Cristina Frascà – Egò. La ricetta dell’amore su misura

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Avete presente un romanzo ottocentesco, come quelli di Jane Austen, delle sorelle Brönte o di Virginia Wolf, e i film americani degli anni ’60, tipo “Colazione da Tiffany” con la splendida Audrey Hepburn o “Non mangiate le margherite” con la frizzante Doris Day? Ecco, Egò. La ricetta dell’amore su misura ha il sapore di un bel romanzo d’altri tempi contaminato dalla vivacità di una commedia cinematografica in bianco e nero, il tutto condito con una buona dose di sentimento e di rosa, senza mai precipitare nel melenso.

Il romanzo si snoda tra Torino, la Francia e la Toscana (in questo caso viene citato un paesino medievale di Castagneda che è un’invenzione dell’autrice). L’avventura torinese di Blanche, la protagonista, dall’apertura dell’atelier, poi atelier-ristorante, all’entrata in scena di tutti gli altri personaggi, sempre ben disegnati da Cristina Frascà, mi ha fatto venire voglia di leggere avidamente per vedere come andasse a finire. Un po’ me lo aspettavo, ma non lo dico con tono da saputella, piuttosto perché speravo finisse così. E non aggiungo altro…

Insomma, qui il rosa è condito con una buona e ottima dose di ironia, allegria, poesia (sì, anche quella) e, qui e là, una velata malinconia. Il tutto dosato con bravura, anche nei passaggi dal presente al passato. E, ogni tanto, un po’ di romanticismo non fa male come non fa male avere la ricetta originale della tarte tatin, perché sì!, l’autrice l’ha inserita nel romanzo e sta a chi legge scoprirne il motivo e, perché no?, prepararne una.

 

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Valeria Amerano – Nuda proprietà

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Conosco Valeria Amerano da un po’ di anni, so che è una persona riservata, schietta e limpida, se leggete il suo libro Nuda proprietà lo capirete dalla sua scrittura.

Nuda proprietà è la narrazione di una storia d’amore, nata dentro le corsie di un ospedale; il racconto di due anime che si incontrano in età già matura a cui la scrittrice dà voce con un’intensità e un’armonia che solo la scrittura in un italiano di vecchia scuola può rendere così poetiche.

Nora e Ruggero arrivano da due ambienti diversi: Nora piemontese della Torino benestante con una mamma molto invasiva e severa, Ruggero meridionale emigrato al nord nella periferia di Torino, famiglia numerosa e allargata, ma queste diversità saranno per loro i punti di forza della relazione tenuta nascosta agli occhi del mondo, il loro nido, il loro ossigeno, il loro trovarsi ammettendo e sfidando quello che non sarà un amore per sempre anche se lo vorrebbero.

Una Torino anni ottanta, una voglia di evadere dentro ognuno di loro, dove ogni energia è convogliata dentro la casa dove si trovano per dividere i loro sentimenti e tante chiavi di lettura dentro questo romanzo.

E’ un viaggio che merita, un soffio di vento sopra una realtà giornaliera, una melodia in una storia d’amore autentica.

 

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Impremix Edizioni


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Maurizio de Giovanni – Dodici rose a Settembre

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Difficile passare inosservata per l’assistente sociale Mina Settembre. E non solo, o non tanto, almeno in questo frangente, per le prosperose forme che a fatica contiene in una quinta abbondante di reggiseno e che fanno gridare al miracolo nei Quartieri Spagnoli, dove lavora in un consultorio pubblico.

No, c’è molto di più. C’è ancora una volta la straordinaria capacità narrativa di un autore come Maurizio de Giovanni che nel suo Dodici rose a Settembre (Sellerio, 2019) ci riporta a respirare a pieni polmoni e a osservare con occhi incantanti la sua Napoli, anche qui mai citata esplicitamente, ma viva e presente, toccando Posillipo e Mergellina, avventurandosi fino all’aeroporto, ma calandosi soprattutto proprio in quei Quartieri che sono l’anima pulsante di un romanzo dove l’ironia del narrato rende ancora più forte la drammaticità di quanto accade.

De Giovanni ci regala in questo romanzo personaggi degni della migliore commedia napoletana, un coro di vita e vitalità che ruota attorno alla protagonista senza mai soffocarla, ma allo stesso tempo prendendosi ciascuno uno spazio suo ben definito e ben coordinato con il resto, dal biondo ginecologo Domenico “chiamami Mimmo” Gammardella arrivato da Campobasso e bello come Robert Redford in ogni film che abbia recitato, alla madre di Mina, anziana in sedia a rotelle con un pensieri fisso nella mente, il sesso, alle amiche, al magistrato De Carolis, fino a due figure veramente eccezionali nella descrizione, negli atteggiamenti, nel ruolo: il portinaio Rudy e il maresciallo Gargiulo.

L’aria ironica che si respira tra le pagine rende ancora più vivido quel quadro di varia umanità che si staglia nell’ambiente creato nel romanzo, legando gli spari di pistola alla nuca che uccidono con un’arma da collezionista persone apparentemente senza alcun collegamento se non l’aver ricevuto dodici rose rosse, una ogni giorno, a una storia di violenza domestica dove chi è bambino sembra adulto e chi è adulto ha paura più di quanta ne avrebbe un bambino.

Scorre veloce, la storia, lo stile, scorrono veloci i personaggi e ci si affeziona subito, sembra di vederseli lì davanti. E poi, bellissimo, il ricordo di Andrea Camilleri nei ringraziamenti al termine di un libro pubblicato dalla stessa casa editrice di Montalbano, quasi che quella copertina blu, quel colore citato da de Giovanni in questo grande, immenso grazie che sembra raccogliere quello di tutti al maestro recentemente mancato, diventi un legame ancora più forte tra due grandi scrittori.

 

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Riccardo Gazzaniga – Colpo su colpo

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Leggendo questo libro viene da chiedersi: ma chi è l’autore? Un adolescente? Il genitore di un adolescente? O un alieno che si è abusivamente introdotto nel cervello di un adolescente? E se non lo è come fa a interpretarne così bene i sentimenti, le paure, gli slanci, le paranoie e le ansie come esattamente le proverebbe un/una sedicenne o un suo genitore? No, Riccardo Gazzaniga non è nulla di ciò, né adolescente né genitore, tanto meno un alieno, ma è un umano. Molto, molto umano. Questa meravigliosa e triste storia è tutta impregnata di umanità, ogni pagina ne trasuda, nelle sue più belle e più brutte sfaccettature.

Colpo su colpo, come il titolo, questo romanzo ti sfida, ti assedia, ti mette all’angolo e ti sfinisce, perché quando giungi alla fine non hai più energie, come dopo un incontro sul ring. Ti ha prosciugato, tanta è l’intensità della lettura e il coinvolgimento.

È la storia di Giada, sedicenne di Genova, alle prese con le scoperte della vita, in primis della sua sessualità che non è esattamente “regolare” come mamma Simona e papà Paolo vorrebbero che fosse. Già, perché alla loro bambina piacciono le ragazze! Giada ama Erica, per la precisione, la sua compagna di classe, nonché migliore amica, o se vogliamo dire “fidanzata”. Simona e Paolo lo scoprono accidentalmente e non riescono a farsene una ragione. Paolo, poliziotto in servizio alla volante, ci prova, si sforza, si mette in discussione. Non così Simona, rigida e piantata nelle sue convinzioni, oltretutto vincolata dal fatto che la sua carriera sta per spiccare il volo grazie alla Fondazione Coraggio e vita, capitanata dal brillante Andrea Canova, manager in ascesa dalle innegabili simpatie di destra.

Giada vive un momento di grande confusione e fragilità: lei stessa ancora non si conosce, non conosce le sue straordinarie potenzialità così come non ha idea dei suoi limiti . Si sta sperimentando: in famiglia, nelle relazioni d’amore, con la scuola, gli amici e soprattutto sta imparando quanto crudele e violenta possa essere la vita, soprattutto se non si è omologati e accettati dagli altri. Claudio e Michael, il “figo”della scuola e il suo fedele gregario, la bullizzano per la sua omosessualità, o semplicemente la prendono di mira perché è nella natura umana individuare un elemento più debole per soverchiarlo e dichiarare in questo becero modo la propria superiorità. Ma Giada, che pratica a livello agonistico la “savate”, la boxe francese, è abituata a lottare e non ha paura dello scontro fisico: alle provocazioni omofobe dei due bulli reagisce, aggredendoli fisicamente e impartendo loro una bella lezione, davanti agli occhi di tutta la scuola e ahimè, anche dei professori. Questo increscioso incidente trascinerà la ragazza in una serie di conseguenze molto gravi, dalle quali riuscirà a riscattarsi grazie all’aiuto del suo allenatore di savate, Ruggero De Roma, che a suo tempo era stato anche l’allenatore di suo padre e al quale è ancora legato da profonda amicizia.

Ruggero De Roma è un personaggio bellissimo, struggente, misterioso, con un passato terribilmente doloroso. Il vecchio campione insegna alla giovane allieva come incassare i colpi, come ammortizzarli per poi trasformarli in attacchi micidiali, e non solo sul ring, lavorando con grande rigore e disciplina. Giada dal canto suo si impegna ad assorbire le preziose lezioni impartite dal suo maestro, raccogliendo durante i faticosissimi ed estenuanti allenamenti ogni briciola di insegnamento che possa aiutarla a prevedere e ad affrontare le incursioni del nemico, che sia questo un’avversaria che la sfida sul ring, che siano i suoi genitori, i professori o , peggio ancora, quei malvagi dei suoi compagni che arrivano addirittura ai ricatti e alle molestie fisiche vere e proprie.

La vita di Giada, come spesso accade agli adolescenti, è un altalenarsi di emozioni sconvolgenti ed eccitanti e di depressioni spaventosamente annichilenti. Nel dipanarsi della storia la nostra ragazza passa dalla gloria esaltante alla disperazione più cupa, che la porta a gesti estremi: qui la narrazione si fa serrata, incalza, afferra il lettore alla gola e lo inchioda alla pagina impedendogli di scollarsi fino all’epilogo, in un turbinio di emozioni, lacrime e brividi. Sullo sfondo c’è Genova, con poco mare e molto traffico, sembrerebbe volutamente più brutta e grigia di quanto non sia realmente, coi suoi quartieri popolari e la sua viabilità terribilmente caotica, sopratutto dopo il crollo del ponte Morandi, che in questa storia assurge a un ruolo tutt’altro che marginale.

Colpo su colpo, esattamente come il titolo, questo romanzo ti fa breccia nel cuore. Riccardo Gazzaniga è davvero bravo e se , come dice lui stesso in una recente intervista, l’obiettivo fondamentale resta quello che il lettore voglia girare le pagine velocemente, per capire come andrà a finire, lo possiamo rassicurare: ci è riuscito benissimo.

 

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Thomas Mullen – La città è dei bianchi

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Thomas Mullen, originario del Rhode Island, si è trasferito da alcuni anni ad Atlanta in Georgia. La città è dei bianchi (titolo originale Darktown del 2016) è il suo quarto libro e, dopo averlo letto, possiamo augurarci che anche i precedenti vengano tradotti e pubblicati nel nostro paese.

Siamo di fronte a un noir duro, violento e dalla trama complessa i cui personaggi – bianchi e di colore – richiamano alla memoria altri libri letti negli anni, uno fra tutti, a parer mio, Il buio oltre la siepe per quel calcare la mano sull’importanza che la Giustizia dovrebbe avere sempre e comunque.

Eccoci dunque ad Atlanta nel mezzo di una torrida estate del 1948. La seconda guerra mondiale è finita da poco e da qualche mese, per una serie di contorti giochi politici, la polizia cittadina si è vista costretta a creare un corpo di agenti di colore. Sono otto e fra questi, Lucius Boggs e Tom Smith.

Relegati nei sotterranei umidi e sporchi della YMCA e impegnati esclusivamente a controllare il quartiere che si sviluppa intorno ad Auburn Street, altrimenti conosciuto come Darktown e popolato solo da gente di colore, benché muniti di pistola e manganello di ordinanza, hanno un incarico assai circoscritto: possono sedare risse, perseguire contrabbandieri e spacciatori, porre freno alla prostituzione, ma non possono recarsi nella sede centrale della polizia, effettuare arresti o svolgere indagini come detective. Per queste ultime mansioni devono avvalersi dei colleghi bianchi.

Odiati dai poliziotti bianchi, disprezzati dai negri di Darktown, che li vedono come la brutta copia dei colleghi bianchi – violenti e razzisti oltre ogni immaginazione – gli otto agenti di colore viaggiano in bilico tra il rispetto di quanto gli è stato insegnato nei pochi mesi di addestramento e la voglia di essere qualcosa di più, di incidere in qualche modo sulla corruzione, il marciume e l’ingiustizia che scorrono senza ritegno davanti ai loro occhi e i cui attori non mutano: poliziotti bianchi che tormentano la gente di colore, l’accusano sovente a torto, uccidono sicuri dell’impunità e vivono di tangenti.

Finché una sera, durante il turno di pattuglia, Boggs e Smith saranno testimoni di una catena di eventi che sfocerà nella morte violenta di una bellissima ragazza di colore dal passato pulito e inattaccabile, ma legata a un movimento per la difesa dei diritti dei negri e, in modo inaspettato, al deputato Prescott, sedicente sostenitore di tali diritti.

Boggs e Smith, aiutati in modo inatteso da un collega bianco e non corrotto, l’agente Rakestraw, inizieranno contro ogni legge, logica e buon senso, un’indagine privata per scoprire mandanti ed esecutore del delitto, stanchi che nessuno si preoccupi mai di far luce sull’assassinio di una persona di colore.

Mullen ha il dono di raccontare, attraverso dialoghi perfetti e un plot di prim’ordine, una storia di violenza, ingiustizia e iniquità senza farsi prendere la mano da dettagli raccapriccianti, ma comunicando al lettore un senso di assoluto sgomento di fronte alla cecità del razzismo.

Di mostrarci come tale razzismo non si manifesti solo nei confronti dei negri, a qualunque ceto sociale essi appartengano (Lucius Boggs, ad esempio, è figlio di uno dei più importanti pastori protestanti della comunità negra di Atlanta, ha studiato, vive in una bella casa e non gli manca alcunché), ma anche verso quei pochi bianchi disposti a vederli come esseri umani e non come scimmie. E con la storia principale si intrecciano quelle dei comprimari a dimostrare come nel 1948 negli Stati americani del Sud fosse ancora viva e bruciante la sconfitta nella guerra di secessione e di sicuro mal digerite o ignorate le leggi che regolavano il rapporto fra bianchi e neri. Un grande noir, dunque, questo di Thomas Mullen, ma soprattutto un gran bel libro contro il razzismo in qualunque forma esso si manifesti e un inno potente al coraggio e alla determinazione di chi ha rischiato la vita per cambiare le regole ignoranti di una società malata.

 

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