Cristiano Cavina – Ottanta rose mezz’ora

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Quanti volti può avere una persona? Infiniti, come ci racconta il libro di Cavina, in cui vengono messi a nudo – è il caso di dirlo – i molteplici aspetti dell’animo che coesistono in ciascuno di noi.

Dissoluto, realista, ironico e romantico, il romanzo sviscera una storia semplice e solo in apparenza banale: se le prime pagine sembrano condurre verso gli stilemi tipici della letteratura rosa, si avverte da un certo punto in poi un messaggio più profondo, complesso e originale.

La storia è quella di uno scrittore che si innamora di una giovane insegnante di danza, Chantal, soprannominata da lui Sammi. Il rapporto tra i due è caratterizzato fin da subito da un’attrazione molto intensa. L’intreccio si accende ancor più dal momento in cui Sammi deve, per necessità economica, iniziare a prostituirsi: lui, contro ogni aspettativa, la asseconda e sostiene in quest’avventura.

Tra i due si avverte una passione carnale così cruda e concreta da diventare paradossalmente quasi poetica e alimentare, nel corso delle pagine, un sentimento di pura e delicata bellezza.

Cavina non giudica i suoi personaggi, lascia a noi ogni valutazione etica. Ma, al tempo stesso, ci interroga direttamente: quanti di noi hanno conosciuto una come Sammi? Una ragazza normale, che vende il proprio corpo (o la propria anima, che a volte è peggio) per mantenersi, sempre in bilico tra salvezza e perdizione, tra colpa e riscatto.

Quanti di noi riescono ad ammettere le proprie debolezze e peccati, senza giudicare ma amando incondizionatamente gli altri e soprattutto se stessi?

 

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Sergio Ramazzotti – Su questa pietra

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Ci ho messo cinque minuti a scegliere questa storia e cinque anni per trovare la forza di scriverla, e in tutto questo tempo mi sono chiesto perché, all’epoca, fu proprio questa la storia che decisi di raccontare. Non sono certo di essermi risposto fino in fondo.

Il viaggiare ha diverse sfumature e in questo romanzo ne troviamo due: una, quella del viaggio che va da un punto A (Napoli) a un punto B (Basilea). L’altra, quella del viaggio che va da un punto A (la vita) a un punto infinito (l’eternità post mortem).

Sergio Ramazzotti, reporter, fotografo e scrittore, ci racconta questo percorso, dalla sua partenza alla soglia dell’eternità. Non c’è nulla di metafisico, di fantastico o irreale nel romanzo. Tutto rientra nella dimensione umana, tragica, dannatamente reale di qualcosa che metta fine a una sofferenza senza soluzione o, meglio, che abbia come unica soluzione possibile quella del suicidio.

Con i colleghi della mia agenzia di fotogiornalismo avevamo stabilito di affrontare il tema del diritto alla salute, a partire dall’articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, secondo il quale “ogni individuo ha il diritto a un tenore di vita adeguato a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, incluse (…) le cure mediche, e il diritto alla sicurezza in caso di (…) malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia e in ogni altro caso di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà”.

In redazione vengono individuati 16 casi emblematici, in diversi paesi, di chi si mette in viaggio per la salute. Tra questi ci sono coloro che si recano in Svizzera per ottenere il suicidio assistito, la cosiddetta luce verde che ottiene solo un quinto degli oltre mille individui che ne fanno richiesta ogni anno.

Sergio Ramazzotti alterna al racconto di questo particolare viaggio, scandito in ore e minuti verso il countdown finale, frammenti della sua esperienza come reporter in cerca di chi sta soffrendo o morendo e questo raccontare diventa occasione di riflessione sulla morte, vista anche nella sua negazione o nella sua esaltazione. Può piacere o meno e questa è una opinione soggettiva. Si può anche nascondere la testa sotto la sabbia, e pure questa è una scelta soggettiva. Quello che è certo è che non è un romanzo da leggere se non si vuole riflettere sulla sofferenza, sulla morte. E neppure se si vuole soddisfare una ricerca di morbosità.

È un romanzo scomodo, duro, che non ha un lieto fine. O che, all’opposto, il lieto fine ce l’ha.
Dipende dai punti di vista.

 

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Marco Malvaldi – La misura dell’uomo

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Il talento coglie un bersaglio che nessuno riesce a colpire.
Il genio coglie un bersaglio che nessuno riesce a vedere.
[Arthur Schopenhauer]

Partiamo da un fatto: Marco Malvaldi è un genio! Seriamente: leggetevi la biografia, due notizie, le interviste e poi ditemi se non ho ragione; in ultimo leggetevi il romanzo La misura dell’uomo e vi convincerete che il Professor Malvaldi, in quanto genio, ha pieno titolo per scrivere di un genio, cioè di una delle più brillanti personalità della storia dell’umanità: Leonardo da Vinci.

Questo personaggio universalmente riconosciuto come un gigante, esce dalla sua penna con tratti umanissimi: eclettico, duttile, curioso sperimentatore in tutti i campi dell’allora scibile umano, inoltre si presta a meraviglia al gioco dell’autore, che gli fa indossare in questo caso anche i panni dell’investigatore. Colui che era il massimo esperto nel saper traslare le scienze speculative in scienze applicative e nel trasformare empirismo in tecnologia quotidiana, in questo romanzo, oltre a risolvere un misterioso caso riguardante un sospetto omicidio e complicati a intrighi finanziari, ci accompagna in un viaggio di scoperta per capire e riconoscere – ora come allora – quale sia la “misura” dell’uomo, intesa come valore assoluto, anche comparata all’eterno e a Dio.

Altro bellissimo personaggio è Ludovico il Moro, figura potente e vincente, bel mix di intelligenza politica e sapienza finanziaria. Figura grande non solo nella stazza fisica, un metro e novanta di autorevolezza, ma anche per l’imponenza del ruolo storico e le cui riflessioni sono ancora estremamente attuali. Non nego di aver pensato che personalità di tale calibro (con tutti i suoi umanissimi pregi e difetti) latitino dalla scena politica odierna e ce ne facciano rimpiangere lo spessore.

Dunque un romanzo, questo, che non ha la pretesa di definirsi storico per stessa ammissione dell’autore, pur dipingendo con grande puntualità un bellissimo affresco su questo periodo storico così affascinante, il Rinascimento, sul quale non se ne sa mai abbastanza. La lingua, i modi, i costumi, sono una ricchezza che impreziosisce l’opera senza appesantirla perché sapientemente dosata dall’ironia (si sorride sovente, come è tipico di Malvaldi) e dall’indiscussa maestria dell’autore che, si capisce leggendo, deve essersi divertito tantissimo nel documentarsi nell’infinita materia di studio che offre il volersi cimentare con la figura leonardesca.

Quindi oltre alla trama intrigante e di tutt’altro che facile soluzione, ai colpi di scena immancabili e alla complessità dei personaggi, la lettura de “La misura dell’uomo“ è godibile anche per il valore aggiunto apportato dalle riflessioni filosofiche. Dalle parole di Leonardo in persona impariamo semplici ma preziose lezioni: nessuna cosa o creatura è senza errore e che apprendere l’arte dell’imparare prevede prendere dimestichezza con gli errori, per non ripeterli e crescere in sapienza, e che l’uomo se misurato, cioè messo a confronto, con se stesso, con la natura e con la storia è, e sarà sempre, il progetto più interessate e costruttivo al quale applicarsi.

 

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Cristina Cassar Scalia – La logica della lampara

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Secondo appuntamento con il Commissario Vanina Guerrasi, nato dalla penna di Cristina Cassar Scalia.

Io non riesco più a starne senza, uno di quei personaggi che nel lettore lascia il segno, che arrivati all’ultima pagina immaginando quando uscirà la nuova indagine e come andrà avanti la storia con Paolo. In una Sicilia nascosta ma che incanta con il suo fascino, la scrittura di Cristina Cassar Scalia colpisce al cuore.

Un noir che incanta, un noir mai banale, che non si sofferma all’indagine ma va più a fondo, scava nei sentimenti oltre che negli indizi e dove solo l’intuito e la capacità di Vanina vi terranno sul filo del rasoio fino al concludersi dell’indagine senza mai annoiare.

Sul titolo non vi svelerò nulla, ma solo al termine del libro capirete il significato “La logica della lampara”, l’ultimo tassello che illuminerà Vanina e la sua squadra, quella stessa squadra che senza il suo pilastro non sarebbe la stessa, e che alla perfezione veste il suo Commissario come se fosse il migliore dei vestiti.

Anche qui l’ultima riga lascia presagire che sia scritta in modo invisibile la parola “continua”, e noi lettori non aspettiamo altro che poter leggere la prossima indagine che chissà dove ci porterà.

Sicuramente a viaggiare, a viaggiare in Sicilia, a viaggiare con la mente e con la fantasia, a viaggiare con Vanina con il suo cuore tormentato e con il suo intuito eccezionale.

Io rimango in trepitante attesa.

 

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Nadia Terranova – Addio fantasmi

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Quella mattina di ventitre anni prima mio padre aveva aperto gli occhi alle sei e sedici, le cifre erano rimaste sulla sveglia spenta con un colpo netto, seicentosedici, sei uno sei, e per giorni sul lavabo era rimasto il suo spazzolino blu, steso fuori dal bicchiere dove tenevamo tutti e tre i nostri, portandosi appresso una scia di dentifricio come bava di lumaca. Mia madre già era uscita, come spesso faceva, per regalarsi lunghe camminate all’alba, prima di andare al lavoro.

Ida scrive storie per la radio e abita a Roma con il marito Pietro. Ha con lui un rapporto particolare, che entrambi continuano a portare avanti, nonostante la stanchezza sessuale e, per certi versi, anche affettiva.

Il corpo aveva smesso di essere il luogo della comunicazione. La dolcezza si riversava nelle cerimonie quotidiane, nei dialoghi e nelle premure, e di giorno anche se litigavamo non ci facevamo mai veramente male: vivevamo all’ombra l’uno dell’altra vegliandoci con una cura che non avevo mai conosciuto; per qualche tempo dopo la fine del desiderio avevamo coltivato un nostro rituale nel darci comunque piacere, poi anche quello scambio era diventato inutilizzabile come un vecchio dizionario.

E Ida convive da ventitre anni con l’ossessione della scomparsa del padre Sebastiano, insegnante in una scuola per ricchi, un uomo che provava a riparare gli altri ma incapace di riparare sé stesso e che aveva contratto la tristezza, come una malattia.

Il ritorno a Messina per aiutare la madre a ristrutturare la casa di famiglia diventa occasione per una lunga riflessione sul significato di scomparsa e di morte. Il romanzo è tutto un lungo ricordo, fatto di capitoli lunghi intervallati da brevi intermezzi, i “notturni”, dove protagonisti sono i sogni di Ida.

Con la scomparsa del padre era iniziato un periodo di odio verso la felicità altrui, percepita come sopruso fisico, materiale, dove anche piccole opere edili (3 centimetri di dislivello di un balcone dei vicini) diventavano danni alla quotidianità del duo formato da lei e dalla madre. Felicità altrui come sopruso immateriale perché i vicini erano una famiglia felice, che giocava con i figli, cantava e pregava, mentre per la sua famiglia spezzata non poteva più esistere gioia.

L’inconsapevolezza degli altri era il nostro nemico, la quotidianità degli altri era il nostro nemico, i nomi degli altri erano i nostri nemici.

Elemento fondamentale nella storia, che ritorna sempre, a più riprese, è l’acqua sotto forma anche di sudore, di annegamento, esondazione perché è proprio con l’acqua che il padre o, meglio, il suo ricordo si manifesta. E come l’acqua fluisce, lungo le parole che circondano i ricordi. Riflettendo anche sul fatto che la vita è ein Augenblick, un momento, un battito di ciglia che da un momento all’altro può far cambiare tutto.

 

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