Alessandro Perissinotto – Il silenzio della collina

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Ci sono scrittori capaci di prenderti per il bavero e trascinarti tra le loro pagine senza concederti un attimo per alzare la testa. Alessandro Perissinotto è senz’altro tra questi. Scrittura pulita, intrigante. Non una parola fuori posto, una pagina di troppo. Personaggi coinvolgenti e panorami mozzafiato.

C’è tutto quello che si può cercare in un romanzo, ne Il silenzio della collina. Una storia incalzante, tragicamente veritiera, strutturata su fatti reali. La ricerca di una verità dimenticata, scaturita un po’ per caso tra le pieghe e le piaghe di una società chiusa e scontrosa come può essere quella del mondo contadino piemontese alla fine degli anni ’60. Quando le città erano teatro delle lotte operaie e studentesche e nelle campagne si consumava silenziosamente “la guerra insensata che gli uomini conducono contro le donne”. Quando ‘femminicidio’, ‘pedofilia’, ‘omosessualità’ erano ancora termini impronunciabili.

Non un’indagine in senso stretto. Piuttosto un mescolio di sensazioni ed emozioni derivati dal ricostruire una tragedia, lontana nel tempo, ma troppo vicina geograficamente ed affettivamente. Il primo sequestro di una minorenne nell’Italia repubblicana. Troppi coinvolgimenti, troppe affinità per rimanerne fuori. Un padre, mai amato, in punto di morte unico custode della realtà dei fatti. Ma inseguire verità lontane spesso conduce a fare i conti con il proprio passato, i segreti dell’infanzia, le verità taciute di tutta una vita. Trovarsi a ridisegnare ricordi cancellati ricalcando luoghi mai veramente amati e rispolverando amicizie lontane ormai dimenticate nel fondo di un cassetto. La necessità della riconciliazione con i propri trascorsi attraverso l’espiazione delle colpe altrui.

Ma c’è anche tutto quello che si può amare, in questo romanzo. Ci sono amicizie profonde. Ci sono brani di Kafka e Fenoglio (persino i titoli dei capitoli sembrano essere tributi ad altri autori: DeGregori, Moretti, Vecchioni, Arpino, Tasso, Conte, …). C’è il buon vino ed il buon cibo. Ci sono eccitanti scampagnate in moto tra le morbide curve della collina. E ci sono loro: le Langhe. L’incanto e la fatica. La meraviglia e la scontrosità. Terre preziose che ti rubano la vita.

Un romanzo a cinque stelle che al lettore non riserva solo la prima fila; lo trascina tra le pagine invitandolo ad accompagnare Domenico, Caterina e gli altri nelle loro ricerche.

 

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Joseph Conrad – Heart of darkness

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Joseph Conrad was a multifaceted man: he was a sailor and, with the same passion he loved the sea, he was a writer.. How could a man, who was Polish and learnt English as adult, write so fluently and with this variety of words? This is one of the most fascinating feature of this novel, along with its characters.

Marlow, who was later considered as Conrad’s alter ego, was the main character of the novel which is considered as the forerunner of the MODERNISM. “Heart of Darkness” has a matrioska frame: the reader has different degrees of narration, so he can perceive the plot from different point of views. Few physical descriptions leave the place to a sort of psychological journey. The journey which was told by Marlow to some friends of him during a common chat in a late Victorian afternoon in a yatch on river Thames. Marlow described his juvenile journey in the “heart of darkness” (Congo) when he worked as captain of a steamer for an Belgian Company. He started his journey in search of adventure: he was excited to visit Africa, he left London and then Brussels, the city in which the Company had its headquarters, feeling the imperialistic spirit of his time. The journey, described with huge amount of symbols which connected Marlow to the darkness nature of the environment but also of himself, changed him a lot. The meeting with Mr. Kurtz modified the way in which Marlow had perceived Imperialism since then: Kurtz represented the evil side of each man, destroyed by the desire of power.

The description of the forest and the river in Congo was gloomy and gothic sometimes, following Marlow’s feeling. The frame, very similar to Mary Shelley’s “Frankenstein” but also to Coleridge’s “The Rime of the Ancient Mariner” let the reader able to understand the common features between three works so different in their genre. As Coleridge’s mariner and Shelley’s Captain Walton, Marlow had his duty too: he had to tell the dangers of losing our soul in search of power and richness, he had to speak about the real face of Imperialism and the risk to become inhuman as if it was normal. This could be a key for reading the novel as a critique to European colonialism. If you are more interested in psychology, “Heart of Darkness” is full of Freud’s theories about Ego, Superego and Id (that could be compared to each station . outer station, central station and inner station) Marlow met during his travel along the river.

If you consider “Heart of Darkness” just a “book for students” you’re making a mistake: this novel is much more than this… let us consider that Francis Ford Coppola’s “Apocalypse Now” was inspired by this great Conrad’s masterpiece!

Don’t waste your time… and enjoy your reading!

 

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Maurizio De Giovanni – Il purgatorio dell’angelo

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Ultimo nato della serie legata alla enigmatica e intrigante figura del commissario Luigi Alfredo Ricciardi, Il purgatorio dell’angelo ci permette di ritrovare ancora una volta i protagonisti amati: il brigadiere Maione, sua moglie Lucia e la loro famiglia affollata e piena di compassionevole accoglienza; la timida Enrica alle prese con una madre scontenta e battagliera per la rottura del fidanzamento con l’ufficiale tedesco Manfred e che fatica ad accettare l’amore della figlia per il commissario Ricciardi; il dottor Bruno Modo con il suo inseparabile cane, il suo sfrenato antifascismo e la sua grande umanità; Nelide, la governante di Ricciardi, che avrà un ruolo fondamentale nella intricata e tormentata storia d’amore fra Enrica e Luigi Alfredo; l’immancabile travestito Bambinella, fonte inesauribile di pettegolezzi e notizie e i suoi divertenti siparietti con il brigadiere Maione; la bellissima Bianca Borgati contessa di Roccaspina, protetta e amata dal morente duca Carlo di Marangolo e altri ancora.

Questa volta, in una Napoli illuminata dal tiepido sole di maggio e avvolta in una incipiente primavera, Ricciardi e Maione dovranno risolvere un caso davvero difficile e spinoso: la morte violenta di padre Angelo le cui ultime parole, che solo Ricciardi può udire grazie al suo terribile e speciale dono, sono: “Io confesso, ti confesso, lascialo stare, lascia che viva, io ti confesso.”
Come mai un gesuita, un confessore noto, amato e stimato giace morto in riva al mare? Chi può averlo ucciso colpendolo al capo con una pesante pietra e perché? Ricciardi e Maione dovranno scavare nel passato di padre Angelo e di coloro, laici e religiosi, che lo conoscevano e da lui venivano seguiti e confessati, fra questi anche membri “della più alta società cittadina”.

Un’indagine che si presenta complessa e irta di ostacoli, alcuni in apparenza insormontabili, ma che non spaventa di certo i nostri eroi. A questa si aggiungono i dubbi personali e sentimentali di Ricciardi verso Enrica e il loro futuro insieme, nonché un’indagine parallela condotta da Maione insieme a Felice Vaccaro, nuovo giovane poliziotto della squadra, e legata ad alcuni rapinatori attivi proprio nel quartiere dove abita Maione. Troppi commercianti hanno dovuto subire violente sottrazioni degli incassi a fine giornata ed è tempo che la cosa finisca! Nel giovane Vaccaro e nella sua determinazione a perseguire la giustizia, Maione è convinto di rivedere il suo amato figlio Luca, poliziotto anche lui e morto tragicamente ormai da alcuni anni. È ben riposta la fiducia di Maione?

Con grazia e momenti di innegabile poesia per i colori e la bellezza di Napoli e con la rara capacità che lo contraddistingue nel descrivere l’animo dei suoi personaggi, de Giovanni ci accompagna in questa nuova avventura di Ricciardi fino a un sorprendente finale.

 

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Giorgio Scerbanenco – Luna di miele

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Come racconta la figlia Cecilia nella ricca e sentita postfazione, Giorgio Scerbanenco scrisse questo libro a Coira, in Svizzera, nell’inverno del 1944. Si trovava lì dall’anno precedente in un campo profughi insieme a Cesare Zavattini e ai fratelli Monicelli. Fu un periodo di grandi difficoltà materiali e psichiche, ma nonostante o forse grazie a questo, Scerbanenco ci offre un romanzo noir che ancora oggi stupisce e talvolta addirittura scandalizza.

Voce narrante – voce angosciata e conturbata – un sacerdote, don Paolo, stanco e malato nel corpo e nell’anima. Vittima consapevole della propria fervida immaginazione, per la quale chiede di continuo perdono a Dio, segue di persona il consumarsi di una tragedia familiare: il tragico sgretolarsi del matrimonio di Lena e Alberto e la fuga in un albergo fuori città di quest’ultimo con l’ex-fidanzata Eva.

Chiuso nella sua stanza, tormentato dalla tosse, sfinito e convinto di poter ancora redimere, nonostante tutto, Eva e Alberto che alloggiano nella camera di fronte, don Paolo descrive con torbida precisione ogni istante, ogni dialogo fra i due, mentre ricostruisce per noi lettori il percorso di inganni che ha condotto i due amanti fino a quel punto: l’amicizia fra Eva e Lena; il modo in cui Lena è riuscita a rubare a Eva il promesso sposo Alberto; gli anni turbolenti di un matrimonio mal riuscito; l’incapacità di Eva di dimenticare Alberto e il suo continuo alimentare una speranza impossibile di una vita futura insieme. Perché nonostante tutto Eva non ha mai smesso, per nove lunghi anni, di pensare all’uomo che era destinato a diventare suo marito:
“Un pensiero sorto mentre spolverava un mobile, mentre riordinava la biancheria nei cassetti. Un pensiero è una cosa da nulla, pochi traspaiono dal nostro sguardo, dall’espressione, quasi tutti rimangono segreti. Una goccia che cade nel lavandino è molto più importate per il suono che dà del più straordinario pensiero che possa sconvolgere la vita umana.”

Un noir modernissimo e travolgente che non mancherà di stupire chi voglia leggerlo.

 

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Jonathan Coe – Middle England

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“Adieu to Old England, adieu/ And adieu to some hundreds of pounds/ If the world had been when I was young/ My sorrows I’d never had known […]”. Il romanzo si apre e quasi si chiude , riprendendo in chiave ironica le strofe di questa canzone del 1974 di Shirley Collins, emblema nazionale di quell’Inghilterra che non c’è più. Uno dei protagonisti, Benjamin, la ascolta la sera del funerale della madre, evento che dà inizio alla narrazione, senza però riuscire a terminarla, vinto dalla commozione e dal ricordo. La ascolta nuovamente nelle ultime pagine del romanzo, quando una nuova vita si affaccia all’interno della sua famiglia: la tanto adorata nipote Sophie, che insieme al marito Ian diventano una delle coppie simbolo della situazione sociale nella moderna Inghilterra, darà alla luce un bambino a fine marzo del 2019: sarà il loro bellissimo bimbo Brexit. E, su questa allusione quasi irriverente, Jonathan Coe scrive la parola fine.

Solo giunta alla “Nota dell’autore” scopro che “Middle England” riprende alcuni personaggi già presenti in due precedenti romanzi di Coe, “La Banda dei Brocchi” e “Circolo Chiuso”. Pur non avendoli letti, “middle England” ha avuto uno scorrimento fluido e a tratti “illuminante”. Il romanzo racconta l’Inghilterra e la sua evoluzione sociale e politica dal 2010 ai giorni nostri. Sembra che l’autore lo abbia terminato ieri. La narrazione parte dal dopo Brown, analizzando dal punto di vista delle vicende personali i tumulti del 2011 e le Olimpiadi del 2012, fino a giungere a Teresa May e la proposta della Brexit. O della Brixit, come si afferma, ridicolizzando al massimo l’esasperato patriottismo dei nazionalisti convinti (“Non sarebbe la Brixit? British – Exit?” “Si ma i Greci l’hanno chiamata Grexit…” “Si ma poi non sono usciti. E poi comunque noi non siamo Greci, siamo Inglesi. Quindi sarà la Brixit!”). Una delle frasi con cui i libri di testo italiano adorano definire l’Inghilterra è “England is a melting pot of different cultures”. A melting pot, un grande pentolone, un guazzabuglio in cui convivono indiani, africani, italiani, polacchi, russi, cinesi, sudamericani e… inglesi. Se prendi la tube alle 7 del mattino, direzione city è probabile che tu senta odore di kebap o di curry mescolarsi a quello dell’acqua di colonia e al profumo tutto loro delle rotaie. Se questo ci sembrava un favoloso esempio di integrazione e civiltà, abbiamo scoperto, con l’avvento di Mrs Teresa May, che era solo la facciata decorosa di ciò che la parte più conservatrice e poco tollerante dell’Inghilterra mostrava al resto del mondo. E così le pagine di Coe sono colme di variopinte descrizioni che incarnano diverse tipologie di umanità: ci sono Colin ed Helena, ultrasettantenni iperconservatori che non si danno per vinti e non riescono a celare la loro intolleranza razziale; Ian giovane, bello, anglosassone fino al midollo e open-minded finchè la promozione che credeva di meritare non viene data alla collega asiatica e per giunta donna; Sophie, baccalaureata insegnante universitaria, che ama l’arte e la raffinatezza negli oggetti come nell’animo umano e finisce col ritrovarsi con un marito ottuso e così diverso da lei; Coriander, figlia dell’Inghilterra che conta, dell’alta società, che disprezza il mondo che l’ha generata e contesta tutto e tutti per il solo gusto di urlare il disgusto che prova. E poi Benjamin. Benjamin lo scrittore, che vive in un mulino sulla riva del fiume, che si incanta a guardare ogni singolo corso d’acqua gli capiti a tiro, che continua a prendersi cura del padre bisbetico e odioso, che ritrova amici mai più visti per oltre quarant’anni, che pensa al suo amore finito per una donna che lo ha abbandonato da solo in quel mulino che avevano scelto insieme. Benjamin che scrive un libro per oltre trent’anni, cinquemila pagine di vita che si intrecciano alla storia del Paese dagli anni ’70 al 2017 e che alla fine si vede scartare tutto quello che secondo lui contava: la sola parte che si salva e diventerà realmente un romanzo è la sua triste storia d’amore, che comunque occupa duecento pagine. Il libro ha successo e lui si stupisce. “Perché?” si domanda “a chi può interessare?”. La risposta non arriva in maniera esplicita, ma al lettore attento appare lampante: la gente, i lettori, difficilmente vorranno confrontarsi con i loro problemi. La storia, i disordini sociali, il razzismo come grande raccoglitore di consensi e voti… meglio una storia d’amore, anche senza un lieto fine.

Leggere “Middle England” alla soglia dell’imminente uscita dell’Inghilterra dalla Comunità Europea e con le notizie fresche di dissenso popolare degli ultimi giorni fa molto riflettere. Fa riflettere anche chi come me vive in un Paese che, negli ultimi mesi, sta fomentando l’incomprensione del diverso da sé, la lotta al politicamente corretto e all’umanamente accettabile. Che differenza c’è tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato se la guerra si combatte a suon di post sui social e hashtag?

Middle England… Middle Italy… Brexit… Grexit… che differenza c’è?

 

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