Fabio Geda – Nel mare ci sono i coccodrilli

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Devo fare una premessa. Ho una passione smodata per i romanzi che hanno come protagonisti ragazzini scombinati. E più sono raccontati dalla loro stessa voce, più mi piacciono. Per questo trovo particolarmente difficile mostrare distacco da “Nel mare ci sono i coccodrilli”.

Storia di un viaggio, come piace a noi. Un viaggio verso la libertà (e ci piace un po’ meno…). Un viaggio troppo di moda, di questi tempi. Fatto di abbandoni, violenza, sacrifici, miseria. Ma che, dagli occhi di un bambino, lascia trasparire tutta l’umanità di una condizione disumana. Il dolore diventa opportunità. I sogni devono vincere contro il male.

Enaiatollah scappa dalla violenza di un paese che per lui non ha futuro. In realtà è obbligato a scappare dal più grande e contraddittorio gesto d’amore della madre: l’abbandono. Mercanti di schiavi, corruzione, amicizie brevi e fugaci. La morte sempre troppo vicina. Destini che si incrociano, quelli di chi fugge. Pochi raggiungono la meta. Pochissimi, la libertà.

E non bastasse l’intero racconto a stimolare delle domande, a riflettere su questioni tanto attuali, soffermatevi sulle ultime pagine; sul perché Enaiatollah non sarebbe potuto restare a casa sua… sull’articolo del bambino-talebano-boia.

E’ del 2010, il romanzo; e tutto lascia supporre che sia una storia vera. Più che vera.

La storia, quella raccontata, di molti altri Enaiatollah. Troppi altri.

Sarebbe forse utile che libri come questo si leggessero di più. Forse impareremmo che quella storia che ‘fare di tutta l’erba un fascio’, benchè estremamente comoda, non è sempre la soluzione più opportuna. Si chiama umanità. Si chiama civiltà.

Ah, una raccomandazione: già che ci siete, accompagnate la lettura con l’ascolto di Stiamo tutti bene di Mirkoeilcane!

 

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Enrico Pandiani – Polvere

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“Polvere, gran confusione, un grigio salone, in quale direzione io caccerò la… polvere dai miei pensieri?” cantavano i Decibel di Enrico Ruggeri in un’altra vita, ed è un ritornello che mi ritorna in testa prepotente ogni volta che leggo il titolo del nuovissimo libro di Enrico Pandiani. Talmente nuovo, che profuma ancora di stampa e il suo autore sta percorrendo Torino in lungo e in largo per presentarlo a orde di lettori entusiasti.

E tra questi anche la sottoscritta, l’Ex-Furiosa.

Ero impaziente di leggere questo testo da quando a ottobre, Enrico Pandiani ne annunciò l’uscita nel corso di una divertentissima presentazione alla Biblioteca di Rosta. C’eravate anche voi? Tenetevi pronti per il prossimo futuro, si potrebbe, chissà, mah, vedremo, oh, può essere, replicare.

Nel frattempo, se volete tuffarvi in una storia complessa, originale, cruda, rassicurante, molto attuale, senza esclusione di colpi, e naturalmente polverosa, dovete procurarvi questo libro.

Se avete letto la produzione precedente dell’autore, mettete da parte un momento Pierre Mordenti, i suoi italiens, Parigi, il suo senso dell’umorismo, l’”uom di sasso” Le Normand. Anche Zara Bosdaves e il suo irritante padre farfallone, le ore passate davanti a Call of Duty, il suo assistente quasi indispensabile.

Tenete il fascino inarrestabile e il carattere combattivo dei personaggi femminili che circondano il bel commissario italo-francese, il mistero appesantito di dolore degli extracomunitari che ogni tanto increspa la vita di François, il compagno della detective friulana, e spostatevi a Torino, giorni nostri.

No, non andate verso il centro e i suoi portici, i palazzi ottocenteschi, la collina sul Po e dietro la Gran Madre, con le sue iper-ville contegnosamente nascoste dietro alberi e giardini grandi quanto un Parco Nazionale.

Dovete impostare il navigatore verso il nord della città, uno dei quartieri meno eleganti, che quando si nomina da queste parti ottiene in risposta un sorriso tirato di cortesia e un rapido svuotamento dello sguardo: Barriera di Milano. Il nome è associato all’edilizia popolare, a casermoni camuffati da case, un aspetto dimesso, piatto e uniforme in generale. Come se lo si osservasse tramite un velo di polvere, insomma. E’ la stessa polvere che troviamo a casa del protagonista, Pietro Clostermann. La sua unica compagnia include un gatto sornione dal nome imprevedibile di Gatto, e quello che fa per vivere è… non vivere, lasciandosi ricoprire di polvere.

Qualcosa di estremamente grave è successo poco tempo prima nella vita di Pietro, ex-responsabile della sicurezza di una società, che si è visto fermare la vita di botto a causa di una sua decisione azzardata. Salvare qualcuno ha condannato lui, trasformandolo nell’unico capro espiatorio di una faccenda complessa, che alla fine del libro verrà rivelata quasi per caso. Come accade, quando si spolvera a fondo una stanza o un mobile: ritornano in evidenza brillante cose che giacevano nel dimenticatoio.

Quando entriamo in casa sua, però, Pietro è ben ricoperto dal suo strato di polvere esistenziale e niente sembra poterlo riportare fuori. Se non lo squillo del suo campanello. Ci siamo appena abituati a vederlo ciondolare per casa, preparando distrattamente un Harvey Wallbanger (cocktail creato negli anni ’50 dal nome di un personaggio di un film) per sé e un filetto di nasello per Gatto, senza niente di veramente importante da fare, quando suonano alla sua porta. Sulla soglia, una donna anziana, avvolta in una tristezza talmente visibile, da essere diventata il suo vestito e il suo aspetto consueti. Il suo nome è Rosa Massafra, è una vicina di casa di Pietro, e cerca pace per se stessa e giustizia per sua figlia, Silvia Massafra, uccisa in circostanze misteriose un anno prima.

La lentezza delle indagini di polizia sul suo caso, che l’hanno a poco a poco fatta scivolare in un dimenticatoio crudele, anche se non voluto, e l’essere rimasta sola, l’hanno spinta a rivolgersi a quell’uomo che lei non conosce affatto, ma che è convinta che possa aiutarla a uscire dalla sua tragedia personale. Ha fatto qualche domanda nel quartiere, ed è saltato fuori che Pietro Clostermann è “del mestiere”, e quasi sicuramente ha qualche asso nella manica che le può rivelare come e perché sua figlia è stata uccisa.

Pietro non ha intenzione di aiutarla, all’inizio. Vuole solo non-vivere, ricoperto dalla sua polvere. Non è capace, non è “uno del mestiere”, non è Superman, non è nessuno di bravo e competente, non sa aiutare sé stesso, figuriamoci se può fare qualcosa per qualcun altro. L’angoscia dolorosissima e altrettanto silenziosa di Rosa, però, lo hanno smosso ben più di quello che gli piacerebbe ammettere, almeno al momento.

Quasi contro la sua volontà, Pietro si mette in moto. All’inizio si tratta di fare qualche domanda in giro, senza scoprirsi troppo. Non può fare niente di ufficiale, non è un poliziotto e non ha titoli di alcun genere per mettersi a fare indagini. Potrebbe finire in guai ancora peggiori di quelli che ha già sperimentato fino a quel momento. Insomma, che male può provocare mai fare qualche domanda su un caso di un anno prima, che quasi tutti hanno ormai dimenticato?

Un po’ di male, come scoprirà Pietro da vicino, lo fa. E dovrà stare attento, molto attento, che quel male non lo porti ad un capolinea definitivo. L’uomo scopre un intero mondo malato e bieco, dietro certi capannoni del Lungo Dora cittadino, e dietro le apparenze piatte e squallide di certi palazzi, di certe anonime società di import-export. Un mondo che ha le tinte scure e sporche dello sfruttamento della prostituzione, della buona fede di chi cerca una vita migliore per sé e finisce in incubi desolanti e senza fine, di spietatezza senza ritegno, senza limiti. Tutto questo, mentre nella stessa città, nei quartieri e nelle case accanto, altre persone vanno a lavorare, passeggiano per rilassarsi, incontrano gli amici, allevano figli e vivono in famiglia in totale libertà e relativa spensieratezza.

In questo viaggio nel fango umano, tuttavia, non mancano piccole perle lucide. Una bellissima giovane donna dal nome gioiosamente improbabile, che non vi rivelo perché vi rovinerei una grandissima sorpresa, si affianca a Pietro nella sua ricerca dell’assassino di Silvia. Ha i suoi motivi fondamentali, come riscattare un passato angosciante e fangoso. E non solo. Il suo arrivo nella vita di quest’uomo apparentemente finito equivarrà all’esplosione di una supernova e lo vedrete bene, da subito.

Quasi nello stesso tempo, un uomo di colore, Sebastião, entra nella vita di Pietro, poiché la sua ricerca personale s’intreccia molto stretta con le piste seguite dall’improvvisato detective. Tutti e tre, con le loro vite spezzate e ricomposte alla bell’e meglio, s’imbarcano su acque torbide e velenose per rispondere al dolore senza fine di una madre, ritrovare tregua e una nuova dimensione in sé stessi e nel mondo.

Quando entrate in casa di Pietro, scoprirete che non vorrete abbandonarlo più. Lo seguirete nei suoi spostamenti un po’ goffi per la città, gli ricorderete di preparare il cibo del Gatto e vi stupirete, se per caso non si procura le arance per il suo drink preferito. Lo guarderete cambiare, svegliarsi, rispolverare se stesso e i suoi talenti, farete il tifo per lui. Non vi importerà se non sarete coinvolti nelle sparatorie di Mordenti, o nelle scazzottate in cui Zara si destreggia con le sue mosse di aikido. Vorrete solo continuare a seguirlo e sperare che non si cacci troppo a fondo nei guai… La bravura dell’autore, qui, si rivela proprio nel fatto che non sentirete la mancanza di questi altri due personaggi, più forti e reattivi, più brillanti. E nemmeno delle ambientazioni eleganti e profumate dei piani alti, o dei quartieri prestigiosi.

Vorrete, anzi, ascoltare e leggere altre parole, altre storie come questa, capaci di farvi entrare in un’altra città all’interno della vostra città. È normale, però: è solo l’effetto dell’essere esposti allo stile e al flusso narrativo di Enrico Pandiani.

 

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Luca Iaccarino – Qualcuno sta uccidendo i più grandi cuochi di Torino

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Fine settimana spassosissimo in compagnia di Luca Iaccarino e il suo “Qualcuno sta uccidendo i più grandi cuochi di Torino”.

Mi ci sono immersa, mi ci sono persa, ho vagato per la mia meravigliosa città, ho conosciuto meglio grandi ristoranti e grandi osterie (ora mi toccherà andare a mangiare almeno una volta in ognuna di loro), ho riso di cuore, e in tutto questo racconto ho trovato il Luca che io conosco.
Si, ho avuto la fortuna di conoscere Luca tramite amici qualche anno fa, lo seguo molto in tutte le sue dritte sulle osterie di Torino e quando riesco lo seguo nei suo tanti appuntamenti: persona solare, coinvolgente e sempre sul pezzo, dal cibo al vino.

Uccidere momentaneamente i più grandi cuochi di Torino è stata un’idea geniale, divertente e di approfondimento culturale: ho vagato per le vie di Torino con Luca, imparando cose nuove, aneddoti, informazioni culturali del passato, ho sperato di mangiare tramite le sue descrizioni le portate dei grandi ristoranti, ma così non è stato (leggetelo e capirete il perché). Ho riso di tutti gli imprevisti successi a Luca durante il suo periodo di indagine con il commissario Santamaria e ho deciso di santificare quella grande Donna di sua moglie che viene nominata nel libro con “La Donna che non …” senza mai specificare il nome.

Non pensiate di trovare un noir o un poliziesco da fibrillazione: troverete dei morti, li troverete anche in modo curioso, non pensiate di dover pensare alla migliore soluzione del caso, non ne avrete il tempo, avrete però un sacco di spazio per le risate e per le cose improbabili.

Qual è il miglior locale per capire Torino? A voi la sentenza!

 

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Giorgio Pirazzini – Gattoterapia

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Per chi ama i gatti, questo titolo sarà quasi qualcosa di scontato. Ed è risaputo che avere in casa un animale da compagnia abbia effetti rilassanti e divertenti sui padroni umani. E se l’animale in questione è un gatto, ancora di più, per quanto i ruoli sono invertiti. La casa appartiene al gatto, che è il vero signore dell’umano che ha il preciso compito di prendersene cura, sfamarlo, coccolarlo a comando e mettersi da parte quando Sua Signoria (il gatto, sempre) ritiene di doversi occupare di altro.

Una volta richiamati in testa questi brevi elementi, ne resta da aggiungere un altro, che si rivela l’asse portante dell’intero libro: “Un gatto non si butta nel fuoco per nessuno”.

Strano? Aspettate a dirlo, inizia la storia di Lorenzo e Claudia.

Lorenzo è un pubblicitario mediocre, che va presto in crisi. È un buon esecutore, ma la sua fantasia e il suo potere di attrazione clienti con i suoi testi diligenti ma senz’anima, sono molto limitati. Sua moglie Claudia è una pubblicitaria come lui, ma creativa, forte e aggressiva. Se vuoi qualcosa, prendilo! è il suo mantra, il suo motto, la sua filosofia da sempre. Vivono a Londra in un appartamento che rimarrà solo a lui, dopo che Claudia se ne andrà a mordere la vita con un altro uomo, brillante e aggressivo quanto lei.

Pare l’inizio della fine per Lorenzo, e per qualche tempo si trascinerà in una vita da zombie. Indeciso se andare a riprendersi una donna che chiaramente lo ha messo da parte, se chiudere il baule dei ricordi, spezzare la chiave, e buttare il suddetto in un fiume, oppure se farla finita, magari con un gesto esagerato.

Se fosse solo, probabilmente la terza ipotesi si concretizzerebbe.

Lorenzo ha un amico di lunga data, dai tempi del liceo, Matt, che ora è un architetto nella media ma estremamente versato nelle pubbliche relazioni, che lo hanno portato a diventare il professionista preferito di parecchi londinesi facoltosi. Accortosi delle condizioni poco lucide del vecchio compagno di baldorie, Matt decide di introdurlo in un mondo nuovo. Più che nuovo, alieno. Del tutto alieno, sì.

È un mondo chiuso, privato ed esclusivo, dove si pratica la gattoterapia. Gli esseri umani che lo abitano imitano i gatti: le loro movenze, la loro sensualità, indifferenza ed eleganza. E sono tutti di successo: belli, desiderati, con il mondo che non chiede altro di gettarsi ai loro piedi, per favore.

Passata l’iniziale diffidenza, Lorenzo applica alla grande i “precetti” della gattoterapia, e diventa anche lui un uomo di successo, sfruttando la sua passione per la cucina e una vena nascosta di scrittura creativa. Non c’è più traccia dello zombie pieno di rimorsi di qualche tempo fa.

Non ci faccio neanche più caso che sto diventando pazzo. Prima ero un sano di mente fallito, ora che sono matto faccio quello che mi piace e sono pagato lautamente. Indosso sempre la calzamaglia gattosa sotto i vestiti e vado sempre più spesso alla Casa dei Gatti, due o tre volte alla settimana, per ricordarmi che il mondo là fuori è il mio enorme gomitolo di lana e devo dare le zampate giuste, non accettare nessuna offesa, essere elegante, lascivo, affettuoso con sensualità, indifferente e carnivoro.”

Affascinante, eh? Un ritratto così farebbe girare la testa a chiunque.

Essere gatto, però, non è poi così facile. Non per chi scopre di avere cuore di… cane.

Ai gatti viene spesso rimproverato la caratteristica di essere opportunisti e crudeli, superficiali. Non sono quelli interessati agli altri, se non per quello che possono fare per loro, e se si tratta di dare una mano… beh, non li trovate più. I cani, invece, sono quelli disposti a morire per chi amano, come il loro padrone, cui si legano.

Lorenzo si troverà, ad un certo punto di questa vita sognante di potenza sensuale, davanti ad un bivio. Ha già percepito che qualcosa di buio si nasconde sotto tutto il luccichio dell’oro, e che questi gatti umani non sono poi così desiderabili. E che persino i gatti veri, come quello che si è portato a casa il primo giorno di gattoterapia, dal nome evocativo di Iago, sono esseri temibili, pur sotto il musetto tenero e i grandi occhioni ammiccanti. Il nome di quel bivio è Claudia, la sua ex-moglie, tornata non volente a risconvolgergli la vita.

È uno di quei libri che mi ha tenuto incollata per un paio d’ore di sera tardi, facendosi leggere a tutti i costi. Sferzante, ironico, divertente, freddo e folle. Onirico, compassionevole e crudele. E molto veloce. L’autore ha uno stile di racconto fluido, ricco, e anche arrabbiato, in certi punti, ma non si ferma mai. La vicenda, con i suoi risvolti non sempre chiari, non permette mai al lettore di fermarsi, o di avere dubbi. Come un gatto che gioca, bisogna stare svegli, attenti: non potrai mai sapere, altrimenti, da dove arriverà la zampata finale.

Consigliato, consigliatissimo, per chi non sa scegliere tra essere altruista o egoista a tutti i costi. Per chi si è stancato di comportarsi da cane, e per chi non vede l’ora di farsi desiderare e venerare come un gatto.

 

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Luca Bianchini – Nessuno come noi

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… Sono passati anni dall’ultima volta in cui ho fatto il giro dell’orologio per un libro. L’ho iniziato una domenica pomeriggio, quasi per scherzo. Volevo fare una pausa, e un libro mi è sembrata un’ottima idea. Per non farla durare troppo, come rischio spesso, mi sono costretta a metterlo da parte. A malincuore. L’ho ripreso di sera tardi, e non l’ho più mollato fino all’ultima parola, alle 3,40 del mattino.

Quando l’ho chiuso, salutando i suoi protagonisti, cercando la strada verso la camera a tentoni, mi sono trovata in compagnia di uno strano sentimento di semi-nostalgia sorridente, per questa immersione negli anni ’80, e più precisamente nel 1987.

Senza Facebook, né telefonini, come precisa l’autore, ma con tutta la rigidezza degli anni adolescenti.

Siamo in Piemonte, nella provincia di Torino, in quella zona compresa tra Moncalieri (le belle ville della collina, soprattutto), Nichelino (i caseggiati popolari), Trofarello e Cambiano.

Il centro e teatro principale è il liceo scientifico Ettore Maiorana di Moncalieri, dove studiò lo stesso autore, Luca Bianchini. I personaggi principali sono un gruppo eterogeneo di ragazzi. Quattro spiccano su tutti, quelli su cui si appuntano subito i nostri sguardi, e quelli che ci fanno entrare immediatamente in casa loro, quando superiamo la copertina del libro.

Vincenzo Piscitelli, conosciuto come Vince, diciassettenne di Nichelino. Bravo a scuola, “bravo ragazzo” anche nella vita, innamorato da sempre di Cate, Caterina Ferretti, bionda bellezza graziata dall’acne tutta compresa nel suo mondo di star, Spagna, al secolo Alessandra Spagnolo, dark d’aspetto, di modi e per protesta vibrata verso sua madre e il mondo. Poche pagine ancora e inciampiamo in Romeo Fioravanti. E’ facile che inciampiamo letteralmente in lui, poiché il suo atteggiamento indolente e strafottente lo fa muovere intralciando gli altri, quando vuole. Di bell’aspetto e con il suo fascino, essendo più vicino ai diciott’anni e provenendo dalla parte lucida del mondo, la collina di Moncalieri con il suo carico di ville opulente.

Tracciato il teatro delle operazioni e le personalità principali, ora inizia la vera rappresentazione. Entriamo nelle vite di questi quattro adolescenti, seguiamo i loro rapporti puntuti, sempre esagerati (e in questo Cate è veramente maestra, per quanto non se renda conto. Almeno, non fino in fondo.), con ogni sentimento esasperato: dall’indifferenza, alla simulazione più ardita, alla reazione più calda e assolutista.

Vince, come abbiamo detto, è innamorato da sempre di Cate, che invece si perde dietro altri ragazzi, possibilmente più grandi, e magari non di Nichelino, che è il buco sfortunato del mondo. Tuttavia, a lui è legatissima: non volendo perdere il primato di reginetta nel cuore di questo ragazzo d’oro che c’è sempre per lei, ma non è sufficientemente interessante per elevarsi ai suoi occhi pretenziosi, se lo tiene vicino nel ruolo di “migliore amico”.

Non perde occasione per fargli sapere a che punto sono le sue cotte amorose, e magari a che punto è nella sua intraprendenza sessuale, da vera “migliore amica”. Siamo nel 1987, ricordiamolo.

Oggi, probabilmente, sul povero Vince pioverebbero giudizi sfrontati e derisori come “for ever friendzone”. All’epoca, per quanto il ruolo sia sempre difficile e con una forte tinta masochista, si tendeva a passarci sopra facendo finta di nulla, tirando in ballo i sentimenti, o la copertura simpatica di un telefilm molto in voga in quegli anni, come “Tre cuori in affitto”.

Il terzo cuore di questo trio improbabile è proprio Spagna, che affianca Cate in ogni cosa, e che si è arrogata il ruolo di consigliera di Vince nel suo amore sfortunato e non corrisposto. Lo rassicura in continuazione perché, nonostante Cate perda testa, tempo, energie, e forse pezzi di dignità dietro altri ragazzi che tendono a collezionarla come una bella figurina, lei è sicura che: “tanto vi metterete insieme, lo sai, no?” Non si conoscono le basi di questa sua convinzione quasi granitica.

Del resto, avremmo bisogno di una consulenza di un pool di psichiatri, psicoterapeuti, sociologi, studiosi vari della psiche, soprattutto degli umani molto giovani, per cercare anche solo di capire un terzo di quello che si agita tra testa e cuore di un adolescente. Io stessa, se ripenso alla mia adolescenza, mi arrendo perché non capirò mai cosa mi spingeva a comportarmi come se fossi senza pelle.

Il quarto cuore, che viene a sbaragliare e a riconfigurare gli equilibri, è proprio Romeo Fioravanti. Vince e Cate sono attratti da lui, ciascuno per i suoi motivi, e lui ricambia l’attrazione. Il primo su cui si appunta la sua attenzione è proprio Vince, così diverso da lui. Di un’altra classe sociale, vergognoso di abitare a Nichelino e delle scarse disponibilità finanziarie della sua famiglia, studioso e rigoroso nella sua vita, non tanto disponibile a rischiare. Romeo è un ragazzo solo, arrabbiato, diffidente sotto la maschera facciale d’indifferenza, tra un padre professore universitario prestigioso e distratto, e una madre ricca di denaro e povera di disponibilità umana, classista e feroce protettrice della sua condizione dorata dal possibile contagio con chi sta in basso nella scala sociale.

A questi cuori giovani, aggiungiamo anche quelli un po’ più rodati dei loro professori. Forse il ritmo sarà più lento, il ruolo è diverso, ma i sentimenti sono simili. Conosciamo la Bencivenga (Benci), la Bottone (Betty), e Falcone attraverso gli occhi dei loro studenti, dei rapporti tra di loro, e del narratore. Certe vicende, come quella dell’amata professoressa Bottone, sono seguite con dolcezza dall’autore, dimostrando di non dimenticare che si tratta sempre di storie d’umani, anche se le età sono diverse.

Sarebbe lungo e fuorviante raccontarvi un anno di vita di un gruppo di diciassettenni, pur se scandito dai tempi e dagli avvenimenti scolastici. È una ricchezza da gustare da soli; se si è superato quel periodo, questa si raddoppia quando si accede ai propri ricordi, e si oltrepassa quella porta di tanti anni prima.

Ed è quello che è capitato a me.

Io ho avuto tutt’altra adolescenza, ho frequentato un altro liceo, ero in un’altra parte di Torino, ho patito altre trasformazioni, rispetto agli studenti protagonisti. Ed è stato un periodo infernale, come per molti altri adolescenti. Una volta uscita fuori, ho imballato tutto insieme quello scatolone di sensazioni disturbanti (anche quelle più piacevoli), ci ho caricato sopra tutti i pesi che potevo, e l’ho mollato nella cantina dei miei ricordi, senza ritornarci più. Spesso e volentieri, quando ne avevo la tentazione, aggiungevo una serratura in più alla porta della cantina.

Questo libro mi ha fatto provare una strana sensazione di comunione. Ho riaperto con cautela la porta della cantina, ho aperto lo scatolone e tutto quello che ho trovato è stato un sentimento di “c’ero anch’io, è capitato anche a me”. La maggior parte dei miei ricordi si è sbriciolata in un mucchietto di polvere che se n’è fuggita con l’aria.

Quello che mi è rimasto è un sorriso leggero: il libro di Bianchini (il primo di lui che leggo) è riuscito, nelle sue 250 pagine di Mondadori, a far rivivere e coinvolgere quelle parti di me che sono sempre rimaste in ombra, sin dai tempi dell’adolescenza. Con la chiusura della copertina, se ne sono andate. E io sono rimasta leggera e sorridente, come se finalmente qualcosa si fosse sistemato.

Libroterapia applicata? Sì, pur se inconsapevolmente. Se avete conti in sospeso con la vostra adolescenza, o anche se non sapete di averli, vale la pena seguire le vicende di Vince, Cate, Romeo. Ridere anche della ribellione tinta di nero di Spagna (che non ha nulla a che fare con la cantante, se non il viso bianco e gli abiti nerissimi), sbuffare sulle intromissioni di fratelli e sorelle più grandi. Scoprirete che rivivendole da non più adolescenti, tutto quello che può essere rimasto indietro di quegli anni, e tutti i brandelli di disagio che ancora aleggiano sul vostro presente, e persino le immagini splendenti di bei momenti che ritornano a dirvi che come loro, nessuno mai… spariscono dai vostri occhi e ritornano ad occupare il loro posto, senza più interferire.

 

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