Marco Franzoso – Il bambino indaco

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Ho comprato questo libro un paio di mesi fa, e contrariamente alle mie abitudini, e alla mia lista infinita, ho deciso di farlo passare davanti a tutti gli altri, incuriosita anche dalle parole di Laura del blog La Libridinosa che l’aveva appena letto, e ne aveva l’amaro in bocca. Cosa ho trovato io, in questo libro? Una storia horror. Di quelle in grado di tenerti sveglio e terrorizzato anche in pieno giorno. Di farti avere attacchi d’ansia e ripensamenti quando fai bilanci nella tua vita, o guardi le persone che vivono con te, nella tua stessa casa, e ti chiedi improvvisamente se le conosci, se ne vedrai mai il mostro ottuso, se cambieranno mai, se ti parleranno e ti considereranno sempre senza odio. Nessun vampiro, nessun Freddy Kruger, nessun Jason da Venerdì 13, nessuna creatura aliena dai mondi paralleli di Lovecraft. I mostri di questa storia che ho definito impropriamente horror, sono quelli che dormono nei nostri corpi di esseri umani, di cui dubitiamo persino l’esistenza, e ci rallegriamo quando non ne vediamo traccia allo specchio, e tendiamo a considerarli per questo alla stessa stregua dell’Uomo Nero con cui ci spaventavano da bambini per farci dormire. Spauracchi che non esistono, non sono reali. E chissà poi cosa ci vuole, per farli uscire, sempre che esistano…grandi tragedie, grandi lutti. Oppure, come in questo caso, un evento del tutto umano, normale, quasi banale, ma sempre straordinario ogni volta che si verifica, a tutte le latitudini del mondo.  Carlo e Isabel sono una coppia di giovani uguali a molte altre, che si dividono tra Padova e Treviso, in una relazione gioiosa e pacifica, prima di unire le vite in un matrimonio molto desiderato e visto come il punto di partenza per una vita intera di progetti magnifici. Carlo è un piccolo imprenditore, con i piedi per terra, con precedenti esperienze sentimentali poco felici, e molto coinvolto nell’atmosfera di intimità e di pace in cui Isabel, bella ragazza svizzera dall’atteggiamento consapevole e spirituale, ha saputo accompagnarlo. Quando lei scopre di essere incinta, la perfezione di quel mondo a due è consolidata e cristallizzata. Apparentemente. Una notte, Carlo è convinto di sentire Isabel piangere in bagno, ma alle sue richieste di spiegazione, la moglie non risponde se non veloci rassicurazioni. Da quel momento in avanti, il porto intimo della vita di queste due persone si sbriciola pezzo per pezzo, inesorabilmente. Non c’è verso di fermare la corsa verso la distruzione finale, nonostante tutti i disperati  e tardivi tentativi almeno di deviarla. Non anticipo nulla degli avvenimenti, che si possono anche intuire piuttosto facilmente. L’autore ha saputo raccontarli trasformando la morbidezza delle parole che descrivevano il rapporto prematrimoniale dei due protagonisti, nella successiva incredulità, durezza, odio, cospirazione, dolore, estraniamento che man mano hanno fatto irruzione nelle tre vite coinvolte. Attraverso gli occhi di Carlo, vediamo Isabel trasformarsi in un autentico mostro: non esiste più la ragazza bella, morbida, innamorata dell’arte, studiosa di spiritualità, creatrice di oggetti belli per sé e la propria casa. Muore lacerata dagli artigli del gelido ideale di madre superiore, perfetta accuditrice di un figlio sano e forte, che la porta a isolarsi cieca nella sua fortezza di consapevolezza e a considerare gli altri e il mondo oscure minacce mortali da tenere a bada, a colpi di diete, incensi, meditazioni, rimedi naturali, alimentazione sana e povera. Spinta dal suo desiderio abnorme di essere una madre totale, Isabel diventa cieca e sorda. L’unica cosa che concepisce è che lei, e il marito, devono sforzarsi. Devono dare il massimo, insieme, devono sforzarsi, sforzarsi, sforzarsi. In alcune pagine che raccontano i primi inizi della corrosione della natura umana di Isabel, questa è la parola più usata, e ricorre come un’arma scagliata ad ogni piè sospinto, per soffocare ogni tentativo di comprensione, e di richiesta. Il marito diventa un problema, un aguzzino che non la capisce, che non vuole accompagnarla nella sua missione di proteggere suo figlio dall’inquinamento mortale del mondo, che ha smarrito se stesso e i ritmi della vita. Il figlio diventa un problema, ha bisogno di troppe attenzioni, troppe cose per crescere, spinto da una preponderante fame primordiale. Mentre accusa il mondo di essersi smarrito, Isabel smarrisce se stessa sempre più, fino a prendere decisioni terribili e disumane per il suo stesso bambino. In tutto questo, Carlo assiste quasi cieco e paralizzato. Probabilmente è difficile capire, per un uomo, perché l’istinto di una madre, di solito volto alla vita, segua la direzione totalmente contraria, pur mantenendo la convinzione di agire per il bene.  Pur sforzandosi di aiutare sua moglie e suo figlio, Carlo sembra sempre arrivare in ritardo, e agire sempre troppo lentamente, come se vivesse in un sogno brutto e malsano, dove i movimenti sono appannati e rallentati. Si rifiuta di credere che l’inferno faccia parte della sua realtà, e ci vorrà molto tempo perché lo guardi in faccia, ben oltre il tempo scandito dalle pagine stesse. L’azione definitiva, per una parte della storia, verrà compiuta da un’altra donna, la madre di Carlo, che accetta senza vacillamenti di esporsi ad un danno irreversibile per fermare il cammino impazzito della locomotiva Isabel, senza più controllo.

Come ho detto, questa mi è sembrata una storia horror, una di quelle che mi terrà sveglia, a riflettere. E’ uno dei lati dell’Estate al Femminile, quelli che stanno più volentieri tra le ombre. Non essendo madre, non so capire perché e che cosa, nell’alchimia che trasforma una donna in madre, sia andato storto e si sia pervertito. Posso solo presumere che la terribile “ansia da prestazione” di cui sono generalmente afflitti gli uomini in certi campi delle loro azioni, tenda a colpire in questo modo le donne, soprattutto quelle più esposte e insicure, trasformandole in nutrici cieche e mortali. Mi vengono in mente i centinaia di casi di cronaca, in cui le madri non reggono le pressioni cui loro stesse si sottopongono con crudeltà, e distruggono se stesse e le famiglie che hanno creato. Isabel capisce bene che i ritmi di vita seguiti nell’Occidente non seguono più quelli della vita universale, ma questa sua consapevolezza finisce per alimentare le sue ansie, piuttosto che spronarla a rafforzarsi e a cercare e mantenere un equilibrio spirituale sano. Le viene detto che il suo bambino sarebbe stato una creatura speciale, di qualità superiore, un bambino indaco, e Isabel, nel tentativo di essere all’altezza di questo dono, perde completamente di vista la sua capacità di costruire per proteggere, e si isola, allontanando tutto e tutti. Nel libro, la questione della superiorità del bambino non viene mai affrontata apertamente, né viene smentita, affermando che si tratta di un “normale” essere umano. Tuttavia, non posso fare a meno di domandarmi se, per ogni madre, il proprio bambino non sia in fondo un “indaco”, un essere speciale, a prescindere dal fatto che lo sia sul serio!

Paolo Negro – Clone

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Se mi leggete spesso ormai sapete che da qualche tempo mi diverto a seguire le condivise del gruppo “I thriller di Edvige” che, con il blog Del Furore di aver Libri che curo con Loredana, collaborano e lanciano mensilmente. Possono essere nuove uscite, autori sconosciuti ai più o con cui tutti noi addetti ai lavori collaboriamo, ma le letture scelte sono sempre thriller o polizieschi.

Questo mese è stato scelto Clone di Paolo Negro. Thriller sì, ma definirlo solo storico è molto riduttivo. Non voglio entrare nel merito della trama che potrete trovare sui mille siti internet, ma sulla sfaccettatura religiosa.

Credenti o non credenti siamo davanti ad un dilemma. La Sacra Sindone viene trafugata, così come l’Autoritratto di Leonardo: lo scopo è rubare entrambi, o gettare nello scompiglio le certezze dei numerosi esami che certificano l’autenticità del Sacro Lino? E chi sono i due uomini trovati morti in circostanze molto strane? Tutti personaggi collegati al Vaticano e alla Chiesa o ladri maldestri finiti in qualche misteriosa trappola?

In tanti tratti mi sono trovata a paragonare il libro di Paolo negro con il Codice Da Vinci che tanto mi ha appassionata tempo addietro. Ambientato in una Torino descritta con maestria, da Palazzo Madama, ai portici di via Po, me la sono gustata. Si legge tra le righe l’amore dell’autore per la città, la si respira e anche chi non la conosce non potrà che apprezzarla. Il Vicequestore Franco Barbieri, burbero, solo, ma sempre molto attento nei particolari del suo lavoro; imparerete ad amarlo e ad odiarlo, impulsivo, diretto, ma con un cuore pieno di amore. La sovraintendente della Biblioteca Reale di Torino Greta Desantis, un personaggio per molti motivi in secondo piano, ma che durante lo svolgimento della storia catturarà l’attenzione del lettore per la sua tenacia, per la sua voglia di vivere anche se tutto le sta togliendo le forze per continuare a combattere per vivere. Monsignor Perotto, il terzo pesante personaggio intorno al quale tutta la vicenda si svolge, racconterà tutta la verità al vicequestore per la risoluzione del caso? Ometterà particolari storici che aiuteranno a capire la verità? Ma in fondo il nocciolo della questione è capire chi ha ucciso i due malcapitati o dipanare la storia, le guerre religiose, le confraternite segrete e occulte?

Prima della fine del libro farete la conoscenza di Tommaso, un ragazzino uguale a tanti ma che in questo caso vi accompagnerà al finale del libro; un finale aperto, dove ogni lettore potrà decidere quello che è meglio per se stesso e per le proprie convinzioni.

Il titolo, questo misterioso titolo Clone, cosa immaginate possa entrate in tutta questa faccenda a tratti forse troppo religiosa, ma che altro non è che una lezione di storia antica?

Ve l’ho detto non è il solito thriller, è un intreccio molto ben congeniato tra verità e fantasia. Segreti e colpi di scena, in fondo chi da sempre ama la storia del Sacro Graal e tutte le storie che il Vaticano cela, non potrà che amare il Clone.

Se volete dare risposte alle tante domande che vi ho posto leggete il libro di Paolo Negro, non ve ne pentirete.

Paolo Giordano – Divorare il cielo

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C’è un po’ di tutto in Divorare il cielo. La spensieratezza delle vacanze da adolescenti. La forza struggente di sentimenti capaci di divorare l’anima. I drammi e le contraddizioni di una giovinezza anticonformista. L’eccesso di spiritualità e di una natura vissuta in maniera estrema.
Tutto raccontato con gran ritmo e incontrollata turbolenza emotiva da Teresa.

Dalla regolarità della vita torinese alle rituali vacanze in Puglia. Nuovi legami ed esperienze al limite dell’esoterico. Bern, figlio non figlio, fratello non fratello, tanto inaccessibile da risultare irresistibile. Il fascino misterioso di inconsueti concetti di spiritualità. E l’estremo rispetto per la Natura, prima di tutto.

Poi si cresce. I legami sembrano sgretolarsi per poi tornare a saldarsi in maniera ancor più solida. La masseria al centro di tutto. E ancora quella sorta di rispetto accecante, fin fastidioso, nei confronti dei ritmi della natura; roba che, a confronto, il biodinamico risulta pratica invasiva.

Ma ormai anche la vita di Teresa è diventata quella roba lì. Forse per convinzione, forse per compiacere Bern e i suoi compari. Una simbiosi apparentemente perfetta tra donna, uomo e natura; dov’è quest’ultima, però, a dettare i ritmi.

Vent’anni di Teresa scanditi a ritmo notevole alternando episodi vissuti in prima persona a racconti in flashback; il tutto a comporre un puzzle letterario avvincente e ben congegnato. Personaggi interessanti, quelli che ruotano intorno alle figure di Teresa e Bern. E tanti risvolti amari in una storia sentimentalmente tutt’altro che lineare.

Passa in fretta, il libro di Paolo Giordano, come i bei libri. E lascia in bocca il gusto agrodolce di quando non capisci bene se il finale sia ciò che avresti voluto oppure no. Perché, va bene tutto, ma per fare una cosa del genere non devi essere proprio in quadro…

Alessandro Perissinotto – Semina il vento

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Altro giro altro libro. Probabilmente lo avete letto sul Blog Del Furore di aver libri, anche qui collegato, ormai da qualche mese a Rosta si svolge un Gruppo di Lettura a cui possono partecipare proprio tutti. Ad ogni incontro si stabilisce un nuovo libro da leggere. Nell’ultimo evento abbiamo analizzato Semina il vento di Alessandro Perissinotto di cui ora vi parlo.

Inizio con il dire che è un libro uscito nel 2011 in prima pubblicazione, ma attualissimo oggi. Incontriamo Giacomo e Shrin, i due protagonisti, di cui è raccontata la loro storia d’amore dal primo incontro, che passa attraverso fasi della vita normalissime, fino a incagliarsi in qualcosa di più grande della loro unione. Passiamo attraverso un’Italia e una Parigi in piena immigrazione, conosciamo l’amore enorme che unisce i due personaggi, la tradizione che manca nella vita di lei, ma che è presente nella vita di lui. Ci perdiamo in una Parigi già grande città, dove tutto passa velocemente, ma dove per cercare personale, un barista nell’annuncio scrive “si ricerca personale fantasioso”, che vuole dire molto sul quanto è difficile trovare persone volenterose e piene di iniziativa da inserire negli organici; ma ci troviamo anche in un paese vicino a Vercelli dove tutto avviene in comunità, dove le notizie si apprendono al negozio di alimentari del paese, dove tradizione, costumi e dialetto sono alla base di tutto.

Shirin lasciata Parigi per scelta si troverà a Molini, in un paese che apparentemente la fa sentire come integrata, ma che con il passare del tempo la metterà in disparte additandola come immigrata, come non gradita. Passeranno periodi in cui sembra che tutto proceda nella solita routine, ma qualcosa di mai colmato si rompe all’interno degli equilibri della donna, cresce l’odio, le crepe diventano crateri e tutto precipita.

Non avevo mai letto Alessandro Perissinotto, una penna tagliente, senza troppi fronzoli, dritta al punto, ma che sempre mantiene lucidità senza mai perdersi o inabissarsi. Questo è un libro emozionante, attuale, spesso ho dovuto lasciare le pagine per far depositare il messaggio, per farmi delle domande e per cercare delle risposte sul mondo che mi circonda, che vorrei cambiare ma che posso solo scalfire. Una lettura che mi ha disarmata, arricchita, messa in guardia. Leggetelo se vi capita, non potrà che aumentare il vostro bagaglio culturale.

E ricordate: se seminate vento, raccoglierete tempesta, sempre!

Paolo Genovese – Il primo giorno della mia vita

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Metti quattro anime in cerca di se stesse a zonzo tra New York ed il New Jersey.

Metti un angelo custode alla loro guida. Metti a confronto quattro drammi personali tanto profondi da indurre a mollare tutto. Metti l’opportunità di una seconda possibilità.

Fondi tutto con una regia impeccabile ed un ritmo di quelli che ti obbligano a sacrificare preziose ore di sonno per scoprire cosa c’è dopo.

Ecco, Il primo giorno della mia vita di Paolo Genovese è questa cosa qui. Una settimana di viaggio di quattro disperati che hanno appena deciso di farla finita. Uno sguardo diretto e incontestabile a ciò che si è deciso di lasciare. Con la fantastica possibilità di capire e, volendo, di tornare indietro.

Uno di quei libri che ti fa chiedere “Che fine fanno i personaggi di un romanzo dopo che questo è finito?… È un po’ come se morissero“. Ma anche no.

C’è di tutto un po’, qui dentro. L’inquietudine ed il disagio di ciascuno verso la vita e i propri drammi. L’apparente incapacità ad affrontarli. La difficoltà e le conseguenze di scelte che sembrano salvare noi stessi e che pesano come macigni su tutto il resto. Luoghi ben caratterizzati e musica, tanta musica.

Passaggi comici, a tratti commoventi; pugni nello stomaco, dati con leggerezza, per chi entra nel racconto e si immedesima nei personaggi.

Una storia tanto finta, tanto impossibile, da apparire vera. Da volerci credere.

Non tutto andrà sempre bene. A volte quasi mai. La vita è una prova continua. A volte sta stretta. Basta non smettere di credere nella felicità. E provare a crescere.

Affidarsi al proprio angelo custode, lasciarsi guidare: “Io non posso garantirvi che sarete felici. Un giorno sarete la lucina accesa, un giorno quella spenta, l’unica cosa davvero importante è che abbiate nostalgia della felicità. Solo così vi verrà voglia di cercarla“.