Frédéric Dard – Il montacarichi

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Frédéric Dard (1921-2000) è stato con molta probabilità uno dei più prolifici autori del suo tempo con circa quattrocento titoli pubblicati.
Da molti è noto con lo pseudonimo di Sanantonio e amato per le decine e decine di gialli scoppiettanti nonché esilaranti, che vedevano come protagonista il commissario Sanantonio, appunto. Guascone, esagerato, fantasioso e affascinante, circondato da ingannevoli fatalone e cattivissimi malfattori, picchiato, malmenato e sbatacchiato a destra e a manca, Sanantonio usciva infine indenne dalle più sconvolgenti avventure per tornare nel capitolo successivo pronto alla lotta e in forma come pochi.

Di genere assai diverso è invece la produzione noir di Dard. Così diverso che si stenta a credere che l’autore sia lo stesso scanzonato istrione che ha dato vita a Sanantonio.

Nei noir, Dard mostra non solo una straordinaria maestria nel trasformare trame all’apparenza esili e legate a un banale quotidiano in abissi di perdizione e perversione in cui i protagonisti, quasi sempre ignari della sorte che li attende, vengono precipitati, ma anche un’affilata propensione a indagare la psicologia dei suoi personaggi mostrandone ogni possibile sfaccettatura.

È il caso de Il montacarichi ambientato nel sobborgo parigino di Levallois e che si svolge tutto in due giorni, la vigilia di Natale e il giorno di Natale, nelle medesime vie e nella stessa casa, un’abitazione annessa a una fabbrica di carta dove abita la bella e misteriosa signora Dravet con la sua bambina Lucienne.

Protagonista e voce narrante è il trentenne Albert Herbin, ex galeotto che ha appena finito di scontare sei anni di carcere per l’uccisione dell’amante, di ritorno nel sobborgo natio e di preciso nella casa vuota e polverosa della madre morta mentre lui scontava la sua condanna. Ricordi, odori, nostalgie e momenti di una vita passata e perduta accompagnano Albert all’inizio del libro.

Il Natale alle porte, la stanchezza per il lungo viaggio notturno che dal carcere lo ha ricondotto in un appartamento dove la solitudine degli ultimi anni della madre è palpabile e presente in molti dettagli dolci e tristi, spingono Albert a perdersi nelle strade, nei negozi e nei bar di Levallois fino ad approdare a un famoso ristorante, lo stesso dove non è mai riuscito a portare sua madre che tanto lo avrebbe desiderato. Mentre consuma il pasto da solo gli capita di notare, seduta al tavolo accanto al suo, una donna con la sua bambina. Una donna che gli ricorda in modo impressionante Anna, l’amante adorata e uccisa per gelosia anni prima.

Parte, da queste prime pagine, una girandola di eventi che il lettore non può far altro che seguire intrigato e stupefatto, avvinto dall’abilità di Dard nel descrivere non solo la confusione di Albert, travolto da un colpo di fulmine per l’affascinante signora Dravet e incapace di resisterle, ma i maneggi e gli intrighi di quest’ultima per liberarsi del marito e proprietario della fabbrica. Un uomo che la signora Dravet ha sposato senza confessargli di essere incinta di qualcun altro e che, una volta scopertolo, maltratta sia lei che la figlia non sua.

Senza altro aggiungere diremo che Dard è formidabile nel condensare in una manciata di pagine, con una prosa stringata e secca, una vicenda umana stravagante e plausibile al contempo e nel dimostrare, alla fine del racconto, come il caso e le coincidenze governino la vita di ciascuno e a mostrarci dove possano condurci a dispetto di noi stessi.

 

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Stephen King – L’ombra dello scorpione

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Il libro è diviso in tre parti.

Per chi come me ha letto o leggerà l’edizione integrale, il libro inizia con un prologo intitolato “Il cerchio si apre” che spiega, in 4 pagine, come la super influenza sia sfuggita dal laboratorio in cui era stata creata. E’ forse la più importante dell’intero romanzo perchè è qui che vengono descritti tutti o quasi i personaggi principali della storia e il loro modo di vivere dopo la catastrofe. Si fa la conoscenza di Frances Goldsmith, una studentessa universitaria incinta; Harold Lauder, uno studente insicuro, rancoroso e innamorato di Frances; Stuart Redman, un tecnico che lavora in un’azienda che produce calcolatrici del Texas; Larry Underwood, un musicista pop che subito prima dell’arrivo del virus era diventato improvvisamente famoso; Nick Andros, un sordomuto; Joe/Leo Rockway, un ragazzo selvaggio, smemorato e telepatico; Glen Bateman, un anziano professore di sociologia; Nadine Cross, un’insegnante vergine con un oscuro segreto; Ralph Brentner, un panciuto e gioviale agricoltore e Tom Cullen un uomo ritardato ma di buon cuore. Quasi dimenticavo, farete soprattutto la conoscenza dell’Uomo Nero, Randall Flagg. Le sue leggi sono tiranniche, punisce coloro che non le seguono con crocifissione ed altri tormenti. Mi sono innamorato delle loro storie e dei loro volti, astratti ma così reali nella mia mente da poterli immaginare come vicini di casa, colleghi di lavoro o amici. La maestria dell’autore nel renderli così vivi è fenomenale, a volte ti chiedi se per qualche strano motivo non siano realmente esistiti.

Il romanzo continua nella seconda parte con l’intrecciarsi delle odissee dei pochi sopravvissuti, tenuti insieme da un sogno condiviso in cui una centottenne di colore, Abagail Freemantle (nota anche come ‘Mother Abagail’), di Hemingford Home (Nebraska) si propone come rifugio per l’umanità sopravvissuta. Il nocciolo della storia è tutto qui, ogni collegamento, interazione e/o legame per il quale vi siete domandati un perchè avrà una risposta, con non poche sorprese. Sì d’accordo, qualcuno può dire che la prima parte risulta noiosa con molte pagine superflue ma vi assicuro che, se arrivate qui (siamo intorno a pagina 550), vi ricrederete e non riuscirete a smettere di leggere. Nel frattempo un secondo gruppo di sopravvissuti viene guidato a Las Vegas da Randall Flagg.

Ci si avvia alla conclusione con il confronto finale, quando i due campi profughi vengono a conoscenza l’uno dell’altro, e ognuno vede nel suo avversario un pericolo per la propria sopravvivenza. Nell’edizione integrale è presente anche un breve epilogo intitolato “Il cerchio si chiude” dove si rivela quello che è successo a Randall Flagg dopo la battaglia finale di Las Vegas e Stephen King fa riferimento al Ka, argomento ampiamente trattato nella saga della Torre Nera.

Secondo me il RE è uno psicologo mancato, da questa opera affiora in modo prepotente la sua affinità con la materia. Mi ha colpito la sua profonda conoscenza della psiche umana, è in grado di trasmetterla al lettore in maniera fantastica, pulita e limpida con un linguaggio semplice benchè l’argomento sia l’esatto opposto. Con questa storia, Stephen King, mi ha stregato, non è la classica narrazione di una serie di eventi con incroci di vite e personalità. Insomma, se non lo avete ancora fatto, procuratevene subito una copia e iniziate il viaggio, lo ‘scoglio’ delle oltre 900 pagine può spaventare ma non preoccupatevi, quel masso che vi blocca vi sembrerà sempre più piccolo man mano che vi immergerete nelle pagine.

 

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Giancarlo De Cataldo – Alba Nera

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Una ragazza sta per essere smembrata a colpi di machete da Ramon e dal riluttante Jaime, due pandillerosdella Mara Salvatrucha, la MS13, la più fetente fra le bande di latinos approdate in Italia negli ultimi anni”. L’arrivo del commissario Gianni Romani, il Biondo, evita che la giovane, ancora viva, subisca quell’ennesima tortura.

È così che inizia il nuovo romanzo di Giancarlo De Cataldo. Lo scrittore ci immerge subito in un’atmosfera nera, anticipata dal titolo emblematico, che non preannuncia nulla di buono. E vi garantisco che la premessa già la dice lunga. Uno dei protagonisti del romanzo è il commissario Alba Doria, che sa tirare come Rambo e Tex Willer messi insieme, un personaggio particolare, affascinante e inquietante perché “in Alba Doria c’è della follia. Di che genere e di che intensità, sarà compito suo scoprirlo. Per il momento il dottor Salzano ha una convinzione: quella donna è pericolosa. E ora, finalmente, riesce a dare un nome a quella traccia olfattiva che continua a tormentarlo. È l’odore intimo di una donna. È quell’odore. L’odore di Alba”. La affiancano proprio il Biondo, un tipo “alto, massiccio, le spalle da rugbista, i capelli, un tempo biondo cenere, ora bianchi, un po’ appesantito, un po’ sciupato, l’espressione fra il sarcastico e il corrucciato, gli occhi grigi, un tempo luminosi, ora quasi spenti” e Giannaldo Grassi “per tutti, amici e nemici, era il dr. Sax, perché se non si fosse messo in testa di ripulire le strade dai cattivi sarebbe finito di sicuro in qualche grande orchestra, bravo com’era col suo strumento”.

Le ferite sul corpo della ragazza salvata dal Biondo assomigliano a quelle della Sirenetta, la vittima di un killer oggetto (meglio sarebbe definirlo “soggetto”) di un’indagine del loro passato, così definita per un tatuaggio, sul corpo della donna, con le fattezze del personaggio disneyano.

De Cataldo ci trasporta nel mondo delle perversioni sessuali, quello delle pratiche sadomaso, dove spopolano pratiche come il bondage e lo shibari, “un’antica tecnica di legatura giapponese, con una forte valenza erotica”.

Con Alba nera ci immergiamo in un romanzo dove anche i giusti non lo sono del tutto e dove i cattivi hanno sfumature diverse, cangianti. Ma dov’è, in realtà, il male? E può essere sconfitto? È molto difficile, se non impossibile, trovare il confine tra quei due poli, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. E scegliere è la tortura più grande da affrontare.

 

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Silvia Bencivelli – Le mie amiche streghe

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Valeria e io siamo cresciute insieme, nella stessa città e nelle stesse scuole, nelle stesse piazzette e negli stessi giardini pubblici. Siamo figlie della stessa borghesia intellettuale di sinistra e dei suoi cascami anni Ottanta, tirate su a lezioni di musica, nuoto, judo e gite nei boschi in autunno. Solo che oggi lei è diventata una strega. Una che crede alle pozioni magiche e ai massaggi miracolosi.

Alice è una giornalista scientifica, laureata in Medicina, considerata dai più una “privilegiata” e “rompiscatole” e da sé stessa uno “strano medico-giornalista che non sa nemmeno mettere un cerotto, ma che come teorico se la cava benino”. Ha una serie di amiche che lei definisce streghe perché, nonostante tanto po’ po’ di lauree, hanno iniziato a mettere in dubbio la validità della medicina tradizionale a favore di pratiche e cure alternative.

– Alternativo a cosa? – chiedo io, simulando stupore ma vivendo fastidio. E loro, in coro: – Alternativo a quelli della modernità!
Come alghe secche da diciassette euro al barattolo e bacche cinesi («Ma il tuo contadino a chilometro zero non potrebbe farsi mandare i semi dalla Cina e coltivare le bacche qui?», ho chiesto un giorno a Valeria. E lei: «Ma no, dài, sono bacche cinesi tradizionali…»).
A volte le mie amiche trovano il mago che con qualche seduta le mette a dieta, ma una dieta che se la prende insensatamente con qualche alimento di quelli con cui siamo cresciute («Perché proprio i pomodori?» «Perché il campo magnetico del pomodoro interferisce con il mio plesso energetico solare»).

Sono streghe perché praticano una sorta particolare di stregoneria o brujería e cioè “l’enorme quantità di tempo investita dalle donne a discutere di oroscopi, malattie inesistenti, terapie per il niente e misteri vari.”

La narrazione diventa così una riflessione ironica, pungente e divertente sulla medicina frutto di scienza, studio e ricerca in opposizione alla medicina alternativa frutto, sovente, di casualità e improvvisazione.
L’autrice, pardon, la protagonista ne ha un po’ per tutti e si diverte a smascherare e confutare queste alternative citando esempi con dovizia di particolari, frutto di ricerche approfondite. Con uno stile narrativo vivace e leggero ci invita a riflettere su falsi (o presunti tali) miti, su cure alternative del momento, su teorie prive di fondamento scientifico. E ci tiene compagnia chiacchierando in maniera anche wikipediana (o wikipedestre…), passatemi il termine, sugli argomenti più disparati.

Perché, in fin dei conti, sono tante le donne, e anche gli uomini, a essere comunque un pochino streghe.

 

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Mirko Zilahy – Così crudele è la fine

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Mi chiamo Enrico Mancini e sono un poliziotto. Un profiler. Il mio lavoro è dare una forma al buio, dare un’identità a chi per averne deve uccidere. Il mio lavoro è attraversare lo specchio oscuro per dare la caccia ai riflessi del Male.

In queste poche righe è racchiuso tutto il senso del romanzo. Con immensa tristezza nel cuore ho incontrato Enrico Mancini per l’ultima volta. Il nostro saluto è stato struggente. Come struggente e dannatamente intenso è stato il mio viaggio con lui grazie alla voce, che ormai sento e faccio mia, che è quella dell’autore Mirko Zilahy. Con questo si conclude la trilogia degli Spettri che ha visto protagonisti assieme a Mancini e alla sua formidabile squadra, tre temi principali: GIUSTIZIA, REALTÀ E IDENTITÀ.

Ed è proprio l’identità il tema cardine dell’ultima avventura del nostro bel tenebroso commissario che troviamo ancora in evoluzione; d’altronde lo è fin dal primo romanzo.

Sebbene con una luce diversa, con una rinnovata energia, Mancini è sempre alle prese con il suo passato, con i ricordi della moglie che non c’è più, con i suoi sensi di colpa, con gli spettri dell’anima, ancora così presenti in lui da non permettergli di vivere appieno l’oggi che gli sta offrendo un’opportunità per riscattarsi, per trovare finalmente la sua identità.

E allora, ancora una volta, Mancini si butta nel lavoro che è la sua unica vera certezza. In una Roma sempre protagonista, questa volta una Roma archeologica fatta di vicoli, di cunicoli e percorsi sotterranei sconosciuti ai turisti e agli stessi abitanti, si nasconde un’ombra che semina terrore e morte nella città. “Dal fondo dello scavo abbandonato, una forma scivola fuori. Si arrampica, circondata da marmi puntati di muffe, fiutando l’aria fresca della notte. Supera un gruppo di mezze colonne e lancia uno sguardo giù nella fossa..”.

Mancini è come sempre supportato dalla sua fidata squadra, che troviamo ancora più caratterizzata, più intima, con storie personali che si intrecciano e che aiutano la coesione sempre più forte tra i membri. Storie di identità anch’esse, di ricerca di un proprio preciso ruolo nella vita. Storie di sguardi nell’abisso dal quale spesso ognuno di noi è attratto, ma che in qualche modo per fortuna riesce a rifuggire.

Mancini stesso, con l’aiuto di una psicologa, sta cercando di emergere dal suo abisso, di guardare di nuovo quello specchio che forse può aiutarlo a ritrovare se stesso.

E parlando di identità, chi è il killer degli scavi? Cosa lo spinge ad uccide le sue vittime così lentamente e crudelmente, perché le osserva morire? E perché la scelta di siti archeologici così belli e ricchi di storia e arte come il Teatro di Marcello, il Portico d’Ottavia, ma anche i cunicoli sotterranei sotto la Fontana di Trevi? Un pezzo di carta con due iniziali in maiuscolo, trovato nascosto come messaggio misterioso dal professor Biga, suo maestro, mentore e “padre”, è forse ciò che lega le vittime tra loro. Biga purtroppo è costretto in un letto d’ospedale, in lotta per la vita e non potrà essere d’aiuto ad Enrico questa volta.

Con la sua ormai nota caratteristica di scrittura che passa, a seconda della necessità narrativa, dallo stile essenziale e spigoloso, alla prosa stilistica dai tratti più morbidi e descrittivi, l’autore ci trasporta ancora una volta nel suo mondo, nella realtà talvolta distorta da una lente di ingrandimento che deforma ciò che crediamo di vedere. O semplicemente ci porta davanti ad uno specchio che va a scavare nella nostra psiche e a quella dello stesso killer, alla ricerca, anch’esso, di una sua identità, perché in fondo gli uomini “Nella morte trovano l’identità. La troviamo tutti. Anzi, è l’unico modo di trovarla. Solo in quel momento, nella nicchia, sottoterra, o sul tavolo autoptico, sono veri, sono UNO. Nella morte c’è la loro identità, l’unica possibile.

Sappiate che, usciti dall’abisso di questa storia, ancora una volta, vorrete ritornarci. Non saprete più distinguere il Bene dal Male in modo così netto. Nelle storie di Zilahy non è mai facile odiare il carnefice, mai! Questo è quello che per me è l’effetto Zilahy. Quando ho bisogno di uscire dalla mia realtà, che a volte mi sta stretta, vado a tuffarmi nella realtà inafferrabile raccontata da Mirko. So già che arrivo ad un certo punto e rallento volutamente la lettura, per non dover salutare i personaggi e il mondo al quale, inevitabilmente, ogni volta mi affeziono. Una delle rare volte in cui mi capita di chiudere il libro, baciarlo e salutarlo come fosse un amico in partenza che non rivedrò più.

 

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