Desy Icardi – L’annusatrice di libri

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Qualunque lettore accanito, almeno una volta, ha annusato un libro; qualcuno si è spinto oltre e, come la sottoscritta, ha cercato di associare un odore particolare ad un libro che ha amato, magari facendo seccare un fiore tra le sue pagine o usando cartoncini imbevuti di profumo come segnalibro. Nessuno però ha la capacità della protagonista di leggere un libro usando solo l’olfatto: siamo abituati a immaginare i volti dei personaggi, i luoghi in cui si muovono, ma quante volte ci siamo spinti a immaginarne anche l’odore? Adelina invece lo avverte: è in grado di percepirlo attraverso le emozioni di chi prima di lei ha vissuto quelle pagine e si è immedesimato nei personaggi e nei loro sentimenti, suggerendoci la possibilità che qualcosa di quello che abbiamo provato e immaginato, rimanga nei libri che leggiamo o meglio, che un libro viva attraverso il nostro modo di viverlo. Che ipotesi allettante per un vero bibliofilo!

La storia di Adelina ha qualcosa di magico che riconduce quasi alla dimensione della favola. Ma L’annusatrice di libri non è solo questo. La fiaba di Adelina si alterna alla storia della zia Amelia, che come lei ha lasciato il paese in campagna quando era ragazzina per migliorare la sua vita andando in città e come lei si è scontrata con il mondo che poco aveva a che fare con la sua genuinità. L’atmosfera è del tutto diversa e, a tratti, mi ha ricordato un po’ quella delle commedie italiane degli anni Cinquanta, che ancora popolavano i pomeriggi televisivi estivi quando ero ragazzina, in cui i giovani protagonisti si barcamenavano tra le difficoltà quotidiane del secondo dopoguerra e le vicende amorose e divertivano con la loro ingenuità e la semplicità dei loro sentimenti e desideri. La storia della giovane Amalia desiderosa di sistemarsi e delle sue trame per trovare marito ha quella stessa leggerezza e la medesima vena satirica che non scadono mai nella volgarità e nella banalità.

Forse sarà stato questo accostamento bizzarro creato dalla mia mente a rendere la lettura gradevole, insieme alla curiosità di provare a immaginare quegli odori con la protagonista: una volta cominciato diventa difficile smettere tanto che ora, immersa in una nuova lettura, mi sorprendo talvolta a tentare di annusare i nuovi personaggi e insieme ai luoghi in cui si muovono, a cercare di immaginare il profumo delle loro emozioni.

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Alessia Gazzola – Lena e la tempesta

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Tanto vale ammettere subito che ho cominciato a leggere Lena e la tempesta con la mente ad Alice Allevi, con il timore di incontrare un personaggio non altrettanto accattivante, oppure troppo simile a lei.

Per fortuna questa lettura è stata una piacevole sorpresa: Lena cattura dalle prime pagine perché ha tutta la freschezza della Alice dei primi romanzi, nonostante un vissuto molto diverso, unito ad una personalità molto più articolata e complessa. A tratti sembra quasi che i personaggi siano due: Lena adolescente e Lena giovane adulta, tale è la capacità introspettiva dell’autrice nel raccontare le paure, i sentimenti contraddittori e soprattutto i silenzi della ragazzina costretta a crescere bruscamente e improvvisamente ma rimasta imprigionata e nascosta nel profondo della donna, combattuta, fragile, ma determinata, alla quale non permette di andare avanti e ricominciare.

Il trauma adolescenziale viene trattato con la delicatezza e la discrezione che ci si aspetta di riservare ad argomenti di questo genere, ma la cosa che colpisce è il tono della narrazione, contemporaneamente distaccato in modo quasi professionale ma allo stesso tempo fortemente empatico, che permette all’autrice di non cadere mai nella banalità, sia nell’analisi che Lena stessa fa di sé e delle sue azioni passate e presenti e delle loro conseguenze, sia nell’evoluzione del personaggio che appare chiaro e ben definito, pur nello spazio di un breve romanzo (sono appena centosessanta pagine).

Lena, che inizialmente ci dice: “Io vorrei soltanto dimenticare, quella sarebbe la mia vera vittoria“, arriva alla fine a ricordare, a scoprire quali percorsi inaspettati la mente, la sua mente ha costruito per proteggerla e permetterle di sopravvivere, e a costruire su nuove consapevolezze un nuovo inizio.

Lena, insomma, è un personaggio che si fa amare e che dispiace un po’ abbandonare, anche se siamo certi di lasciarla più forte e meno sola di quando l’abbiamo trovata.

 

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Chiara Gamberale – L’isola dell’abbandono

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Il tema prevalente di questo romanzo, dedicato a chi resta, è prevedibilmente l’abbandono, con un dichiarato parallelismo e frequenti rimandi, a partire dal nome della protagonista, al mito di Arianna e Teseo, ma non si tratta solo di questo.

Amore, paura, solitudine, fedeltà, morte, maternità, follia, senso di colpa: Chiara Gamberale tocca tutti questi aspetti con un racconto intenso, scritto con il suo consueto stile peculiare fatto di pause e “rincorse” studiate, elenchi di luoghi, pensieri, sensazioni che, privi di virgole, corrono veloci come farebbero nella nostra mente, sospinti dall’onda delle emozioni del momento.

E così, anche se non abbiamo vissuto un’esperienza come quella della protagonista, prima o poi ci riconosciamo in uno stato d’animo suo o di uno degli altri personaggi, o individuiamo i tratti di qualcuno a noi caro; guardiamo e ci guardiamo anche dal punto di vista dell’altro.

La particolarità di questo racconto di vita, lungo dieci anni, è forse questa: la capacità di farci cambiare la prospettiva di osservazione, perché in effetti nessuno di noi è solo vittima o solo carnefice, ma consapevolmente o meno, può essere l’uno o l’altro. L’abbandono stesso, che reale o temuto è il fulcro della vita della protagonista, non è solo perdita, ma anche occasione di rinascita, occasione di abbandonarsi alle possibilità che la vita ci può offrire proprio nel momento in cui sembra averci messo solo di fronte ad una fine.

Così come in Per dieci minuti, il sapore è un po’ quello di una lunga seduta di analisi: sono talmente tante le sfaccettature dell’animo umano che emergono dalla vicenda di Arianna che certamente almeno una tocca qualcosa nel profondo di ognuno di noi e ci induce a riflettere.

 

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Fabio Bartolomei – L’ultima volta che siamo stati bambini

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Il mondo visto con gli occhi dei bambini spesso ci fa sorridere: con la loro ingenuità e la capacità di cogliere con semplicità la reale essenza di azioni e sentimenti, ci mettono di fronte alle nostre incongruenze, alle nostre paure e al modo in cui a volte lasciamo che ci condizionino.

Immaginate però cosa vedrebbero quegli occhi se appartenessero a bambini che vivono a Roma nel 1943.

Bartolomei ci trasporta proprio là e ci narra di coraggio e amicizia, spensieratezza e disincanto; ci racconta di una missione speciale, intrapresa da un esercito altrettanto speciale, composto da bambini che rappresentano tutti i volti dell’ Italia post armistizio, lontani tra loro per storia famigliare, educazione, e ceto sociale, ma uniti dall’unico scopo di “salvare” chi è loro caro da un pericolo e da un’ingiustizia, con l’ostinazione, la tenacia e la purezza che solo dei bambini di dieci anni possono avere. La loro genuinità, descritta con una delicatezza fuori dal comune che arriva dritta al cuore, ci sbatte letteralmente in faccia il nostro egoismo, la presunzione, la smania di potere, l’odio per il diverso, spinti alle loro estreme conseguenze; ci mostra quante volte non siamo in grado di rispondere alle domande dei bambini, perchè non abbiamo il coraggio di spiegare ciò che ci sembra chiaro finchè non lo guardiamo come lo guardano loro e non riusciamo più a comprenderlo.

Ci troviamo a chiederci quando è stata l’ultima volta che noi siamo stati bambini, che abbiamo agito esclusivamente per rincorrere un sentimento o un ideale, solo perchè era giusto senza chiederci nemmeno per un attimo se fosse o meno conveniente per noi stessi. Saremmo capaci di farlo adesso? E ancora: abbiamo davvero imparato dagli errori del passato oppure “passiamo il tempo a preoccuparci che i nostri figli mangino abbastanza, che non prendano freddo e poi scendiamo in piazza a festeggiare la guerra“?

Un romanzo che arricchisce il lettore, impregnato della tenerezza e innocenza dei protagonisti, che ci strappa qua e là qualche sorriso, ma che soprattutto commuove fino alle lacrime.

 

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