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Margherita Oggero – Il gioco delle ultime volte

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C’è un filo sottile nel non detto di Ale, 17 anni, prima di muovere il passo che la porta sotto un tram di Torino, e i non detti di Nicola, il medico che al pronto soccorso presta per primo i soccorsi al suo corpo devastato dall’impatto, e Matteo, trent’anni prima suo migliore amico, che con lui si divideva l’appellativo dei gemelli divini e una bellezza che li faceva desiderare da tutte le ragazze del liceo.

Un filo chiamato vendetta, delusione, solitudine, rabbia, segreti, ricordi, incomprensioni.

Un filo chiamato scelta per una vita che potrebbe non essere più possibile se non portare indietro almeno consolare.

E il gioco che un gruppo di “amici” vecchi e nuovi che si ritrova in montagna per un weekend e che si trasforma in ricordi dolorosi e in silenzi con se stessi e con altri, il gioco del raccontare l’ultima volta che si è fatto qualcosa, è non solo ciò che dà il titolo al nuovo libro di Margherita Oggero pubblicato da Einaudi, ma anche la spiegazione impossibile di un gesto, un’azione, un pensiero.

Il gioco delle ultime volte” è un romanzo di emozioni corali, di spezzoni di vita irrisolti, di ombre che arrivano inaspettate e riportano a galla domande, molte delle quali restano senza risposta.

Cosa ha spinto Ale ad andare incontro al tram in arrivo, cosa ha portato Nicola a non voler più avere a che fare con Matteo: un’azione ingiusta che sono convinti di aver subito, lei nei suoi 17 anni, lui nei suoi 19 ma di cui ancora si chiede perché trent’anni dopo, o l’incapacità di esternare un vuoto che gli altri non vedono, la convinzione di non potersi spiegare e di non poter dare spiegazioni alle loro famiglie e a chi li circonda?

Lo stile narrativo che caratterizza Margherita Oggero già nei suoi romanzi gialli ricchi di spaccati sociali è in questo libro presente e incalzante, si sposta da un punto di vista all’altro di tutti i personaggi, che siano centrali o comparse – che pur comparse non restano mai perché ciascuno ha un ruolo nei sentimenti degli altri -, fluttuando dalla terza alla prima, finanche alla seconda persona, come se il narratore fosse ora esterno, ora uno degli attori del romanzo, ora un estraneo alla vicenda che però così estraneo non è, visto che sa tutto e si rivolge a un personaggio specifico costringendolo a confrontarsi con qualcuno che solo apparentemente è altro da sé. Perché di quel “sé” sa tutto alla perfezione, come se fosse il suo alter ego.

“Confessare pensieri tenuti segreti per anni è rischioso per sé e per gli altri, non porta conforto, ma rimorso” (pagina 129): questo sembra essere il nodo centrale verso cui devono convergere le decisioni, o meglio, le scelte. E la confessione che porta con sé il rimorso può anche non essere confidata a un altro, ma a se stessi. La mancanza di conforto resta la stessa. Forse.
Perché un’ulteriore forza narrativa ed emozionale di questa storia, fatta di tante storie che a ben vedere, pur nella diversità delle vite, tendono verso un unico centro, è anche questa: la sospensione del sapere cosa viene dopo. Il dolore del sapere che trent’anni di silenzio per qualcosa che voleva essere uno scherzo, ma cela molto di più, è a volte più facile da superare che non il sentirsi soli a 17 anni.

E che l’ultima volta resta cristallizzata a lungo, anche se, alla fine, per qualcuno potrebbe rivelarsi non essere stata davvero l’ultima. Tutto sta a come un segreto decide di essere confessato. E se decide di esserlo, confessato.

Sara

 

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Marilù Oliva – Biancaneve nel Novecento

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Bianca ha quattro anni all’inizio degli Anni Ottanta e vive alla periferia di Bologna con due genitori che si amano, ma il cui rapporto è minato da qualcosa di ben profondo. Lui, sognatore brillante e affascinante, cerca, allenando aspiranti boxeur in una palestrina, di rimediare a quelli che sono i suoi sogni sportivi infranti. Lei, Candi, bellissima e dinamica, gira per i paesi del Modenese vendendo asciugamani e lenzuola, la pettinatura impeccabile, un neo disegnato sopra il labbro per assomigliare alla Monroe e il vizio del bere. Accanto al padre che è a casa con lei mentre la madre trascorre lavorando le sue giornate, Bianca attraversa con gli occhi di bambina le notizie di stragi che vanno da Ustica alla stazione di Bologna, del terremoto dell’Irpinia, e, da adolescente, cammina accanto alle strade che si punteggiano di vittime della droga e compagnie diversamente assortite e il dolore del disastro al liceo di Casalecchio di Reno smembrato da un aviogetto. Tessendo la sua storia personale con trasposizioni personali che fa delle fiabe. Del resto, si chiama Bianca, abbreviazione, per lei, di Biancaneve.

Lili negli Anni Quaranta ha più o meno vent’anni, sposata a un uomo mai conosciuto prima, deportata dalla Francia al campo di concentramento di Buchenwald poiché la famiglia del marito nascondeva in casa alcuni ebrei. E lì la sua dignità viene calpestata fino al luogo dove finisce a passare le sue giornate: il Sonderbau che accoglie il bordello, ulteriore agghiacciante realtà di un luogo dove l’uomo e la donna non erano più trattati come esseri umani.

Due storie, due voci narranti, che scorrono parallele nel romanzo di Marilù OlivaBiancaneve nel Novecento” (Solferino), libro di rara bellezza e rara intensità, dove le parole sono preziose e trattate con rispetto e amore. Perché sono lo specchio delle emozioni e lo strumento per raccontare l’andata e ritorno da inferni della Storia e della quotidianità e per dire che la Storia è insieme di storie che devono essere narrate perché ne resti memoria.

Lacrime e sorrisi, voglia di gridare e necessità di ascoltare in silenzio pagine passate e recenti che graffiano la pelle e l’anima, pagine passate e presenti davanti alle quali ci si è troppo spesso voltati dall’altra parte, ci si volta ancora troppo spesso dall’altra parte.

La ricerca documentale di Marilù Oliva sui bordelli dei lager si dipana con una maestria narrativa che te li schiaffa sotto gli occhi, assieme alle cicatrici e alle ferite che a quelle donne sono state lasciate da percosse immotivate di chi le rendeva schiave. Le cicatrici visibili delle violenze fisiche, ma anche quelle che restano dentro, che segnano l’anima, e che nelle pagine di “Biancaneve nel Novecento” vengono tratteggiate con una forza emotiva e della scrittura tali da renderle visibili tanto quanto quelle lasciate dalle botte, dai pugni, dalle frustate e dai calci.

Perché una delle grandi forze di questo libro di Marilù Oliva è quello di far vedere la sofferenza che si ha dentro, di dare voce a parole rimaste inascoltate, a silenzi imposti da una vergogna a cui sono costrette le vittime anziché carnefici. Ma anche quella di raccontare madri e figlie, ma anche padri e figlie, e di raccontarle e raccontarli cercando la forza dell’amore anche quando ha paura a farsi vedere. Quando fa fatica a farsi vedere.

Sara

 

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Bruno Morchio – Voci nel silenzio

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Le “Voci nel silenzio“ del nuovo libro di Bruno Morchio edito da Garzanti sono gli spettri del passato che tornano a popolare il lockdown della scorsa primavera per Bacci Pagano. L’investigatore dei carruggi nato dallo straordinario stile dell’autore genovese si trova, durante la totale chiusura dovuta al Covid-19, a indagare su una storia di rapporti familiari che si intreccia con la sua.

Il Bacci Pagano di oggi ritrova il Bacci di molti anni prima, quando si era confrontato con il compito di scagionare dall’accusa di un omicidio un ex brigatista, Beppe Bortoli. Ed è lo stesso Bortoli che lo assume oggi per capire il perché dell’allontanamento improvviso da lui della compagna dalla quale, vent’anni prima, aveva avuto una figlia. Lo assume tramite lettera che gli viene fatta recapitare proprio dalla ragazza. Perché Bortoli è morto qualche settimana prima di Covid.

È personaggio che appare spaccato in due diverse identità, Bortoli: quella che si era svelata nella sua falsità a Bacci anni prima e quella di padre affettuoso che è nei ricordi della figlia. Bloccato in casa dal lockdown, il vero grande mistero a cui l’investigatore deve dare risposta è quanto possa essere dilaniante il peso della verità. Una verità che si scontra e si incontra con nuove destabilizzanti memorie che tornano alla mente di Bacci che in qualche modo lo legano a Baraldi, e non solo per il compito che gli aveva assegnato due decenni prima. Bacci Pagano è una figura sempre più affascinante, grazie alla maestria di Morchio che l’ha fatto cambiare, invecchiare negli anni, rendendolo in tutto uomo, persona e non solo personaggio. Come sempre lo scrittore genovese sa unire e bilanciare indagine materiale e scavo psicologico, offrendo un romanzo da cui non ci si riesce a staccare sino alla fine.

Sara

 

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Marilù Oliva – Musica sull’abisso

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È una vera e propria discesa all’inferno quella che unisce i destini degli studenti che nel 2004 frequentavano la V G del prestigioso liceo Marco Tullio Cicerone di Bologna. Morti violente, sparizioni misteriose, casi di pazzia legati a mix di droghe. E una canzone inquietante scritta da alcuni di loro in perfetto latino.
Inquietante non solo perché inneggia alla morte, ma perché descrive, anni prima che accadano, le tragiche sorti a cui gli studenti della classe vanno incontro in una stessa data in anni diversi: il 21 febbraio, da quando nel 2004 scompare il ragazzo più bello della classe, Lorenzo.

A questa scomparsa seguono morti terribili, omicidi travestiti da suicidi e incidenti, alcuni negli anni immediatamente successivi, altri a distanza di un decennio. Uno ogni anno.

Fino al 2019, quando la sorella di una delle vittime, ripescata annegata nei pressi di Padova, non crede né all’incidente né al suicidio. E si rivolge alla questura di Bologna dove le indagini vengono affidate all’ispettore Micol Medici della Squadra Omicidi.

In “Musica sull’abisso” (HarperCollins), Marilù Oliva ci fa entrare nella pancia dell’Ade in una storia fatta di segreti, vendette, paure, relazioni tra adolescenti che oltre l’apparenza nascondono misteri. E dove il senso della morte in agguato è un vero e proprio personaggio. È il motore che regge le fila degli avvenimenti.

La scrittura di Marilù Oliva è colta, fine, profonda, ti lega alla storia senza lasciarti possibilità di fuga. La soluzione è lì, ma il ritmo incalzante e cupo impedisce quasi di vederla. Immagini dirette, descrizioni che alla poesia dei paesaggi e dei sentimenti alternano la crudezza della morte. E quei rimandi a citazioni letterarie, artistiche, storiche, mitologiche, finanche alle caratteristiche delle pietre, che donano una ricchezza particolare, una connotazione ancora più profonda e interessante all’intero romanzo. Che ancora una volta non manca di porre l’accento anche sulle difficoltà che una donna incontra sul lavoro e nella vita.

Gli incubi di Micol che l’aiutano a fare ordine negli indizi che raccoglie rendono ancora più cupa l’intera storia fatta di delitti che nascondono la verità proprio come se questa fosse divorata dalle fiamme dell’inferno. La descrizione di Bologna è bellissima, la città si staglia davanti al lettore togliendogli ancora di più il fiato in un gioco di fascino e di mistero.

Coinvolgente l’alternarsi dalla terza alla prima persona: la terza caratterizza le indagini e la vita di Micol, la prima porta indietro nel tempo e dà voce alle vittime di questo di questo terribile mistero.

Marilù Oliva sa parlare al cuore e all’anima.

Sara

 

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Maurizio de Giovanni – Fiori

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La nuova indagine dei Bastardi di Pizzofalcone porta tutti i profumi delle sfumature della scrittura di Maurizio de Giovanni. I “Fiori“ che danno titolo al romanzo uscito oggi per Einaudi sono la presenza costante e il filo che unisce tutti i destini che sono al tempo stesso di solitudine e di solidarietà che rappresentano il commissariato dove opera la squadra creata dalla dallo scrittore partenopeo.

Fiori sono quelli venduti dalla vittima, Savio Niola, 74 anni, trovato brutalmente assassinato all’alba da un vecchio amico.

Fiori sono quelli che con il loro profumo scandiscono le emozioni, le sensazioni, i desideri di tutti i personaggi.

Gli anziani e i giovani sono in qualche modo i due poli d’unione, di vitalità, di decisioni di tutta la struttura del romanzo. Anziana la vittima, anziano l’amico Ciro Durante, commerciante di tessuti da poco rimasto vedovo, che trova il cadavere, anziano Pisanelli, che, seppur deciso a non rientrare in servizio a causa della malattia, è comunque sempre determinante nello svolgimento delle indagini. Un’anzianità che non è però marginalità, ma anzi motore primario della narrazione, in un romanzi che scardina ogni preconcetto e ogni soluzione troppo scontata.

Anziani e bambini da proteggere, da ricordare, ma soprattutto da ascoltare e da non sottovalutare mai: in questo libro non marginale è infatti anche il ruolo di Vittoria, la figlia dodicenne di Elsa Martini, la vicecommissaria che da poco è arrivata dal Nord a Pizzofalcone.

Sembra di notare in questo libro una sorta di chiamata a sé da parte dei Bastardi anche di tutti gli altri personaggi creati da de Giovanni, come se questa squadra, che ancora per tutto questo romanzo deve fare i conti con una possibile chiusura del commissariato, voglia in qualche modo abbracciare tutti gli altri protagonisti nati dalla penna dello scrittore. Le rose riportano a Mina, così come anche questa grande e importante presenza di anziani e bambini, il gioco di occhi tra i personaggi ricorda Sara, lo splendido spaccato dell’alba che inframmezza le indagini che ricorda il momento del pianto con cui si è congedato Ricciardi. Ancora una volta lo stile, la poesia, la storia creata da Maurizio de Giovanni incollano alle pagine e non ti permettono di andartene fino a quando non sei arrivato alla fine. La trama è avvincente, la coralità dei personaggi è sempre più ampia. Il tema dell’amore in tutte le sue sfaccettature è ancora una volta ben presente e fa non da contraltare ma da unione inscindibile con tutte le vicende dei personaggi. Ancora una volta Maurizio de Giovanni sa stupire.

Sara

 

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