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Alessandro Perissinotto, Piero d’Ettorre – Cena di classe

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Dalla tradizione inglese e più ancora da quella statunitense stanno prendendo piede anche in Italia i “legal thriller”. È un genere che incontra molto successo e, personalmente, anche il mio gusto perché, se fatto bene, non si focalizza solo sul crimine e sulla sua risoluzione, ma soprattutto sulla speculazione psicologica intorno agli imputati e ai testimoni del reato posto a giudizio.

Il protagonista di “Cena di classe” è una new entry nel mondo della giallistica, si tratta dell’avvocato torinese Giacomo Meroni, chiamato a difendere un grigio e mesto cinquantenne, l’ingegner Riccardo Corbini, accusato di uno stupro e un omicidio avvenuti trentaquattro anni prima.

Si ritorna al 1984, quando in una sera di giugno sulla collina di Torino si svolge una festa in cascina, la classica ultima cena di una V liceo, pochi giorni prima dell’esame di maturità.

Partecipano quasi tutti gli alunni, più alcuni professori, che dopo aver allegramente cenato ed essersi scatenati nei balli sull’aia con la musica a tutto volume se ne tornano felici e contenti a casa. Tutti tranne una ragazza, Antonella Bettini. Le amiche non si accorgono della sua scomparsa, credendo che la loro compagna sia salita su una macchina o su un’altra; Antonella invece viene ritrovata nel fienile, seminuda e con la testa fracassata da una picconata.

L’efferato delitto rimane impunito per un lungo tempo, finché nel 2016 viene arrestato uno dei compagni di liceo che aveva partecipato alla festa, Bruno Vallardi. Di quello che da giovane era il maschio più ambito della classe per il suo fisico e la sua aria da “bello e dannato”, da adulto non ne rimane che l’ombra. Sbandato, la fedina penale macchiata da piccoli precedenti penali, Vallardi una sera viene arrestato dopo una notte brava, completamente sbronzo. Dopo avere molestato una donna e aver provocato una rissa, Bruno aveva dichiarato di essere un tipo pericoloso, tanto da aver già ammazzato qualcuno, autoaccusandosi dell’omicidio di una ragazza, precisamente una sua compagna di scuola. Per grande sfortuna del Vallardi un poliziotto sotto copertura, che era intervenuto a sedare la baruffa nel locale, assistite ai suoi sproloqui insieme a diversi altri testimoni. Così, sulla base di un processo indiziario, l’uomo viene incarcerato e il caso chiuso.

Perché allora, a distanza di due anni, il PM Mario Rossi scarcera il Vallardi e produce un’ordinanza applicativa di custodia cautelare e sbatte in prigione Riccardo Corbini? L’uomo, che era stato interrogato a suo tempo, aveva dichiarato, con conferma dei suoi compagni, di non aver partecipato a quella cena. Dunque perché?

Il motivo è la comparsa sulla scena della madre di tutte le prove, quella che nel 1984 neanche ci si immaginava che potesse esistere: un fazzoletto di carta usato, ritrovato sul luogo del delitto, repertato e conservato per tutti quegli anni, con sopra l’impronta genetica del Corbini: la famosa, inconfutabile prova del DNA.

A questo punto si riaprono i giochi, da cold case la vicenda torna ad essere di freschissima attualità e l’avvocato Meroni, coadiuvato dalla sua assistente praticante, la giovane dottoressa Giulia Cannizzaro, deve industriarsi per ricostruire, scavando tra le menzogne e le mezze verità, quello che realmente è accaduto quella notte nel fienile della cascina. Si tratta di confermare il colpevole, condannato da una prima sentenza, oppure di sostituirlo con un nuovo imputato. Salvare un innocente da un possibile errore giudiziario ha un peso diverso che garantire semplicemente al suo assistito un giusto processo, anche se il compito dell’avvocato non è stabilire quale sia la verità, e questo Giacomo lo sa bene.

Ma il punto non è se sia stato lui o meno Giacomo, tu non devi giudicare, lo devi difendere. Il giudizio spetta alla Corte e tu devi fare in modo che la Corte non trascuri alcun elemento che possa giocare a favore del tuo cliente. Ogni tanto ho l’impressione che tu ragioni ancora come quando ti ho conosciuto”.
Cioè?
Che tu ragioni ancora da carabiniere, e non da avvocato”.

…ed è vero perché Il nostro patrocinatore affronta la professione con una doppia anima, quella del carabiniere che è stato, prima di entrare a far parte dello studio legale Actis-Meroni, così come carabiniere era stato suo padre, morto con la divisa addosso nel 1987.

La divisione fra indagine difensiva e indagine investigativa è sottile, ma quella più preziosa, a mio avviso, è l’indagine psicologica, che mette a nudo, piano piano, tutti i personaggi, sia quelli principali che le comparse.

Il romanzo, non dimentichiamolo, è scritto a due mani, dal professor Alessandro Perissinotto, noto giallista con ventennale esperienza editoriale, insieme all’avvocato penalista Piero D’Ettorre, al suo esordio narrativo ma con alle spalle molti anni di lavoro in Cassazione.

La loro collaborazione ha prodotto un risultato ben riuscito, in questo romanzo la penna del Professore ha saputo rendere affascinante e coinvolgente un mondo grigio e fumoso come quello dei tribunali, spiegandocene le dinamiche e ricostruendolo perfettamente, riportando la voce di chi lo ha vissuto e introitato per anni, come D’Ettorre. Diciamo che il lavoro di questa nuova ma già affiatata coppia letteraria si potrebbe assimilare a quello di un regista che opera in sinergia con lo sceneggiatore: uno apparecchia la scena e l’altro la anima. Mi è sembrato che l’esperienza letteraria di Perissinotto, in mash up con quella forense di D’Ettorre, si siano ben equilibrate e la componente tecnica, dettata dall’addetto ai lavori, pur essendo appunto “tecnica”, riesce ad arrivare con efficacia al lettore grazie alla straordinaria capacità di storytelling del Prof.

Non mi resta che aggiungere una cosa: la trama principale è quella che vi ho raccontato, ma esiste una sottotrama, quella che narra di Rossana, la moglie di Giacomo, investita da un’auto pirata l’11 settembre del 2001. Sì, è proprio quella la funesta data, e da quel giorno Giacomo, che ha soprannominato l’investitore Bin Laden, non si dà pace e cerca di dare un finale di giustizia alla disgrazia accaduta alla moglie, rimasta sulla sedia a rotelle. Dunque se in questo primo romanzo si chiude il cerchio intorno al delitto Bettini, la caccia al pirata della strada ci offe un cliffhanger per un episodio successivo.

Alla prossima avventura, avvocato Meroni!

Manu

 

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Paolo Panzacchi – Fantasmi

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Giulio avrebbe tutto per essere, se non felice, almeno sereno: trentacinque anni, un ottimo lavoro, una moglie, Carlotta, ricca e che lo ha amato e voluto a tutti i costi, una bella casa, una macchina potente e una passione per la musica dei Massimo Volume retaggio della sua lunga amicizia con il vulcanico, positivo e creativo Mario.

E proprio qui sta il punto dolente, anzi tragico, della storia, il perché Giulio è un uomo sull’orlo del baratro, disperato, arrabbiato con se stesso, vittima di quella che viene comunemente definita ‘sindrome dell’impostore’: il non ritenersi all’altezza dell’apprezzamento altrui e neppure del proprio, l’idea di essere una nullità che nella vita ha sbagliato tutto. Di essere un Fantasma che nessuno, in realtà, vede.

Lui era migliore di quello che era diventato, di quello che si era costretto a diventare, ma non aveva mai avuto il coraggio di dimostralo, la voglia di prendere la vita per le briglie e portarla dove davvero voleva.

E tutto questo perché, quindici anni prima dell’inizio di questa storia che si svolge nel giro di pochi giorni, mentre si trovava in auto con il suo carissimo amico Mario dopo una serata da sballo, Giulio ha provocato un terribile incidente al quale lui è sopravvissuto e Mario no. Neppure la fuga a Londra e il duro lavoro svolto laggiù hanno cambiato le cose. Neppure il ritorno in Italia, l’inizio di una proficua attività e il matrimonio con Carlotta sono serviti a cancellare il dolore, il rimorso, i sensi di colpa che Giulio si porta addosso come un fardello troppo pesante da sopportare senza l’aiuto di alcool e antidolorifici. La vita con Carlotta è diventata ormai un cumulo di macerie, uno scambiarsi insulti e cattiverie ogni giorno, un accusarsi di superficialità e insensibilità. Oltretutto, lei vorrebbe un figlio, lui no. Lei guarda alla vita. Lui alla morte. Dovrebbero separarsi e smettere di farsi del male, ma nessuno dei due ne ha il coraggio troppo occupati a chiedersi cosa ne penserebbero le loro famiglie, gli amici, la società. Intanto lei ha un amante, Diego, e lui una vita di tormenti e mortificazione del corpo e dello spirito.

Qualcosa di buono potrebbe accadere a Giulio dopo l’incontro con l’enigmatica Greta, di quindici anni più vecchia di lui e come lui strapazzata dalla vita, ma quando si è così tristi e sconfitti è difficile avere la forza per vedere una possibile luce alla fine del tunnel.

Paolo Panzacchi, con prosa accorata e partecipe, trascina il lettore in una spirale perversa e sembra dire, attraverso i suoi personaggi, che le uniche cose in grado di salvarci come esseri umani, non importa quali e quanti sbagli possiamo aver commesso, sono l’amore, il perdono e la comprensione di noi stessi e degli altri.

Francesca

 

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Emmanuel Carrère – Yoga

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Emmanuel Carrère è, soprattutto ma non solo, un maestro della scrittura autobiografica. Compito non facile perché qui barare è quasi impossibile, inventare talvolta si può ma con parsimonia e comunque, la verità o la verosimiglianza dei ricordi restano, pur sempre, elementi discutibili. Cosa ricordiamo davvero e con quanta onestà ricordiamo?

Detto questo, Yoga non parla solo di come praticare questa particolare disciplina orientale, di sicuro non si addentra nelle sue componenti filosofiche, ma si concentra piuttosto sul potere della meditazione e le sue molteplici forme e definizioni. Tant’è che inizia proprio con un seminario sulla meditazione al quale l’autore partecipa con l’intenzione – lui che lo yoga lo pratica da trent’anni – di scrivere un arguto saggio sulla sua esperienza. Siamo nel 2015, Carrère si considera un uomo felice, capace di tenere a bada i demoni che da anni lo tormentano, i cani neri della depressione, ma d’improvviso tutto cambia. È costretto a lasciare il centro Vipassana in seguito alla strage di Charlie Hebdo e la morte di un caro amico. Poco dopo è la depressione a piombargli addosso di nuovo e costringerlo a un lungo ricovero nell’ospedale Sainte-Anne di Parigi uscito dal quale si reca in vacanza in Grecia e passa, per scelta, alcuni mesi nell’isola di Leros come volontario in un centro di accoglienza per migranti.

Queste le tappe fondamentali del libro. Ma Carrère divaga fra ricordi e pensieri, ci racconta molto di più. Ci parla di sé, del suo rapporto con lo yoga, delle donne e degli uomini incontrati lungo il cammino della vita, dei luoghi che lo hanno colpito, della sofferenza propria e altrui, di come la depressione sia un vortice di spaventosa oscurità dal quale nulla, neppure lo yoga, sembra poter salvare chi vi sprofonda, di come gli risulti difficile diventare un uomo migliore e quindi uno scrittore migliore. Ci sono capitoli di assoluta desolazione, altri di meraviglia e bellezza espressi in modo mai scontato e pieni di una saggezza e di una compassione ammirevoli. Ci sono la musica e la poesia che gli hanno restituito il sapore della vita, gli amici che l’hanno arricchita anche se in qualche caso sono morti all’improvviso. Yoga è un percorso fatto di luci e ombre lungo il quale l’autore ci invita ad accompagnarlo, per la sua e la nostra soddisfazione e forse anche per la sua e la nostra liberazione dalla sofferenza e dalla negatività.

Un libro ricco e corposo che comunica bellezza e ricchezza di sentire a noi lettori. Inspirate, espirate e voltate pagina. Non ve ne pentirete.

Francesca

 

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Alessandro Robecchi – Una piccola questione di cuore

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Per essere solo “una piccola questione di cuore”, sono tante le persone coinvolte.

Carlo Monterossi, un passato da scrittore e creatore di storie per programmi di intrattenimento, che osservando la vicenda nel suo insieme, ”avvolto dai suoi accappatoi bianchi da pugile suonato”, riflette su che cosa sia davvero questa cosa chiamata amore, capace di creare e spazzare via, unire e dividere con una violenza che tutte le parole dolci che romanzi e canzoni spendono su di lui, mai farebbero sospettare.

Agatina Cirrielli, “una pellaccia, una che ne ha viste tante e non si fa impressionare”, una con un cuore grande, che il mondo lo “fiuta” perché, nonostante tutto, non può cancellare la sua natura di “sbirra”.

Oscar Falcone, investigatore asciutto, capace di fare il suo lavoro e chiudere la questione senza strascichi, senza interesse per ciò che viene dopo. Taciturno, concreto ed efficiente. Ma anche lui, quando si tratta di amore, rimane in qualche modo imprigionato da quella sensazione “vischiosa” che ti si appiccica addosso, di dovere intervenire e ripristinare l’ordine delle cose. Ma quale sia il giusto ordine chi lo sa davvero?

Il sovrintendente Ghezzi, che dopo tanti anni di matrimonio, l’amore crede di averlo scordato e di guardarlo da lontano, ma forse, invece, lo conosce meglio di tutti.

E poi, lui, che si è ritagliato un posto speciale nel mio cuore di nuova lettrice di Alessandro Robecchi: Carella, “lo sbirro che sta sul cazzo agli sbirri, un irregolare, un cane sciolto che torna sempre con l’osso”. Un duro dal cuore più tenero di quanto non sarebbe mai disposto ad ammettere, che fa a pugni con la vita e che con l’amore sembra proprio stonare. Ma in fondo, non sarà anche questo uno dei volti di un sentimento tanto complesso e sempre capace di trovare uno spiraglio anche dove non sembrerebbero essercene?

E poi Ana, Stefano, Bianca, boss mafiosi e manager ambigui, avvocati di grido e giornalisti senza scrupoli. Vite estremamente diverse tra loro, alcune ordinarie, altre spinte ai limiti, ma tutte con una cosa in comune: ruotano intorno all’amore in tutte le sue sfaccettature. E dall’amore vengono divorati: chi perché lo rifiuta, chi perché lo sfrutta, chi invece perché ci crede talmente tanto da essere disposto a qualunque cosa.

“Una piccola questione di cuore” mette in scena una versione moderna e originale di un binomio ben noto alla letteratura: amore e morte. E a ricordarci che così è sempre stato e sempre sarà, i versi del Bardo dell’Avon, che uno come Monterossi non poteva non richiamare alla mente:

Go hence, to have moretalk of these sad things
Some shall be pardoned, and some punished
Fore never was a story of more woe
Than this of Juliet and her Romeo.

Mimma

 

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Valeria Corciolani – Di rosso e di luce

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Edna Silvera torna ed è in gran forma: splendente nel suo abito elegante a una festa dell’alta società, con la sua intelligenza vivace e i suoi modi irriverenti brilla nell’indagine in cui si trova – di nuovo – involontariamente implicata.

Anche questa volta un mistero diventa pretesto per digressioni artistiche che ci riportano a tecniche pittoriche, alla ricerca di significati nascosti nei colori e nei simboli. Come era stato per il giallo nel precedente romanzo, qui è il rosso, in tutte le sue tonalità, a dominare la scena. D’altra parte il rosso, è il colore per eccellenza del file rouge – termine più appropriato che mai, che lega le storie che si intrecciano nel nuovo romanzo di Valeria Corciolani: la passione. Quella di Edna per l’arte e la scoperta, quella del Cavalier Petracchi per i suoi preziosi cimeli da mostrare nel suo piccolo personale “museo”, quella per il proprio lavoro, che porta Lara, timida giovane investigatrice, ad affrontare i fantasmi del passato e del presente a sbocciare, pagina dopo pagina, sotto gli occhi del lettore.

Perfino Edna, in questo tripudio di rosso, colore del fuoco e dell’amore, diventa più malleabile e disposta al contatto con gli esseri umani, da cui ha scelto di isolarsi insieme alle sue “umanissime” galline, uniche compagne nella sua anelata solitudine sulla collina genovese.

La danza del pesce scarlatto mima perfettamente il vagare di Edna e della sua solita squadra di aiutanti, arricchita da una ex allieva rivalutata e da un bel tenebroso (e chi potrebbe avere più dimistichezza con il rosso “sanguigno”, di un affascinante cardiochirurgo?); un continuo passaggio tra miniature del Seicento e statuette Ming, colline genovesi e casali piemontesi, amori passati e futuri, reali o presunti, badanti dalla ferrea disciplina e dimore lussuose e antiche che sembrano uscite da un romanzo di una Agatha Christie dell’era moderna, con tanto di maggiordomo (“nei romanzi gialli d’appendice pare sia sempre il colpevole, nonostante ciò lo scoprono sempre alla fine”).

Quindi… bentornata professoressa Silvera. Alla prossima avventura, certi che le promesse dei nuovi arrivi, non ci deluderanno.

Mimma

 

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