Rosella Pastorino – Le assaggiatrici

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Pochi giorni dopo essermi immerso negli obbrobri della Seconda Guerra mondiale attraverso la figura de Il tatuatore di Auschwitz e le vicende di Resto qui, decido di soffermarmi sul tema e mi tuffo in un romanzo attualmente di gran successo: Le Assaggiatrici.

Ricca di personaggi ben tracciati, la storia ruota intorno a Rosa, giovane donna a servizio di Hitler, impiegata come cavia per salvaguardare il Führer da eventuali tentativi di avvelenamento. Affrontare con costrizione ogni pasto con il timore che possa essere l’ultimo. Mettere a rischio la propria vita per una causa contro la quale si combatte. Vincere, da “straniera” berlinese, la diffidenza delle altre assaggiatrici instaurando confidenza e taciti accordi.

Rosa è fame e paura, rassegnazione e voglia di vivere. E’ una giovane donna zavorrata dall’incertezza di un marito al fronte, combattuta tra il peso della speranza e dell’attesa ed il desiderio di sentirsi viva.

Costretta a convivere con un ambiente non suo, cerca di accomodare i propri atteggiamenti e le proprie pulsioni per farsi accettare da quel poco che le è rimasto. In un ambiente dove creare legami sembra impossibile, dove la salvezza di se stessi coincide con il sacrificio degli altri, dove fame e paura giocano malignamente a rincorrersi, Rosa deve muoversi in punta di piedi per restare viva, fuori e dentro, danzando in equilibrio, non senza scivoloni, sul fragile filo dell’integrità.

Leggere Le Assaggiatrici è quasi guardare un film. Una sceneggiatura perfetta sulla quale viene istintivo pensare agli attori giusti ed attribuire i ruoli. Scorrono le parole e proiettano immagini. Una storia capace di mescolare sapientemente angosce, sentimenti, drammi e turbamenti. Sottovoce. Un incalzare soffocato di relazioni umane in un contesto che di umano ha ben poco.

Scrittura pulita ed educata, quella di Rosella Pastorino, abile a ricostruire pagine intense da uno spunto di storia reale e poco esplorata. Un romanzo da assaggiare e gustare con calma, senza scossoni, per amalgamare al meglio i molti ingredienti che lo compongono. Con la certezza di non rimanerne intossicati.

Cristiana Astori – Tutto quel buio

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Da Torino a Budapest.
Due città dall’indiscusso fascino esoterico, unite da un sottile filo di una ricerca: il film Drakula halála.
Un a dir poco originale collezionista torinese incarica Susanna Marino, una trentenne laureata in cinema al DAMS e dalla vita alquanto precaria, di ritrovare il film muto degli anni ’20 che porta per la prima volta sul grande schermo il Dracula di Bram Stoker.

Scomparso in Ungheria nella primavera del 1923, la pellicola è divenuta ossessione per i collezionisti del ramo ma chiunque provi a rintracciarla, o riesca a venirne in possesso muore alimentandone l’aurea di film maledetto.
Ciò che colpisce di questo romanzo è la tinta, la sfumatura più scura di buio con cui il lettore è portato spontaneamente ad immaginare le scene e i dialoghi man mano che si addentra nella lettura. Che sia di giorno o, a maggior ragione di notte, ci si sente costantemente avvolti da ombre inquietanti dove ciò che gira intorno alla protagonista non appare mai certo né definitivo.

La presenza del famoso Vampiro è intrinseca e costante benché non si palesi mai, cedendo le luci della ribalta ai drammi e ai ben più tragici ed efferati crimini perpetrati dagli umani.

Viaggiamo con Susanna e affrontiamo con lei ogni passo e ogni conquista dell’ardua ricerca. Sfidiamo gli ostacoli e le situazioni più impervie di un gioco mortale dal quale però, sembriamo non potere più tirarci indietro. Il nostro sguardo si appanna sotto i colpi della narcolessia di cui Susanna soffre, e respiriamo affannosamente con lei mentre ci perdiamo nei labirinti della Budapest sotterranea.

Tutto quel buio è la quarta puntata della serie, dopo Tutto quel nero, Tutto quel rosso e Tutto quel blu, che vede come protagonista Susanna Marino. La scrittura è avvincente e la trama dosa sapientemente i colpi di scena così da trattenere l’interesse costantemente appeso ad un filo fino all’epilogo. Il solo appunto che mi sento di fare, è che se si incappa in questo episodio senza aver letto i precedenti, la scarna presenza di riferimenti a quanto accaduto nel recente passato della protagonista, rende ostica la comprensione delle citazioni e i risvolti psicologici del suo vissuto.

Patrizia Durante – Mani impure

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Un rito.
Una punizione che passa attraverso una lunga e lenta purificazione.
Tutta l’attenzione è sulle mani. Mani che si sono macchiate del peggiore dei crimini.
Mani scuoiate, una tortura che sembra così sofisticata e curata in ogni dettaglio da portare in secondo piano persino la morte del malcapitato. Che poi, detto tra noi, tanto sventurato non è.
Non mi dilungo di più nella trama, perché temo di svelare troppo, perché di cose da raccontare ce ne sarebbero.

C’è una Torino presente fin dal primo capitolo con uno dei suoi scorci più belli e suggestivi: la Cavallerizza Reale, andateci al tramonto e guardatela dopo aver letto il libro e poi mi direte se non sentite un brivido scorrervi sottopelle.
Ci sono i profumi della Provenza, l’aria umida della Colombia di cui ti sembra di sentire anche le zanzare. L’ombra dei Servizi Segreti su una storia tutt’altro che inventata.

La scrittura di Patrizia Durante non si accontenta di mostrarti un immagine, è capace di fartela respirare. Prende una storia scomoda, un argomento scottante di quelli che nessuno legge mai volentieri, e lo fa con quella delicatezza che contraddistingue, credo, la “mano” di una donna. Non hai bisogno di “sguazzare” nella scabrosità, la lascia intendere ed è possibile scorrerci sopra, non senza emozionarsi, certo.

Il commissario Rebecca Messori, determinata e ostinata come sanno essere le donne che si fanno strada in un mondo quasi prettamente maschile. Sposata con due figli grandi e un matrimonio in discussione. Non è difficile entrare in empatia con lei, con i suoi slanci e i momenti in cui ha bisogno di fermarsi e riprendere contatto con se stessa. Capire i suoi dubbi e gli scrupoli. È facile stare dalla sua anche quando sembra, per certi versi, se non giustificare almeno comprendere quello che passa per la testa del serial killer che è tenuta a fermare, e pure in fretta, perché il sangue continua a scorrere più veloce delle lancette. E del sangue potete sentirne quasi l’odore.

E non vi stupite se, alla fine, forse vi ritroverete a capire anche voi le ragioni del killer e per certi versi, di provare compassione.

Silvia Zucca – Il cielo dopo di noi

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“Cosa staranno facendo ora Gemma, Alberto, Luce, Adelina e Philip?”. Silvia Zucca ha avuto la capacità di farmi diventare amica dei personaggi di questo romanzo in appena tre giorni. Me li sono immaginati in ogni minimo dettaglio, grazie alle descrizioni minuziose e mai banali dell’autrice: li ho creati nella mia fantasia anche con i loro sentimenti, gli sbalzi d’umore che non riuscivo a spiegarmi e che l’autrice svela sapientemente alla fine. E poi, come se questo libro non mi fosse capitato tra le mani per caso, le coincidenze con la mia vita (tra nonni, riferimenti a Shakespeare e ai gelsi) me ne hanno fatto innamorare fin dal primo capitolo. Così in tre giorni ho sparpagliato per la mia mente tutte le tessere del puzzle che Silvia Zucca ha abilmente preparato per i suoi personaggi e mi sono messa a riordinarle, stupendomi e rimanendoci male o rallegrandomi con loro.

Miranda, Mira per gli amici (i pochi che ha, grazie al carattere schivo e anche un po’ acidello) riceve una telefonata dalla propria sorellastra (più piccola e pure incinta) dopo dodici anni di silenzio: loro padre è sparito e lei è la sola che possa ritrovarlo. La (forse) cinica Mira accetta la proposta della sorella con la promessa di dividere a metà l’eredità della nonna ormai morta: inizia così a cercare nelle scatole lasciate in soffitta dal padre, che per lei è ormai uno sconosciuto, dando vita aduna serie di flash back che fanno danzare il lettore tra gli anni ’80, la fine della Seconda Guerra Mondiale e i giorni nostri. Non solo il tempo non ha dei confini fissi, ma anche la geografia cambia e, dalla grigia e piovosa Milano, ci spostiamo a Sant’Egidio dei Gelsi, un paesino nelle colline piemontesi. Dalla descrizione che la Zucca ne fa vi assicuro che sentirete profumo di vino e uva matura, immaginerete terrazze di filari ininterrotti che degradano su prati verdi e lussureggianti. Vi piacerà così tanto Sant’Egidio dei Gelsi che sarà un tuffo al cuore scoprire che non esiste, se non nella fantasia della scrittrice e vostra! Mira, che come la Miranda del “The Tempest” di Shakespeare ha un rapporto burrascoso (per restare in tema) col padre, lo ritroverà e insieme, seppur controvoglia, dipaneranno la matassa di segreti e bugie (a fin di bene) che li ha tenuti prigionieri nel loro rancore per ben dodici anni.

Una tempesta di sentimenti e contraddizioni che si snoda in un contesto storico doloroso ma che non può essere dimenticato, come quello della lotta partigiana. “La tempesta”, metafora che collega le varie parti del romanzo, è anche la distruzione della guerra che rischia di annientare i sentimenti: in questo sconvolgimento di ieri e di oggi, alla fine tutte le tessere del puzzle trovano la loro posizione.

“Il cielo dopo di noi”: cosa rimane nel nostro cuore dopo che la tempesta è passata? Se volete saperlo, vi consiglio di leggerlo!

Elisabetta Cametti – Dove il destino non muore

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“All’orizzonte, la linea immaginaria che la luce del sole rende reale nella magia dell’alba. Quell’attimo senza tempo di cui si nutre la speranza. Perché è nella prima scintilla del giorno che vivono i sogni. E ogni giorno ha la sua alba per ricordarci che ci sarà sempre la possibilità di un nuovo inizio.”

Aspettavo da tempo l’uscita di questa terza avventura di Katherine Sinclaire, personaggio già conosciuto nei due precedenti romanzi della serie “K” (“I guardiani della storia” e “Nel mare del tempo”), leggibile comunque come storia a sé. Ed anche questa volta, anzi superandosi rispetto ai precedenti lavori, l’autrice conferma la sua capacità nel tenere viva l’attenzione dalla prima all’ultima pagina, catturando il lettore in un vortice di emozioni, adrenalina, mistero e cultura del passato in un connubio meraviglioso!

La vicenda, che si svolge ai giorni nostri, è sempre seguita e “osservata” dagli occhi attenti di Napoleone Bonaparte, condottiero indiscusso e figura controversa della storia. (tra parentesi: altro che cavallo bianco, voi sapete di che colore erano gli occhi di Napoleone? Forse lo scoprirete leggendo!).

Katherine Sinclaire, nota autrice di romanzi fantasy che trattano il misterioso argomento sull’esistenza dei Guardiani della storia, si trova catapultata in una vicenda che la tocca profondamente a livello familiare: la morte suicida dello zio Theodore, guardiano dei Musei nazionali delle residenze napoleoniche all’Isola d’Elba. Avvenimento tragico che scatenerà una serie di eventi inizialmente incomprensibili, ma che via via troveranno per lei una soluzione. Seguendo una sorta di “caccia all’indizio”, Katherine donna determinata, dal carattere forte e deciso, rischierà la sua stessa vita per risolvere l’enigma più grande lasciato in eredità dallo zio. Nel corso delle indagini, che saranno seguite dal tenace ed apprensivo vice questore di Livorno Tommaso Guelfi e la porteranno dall’Elba a Torino passando per Milano, Katherine scoprirà l’esistenza di due misteriose coalizioni che da secoli lavorano nell’ombra, orientate l’una verso la ricerca dei tesori lasciati da Napoleone di ritorno dalla campagna d’Egitto, l’altra nella difesa degli stessi. Ma perché? Forse perché “i segreti del futuro sono racchiusi nel passato” e certe scoperte potrebbero cambiare per sempre ciò che finora abbiamo creduto di sapere. Scoperte pericolose che seminano morte e paura intorno a Katherine che non sa più di chi fidarsi: nessuno sembra essere chi dice, questa realtà la sconvolge, ma d’altronde “O giochi la partita da cacciatore o la perdi da preda” e Katherine decide di giocare fino alla fine per arrivare proprio là, dove il destino non muore.

Un viaggio che vale la pena di percorrere, una storia intensa, intricata, ma scritta con la fluidità che contraddistingue lo stile della Cametti che, anche quando parla della storia del passato, è come se raccontasse una favola: semplice da comprendere anche per chi è meno avvezzo alla storia. I personaggi li ami e li odi: Margherita, assistente di Theodore e guida del Museo, mi ha particolarmente colpita; l’enigmatica figura di don Zeno, di Anna Borgia, di Roger Lagrange a voi scoprirli tutti! Le descrizioni dei luoghi in cui ci troviamo, come nel suo stile, ce li fanno vivere, come fossimo fisicamente lì: le citazioni delle opere d’arte, delle sculture, di Villa San Martino all’Elba (residenza storica di Napoleone) e del Museo Egizio di Torino, per citarne un paio.

Non aggiungo altro perché questo romanzo è tutto una scoperta ed è giusto che vi facciate guidare da Katherine pagina dopo pagina e stupirvi con tutte le emozioni che vi lascerà.

Buon viaggio e buona lettura.