Federico Leva / Christian Pastore – La revisione

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Un ritocco qui, una limata lì, come dice lei con faciloneria, non basteranno affatto. La revisione è importante, e altrettanto importante è la revisione della revisione, così come la revisione della revisione della revisione, e poi la revisione della revisione della revisione della revisione, e così di seguito. Non sono permesse concessioni, non ci si può fermare, non ci si deve mai sentire appagati e credere di avere completato il lavoro, perché alla fine si giunge solo per esaurimento. Tutto conta, o meglio tutto può contare, anche i dettagli apparentemente più insignificanti”.

Tra un ritocco e l’altro la “revisione” diventa un rimaneggiamento totale, il sovvertimento vero e proprio dell’opera originale dell’autore, passando attraverso una serie di rivoluzioni stilistiche e concettuali, fino ad arrivare addirittura al cambio del titolo del romanzo. Tutto avviene attraverso un susseguirsi di mail con scambi di idee, filosofie letterarie e di vita, umiliazioni ricorrenti dell’autore di cui il revisore passa al setaccio non solo l’opera e le abilità di scrittura, ma anche la vita e la psiche.

Come spesso accade ai lettori “seriali”, ho cercato di dare un’etichetta a questo romanzo, ma ho avuto qualche difficoltà. E’ indubbiamente un romanzo epistolare, ma è anche una sorta di giallo, in cui il “delitto“ ci viene presentato sin dall’inizio e se ne scoprono i retroscena solo andando avanti nella corrispondenza paradossale tra i due protagonisti. Entrambi i generi non sono mai stati la mia passione; a ciò devo aggiungere che dallo sviluppo di questa storia sono stata realmente spiazzata.

Se dovessi trovare un aggettivo per definire il susseguirsi delle mail che i due protagonisti si scambiano, sarebbe certamente “surreale”: mano a mano che si va avanti nella conversazione i dialoghi si fanno sempre più simili a deliri, mentre l’aspirante scrittore entra nel vortice della “revisione” della sua opera e le richieste del revisore diventano ogni volta più pressanti, a tratti paradossali e sempre più slegate dalla mera revisione del testo.

A completare il quadro, intorno ai protagonisti si muovono una serie di personaggi che paiono inizialmente marginali, ma che con la loro “limitatezza” o con il loro essere completamente fuori dagli schemi, sono fondamentali attori della macchinazione che si spinge ben al di là dell’editing. Spesso viene da chiedersi se questo sedicente genio della letteratura e le sue opere esistano davvero; la sua personalità complessa a volte diventa talmente speculare a quella dell’aspirante scrittore da avermi perfino indotta a pensare che a scrivere fosse la stessa persona, scissa in un vero e proprio delirio.

Una lettura sicuramente originale, con una parte finale che diventa indubbiamente avvincente e lo spunto insolito del romanzo nel romanzo, ma con una fase centrale di stallo in cui ho faticato un po’ a non perdere il filo tra le elucubrazioni dell’uno e dell’altro, con nessi logici a tratti di difficile comprensione (e confesso di non averli sempre capiti tutti…).

 

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Fulvio Gatti – La vita sociale delle sagome di cartone

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Quando al termine della mia prima lettura edita da Las Vegas, ho letto qual è la loro filosofia nella scelta dei generi e degli scritti da pubblicare, mi sono incuriosita, ma l’ho compresa davvero solo leggendo La vita sociale delle sagome di cartone.

Gli editori scrivono: “Facciamo libri che regalano uno sguardo diverso e inatteso. Che rifiutano il cliché, in genere, il canone, i pregiudizi, la routine, le convenzioni, la moda, la noia.

I nostri libri sono per chi, come te, vuole spingersi oltre i propri limiti. Dentro ci troverai storie che ti fanno girare la testa, perché tu non ami guardare sempre nella stessa direzione e preferisci i sentieri poco battuti, vuoi essere sorpreso e ti piace cambiare prospettiva”.

Il romanzo di Fulvio Gatti è davvero un punto di vista inusuale, sorprendente e inatteso.

Immagino che, per chi è addetto ai lavori, le frecciate alle usanze e agli aspetti meno “aulici” e corretti del mondo dell’editoria abbiano un effetto ancora più esilarante , ma comunque l’ironia di fondo arriva ben chiara anche a chi, di quel mondo, non conosce costume e malcostume.

Personaggi vivi, che poco somigliano a sagome di cartone, che si muovono in direzioni diverse, ognuno con una sua normalità che è però anch’essa, a suo modo, decisamente fuori dalle righe, a partire dalla impeccabile impiegata che, come se nulla fosse, lascia tutto da un giorno all’altro, per mettersi alla ricerca del suo capo, figura che, pur assente, ha un carisma che impregna le pagine.

Fantastica la scena iniziale che definire surreale è riduttivo e che mi aveva fatto temere un seguito decisamente troppo sui generis. Una scena incorniciata nella formale location del Salone del Libro, che spiazza il lettore e che è, invece, il preludio di una atmosfera intrisa di sarcasmo e disillusione, a tratti distopica (varrebbe la pena leggerlo anche solo per le scene finali), che caratterizzerà tutto il corso della storia.

Una lettura scorrevole, inusuale, sicuramente consigliata, soprattutto a chi ancora non conosce questa casa editrice.

 

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Alessia Gazzola – Questione di Costanza

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Di Alessia Gazzola mi piace e mi è sempre piaciuto lo stile: ha una fluidità e una scorrevolezza che mi evocano spensieratezza, ma sa usarle anche quando la storia del protagonista di spensierato non ha niente, come quando ci ha raccontato di Lena e della sua tempesta (scheda | recensione).

Costanza ha qualcosa di leggero, nonostante la sofferenza del passato e nonostante i dubbi e le insoddisfazioni che la affliggono; ha qualcosa della spensieratezza e della leggerezza di Alice Allevi. Ha un po’ della sua difficoltà ad affrontare il dolore e della sua incertezza quando si tratta di fare delle scelte importanti. Certamente non ha il suo piglio investigativo, pur facendo un lavoro che tutto sommato le permetterebbe di averlo e per gli stessi meccanismi con cui poteva stuzzicarlo in Alice. Insomma, Costanza ha tanto di Alice. Forse anche troppo o forse io sono un po’ prevenuta perché mi aspettavo uno stacco netto, come era stato e come tanto mi aveva soddisfatta, proprio per Lena.

Questo primo romanzo di quella che è annunciata come una trilogia mi è piaciuto, non posso dire il contrario: ha il solito ritmo incalzante e la cascata di emozioni della protagonista, con eventi a cascata annessi, che ti fa venire voglia di andare avanti e sapere come andrà a finire. E poi c’è la parte “storica”, la vicenda di Selvaggia, la sfortuna di Biancofiore, la corte di Federico II: un inserto piacevole e interessante che si avvicina al romanzo storico, ma senza sconfinarci e che è in dubbiamente una trovata efficace.

Forse Costanza ha scontato la mia delusione per la Alice degli ultimi tempi, quella più simile alla fiction che ai suoi esordi letterari. Ma chissà che lei e Flora non abbiano in serbo qualche bella sorpresa.

 

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Antonio Mesisca – Nero Dostoevskij

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Da buona amante di Dostoevskij non potevo non essere attratta da questo romanzo, incuriosita dalla prospettiva di capire come mai per il titolo fosse stato scomodato proprio un autore di quel calibro. In realtà non si deve aspettare molto per trovare la risposta: ogni capitolo rimanda ad una sua opera e il protagonista stesso ci illumina: “A ogni modo c’erano libri dell’autore russo ovunque e in principio pensai che per arrivare a comprendere mia moglie sarei dovuto partire dai testi di quel tale. Quando ci provai, avvertii che non avrei mai legato né con l’uno né con l’altro: al cospetto di entrambi mi addormentavo secco.

Oscar Peretti non sembrava quindi per niente il mio tipo e soprattutto di solito non amo i gialli in cui il colpevole è noto sin dall’inizio, ma qui è tutta un’altra cosa: anche se nella prima pagina abbiamo già vittima, colpevole, motivo e modo, il tono del protagonista che ci introduce nella vicenda è talmente sfacciato e insolente che fa venire voglia di saperne di più. Nonostante la vita di Oscar Peretti e i personaggi che gli gravitano intorno siano quanto meno inquietanti, ad ogni pagina l’ironia dell’autore ci porta a sorridere o addirittura ridere delle situazioni grottesche che si vengono a creare. E vi dirò di più, l’assassino diventa pagina dopo pagina più simpatico. Eppure è un approfittatore, schiavo del gioco e del denaro, un poco di buono a cui alla fine va tutto bene: il tipico esempio di chi dovrebbe starci istintivamente antipatico.

E allora perché mentre si va avanti nella lettura si comincia quasi a fare il tifo per lui? Probabilmente uno dei motivi è il fatto che gli altri personaggi sono nettamente peggiori di lui, a partire dalla moglie aristocratica e algida che non riesce a ispirare simpatia nemmeno essendo la vittima di un omicidio commesso per motivi che definire futili è eufemistico.

Sicuramente il ritmo incalzante, le situazioni al limite del paradossale, l’irriverenza e la sfacciataggine di cui il racconto è intriso sono la carta vincente di questo piacevole e decisamente atipico noir.

 

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Benedetta Cibrario – Il rumore del mondo

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Il rumore del mondo è il sottofondo che accompagna le vite di Anne e dei suoi “vecchi” e “nuovi” cari, mentre si intrecciano con la storia dell’Italia che si avvia al Risorgimento, dagli albori del pensiero liberale fino alla concessione dello Statuto Albertino e alla guerra contro l’Austria.

Ma qual è il rumore del mondo? Leggendo sono arrivata alla conclusione che forse è il rumore del tempo che passa, scandito dal fruscio del pennino che scorre sulla carta da lettera di Anne (“Ti ricordi, Grace, quando le giornate ci passavano in un soffio mentre gli anni ci sembravano lentissimi? Con l’età cambia lo strumento con cui misuriamo il tempo, non credi? Oggi le mie giornate scorrono lentissime, uguali le une alle altre. Gli anni, invece, ) e sui diari della signora Manners; è il mormorio delle foglie degli alberi del giardino di Casimiro; è la marcia dei soldati che vanno alla guerra, come Prospero; è il brusio delle chiacchiere nei salotti, lo scalpiccio degli zoccoli dei cavalli e il rumore delle ruote delle carrozze; è lo scoppiettio della fiamma dei camini, la voce del popolo che acclama il Re riformatore; è il rumore dei cannoni e dei fucili; è il fruscio della seta.

Tutti questi rumori accompagnano le vicende dei personaggi che continuano ad affrontare le loro piccole e grandi sfide, le gioie e i dolori di ogni giorno, mentre intorno a loro si scrive una delle pagine più importanti della nostra storia.

Il risultato è un affresco dipinto con la maestria di chi si è dedicato non solo allo studio degli avvenimenti storici, noti e meno noti, ma anche alla cura dei dettagli; mai noioso, sempre delicato nell’avvicinarsi ai sentimenti e alle ragioni di personaggi così lontani tra loro per indole e provenienza, per educazione e sensibilità. Uno dei punti di forza a mio parere è proprio questo: l’accostamento di caratteri e pensieri tanto diversi, specchio nella vita dei singoli, dei grandi contrasti politici e di ideali del tempo.

Il rumore del mondo è un romanzo in cui la modernità che avanza si scontra con chi vorrebbe che tutto rimanesse così com’è, non solo in ambito politico, ma anche sociale e scientifico: in questa perenne e ancora attuale dicotomia, l’autrice ci guida sapientemente mostrandoci anche il punto di vista di chi è stato attore della storia, pur con un ruolo che troppo spesso risulta secondario o dimenticato: la gente comune.

 

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