Luoghi di libri

Laura Orsolini – Play

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Ci sono libri che escono in commercio destinati a un pubblico di ragazzi, ma che sono utilissimi per le riflessioni degli adulti.

Play parla di un ragazzo succube della Playstation, i giorni e le notti divisi tra poche ore di scuola e cicli di livelli alla console del gioco. Tutto quello che porta a diventare l’essere dominati da qualcosa è scritto con abilità in questo libro: problemi di salute, difficoltà a riconoscersi nel “branco” compagni di scuola, estraniarsi da tutto quello che ci circonda, aggressività e isolamento.

Per certi versi un mondo più facile, per altri no. Si arriva a pensare e a sognare di essere il protagonista del gioco, con incubi notturni di rilievo. Ma fortunatamente la vita ci circonda di persone che possono salvarci, anche senza saperlo o senza volerlo. Capitano per caso sul nostro cammino e basta uno sguardo per accendere una luce, una piccola fiammella per alimentare un grande fuoco.

Così tornano le emozioni, i sentimenti, le sensazioni, la capacità di vedere colori e rapportarsi con il prossimo. Amore della famiglia, in questo caso di una mamma, la vicinanza di un professore che ci stima e ci stimola, l’accorgersi di un’amica al nostro fianco, basta veramente poco per salvarci e in questo caso per salvare Vasco da se stesso e dalla non percezione di cosa lo contorna.

Questa storia insegna: ci prende per mano e ci porta nel baratro del gioco per riaccendere la luce toccando temi come l’amicizia, l’amore, il perdono, la vicinanza, l’arroganza, ma soprattutto la cognizione che siamo qualcuno e che siamo importanti per noi stessi.

La vita va vissuta non attraverso un gioco.

 

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Luca Bianchini – Baci da Polignano

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Polignano è quella perla incastonata nella roccia a metà strada tra il Gargano e il Salento, dove cielo e mare si fondono in un blu così profondo da aver ispirato Domenico Modugno per la sua “Volare”.

In questa cornice che ci conquista per la bellezza mozzafiato dei suoi paesaggi e la naturalezza dei personaggi, ritroviamo i protagonisti di “Io che amo solo te”, alcuni anni dopo il matrimonio di Chiara e Damiano. Nonostante siano cresciuti (e invecchiati) le loro vite gravitano ancora tutte intorno a Polignano.

Luca Bianchini ci presenta in media res un romanzo in cui il “girl power” la fa da padrone: da Matilde, che stanca di essere sempre “la seconda scelta” del marito intreccia una relazione seria con Pasqualino Settebellezze, tuttofare degli Scagliusi, Chiara che si invaghisce di un giovane futuro sposo di cui sta seguendo il matrimonio. Tra tutte le donne del romanzo emerge sempre lei, Ninella, che per una volta nella vita parrebbe aver scelto la leggerezza e la felicità che ha il volto di un bell’architetto milanese, detto anche il toy-boy, vista la differenza d’età.

Fanno da sfondo i personaggi secondari e le loro storie: Orlando in cerca dell’Amore, Nancy che vuole diventare collega di Chiara Ferragni, la Signora Labbate ormai non solo più pettegola del paese ma anche donna d’affari, lo zio Franco e i suoi affari al limite della legalità e infine la zia Dora, giunta da Castelfranco Veneto per spartire un’eredità.

Bianchini gioca a confermare e sfatare miti e luoghi comuni, in una commistione di descrizioni evocative ora del Nord ora del Sud, dove tutto poi si mescola in nome dei sentimenti, pur rimanendo fedele a se stesso. Le caratteristiche dei personaggi vengono esaltate dall’uso consapevole del dialetto e dell’intercalare nei vari dialoghi che, come in una pièce teatrale, tengono il ritmo della narrazione sempre vivace.

Don Mimì, Ninella, Chiara, Damiano, Orlando, Matilde, Franco e persino la zia Dora ci accompagnano ancora una volta, mano nella mano, in una Polignano che non è solo turisti e villeggiatura ma è soprattutto calette nascoste in cui ci si può baciare al chiaro di luna, scogli da cui tuffarsi all’alba, spiagge in cui campeggiare abbracciati.

Non manca la parte sui manicaretti (panzerotti e cozze impanate) che non c’è modo migliore di dimostrare il proprio affetto che cucinare per chi si ama.

Insomma, “Baci da Polignano” è proprio una cartolina di saluti da personaggi che abbiamo tanto amato nel primo romanzo e che ci invitano ancora una volta ad entrare nelle loro storie, consapevoli che, davanti a tanta bellezza, il finale non potrà essere altro che il migliore possibile.

 

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Elisa Bedoni – Il vento non si arrende

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Per una volta parto dalla copertina del libro: Biplane Edizione azzecca sempre l’impatto visivo, non delude e le copertine che presenta portano sempre a innamorarsi del libro prima ancora di averlo letto.

Tanti sono gli ingredienti che si mescolano in questo romanzo e che ti insegnano quali siano le regole del volo. Amore, amicizia, passione, delusione, sogni, fallimenti, attese, orgoglio, tutto mescolato con un pizzico di cuore che portano sempre a un risultato finale, che non sapremo mai se sarà giusto o sbagliato ma avremo una strada da percorrere nuova.

Ho amato questa storia e questo libro, forse perché nella mia testa piena di storie c’è sempre posto per un uomo come Leo, libero, che ti mette davanti alle verità disarmanti della vita e delle situazioni.

Ma ho tanto amato anche l’amicizia di Daria e Sam, quelle amicizie senza limiti, assortite in modo perfetto che un giorno, però, incontrano sulla strada un granello di sabbia che ostruisce il meccanismo e allora le strade in discesa diventano salite insormontabili e non sai se le fondamenta di quel rapporto siano poi così solide.

Ma questa è la vita, questo è il percorso che in qualche modo tutti dobbiamo percorrere, con salite, discese, fallimenti, vittorie, dobbiamo solo temprarci e prepararci per sopravvivere alle tempeste, ma se abbiamo intorno a noi amici veri tutto risulta più semplice.

Avevo bisogno forse oggi di leggere un libro così: è un libro che mi ha fatto volare, mi ha fatto guardare le situazioni da un’altra angolazione. E’ un libro che passa come un soffio, di un’armonia e una sensibilità disarmanti anche quando racconta cose crude mettendoti davanti ai fallimenti.

Vale la pena leggerlo in profondità, percorrere con Elisa Bedoni i passi da Milano a Gubbio dopo una violenta tempesta di acqua e vento che ha distrutto le vite di tante famiglie nei dintorni di Milano nel 2001.

Anche questa volta il vento non si è arreso e ha fatto il suo percorso: fatelo anche voi con lui leggendo questa storia.

 

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Andrea Camilleri – Riccardino

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Questa non vuole essere una recensione, come forse non lo sono volute essere mai neppure le altre. Se recensire vuol dire dare un giudizio allora, come si diceva durante più di un’occasione con gli altri membri di Luoghi di libri, chi siamo noi per dare dei giudizi? Da lettori possiamo esprimere il nostro gusto personale che può o non può incontrare quello di un’altra persona. Questa più di tutte le altre, non vuole essere dunque una recensione, semmai potrei provare a trascrivere per voi le emozioni che mi ha suscitato leggere “Riccardino”, il romanzo che mette fine alle avventure del Commissario Montalbano.

Scrivevo in un mio post, giorni fa, forse proprio in occasione dell’anniversario della morte del Maestro che la “sicilianità” è una filosofia di vita e che, Camilleri rappresenti per molti siciliani un “nonno” e che i suoi personaggi ormai appartengano al patrimonio culturale dell’isola e forse, dell’Italia intera.

Ho letto diversi romanzi e saggi di Camilleri ma era molto che non leggevo un Montalbano e devo dire che, forse a causa della mancanza di pratica, l’ho trovato all’inizio un tantino complicato. Mi sono messa nei panni di chi, non avendo le mie radici, si incammina nella laboriosa traduzione di una lingua che non gli appartiene ma che non può appartenere a nessuno in quanto inventata dall’autore. Sapendo che fosse l’ultimo e volendomelo gustare per questo più a lungo degli altri, l’ho letto quindi su due livelli: il primo livello era quello della traduttrice, cercando di riconoscere il vero dialetto siciliano (nella fusione di tutte le parlate che Camilleri ha miscelato nel suo “vigatese”) dalle parole di fantasia, onomatopeiche e assonanti create dall’autore. Quelle parole fantastiche (nella duplice accezione del termine in quanto sì frutto di fantasia ma anche meravigliose) prendevano senso all’interno della frase grazie al riconoscimento delle parole esistenti. Capite bene che leggerlo così è un processo più lungo ma anche molto gratificante.

La seconda lettura è stata quella della trama e qui devo dire che ho applaudito il genio di un uomo di ottant’anni che ha saputo mutare, cambiare ed evolversi fino alla fine: il regalo che Camilleri ci ha fatto con l’aggiornamento del vigatese, accompagnandoci per mano nella storia di una lingua che è diventata la storia di un personaggio e di una comunità intera che ormai fanno parte del nostro immaginario non solo di lettori ma anche di spettatori. Ditemi anche voi se non vi è impossibile leggere le battute di Catarella senza sentire la voce del Catarella della Rai. Immaginarvi Montelusa e Vigata come i luoghi che la Rai ha scelto per girare la serie televisiva del nostro commissario. Le espressioni di rabbia di Montalbano, la faccia che fa quando trova il bandolo della matassa.

In questo romanzo, che era stato pensato come un ultimo atto della storia d’amore tra il Creatore e la sua Creatura (e che poi infine così è stato per volere dell’Autore), la bravura del Maestro Camilleri, scrittore di teatro prima di tutto, vien fuori in maniera strabiliante. I dialoghi tra l’Autore e Montalbano, la figura dell’Altro da Sé (il suo doppio televisivo), traspaiono davanti ai nostri occhi e quasi ci confondono, finché alla fine tutto diventa limpido: l’avvenimento centrale su cui Camilleri vuole indagare non è un’altra indagine di Montalbano (in cui tra l’altro come egli stesso scrive, ma non per questo modifica, gli ingredienti sono già noti (Mafia, Chiesa, Stato e Droga). Il corpo di questo ultimo atto è il rapporto tra l’Autore e la Creatura che lo ha portato al successo: fino a quando il puparo può continuare a tenere le fila del suo pupo?

“Riccardino” l’ho letto lentamente, consapevole che sarebbe stato l’ultimo e che vi avrei trovato un addio o forse un arrivederci, perché la produzione di Camilleri che, sicuramente ha ispirato e ispirerà ancora molti, merita di essere letta e riletta per assaporare colori, suoni, sapori di una terra caleidoscopica come i popoli che l’hanno vissuta, una terra in cui dietro ad ogni parola c’è una storia da raccontare. E il Maestro tante ne ha raccontate, fino alla fine.

Annamaria


Ho comprato Riccardino poco dopo il suo arrivo nelle librerie. E l’ho appoggiato lì, in un angolo del tavolo, ad aspettare che fosse il momento.

Riccardino è l’ultimo episodio con il commissario Montalbano come protagonista. E non è una cosa facile da mandar giù: non si è mai pronti a lasciare andare un vecchio amico, anche se immaginario.
Eppure lo si sapeva, il tempo per metabolizzare la cosa è stato generoso. Ma alla fine uno, i conti, li fa con se stesso.

Così ho aspettato, ho guardato la copertina da distante, e poi ho messo il libro in borsa portandolo con me in quei pochi giorni solo miei, lontani da casa.

Già dalla nota dell’editore un nodo prende la gola. La rileggo due volte per ritardare ancora l’inizio del primo capitolo. E quando finalmente mi affaccio nella camera da letto di Salvo, svegliato all’improvviso dal telefono nel mezzo di una notte difficile, la sensazione è quella di ritrovarsi a casa, in compagnia di quell’amico che sai che devi lasciare andare ma che ti regala ancora dei momenti condivisi.

C’è ancora tempo.

Tra le pagine di questo romanzo si trovano i suoni, gli odori e i sapori soprattutto, della Vigata immaginata e tanto amata dal Maestro. La parlata torna immediatamente familiare come il dialetto dei nonni ritrovato nei giorni di vacanza. Ci si addentra nella lettura e nella trama a passo leggero, quasi col timore di far troppo rumore e disturbare non solo i pensieri del commissario, ma anche quelli dell’Autore, che in questo libro si rivela e interviene dicendo, spesso e volentieri, la sua.

Come in ogni famiglia si affrontano pagine di sorrisi, e altre di inevitabili scontri. Si ragiona insieme sugli sviluppi della storia e le possibili varianti, e il nodo in gola di fa più grosso man mano che le pagine da leggere si assottigliano.
Inevitabile l’ultima riga: e ci si sente immediatamente un po’ più soli.

Come un anno fa.

Il commissario Montalbano resterà unico nel suo genere.
Sono certa che presto appariranno tentativi di imitazione, promossi con la scusa di attenuare il vuoto destinato a essere incolmabile, e che le stesse si riveleranno facilmente ridicole scimmiottature di una creatura inarrivabile.

Credo sia chiaro a tutti che l’eredità del Maestro sia ben lontana dall’essere raccolta. E mi ritrovo ben lontana spiritualmente da chi prova a propinare improbabili alternative a cotanto spessore.
La sola consolazione a cui possiamo ricorrere, a mio avviso, è alla consapevolezza che i libri sono cosa viva, mutevole. Il così detto “nero su bianco” varia a seconda del nostro stato d’animo, del nostro pensiero, del momento in cui ci troviamo a vivere. Con questa consapevolezza, possiamo tornare a guardare il Patrimonio letterario lasciatoci da Camilleri, sapendo che ogni qual volta si intenda ritornare ad una storia già letta, la ritroveremo rinnovata, originale, mai uguale a se stessa.

Questa è l’immortalità dei grandi.

Lady Heather

 

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Alessandro Perissinotto – La congregazione

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Un romanzo che si legge tutto d’un fiato; un mix tra la suspense e l’adrenalina tipiche dei thriller americani e la capacità, ben nota ormai, di Alessandro Perissinotto di costruire una trama intorno a fatti realmente accaduti, in cui il confine tra vero e verosimile, tra realtà e fantasia viene abilmente reso una linea infinitesimamente sottile.

Una scrittura tagliente, a volte cruda, che scava nella psicologia e nella vita dei personaggi e ci regala vette di tensione emotiva che in svariati momenti mi hanno ricordato l’inquietudine tipica di alcuni romanzi di Stephen King: quelli in cui il contesto estremamente realistico rende l’ansia sempre più intensa, al limite dell’angoscia. La malvagità umana fa molto più paura del soprannaturale: Elisabeth ha conosciuto da vicino, quando era solo una bambina, la cattiveria gratuita e il cieco fanatismo di cui può essere capace l’essere umano e adesso si ritrova a fare i conti con un passato che ha già segnato gravemente la sua vita, nonostante la sua mente lo avesse relegato in un angolo sperduto, per sopravvivere; ora è costretta a riesumare poco per volta i frammenti di ricordi dolorosi per salvarsi nuovamente da quegli stessi egoismi, calcoli e malvagità che le hanno portato via tutto e a cui è, già una volta, miracolosamente sfuggita.

Come ne “Il silenzio della collina” dunque, un fatto di cronaca, incredibilmente sepolto dalla memoria collettiva, diventa movente per la creazione di un universo di provincia, costellato di personaggi complessi e a volte ambigui, con un’apparenza “pubblica” costruita nel tempo per mascherare impensabili segreti, creando così nel lettore la foga di procedere, pagina dopo pagina, per arrivare alla conclusione, nella speranza che il “mostro sotto il letto” venga sconfitto dall’arrivo del giorno e faccia meno paura nelle notti a venire.

 

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