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Gian Carlo Caselli – Nient’altro che la verità

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Niente altro che la verità’ é un titolo che evoca la celebre frase processuale ‘tutta la verità, niente altro che la verità, lo giuro’.

Il Dott. Caselli, che ha passato la vita a dire e difendere verità scomode, con questo scritto sembra volersi liberare di un peso, il peso di tante verità dette, ma non ascoltate fino in fondo o denigrate o seppellite dal sistema. Questo libro è una sorta di tentativo estremo per agire sulle masse al fine di creare il tanto ambito cambiamento culturale che renderà meno fertile il terreno per la fioritura della mafia e della criminalità organizzata e organizzazioni terroristiche. Con una carrellata significativa, ma non enciclopedica, e totalmente umana e emozionale, sfrutta l’occasione di inseminare anche chi è troppo giovane per averlo vissuto con il seme della giustizia e della voglia di sradicare certi meccanismi. Tenta una sorta di contagio nei confronti dei lettori attraverso la sua voglia di cambiamento e giustizia e il suo coraggio di opporsi.

Le parole di chi ha vissuto certi eventi da vicino e ne ha visto le dolorose conseguenze su amici e colleghi ha indubbiamente più facilità di sensibilizzazione rispetto ad un distaccato e asettico testo nozionistico.

Perché è importante dedicarsi anche a storie di vita vissuta…per non dimenticare!

Patrizia

 

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Michel Bussi – Codice 612. Chi ha ucciso il Piccolo Principe?

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La mattina del 31 luglio 1944 Antoine de Saint-Exupéry decolla da Borgo, in Corsica, in missione militare di ricognizione. Nessuno lo rivedrà più. La sua scomparsa è rimasta avvolta dal mistero per moltissimi anni.
Lo scrittore di gialli Bussi ha l’idea geniale di ricavarne un giallo letterario, un escamotage accattivante per un’analisi critica de ‘Il Piccolo principe’, che improntata come tale avrebbe potuto esitare in un testo maggiormente tecnico, magari più noioso, con fruitori eventualmente più di nicchia.

Con uno stile leggero e immediato, Bussi racconta le indagini di Andie e Neven circa la scomparsa di Antoine de Saint-Exupéry e la fine del piccolo principe, eventi apparentemente correlati. I due intraprendono un lungo viaggio a tal fine, un viaggio che ricorda da vicino quello del romanzo analizzato, dall’isola del bevitore, a quella della vanitosa, dell’uomo d’affari, del re, del lampionaio e infine del geografo.

Le isole sostituiscono pedestremente gli asteroidi visitati dal piccolo principe. Inoltre i due protagonisti di questo romanzo viaggiano su un aereo Falcon 900, nome onomatopeico non casuale, avendo viaggiato il piccolo principe trasportato da uno stormo di uccelli. Il protagonista maschile vive in un piccolo mondo come è piccolo l’asteroide del principe più amato della letteratura mondiale. Si aggiunge che Neven, fossilizzato in una vita dedicata a Veronique, che si definisce la sua rosa, rinunciando alla sua passione per il volo, recupera quest’ultima nell’avventura qui descritta e scopre forti emozioni per la sua compagna di viaggio. Allo stesso modo il piccolo principe scopre che esistono molte altre rose oltre la sua e forte è il parallelismo anche con la vita di Saint-Exupéry che ha fortemente amato nella sua vita, oltre alla moglie Consuelo, molte amanti, ciascuna convinta di essere la sua unica rosa.

Progressivamente si evince come il romanzo del famoso scrittore sia intriso di indizi volutamente disseminati dall’autore per svelare il mistero della sua scomparsa e la sua visione della vita. L’attuale libro di Bussi con i suoi personaggi, la vita reale di Saint-Exupéry e il ‘Piccolo principe’ appaiono come binari paralleli, la cui esistenza è imprescindibile l’una dall’altra, così come la loro comprensione.

Lo stesso stile narrativo dei due romanzi è affine, per cui Bussi abbandona un più classico stile giallistico per sposarne uno semplice, fatto di periodi brevi e immediati, favolistico e fortemente evocativo rispetto a quello del ‘Piccolo principe’. L’esperimento narrativo è a tal punto riuscito che ci si potrebbe domandare se in realtà Saint-Exupéry non sia ancora vivo e non stia scrivendo sotto pseudonimo come Bussi. Saint-Exupéry, il Piccolo principe e Neven, compiono tutti il classico viaggio dell’eroe e tutti vivono il dilemma interiore dicotomico vita adulta-infanzia, dovere-libertà e impudicizia-purezza. In questo modo il lettore vive un continuo voluto fluire dalla realtà alla fantasia e dalla vita adulta all’infanzia quasi a perdersi fino a domandarsi se l’attuale romanzo sia finzione o meno.

In questa ottica la scomparsa di Saint-Exupéry, l’adulto, mandatoria per far rivivere il bambino, il piccolo principe, con l’enorme successo del libro dedicatogli, ci insegna non tanto che ‘siamo responsabili di ciò che addomestichiamo (la volpe e la rosa) e quindi amiamo, ma che ‘l’essenziale è invisibile agli occhi’ per cui l’assenza è più comunicativa della presenza e la verità va cercata con il cuore. Pertanto l’autore decide di uccidere l’adulto per liberare il fanciullo che è in lui, e così facendo mostra a noi tutti la via per seguire il suo esempio, una via d’uscita colta subito da Bussi che in questa parentesi abbandona un genere letterario adulto per uno apparentemente più infantile e da Neven, che sceglie di partire. Allo stesso tempo non si deve scordare che è proprio la visione del bambino che svela la realtà, in quanto è il piccolo principe che ci fornisce grandi insegnamenti di vita, laddove invece Saint-Exupéry non era un grande esempio di rettitudine, e che è il libro a lui dedicato che fornisce la chiave di lettura per un mistero decennale.

Il Piccolo principe esiste grazie alla scomparsa del suo autore, ma allo stesso tempo ne è la salvezza. Uccidere l’adultità è la chiave per la felicità?

Patrizia

 

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Giuseppe Catozzella – Non dirmi che hai paura

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Samia, una bimba somala piena di sogni. I sogni dei bambini hanno la stessa energia e gli stessi colori vividi anche quando sei nato nella parte sfortunata del Mondo. Anche quando c’è la guerra.

La differenza consiste invece nelle possibilità che si hanno per trasformare la potenza in atto, per realizzarli. Questa differenza è fatta di rassegnazione e rinuncia per alcuni, di rischi per rincorrere i sogni per altri, del ‘Viaggio’ per altri ancora. Il ‘Viaggio’ della speranza fino in Europa.

Samia corre veloce ‘spinta dal vento’, è un’atleta, vince molte gare locali e poi con il Comitato Olimpico somalo va a Pechino. Nel frattempo a Mogadisho l’estremismo ha preso il sopravvento, quindi lei corre con il Burka per allenarsi, ma il vento la fa volare comunque veloce al traguardo. Samia ha promesso al suo papà, che nonostante i rischi per gli estremisti la sprona a vivere la sua vita secondo i suoi desideri, che vincerà le Olimpiadi e libererà il Paese dall’oppressione con il proprio esempio. Tuttavia ad un certo punto, dopo molti sacrifici e tentativi, capisce che per mantenere la promessa non può agire dalla Somalia, bensì deve affrontare il ‘Viaggio’.

Un romanzo che dà voce a Samia come fosse scritto di suo pugno, come fosse un diario immantinente, scritto progressivamente immortalando in tutta la loro intensità le sue emozioni, le sue aspettative, la sua forza e il suo coraggio. Perché chi nasce con la guerra, non la teme e non può ‘dire di avere paura, perché altrimenti le cose di cui si ha paura si credono grandi e pensano di poterti vincere’.

Attraverso la sua voce mostra a noi, che non sappiamo cosa significhi sentirsi ‘un animale’, ‘un clandestino’ perché vieni trattato da tale finché non ti immedesimi nel ruolo, la cruda verità del ‘Viaggio’ gestito dai trafficanti di esseri umani. Un viaggio fatto di sofferenza, violenza, inganni e truffe, di cui si conosce l’inizio, ma non si conosce la durata, il momento di partenza, l’arrivo e soprattutto in cui non si ha la certezza di arrivare vivi. Ma la vita che si lascia è a tal punto inaccettabile che ci si focalizza unicamente sul pensiero che l’importante è ‘non essere mandato indietro’.

Questo romanzo potentemente emotivo dovrebbe essere letto da ognuno di noi, per sapere, perché ignorare in questo caso puzza di crimine, crimine contro l’umanità.

Patrizia

 

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Federica Bosco – Mi piaci da morire

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Mi piaci da morire di Federica Bosco è un’ottima idea di lettura da vacanza… la protagonista alla ricerca del grande amore si imbatte in una serie di casi umani e racconta di questi incontri in maniera divertente e sarcastica. Questo mix ci concede l’effetto sognante che spesso ricerchiamo nell’approcciarci a certi titoli, senza incorrere nel banale e scontato effetto mieloso di alcuni romanzi d’amore. Per altro ciascuna di noi può immedesimarsi, chi più chi meno, nel periodo di ‘amori sfortunati’ fotografato nel romanzo, concedendosi un po’ di nostalgia verso eventuali episodi bislacchi e divertenti. 

Allo stesso tempo non manca il realismo circa la complessità delle relazioni moderne, gravate dalla minore predisposizione alle responsabilità, ai sacrifici, ai compromessi e dalla maggiore tendenza al tradimento, all’egoismo e egocentrismo. Tutto questo però viene mostrato in chiave leggera e ironica dai personaggi che lo vivono e soprattutto subiscono, ottenendo una sensazione rasserenante che ci permette di ridimensionare il potenziale impatto di certe dinamiche sulle vite di noi lettrici, tanto da indurci ad esclamare ‘beh mi capitasse non sarà la fine del mondo in effetti’. Forse l’autrice vuole inviarci proprio il messaggio che un fallimento amoroso va vissuto proprio non assorgendolo ad una catastrofe che invalida le bellezze degli altri ambiti della nostra vita e che certe dinamiche viste con un occhio differente possono essere ridimensionate e che forse il segreto è proprio riderci sopra con gli amici e passare oltre.

In fondo per citare una canzone del 1995 dei Neri per caso che riprende il connubio amore e morte presente nel titolo del libro ‘si può amare da morire, ma morire d’amore no!’.

Patrizia

 

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Peppe Millanta – Cronache da Dinterbild

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Cronache da Dinterbild’ è uno di quei libri difficili da recensire. Non uno di quelli per cui non si sa come riempire quella mezza paginetta se non riassumendo la trama, al contrario uno di quelli in cui le parole ti si affollano nella mente e i concetti si rincorrono entusiasti gareggiando a chi deve essere espresso prioritariamente.

Un’esplosione di idee, riflessioni, analisi semantiche e strutturali.

Non è definibile una fiaba per quanto la trama possa agli occhi di un bambino apparire ingenuamente la storia di Ned e Biton che costruiscono una barca di conchiglie per abbandonare la desolata Dinterbild, dopo l’esodo dei suoi abitanti, verso un nuovo mondo, altrove. In effetti della fiaba classica, ha l’intento pedagogico sottostante.

Non è definibile una raccolta di racconti per quanto di fatto sia presente una struttura a episodi, uno per conchiglia. In realtà il suo costrutto desume forma dalla geniale idea dell’immaginario comune che le conchiglie raccolgano storie in giro per il mondo cullate dalle onde del mare e sia possibile ascoltarle appoggiandovi l’orecchio. Il trait d’union delle varie vicende consiste nell’essere custodite dalle conchiglie che i protagonisti stanno raccogliendo per costruire la loro scialuppa di salvataggio. Ciascuna deve essere ascoltata per poterla collocare al posto esatto nel progetto. Ciascuna riguarda un abitante di Dinterbild.

Nel complesso si delinea una macro-metafora della vita, in cui per affrontare il nostro destino dobbiamo fare i conti con il passato e metabolizzarlo, tanto che Ned non avendo trovato la propria conchiglia e la propria storia dovrà abbandonare la nave. Inoltre, si sottolinea come colui che non ha rielaborato il proprio vissuto possa mettere in pericolo la ‘salvezza’ di chi gli sta a fianco. I protagonisti ci insegnano anche come si possa essere felici in un mondo deserto, che anche in due ha i crismi di un mondo completo, persino con una paradossale e parodica contrattazione sindacale. Pertanto, la chiave della felicità non è all’esterno.

Il loro ‘viaggio dell’eroe’ è emblema della costruzione interiore di ciascuno, di come la realtà sia ciò che noi esperiamo di quanto accade intorno a noi per cui ognuno ha la sua verità, quella che qui viene custodita in una conchiglia e che si armonizza, influenza e collabora con le realtà altrui.

Le conchiglie sono foriere del messaggio che la vita è un continuo riparare ai dolori del passato, un continuo reagire agli imprevisti, un continuo metabolizzare l’accaduto per voltare pagina.

La vita di Coty è metafora di una nostra stanza interiore da cui facciamo fatica ad eliminare ricordi ed esperienze, anche se spesso non ci pensiamo perché comporta dolore. Lui rappresenta inoltre il nostro lato fanciullesco che spesso rinneghiamo ma che è portatore di una saggezza genuina e ‘sgomentante’, quella che non ha necessità di etichettare e ‘nominare’ ogni cosa, nella consapevolezza che il nome può essere restrittivo e limitante rispetto alle meraviglie della vita che possono solo essere indicate e evidenziate mentre ci incappi, con un semplice e generico ‘QUESTO’.

Il roseto nella discarica è allegoria di come il bello possa essere ovunque, purché si sia pronti a vederlo e si guardi attentamente a sottolineare l’importanza del punto di vista e della serenità interiore.

Leggendo il romanzo in chiave non privata ma sociale, allo stesso modo il futuro di una civiltà, quella di Dinterbild, trae le sue fondamenta, il suo scafo, dalle storie del passato, qualsiasi sia l’avvenire che la aspetta, carattere generale e aspecifico reso volutamente dal termine ‘L’Altrove’. Infatti, non è importante il luogo, ma il come e il perché. A tal proposito Ned troverà il suo ‘Altrove’ nel presente, a testimonianza di quanto sia possibile non cogliere il proprio destino delineato davanti agli occhi, finché non si è pronti a variare prospettiva. Questo cambiamento può avvenire rispetto alla propria visione, ma anche rispetto a preconcetti sul punto di vista altrui, per cui si può scoprire che inutili cianfrusaglie e dettagli possono essere molto utili come insegna Coty.

Il titolo stesso Dinter-Bild in svedese significa ‘immagine diversa’ che potrebbe indicare la figura retorica della metafora, così come potrebbe indicare proprio il guardare alla propria storia in modo differente. In maniera onomatopeica la parola risulta composta da Inter e build, per cui il luogo dove si contestualizzano le vicende rappresenterebbe un luogo di transizione costruito dall’uomo con le proprie convinzioni (ad es. far vivere i pesci fuori dall’acqua), per poi destrutturarle e voltare pagina verso un futuro che si scoprirà solo vivendo, una sorta di interregno di crescita e miglioramento. Dein bild in tedesco significa ‘la tua immagine’, che potrebbe sottolineare il carattere introspettivo dell’intero romanzo.

Ogni conchiglia porta con sè preziosi messaggi di saggezza. La storia di Del ci insegna che l’amore non va taciuto se non si vuole rischiare di impazzire reprimendolo e di perdere l’oggetto del sentimento. La vicenda del giudice Morel sottolinea come la vita non possa essere forzata e organizzata a nostro piacimento, ma debba essere accolta per come si presenta. Talvolta è solo il risultato di imprevisti e reazioni agli stessi, mentre siamo impegnati a fare programmi.

La conchiglia di Mune ci racconta la paura di ciò che non può essere misurato e contenuto con la mente, come l’infinito e le emozioni con una profonda antitesi istinto/mente esplicata con la sineddoche pancia/cervello. Ciò che non riusciamo a spiegare nel mondo degli adulti diviene sbagliato, patologico e da correggere/guarire.

Gustav, messaggero come le conchiglie e come questo intero libro, porta missive a tutti, ma non sa comunicare il proprio amore. I tentativi goffi di copiare l’amore per inviare le lettere a Soraya sono fallimentari perché, emulati, non lasciano trasparire il sentimento. Vincerà il modo diretto e non orchestrato di dimostrare emozioni.

La storia di Fros ci ricorda che i ruoli sono dinamici e ogni truffatore o bugiardo può essere a sua volta truffato. Una sorta di proverbiale ‘chi la fa, la aspetti!’.

La storia di Lady Sawen è una perfetta fotografia dell’impatto della guerra e della fame sull’animo umano, con particolare rilievo del suo incarnare spesso la filosofia ‘homo homini lupus’ al fine di sopravvivere, usurpati dall’umanitá.

Il romanzo, quindi, è intriso di temi importanti e di spessore, il tutto narrato come una sorta di parodia che sfrutta la formula collaudata della slapstick comedy del duetto maschile, il saggio e scaltro e il tontolone, come per famose coppie comiche del cinema ‘Stanlio & Ollio’ o ‘Gianni e Pinotto’. Il risultato è un alternarsi di riflessione e divertimento e anche di riflessione divertente, laddove il sarcasmo e l’ironia sono un potente mezzo comunicativo.

Molto interessanti sono le scelte stilistiche e la grafica stessa con cui è scritto il romanzo. Viene utilizzato l’anagramma come inizio delle frasi a rappresentare la contorsione mentale del giudice dopo aver perso il treno. Nella vicenda di Mune manca la punteggiatura a rappresentare il flusso continuo dei pensieri. Le parole iniziano talvolta con rientri diversi a rappresentare lo scorrere in avanti del tempo o a delineare una v come capita per un corpo e la sua ombra.

Spesso si usano suoni onomatopeici, a sposarsi con scene giocose o più ridicole e con l’ironia, registro principe delle vicende di Ned e Biton. L’ Ironia alleggerisce l’intensità delle vicende dolorose narrate dalle conchiglie e permette di trasmettere profonde verità in maniera impercettibile, ma efficace.

Per riportare dei referti medici e dei documenti, come la denuncia sporta da Biton, viene cambiato carattere.
Per riportare la storia di un poeta si adopera la scrittura in versi.

Nel raccontare l’oblio nella mente della signora Byton si racconta la medesima cosa più volte, cancellando progressivamente le parole fino a lasciare per ultimo il ‘ti amo’, sentimento che ha resistito superstite finché ha potuto alle dimenticanze della razionalità e della mente. La presenza lascia progressivo spazio grafico all’assenza, come nei quadri di Del dove l’assenza è cancellazione di ciò che è stato e non una pagina bianca dove non c’è mai stato nulla.

Se si descrive un piano o un programma, l’autore ricorre al puntato.

I cartelli di Coty vengono disegnati.

Le parole di Biton appeso per i piedi ad un albero vengono scritte sotto-sopra a darci la sensazione di capovolgimento esperita da lui.
Questi accorgimenti tecnici catapultano il lettore anche graficamente nella vicenda e ricordano molto da vicino il Modernismo e lo ‘stream of consciousness’ di James Joyce, per altro anche lui stesso interessato al dolore e all’interiorità universale.

Finale a sorpresa: che questa Matrioska di vicende non finisca qui?

Patrizia

 

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