motivo e, perché no?, prepararne una.

 

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