Giorgio Pirazzini – Gattoterapia

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Per chi ama i gatti, questo titolo sarà quasi qualcosa di scontato. Ed è risaputo che avere in casa un animale da compagnia abbia effetti rilassanti e divertenti sui padroni umani. E se l’animale in questione è un gatto, ancora di più, per quanto i ruoli sono invertiti. La casa appartiene al gatto, che è il vero signore dell’umano che ha il preciso compito di prendersene cura, sfamarlo, coccolarlo a comando e mettersi da parte quando Sua Signoria (il gatto, sempre) ritiene di doversi occupare di altro.

Una volta richiamati in testa questi brevi elementi, ne resta da aggiungere un altro, che si rivela l’asse portante dell’intero libro: “Un gatto non si butta nel fuoco per nessuno”.

Strano? Aspettate a dirlo, inizia la storia di Lorenzo e Claudia.

Lorenzo è un pubblicitario mediocre, che va presto in crisi. È un buon esecutore, ma la sua fantasia e il suo potere di attrazione clienti con i suoi testi diligenti ma senz’anima, sono molto limitati. Sua moglie Claudia è una pubblicitaria come lui, ma creativa, forte e aggressiva. Se vuoi qualcosa, prendilo! è il suo mantra, il suo motto, la sua filosofia da sempre. Vivono a Londra in un appartamento che rimarrà solo a lui, dopo che Claudia se ne andrà a mordere la vita con un altro uomo, brillante e aggressivo quanto lei.

Pare l’inizio della fine per Lorenzo, e per qualche tempo si trascinerà in una vita da zombie. Indeciso se andare a riprendersi una donna che chiaramente lo ha messo da parte, se chiudere il baule dei ricordi, spezzare la chiave, e buttare il suddetto in un fiume, oppure se farla finita, magari con un gesto esagerato.

Se fosse solo, probabilmente la terza ipotesi si concretizzerebbe.

Lorenzo ha un amico di lunga data, dai tempi del liceo, Matt, che ora è un architetto nella media ma estremamente versato nelle pubbliche relazioni, che lo hanno portato a diventare il professionista preferito di parecchi londinesi facoltosi. Accortosi delle condizioni poco lucide del vecchio compagno di baldorie, Matt decide di introdurlo in un mondo nuovo. Più che nuovo, alieno. Del tutto alieno, sì.

È un mondo chiuso, privato ed esclusivo, dove si pratica la gattoterapia. Gli esseri umani che lo abitano imitano i gatti: le loro movenze, la loro sensualità, indifferenza ed eleganza. E sono tutti di successo: belli, desiderati, con il mondo che non chiede altro di gettarsi ai loro piedi, per favore.

Passata l’iniziale diffidenza, Lorenzo applica alla grande i “precetti” della gattoterapia, e diventa anche lui un uomo di successo, sfruttando la sua passione per la cucina e una vena nascosta di scrittura creativa. Non c’è più traccia dello zombie pieno di rimorsi di qualche tempo fa.

Non ci faccio neanche più caso che sto diventando pazzo. Prima ero un sano di mente fallito, ora che sono matto faccio quello che mi piace e sono pagato lautamente. Indosso sempre la calzamaglia gattosa sotto i vestiti e vado sempre più spesso alla Casa dei Gatti, due o tre volte alla settimana, per ricordarmi che il mondo là fuori è il mio enorme gomitolo di lana e devo dare le zampate giuste, non accettare nessuna offesa, essere elegante, lascivo, affettuoso con sensualità, indifferente e carnivoro.”

Affascinante, eh? Un ritratto così farebbe girare la testa a chiunque.

Essere gatto, però, non è poi così facile. Non per chi scopre di avere cuore di… cane.

Ai gatti viene spesso rimproverato la caratteristica di essere opportunisti e crudeli, superficiali. Non sono quelli interessati agli altri, se non per quello che possono fare per loro, e se si tratta di dare una mano… beh, non li trovate più. I cani, invece, sono quelli disposti a morire per chi amano, come il loro padrone, cui si legano.

Lorenzo si troverà, ad un certo punto di questa vita sognante di potenza sensuale, davanti ad un bivio. Ha già percepito che qualcosa di buio si nasconde sotto tutto il luccichio dell’oro, e che questi gatti umani non sono poi così desiderabili. E che persino i gatti veri, come quello che si è portato a casa il primo giorno di gattoterapia, dal nome evocativo di Iago, sono esseri temibili, pur sotto il musetto tenero e i grandi occhioni ammiccanti. Il nome di quel bivio è Claudia, la sua ex-moglie, tornata non volente a risconvolgergli la vita.

È uno di quei libri che mi ha tenuto incollata per un paio d’ore di sera tardi, facendosi leggere a tutti i costi. Sferzante, ironico, divertente, freddo e folle. Onirico, compassionevole e crudele. E molto veloce. L’autore ha uno stile di racconto fluido, ricco, e anche arrabbiato, in certi punti, ma non si ferma mai. La vicenda, con i suoi risvolti non sempre chiari, non permette mai al lettore di fermarsi, o di avere dubbi. Come un gatto che gioca, bisogna stare svegli, attenti: non potrai mai sapere, altrimenti, da dove arriverà la zampata finale.

Consigliato, consigliatissimo, per chi non sa scegliere tra essere altruista o egoista a tutti i costi. Per chi si è stancato di comportarsi da cane, e per chi non vede l’ora di farsi desiderare e venerare come un gatto.

 

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Luca Bianchini – Nessuno come noi

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… Sono passati anni dall’ultima volta in cui ho fatto il giro dell’orologio per un libro. L’ho iniziato una domenica pomeriggio, quasi per scherzo. Volevo fare una pausa, e un libro mi è sembrata un’ottima idea. Per non farla durare troppo, come rischio spesso, mi sono costretta a metterlo da parte. A malincuore. L’ho ripreso di sera tardi, e non l’ho più mollato fino all’ultima parola, alle 3,40 del mattino.

Quando l’ho chiuso, salutando i suoi protagonisti, cercando la strada verso la camera a tentoni, mi sono trovata in compagnia di uno strano sentimento di semi-nostalgia sorridente, per questa immersione negli anni ’80, e più precisamente nel 1987.

Senza Facebook, né telefonini, come precisa l’autore, ma con tutta la rigidezza degli anni adolescenti.

Siamo in Piemonte, nella provincia di Torino, in quella zona compresa tra Moncalieri (le belle ville della collina, soprattutto), Nichelino (i caseggiati popolari), Trofarello e Cambiano.

Il centro e teatro principale è il liceo scientifico Ettore Maiorana di Moncalieri, dove studiò lo stesso autore, Luca Bianchini. I personaggi principali sono un gruppo eterogeneo di ragazzi. Quattro spiccano su tutti, quelli su cui si appuntano subito i nostri sguardi, e quelli che ci fanno entrare immediatamente in casa loro, quando superiamo la copertina del libro.

Vincenzo Piscitelli, conosciuto come Vince, diciassettenne di Nichelino. Bravo a scuola, “bravo ragazzo” anche nella vita, innamorato da sempre di Cate, Caterina Ferretti, bionda bellezza graziata dall’acne tutta compresa nel suo mondo di star, Spagna, al secolo Alessandra Spagnolo, dark d’aspetto, di modi e per protesta vibrata verso sua madre e il mondo. Poche pagine ancora e inciampiamo in Romeo Fioravanti. E’ facile che inciampiamo letteralmente in lui, poiché il suo atteggiamento indolente e strafottente lo fa muovere intralciando gli altri, quando vuole. Di bell’aspetto e con il suo fascino, essendo più vicino ai diciott’anni e provenendo dalla parte lucida del mondo, la collina di Moncalieri con il suo carico di ville opulente.

Tracciato il teatro delle operazioni e le personalità principali, ora inizia la vera rappresentazione. Entriamo nelle vite di questi quattro adolescenti, seguiamo i loro rapporti puntuti, sempre esagerati (e in questo Cate è veramente maestra, per quanto non se renda conto. Almeno, non fino in fondo.), con ogni sentimento esasperato: dall’indifferenza, alla simulazione più ardita, alla reazione più calda e assolutista.

Vince, come abbiamo detto, è innamorato da sempre di Cate, che invece si perde dietro altri ragazzi, possibilmente più grandi, e magari non di Nichelino, che è il buco sfortunato del mondo. Tuttavia, a lui è legatissima: non volendo perdere il primato di reginetta nel cuore di questo ragazzo d’oro che c’è sempre per lei, ma non è sufficientemente interessante per elevarsi ai suoi occhi pretenziosi, se lo tiene vicino nel ruolo di “migliore amico”.

Non perde occasione per fargli sapere a che punto sono le sue cotte amorose, e magari a che punto è nella sua intraprendenza sessuale, da vera “migliore amica”. Siamo nel 1987, ricordiamolo.

Oggi, probabilmente, sul povero Vince pioverebbero giudizi sfrontati e derisori come “for ever friendzone”. All’epoca, per quanto il ruolo sia sempre difficile e con una forte tinta masochista, si tendeva a passarci sopra facendo finta di nulla, tirando in ballo i sentimenti, o la copertura simpatica di un telefilm molto in voga in quegli anni, come “Tre cuori in affitto”.

Il terzo cuore di questo trio improbabile è proprio Spagna, che affianca Cate in ogni cosa, e che si è arrogata il ruolo di consigliera di Vince nel suo amore sfortunato e non corrisposto. Lo rassicura in continuazione perché, nonostante Cate perda testa, tempo, energie, e forse pezzi di dignità dietro altri ragazzi che tendono a collezionarla come una bella figurina, lei è sicura che: “tanto vi metterete insieme, lo sai, no?” Non si conoscono le basi di questa sua convinzione quasi granitica.

Del resto, avremmo bisogno di una consulenza di un pool di psichiatri, psicoterapeuti, sociologi, studiosi vari della psiche, soprattutto degli umani molto giovani, per cercare anche solo di capire un terzo di quello che si agita tra testa e cuore di un adolescente. Io stessa, se ripenso alla mia adolescenza, mi arrendo perché non capirò mai cosa mi spingeva a comportarmi come se fossi senza pelle.

Il quarto cuore, che viene a sbaragliare e a riconfigurare gli equilibri, è proprio Romeo Fioravanti. Vince e Cate sono attratti da lui, ciascuno per i suoi motivi, e lui ricambia l’attrazione. Il primo su cui si appunta la sua attenzione è proprio Vince, così diverso da lui. Di un’altra classe sociale, vergognoso di abitare a Nichelino e delle scarse disponibilità finanziarie della sua famiglia, studioso e rigoroso nella sua vita, non tanto disponibile a rischiare. Romeo è un ragazzo solo, arrabbiato, diffidente sotto la maschera facciale d’indifferenza, tra un padre professore universitario prestigioso e distratto, e una madre ricca di denaro e povera di disponibilità umana, classista e feroce protettrice della sua condizione dorata dal possibile contagio con chi sta in basso nella scala sociale.

A questi cuori giovani, aggiungiamo anche quelli un po’ più rodati dei loro professori. Forse il ritmo sarà più lento, il ruolo è diverso, ma i sentimenti sono simili. Conosciamo la Bencivenga (Benci), la Bottone (Betty), e Falcone attraverso gli occhi dei loro studenti, dei rapporti tra di loro, e del narratore. Certe vicende, come quella dell’amata professoressa Bottone, sono seguite con dolcezza dall’autore, dimostrando di non dimenticare che si tratta sempre di storie d’umani, anche se le età sono diverse.

Sarebbe lungo e fuorviante raccontarvi un anno di vita di un gruppo di diciassettenni, pur se scandito dai tempi e dagli avvenimenti scolastici. È una ricchezza da gustare da soli; se si è superato quel periodo, questa si raddoppia quando si accede ai propri ricordi, e si oltrepassa quella porta di tanti anni prima.

Ed è quello che è capitato a me.

Io ho avuto tutt’altra adolescenza, ho frequentato un altro liceo, ero in un’altra parte di Torino, ho patito altre trasformazioni, rispetto agli studenti protagonisti. Ed è stato un periodo infernale, come per molti altri adolescenti. Una volta uscita fuori, ho imballato tutto insieme quello scatolone di sensazioni disturbanti (anche quelle più piacevoli), ci ho caricato sopra tutti i pesi che potevo, e l’ho mollato nella cantina dei miei ricordi, senza ritornarci più. Spesso e volentieri, quando ne avevo la tentazione, aggiungevo una serratura in più alla porta della cantina.

Questo libro mi ha fatto provare una strana sensazione di comunione. Ho riaperto con cautela la porta della cantina, ho aperto lo scatolone e tutto quello che ho trovato è stato un sentimento di “c’ero anch’io, è capitato anche a me”. La maggior parte dei miei ricordi si è sbriciolata in un mucchietto di polvere che se n’è fuggita con l’aria.

Quello che mi è rimasto è un sorriso leggero: il libro di Bianchini (il primo di lui che leggo) è riuscito, nelle sue 250 pagine di Mondadori, a far rivivere e coinvolgere quelle parti di me che sono sempre rimaste in ombra, sin dai tempi dell’adolescenza. Con la chiusura della copertina, se ne sono andate. E io sono rimasta leggera e sorridente, come se finalmente qualcosa si fosse sistemato.

Libroterapia applicata? Sì, pur se inconsapevolmente. Se avete conti in sospeso con la vostra adolescenza, o anche se non sapete di averli, vale la pena seguire le vicende di Vince, Cate, Romeo. Ridere anche della ribellione tinta di nero di Spagna (che non ha nulla a che fare con la cantante, se non il viso bianco e gli abiti nerissimi), sbuffare sulle intromissioni di fratelli e sorelle più grandi. Scoprirete che rivivendole da non più adolescenti, tutto quello che può essere rimasto indietro di quegli anni, e tutti i brandelli di disagio che ancora aleggiano sul vostro presente, e persino le immagini splendenti di bei momenti che ritornano a dirvi che come loro, nessuno mai… spariscono dai vostri occhi e ritornano ad occupare il loro posto, senza più interferire.

 

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Pierluigi Porazzi e Massimo Campazzo – Una vita per una vita

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Anche questa volta, la mia amica Valentina Lanino mi porta a leggere un libro thriller per una condivisa del gruppo I thriller di Edvige di cui trovate anche la rubrica sul Blog.
Una vita per una vita, Pierluigi Porazzi e Massimo Campazzo, un libro scritto a quattro mani, cosa che sempre mi rende perplessa. I libri scritti a quattro mani mi danno spesso la sensazione che l’intesa tra i due scrittori debba andare oltre ad un semplice tavolo di lavoro, che non sia così semplice avere quella sintonia giusta di parole e scrittura tale da non mettere il lettore a disagio.

Qui la sintonia è perfetta, mai ti rendi conto di avere a che fare con due scrittori insieme. Il personaggio principale è l’ispettore Cavalieri, un ispettore con degli apparenti disagi, ma che sa tenere la scena con maestria: per una volta possiamo dire che non tutte le trame devono avere un protagonista bello e affascinante.

Con la storia ho avuto qualche problema iniziale: ho avuto la sensazione del lento, ma devo dire che una volta entrata nella vicenda le pagine sono volate con leggiadria. Una morte apparentemente per suicidio, che viene legata in breve periodo ad altre con il comun denominatore il liceo Stellini di Udine. Di lì partono i sospettie le ricerche dell’ispettore Cavalieri, che indaga anche se i suoi superiori sentenziano i casi chiusi per suicidio. Il bullismo la fa da padrone, ma anche uno squilibro mentale di chi commette gli omicidi rendono la storia incredibilmente vicino ai giorni d’oggi, in una società dove i ragazzi creano vittime e disagi senza realmente rendersi conto delle conseguenze dei loro gesti. Soprattutto nella seconda parte del libro vengono toccate corde emozionali che fanno pensare: la più bella della classe, il compagno più “sfigato”, le ragazzate, che spesso hanno azioni involontarie, ma che nei più deboli sono ferite dell’anima.
La storia parte da una gita al liceo, per trovarsi alla resa dei conti di chi anni prima aveva subito azioni di bullismo. Il titolo dice molto della storia, quindi eviterò di commentarlo.
Non è un saggio, è un noir, ma sempre di piùmi sto rendendo conto di quanto anche in questo filone di scrittura si possa tenere in considerazione ed amalgamare nella storia un disagio sociale di cui sempre di più si fa denuncia, ma che forse troppo spesso rimane inascoltato.
Grazie mille agli autori, che anche questa volta mi hanno permesso un gradito viaggio tra le loro pagine di parole.

 

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Alessandro Berselli – Le siamesi

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Oggi, dopo un periodo di decantazione, sono qui a raccontarvi le sensazioni che mi ha lasciato il libro di Alessandro Berselli, Le siamesi.

E’ un libro che ho percepito come flash, uno spaccato di vita, che sempre speriamo di trovare solo nei libri e che invece (purtroppo) troppo spesso fa parte della vita reale.

La storia è quasi banale se vogliamo, ma nulla di quello che viene raccontato lo è: Ludovica, protagonista principale del libro, una vita da “figlia di papà”, a cui economicamente e a livello materiale non manca nulla, ma a livello emotivo le manca tutto, si trova a passare il peggior fine settimana della sua vita, quando un incontro diventa una lotta per la sopravvivenza.

Questa storia è la fotografia di tanti, troppi ragazzi di oggi, che vivono annoiati, senza ideologie, senza una motivazione, che sperimentano le cose più assurde per combattere la noia e la monotonia.

E’ un libro tagliente, che colpisce direttamente nelle emozioni di chi lo legge, suscita paura, nervoso, ribellione, non lascia mai cadere la tensione del lettore, ti porta quasi ad odiare questo gruppo di ragazzi che troppo spesso mettono in gioco la loro vita e quella degli altri per movimentare le loro ore di noia.

Ma tra le righe della storia ci si trova a riflettere su argomenti angoscianti: l’anoressia, la voglia di essere magre a tutti i costi per apparenza, per combattere il vuoto di una mamma suicida, un papà assente, una matrigna che pensa di poter trattare da bambola di pezza; la droga, la ricerca assoluta di estraniarsi dalla società con uno sballo e una condotta che non ti diano il modo di pensare; gli amici, che se sulla tua via trovi quelli “sbagliati” riescono a circuirti come meglio vogliono e credono, portandoti a fare giochi assurdi; e poi ci sono le vere amicizie, quelle in cui credi, ma che con gli anni si polverizzano davanti a eventi non affrontati e non discussi.

Nel libro di Alessandro Berselli c’è un mondo di riflessioni da fare; Ludovica, a cui non manca nulla per vivere una vita meravigliosa, si sente sola al mondo, quasi ad arrivare all’idea che per quanto vale la sua vita, può commettere lo stesso gesto fatto da sua madre, ipotizzando nella sua vita le ragioni del gesto.

Un libro intenso, poliedrico, un libro che è un pugno nello stomaco perché capisci che al mondo ci sono tante Ludovica, ma che ti obbliga a fermarti e a riflettere su cosa ognuno di noi può fare per migliorare la vita di chi ti sta accanto, e per combattere una società che i giovani di oggi percepiscono vuota.

 

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Ilaria Tuti – Fiori sopra l’inferno

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E’ qualche mese che seguo le letture condivise che propone il gruppo “I thriller di Edvige” di ValeLanino e per questo mese ci siamo tuffati nel libro di Ilaria Tuti – Fiori sopra l’inferno.

Parliamo di thriller e parliamo di primo libro dell’autrice (come romanzo, perché è successivo a libri di racconti, già pubblicati). Sono tornata in mezzo alle montagne, le montagne del Friuli che l’autrice cela dietro nomi di luoghi di fantasia, ma che da dettagli e come riporta nel suo epilogo definisce come la sua terra, quella in cui è nata e vissuta.

La Tuti ha una descrizione dei luoghi che è così sublime da esserne completamente avvolti: leggendo si ha la sensazione di essere in quella foresta, in mezzo alla neve, con quei rumori, con quei suoni, con quei profumi. Si è trasportati direttamente sulla scena, la mente immagina esattamente quello che lei sta descrivendo. Il paese di Tavernì, con i suoi abitanti, con il suo abitato, arroccato ai piedi delle montagne al confine con la foresta, protetto dalle cime innevate.

Altro punto di forza del libro sono i personaggi; il commissario Teresa Battaglia: mi ha ricordato in certi tratti il Commissario Pedra Delicado, una donna forte che, in quanto donna, riesce comunque per il ruolo che ricopre a farsi rispettare. Una donna combattiva, che non si piega all’avanzare della sua malattia che le provoca disagi, ma non si arrende, cerca sempre un modo per lottare. L’ispettore Marini, impacciato e pasticcione all’inizio del racconto, diventa pagina dopo pagina una valida spalla per il commissario e per la risoluzione del caso. Il gruppo: definito come gruppo di persone, troviamo il gruppo dei bambini e il gruppo degli abitanti di un paese. La scrittrice fa risaltare in tutti e due i casi con maestria le dinamiche del gruppo: gli abitanti del paese, essendo un piccolo centro abitato, nascondono segreti, si spalleggiano, si difendono, si percepisce la coesione, in questo caso ostacolando persino le indagini; per il gruppo dei bambini è bravissima a portare alla luce le dinamiche di gruppo, un leader, uno per tutti tutti per uno, la difesa del branco da parte del più grande e più maturo. Un gran bel lavoro.

Ho apprezzato molto il tema della maternità, sia dal punto di vista della mamma con figli, sia della mamma senza figli, tema non facile da sviluppare all’interno di un thriller.

Interessante tutto lo studio svolto sugli esperimenti svolti nel 1978 da un orfanotrofio austriaco sui bambini: i bambini ospitati nella struttura, pur essendo nutriti, vengono privati di ogni tipo di affetto con conseguenze devastanti. Il punto di partenza è costituito dagli studi psicologici del dottor René Spitz, parte integrante del racconto.

La storia, nota più dolente, è un po’ piatta, con qualche buco, a tratti un po’ nebulosa quasi da sconfinare nel fantasy. Le descrizioni infinite in certi momenti quasi a voler nascondere e confondere sulla trama togliendo alla storia della suspance che ne farebbe un ottimo thriller.

E’ un primo libro, Teresa Battaglia, Massimo Marini e Ilaria Tuti hanno tanta strada davanti a loro. Sono su un ottimo sentiero, e sono convinta che il prossimo sarà ancora meglio del primo.

 

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