Luoghi di libri

Luciano Canova – Il metro della felicità

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“Il Metro della Felicità” è un titolo appropriato per una riflessione che prima o poi facciamo tutti, specie coloro per i quali i numeri sono musica: come si misura la felicità?

Il libro trae la sua originalità nell’approccio apparentemente semplice, ma molto ricercato, con cui si introduce la parola felicità in economia, nonché il senso della stessa nei secoli, creando un parallelismo che perdura durante l’intero volume, partendo dall’affresco realizzato da Raffaello Sanzo “La Scuola di Atene”, in cui in una scena sola si riassumono l’evoluzione e la coesistenza delle due teorie filosofiche classiche. Si trovano infatti al centro della scena Platone ed Aristotele: l’uno che indica verso l’alto, verso l’elevazione e l’altro, empirico, che sta ad indicare la sperimentazione, il realismo, la soddisfazione del bisogno.

Il volume è uno stimolo, un punto di partenza, un acuto percorso dove annotare con un taccuino curiosità, approcci differenti e mutamenti che nel corso del tempo hanno impattato il concetto di felicità e le sue sfaccettature in senso ampio, in modo da potersi dedicare in un secondo tempo ad approfondimenti e riflessioni che possono portare lontano.

Da subito emerge come il reddito (ad esempio il PIL – Prodotto Interno Lordo) sia un misuratore parziale e talvolta fuorviante delle felicità, in quanto non riesce a catturare il valore di qualcosa che ha prezzo zero, ma può spostare l’incontro tra domanda ed offerta ed inoltre è inficiato dall’avvento della nuova economia.

Il paradosso di Easterlin per cui si sta meglio quando si sta peggio insieme con l’adattamento edonistico e l’assuefazione; i metri di valutazione quali: il World Happiness Report, il diario della felicità, la ricerca effettuata dal Governo inglese per misurare la felicità del cittadino al fine di comprenderne le leve e come influenzarla; “la fortuna di non essere un Beatles”, il concetto di felicità sintetizzata, la capacità di adattarsi alle circostanze e trovare la propria felicità; l’influenza dei new-media e dei big-data nella concezione di felicità e la fisica sociale come nuova materia di studio… Questi alcuni dei concetti illustrati in maniera accattivante durante il percorso attraverso la felicità, nutriti con una ricca bibliografia.

Su tutti, un’idea impera: l’uso del tempo, più che scaffali pieni di oggetti, dà il senso alla vita e riempie di felicità, insieme con la volontà di essere felici – anything you want to be.

 

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J.M. Coetzee – Age of iron

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There was a wonderful place, which seemed like a piece of Paradise: the country boasts both natural beauty and diverse landscapes, from fields of wild flowers, to forests, mountains, sand dunes and crystal clear waters. South Africa was and still is its name. White men transformed this natural paradise into something very near to the Hell, killing natives or destroying their lives. Why? Because of colonization taught them it was necessary, right. Whites are in charge, Blacks have just to obey: History has always told us this.

Supposing you are a retired teacher, your people are the Whites, the Afrikaners, those who had created the system called Apartheid. Supposing you are dying due to cancer and your only daughter has migrated to Usa (she can’t stand this normal situation called Apartheid). Supposing you are starting to reconsider your whole believes, life and mental structures which had controlled your life… but you do not have enough time… what can you do to change your things?

An unbelievable friendship can change people’s mind? How can prejudices rooted in ours mind? How can you stop wasting your time if it is not unlimited?

These and many others are the questions that inspired Elizabeth Curren for writing a letter to her daughter, trying to understand how people could hurt other people for a piece of earth or because the History had always been written by winners and winners had always remembered what they liked more.

J. M. Coetzee, Nobel Prize in Literature in 2003, wrote “Age of Iron” in 1990 while the Apartheid lasted till 1994. His novel was a critique and a denounce for a system which allowed crimes against humanity, four years before its end.

Often writers feel the urgency to interpret the big mistakes and horrors of their times and their novels must be read as a warning for all the people. This is a good reason not to stop reading!

 

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Stefano Bonazzi – A bocca chiusa

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Sin dall’inizio l’ho immaginato seduto ad un tavolo. La stanza spoglia e poca luce che filtra dalle tapparelle, come quando era piccolo a casa dei nonni. Lo immaginavo con uno zippo in mano, una sigaretta accesa a raccontare la sua storia, alle volte facendo anche spallucce, come dire “sì, è successo… ma…”. Come se raccontasse una vita non sua.
Invece era la sua storia, dolorosa e profonda quanto un colpo di macete.
L’autore di A bocca chiusa, Stefano Bonazzi, attraverso la voce del suo piccolo protagonista ti porta all’ingresso degli inferi e, seppur d’istinto vorresti fermarti e fare due passi indietro, ti obbliga a lasciarti trascinare ancora più in basso.

Afa, caldo, dolore, impotenza, speranza, fantasia come via di fuga, silenzio, buio, ombra e morte e ancora più giù.

Il narratore, un bimbo di dieci anni vittima di violenza fisica e psicologica da parte di un nonno-padrone e quasi abbandonato a sé stesso da una madre assente e assorta, mi ha ricordato il Nicolas de La settimana bianca, di Emmanuel Carrère.

Bonazzi indaga, con la stessa maestria, nell’animo del protagonista d nella sua evoluzione/involuzione. La sopravvivenza che passa attraverso la solitudine come rocca di autodifesa inespugnabile, e l’uso e abuso di psicofarmaci, fino all’epilogo quanto mai inatteso e sorprendente. E come il suo collega francese artiglia l’anima del lettore, spremendola a sangue.

Non è un romanzo facile.

Non è una di quelle storie che sfogli a cuor leggero e ti lasciano immagini e profumi nella testa quando, rientrando a casa, aspetti di riprendere il libro tra le mani. È un romanzo dai profumi acri come il sudore che scorre nelle lunghe ore di abbandono che il protagonista subisce, chiuso in un terrazzo al sole in piena estate. Immagini come questa ci indignerebbero anche solo si parlasse di un cane, l’empatia del lettore resta ferita nel profondo quanto quel bambino.

Non è un romanzo facile perché ci costringe ad andare a fondo ad una di quelle situazioni in cui non vorremmo mai entrare. L’autore ci costringe a guardare, a riflettere, ci obbliga a convivere con un finale che ha tutt’altro sapore che il riscatto.

Stefano Bonazzi ci induce a pensare che davanti a storie come questa, restare a bocca chiusa, sia inaccettabile.

Le saracinesche sono state abbassate. La gomma antiscivolo si è deteriorata e il pavimento sembra la pelle di un dinosauro morto, piena di crepe e tagli. Colonie di scarafaggi si muovono al di sotto, è un mondo a parte.
Le giunture sono arrugginite. Le insegne le hanno nascoste con del nastro adesivo nero. I bidoni della spazzatura sono stati svuotati. Adesso, per capodanno, i ragazzi ci gettano dentro i petardi. Ogni anno esplodono lanciando frammenti di plastica muscoli come coriandoli.

 

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André Aciman – Chiamami col tuo nome

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Un tempo, per un libro come Chiamami col tuo nome di André Aciman, si sarebbe parlato di ‘romanzo di formazione’, benché questa meravigliosa storia d’amore fra un adolescente, Elio, e Oliver di sette anni più anziano, e quindi da poco uscito da quella confusa stagione che è appunto l’adolescenza, sia molto di più.

Ambientato in un luogo imprecisato della Riviera Ligure di Ponente intorno agli anni ‘90 – ma anche l’epoca non è chiara – nella meravigliosa Villa della famiglia del protagonista e voce narrante, narra la storia di Elio, bravo e talentuoso pianista, giovane di ottima cultura e figlio di un noto professore universitario il quale ogni estate offre una stanza della propria Villa a un giovane letterato di norma straniero.

Per sei settimane, Elio è costretto a lasciare la propria stanza all’ospite di turno e a trasferirsi in quella adiacente e di gran lunga più modesta, affacciata però sul medesimo balcone. I giovani ospiti hanno un unico compito: aiutare, per un’ora al giorno, il padre di Elio a sbrigare corrispondenza e incartamenti vari. Le giornate scorrono lente e pigre, intervallate dai pranzi ricercati e sontuosi preparati dalla cuoca Mafalda, a cui partecipano i residenti, gli amici e i parenti di passaggio; dalle fatiche del giardiniere Anchise; dai lunghi bagni di mare e dagli incontri con i giovani villeggianti del vicino borgo.

Quell’anno, l’ospite è un giovane americano poco più che ventenne: Oliver. I due ragazzi, uniti dal comune amore per la letteratura e la musica, scopriranno a poco a poco una sintonia di anime e infine di corpi. La loro storia seguirà un percorso accidentato fatto di momenti bui, di incomprensioni, gelosie e di quella titubanza nel presentare se stessi, le proprie emozioni e i propri pensieri tipica di chi si sta affacciando all’età adulta. Pagina dopo pagina, Aciman ci trascina incantati attraverso un’estate magica e indimenticabile fino al compiersi dell’incontro di amore fisico fra Elio e Oliver, incontro suggellato dallo scambio dei loro nomi, così che, per il resto della vita, ciascuno sarà una parte essenziale dell’altro:

“Oliver era e sarebbe rimasto per sempre, anche molto dopo che ogni strada imboccata nella vita ci aveva cambiato, mio fratello, mio amico, mio padre, mio figlio, mio marito, il mio amante, me stesso.”

Da questo libro, dolce e struggente, il regista Luca Guadagnino ha tratto nel 2017 un film che ha ricevuto diverse candidature ai premi Oscar.

 

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Donatella Di Pietrantonio – L’arminuta

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Ecco svelate da Donatella Di Pietrantonio tutte le distanze che separano la periferia rispetto al centro. Distanze geografiche, culturali, sociali ed affettive. Il nervo scoperto delle dinamiche familiari nel contesto rurale degli anni ’70.

Il quadro di un’Italia spaccata tra le contraddittorie, apparenti felicità e facilità della borghesia di città che tutto si può permettere ed il mondo periferico fatto di braccianti ed operai che faticano per un tozzo di pane da portare a tavola; gente che sotto una scorza dura mostra cuori che battono per le disgrazie ed i dolori che la vita sembra proporre loro in continuazione.

La continua contrapposizione tra “il paese” e “la città” raccontata attraverso l’intimo girovagare per l’adolescenza de l’arminuta, “la ritornata”, tredicenne contesa e rifiutata da due famiglie, costantemente sospesa sul confine tra amore ed abbandono. Il dolore della perdita e la volontà di farsi accettare dal mondo che l’ha abbandonata.

Ritrovarsi all’improvviso catapultata in una realtà familiare nuova, nella fatica della vita di paese, tra parenti mai conosciuti prima, dove la tavola offre il poco che l’indigenza consente, rende l’abitudine e gli agi del benessere cittadino ancor più difficili da smontare. Eppure la sofferenza ed il disagio finiscono col lasciare spazio alla scoperta di affetti e legami nuovi: una sorella minore tanto grezza quanto genuina e leale; un fratello maggiore che flirta con l’illegalità ed un fratellino “ritardato” bisognoso di attenzioni; e persino una madre naturale severa e distaccata apparentemente incapace di dispensare affetto. Ma l’idea di fuga e di ritorno alla città restano una costante nella testa dell’arminuta; la prima madre, le amicizie, la danza. E le profonde incertezze sul perché sia stata abbandonata.

Non ha neppure un nome, l’arminuta. Quasi a voler rendere ancora più accentuata la sua apparente “invisibilità” affettiva.

Non ha un nome nemmeno “il paese”. E neppure “la città”. Quasi a voler generalizzare geograficamente un contesto che avrebbe potuto essere un po’ ovunque. A voler semplicemente sottolineare la differenza tra il mondo rurale e quello urbano.

Scava profondo nel più atavico dei sentimenti umani, l’arminuta, il legame materno e quello familiare mettendone in evidenza l’aspetto fluttuante ed ingannevole.

Un romanzo intenso, triste, profondo e delicato, ricco di inflessioni dialettali che ne acuiscono le tonalità familiari. Storia di dolore, amore, morte, incesto, dignità, speranza e rassegnazione. C’è quasi tutto. E scorre via attraverso pagine asciutte, schiette ed incisive.

 

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