Maurizio de Giovanni – Dodici rose a Settembre

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Difficile passare inosservata per l’assistente sociale Mina Settembre. E non solo, o non tanto, almeno in questo frangente, per le prosperose forme che a fatica contiene in una quinta abbondante di reggiseno e che fanno gridare al miracolo nei Quartieri Spagnoli, dove lavora in un consultorio pubblico.

No, c’è molto di più. C’è ancora una volta la straordinaria capacità narrativa di un autore come Maurizio de Giovanni che nel suo Dodici rose a Settembre (Sellerio, 2019) ci riporta a respirare a pieni polmoni e a osservare con occhi incantanti la sua Napoli, anche qui mai citata esplicitamente, ma viva e presente, toccando Posillipo e Mergellina, avventurandosi fino all’aeroporto, ma calandosi soprattutto proprio in quei Quartieri che sono l’anima pulsante di un romanzo dove l’ironia del narrato rende ancora più forte la drammaticità di quanto accade.

De Giovanni ci regala in questo romanzo personaggi degni della migliore commedia napoletana, un coro di vita e vitalità che ruota attorno alla protagonista senza mai soffocarla, ma allo stesso tempo prendendosi ciascuno uno spazio suo ben definito e ben coordinato con il resto, dal biondo ginecologo Domenico “chiamami Mimmo” Gammardella arrivato da Campobasso e bello come Robert Redford in ogni film che abbia recitato, alla madre di Mina, anziana in sedia a rotelle con un pensieri fisso nella mente, il sesso, alle amiche, al magistrato De Carolis, fino a due figure veramente eccezionali nella descrizione, negli atteggiamenti, nel ruolo: il portinaio Rudy e il maresciallo Gargiulo.

L’aria ironica che si respira tra le pagine rende ancora più vivido quel quadro di varia umanità che si staglia nell’ambiente creato nel romanzo, legando gli spari di pistola alla nuca che uccidono con un’arma da collezionista persone apparentemente senza alcun collegamento se non l’aver ricevuto dodici rose rosse, una ogni giorno, a una storia di violenza domestica dove chi è bambino sembra adulto e chi è adulto ha paura più di quanta ne avrebbe un bambino.

Scorre veloce, la storia, lo stile, scorrono veloci i personaggi e ci si affeziona subito, sembra di vederseli lì davanti. E poi, bellissimo, il ricordo di Andrea Camilleri nei ringraziamenti al termine di un libro pubblicato dalla stessa casa editrice di Montalbano, quasi che quella copertina blu, quel colore citato da de Giovanni in questo grande, immenso grazie che sembra raccogliere quello di tutti al maestro recentemente mancato, diventi un legame ancora più forte tra due grandi scrittori.

 

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