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Nella Scoppapietra – Un solo filo

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«Succede, seppur raramente, che tra un uomo e una donna – o talvolta anche fra individui dello stesso sesso – si sprigioni un’alchimia a livello di energia e di molecole che porta a un’attrazione potente e inspiegabile. È un’attrazione che trascende la bellezza e ogni tipo di ragionamento. È sentire la presenza l’uno dell’altra seppur soltanto nelle vicinanze, ancor fuori dal campo visivo eppure già dentro lo spazio vitale.»

Molti sono i miti, i romanzi, le pellicole che si interrogano sull’esistenza del destino e sulla possibilità che tutto sia già in qualche modo scritto. Nella Scoppapietra ci porta nel vivo di questo dilemma e immagina che le vite dei suoi personaggi siano i fili che scorrono tra le mani delle Parche: dall’antro di Cloto, Lachesi e Atropo seguiamo infatti le loro vicissitudini e ad un certo punto sembra quasi che le Parche diventino una sorta di specchio del lettore, curioso di seguire alcuni fili in particolare, a volte desideroso di intervenire, pur essendo consapevole di non poterlo fare, ma ormai totalmente partecipe dei sentimenti, dei dubbi, delle passioni e dei desideri dei protagonisti.

Tanti sono i fili che si intrecciano in questo romanzo, in cui i personaggi finiscono ripetutamente per trovarsi su un’unica strada, a volte inconsapevolmente vicini, uniti da un solo filo invisibile che li porta fatalmente ad incontrarsi e a dipendere in qualche modo l’uno dall’altro.

La lettura di questo romanzo mi ha lasciato una serie di emozioni che possono essere riassunte in un’immagine, una sorta di quadro dipinto con due colori: da un lato il tenue viola della lavanda dei campi della Provenza, bene adatto ad evocare la delicatezza di Magali e Marlene, solo all’apparenza fragili fori, ma in realtà donne con una forza che da loro si irradia e si espande proprio come il profumo della lavanda.

Dall’altro il rosso: il colore della passione che spinge Julien negli angoli più disparati del mondo, in fuga e alla ricerca, allo stesso tempo, di se stesso; del sangue degli innocenti versato nella follia di una notte parigina che lascia dietro di sé devastazione e morte, ma che diventa spinta inaspettata alla rinascita ; dell’amore disperato che spinge al sacrificio di sé, anch’esso però primo seme di riscatto e di una speranza che pareva ormai persa.

Per me è la prima lettura di un romanzo di questa autrice, di cui ho scoperto lo stile elegante e la capacità di narrare i sentimenti e le contraddizioni dell’animo umano con un tocco sapientemente leggero, che non cede mai alla retorica e al sentimentalismo, ma ne esalta la naturalezza e la semplicità, pur nella complessità delle nostre emozioni.

 

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Maurizio de Giovanni – Dodici rose a Settembre

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Ho conosciuto Maurizio de Giovanni leggendo “Sara al tramonto” e da quella donna silenziosa e invisibile sono stata immediatamente affascinata. Ora ho trovato un personaggio che è una sorta di suo opposto, ma altrettanto magnetica: (Gelso)Mina Settembre passa tutt’altro che inosservata, non solo per le sue caratteristiche fisiche, ma soprattutto per la sua determinazione e la capacità di andare fino in fondo, con una buona dose di incoscienza, perché mossa da un cuore grande.

La storia è una miscela ben calibrata di comicità e serietà, con una sfumatura noir che, sapientemente dosata, non guasta affatto; il tono della narrazione è più spesso quello della commedia, facendosi però adeguatamente grave quando l’occhio si rivolge al tema così tristemente attuale della violenza domestica.

Corriamo con Mina contro il tempo, per salvare una donna e sua figlia, ci intrufoliamo con loro nelle strade e nei vicoli e parallelamente corriamo con i Carabinieri e il magistrato che indagano su delitti dai contorni inquietanti. Due modi completamente diversi di condurre le ricerche: istinto e passione Mina, rigore e logica il magistrato De Carolis; alla fine, con un meccanismo di incastri perfetti, ci ritroviamo sulla stessa via.

Intanto, intorno ai protagonisti, ruota una costellazione di personaggi seri e semiseri, che in alcuni casi sono delle vere e proprie caricature e che ben rappresentano i mille volti di Napoli. Qualcuno di loro, così come è stato per Sara, è riuscito a passare attraverso le pagine e a rimanere in impresso nella mia memoria: come scordare «Rudy» Trapanese, che quando parla sembra rivolgersi solo ed esclusivamente alle forme di Mina; e come non rimanere toccati in maniera indelebile da Flor, fin dalla sua prima apparizione: «Mi chiamo Flor, ho undici anni, e sono qui perché penso che mio padre ammazzerà mia madre».

Come al solito De Giovanni scrive di loro e di tutti gli altri, con la sua innata capacità di rendere con delicatezza e ironia tutte le sfaccettature dei sentimenti e dei desideri umani; altrettanto vividamente, ogni volta riesce a evocare colori, strade, rumori, voci, silenzi e caos, dandoci un assaggio di tutte le anime di una città così unica, dal fascino senza tempo. E per me, che di Napoli mi sono innamorata al primo incontro, questo è uno degli aspetti più coinvolgenti di tutti i suoi romanzi.

 

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Franco Ferro – Un uomo contro

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Sul tema della violenza domestica siamo forse più avvezzi ad ascoltare la testimonianza delle vittime e i pareri di psicologi esperti, ma non siamo molto abituati a immaginare che un uomo si metta in gioco in prima persona: l’ “uomo contro” di Franco Ferro, invece, è l’ostinato inventore e promotore di un progetto concreto, per la produzione di un oggetto che possa essere supporto e difesa per le donne nel momento in cui si dovessero trovare in pericolo perché minacciate dalla presenza del loro persecutore.

Parallelamente al percorso di Carlo, dalla sua storia personale all’evento che muove la sua coscienza e lo induce ad impegnarsi in prima persona, l’autore ci racconta anche la vicenda, ormai lontana nel tempo, di Elsa, una donna forte e determinata, che non si rassegna alla sopportazione e con fatica riprende in mano la sua vita senza lasciarsi sopraffare dalla paura e relegare al ruolo passivo della vittima, peraltro in anni in cui l’attenzione alla donna maltrattata non era certo quella odierna.

Intorno a lei altre figure femminili, l’amica del cuore, la madre e la suocera, con un interessante spunto riflessivo, anche se poco sviluppato nella compagine del racconto, sulle figure, che subiscono a loro volta le conseguenze della condotta del “mostro”, al di là della vittima designata e il cui dolore rimane spesso nell’ombra.

Un’idea originale quella di far emergere il biasimo, la dura condanna morale e la rabbia dalle parole e dalle azioni di un protagonista maschile, anche se nella costruzione del romanzo, Carlo finisce per avere un peso forse troppo ridotto, perché sacrificato al racconto dettagliato della vicenda di Elsa: peccato, perché avrebbe dato a questa opera una marcia in più .

 

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Sandro Veronesi – Il colibrì

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Ho letto “Il colibrì” qualche mese fa, ma in questi giorni così particolari, di difficoltà “emotiva” personale e collettiva, mi è capitato spesso di ripensarci.

Della leggerezza che l’immagine del colibrì evoca, Marco Carrera, protagonista del nuovo romanzo di Sandro Veronesi, ha ben poco: immobile, mentre tutti intorno a lui sembrano muoversi continuamente, si affannano, cambiano, se ne vanno, qualche volta ritornano, altre lo abbandonano per sempre.

E così il colibrì cresce velocemente, catapultato nella vita adulta dai farmaci per l’aspetto fisico, ma soprattutto, emotivamente, dalla amata sorella Irene, suo esatto opposto: mai quieta, mai ferma, alla continua ricerca di qualcosa che non trova, sempre in precario equilibrio sull’orlo di un baratro in cui le diventa inevitabile precipitare. Ma così non è per Marco, che è sempre lì, pesante, saldo: ma quanta fatica gli costa? Quanto velocemente deve sbattere le ali questo uccellino, per rimanere fermo mentre attraversa la vita propria e si lascia attraversare da quella altrui senza soccombere, trovando, anzi, la forza per essere “motore” della propria rinascita, una volta capito qual è il suo reale “scopo”. Marco lo scopre improvvisamente e vi si dedica con tutto se stesso, superando tutte le difficoltà e tutti i colpi, anche quelli più duri, che la vita gli infligge, senza mai lasciarsi abbattere, rimanendo lì, a mezz’aria, apparentemente immutato.

Un romanzo che tanto ha da insegnarci sulla forza necessaria per guardare dentro se stessi e ripartire senza rinnegarci, senza cedere al vittimismo, anche quando tutto sembra crollarci addosso. Una storia che parla in modo delicato e potente di “resilienza”, termine quantomai usato e abusato in questi giorni.

 

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Monica Coppola – La misura imperfetta del tempo

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Zita, Lara e Mia: tre donne, ognuna con il suo bagaglio di amore, desideri e sacrifici. Tre generazioni diverse alle prese con un unico grande dolore che, per l’ennesima volta, ognuna affronta in modo tutto suo, differente da quello delle altre: il loro cammino, mantenuto su un’unica strada, seppure talvolta con fatica, prende direzioni diverse e, per la prima volta in maniera tangibile ed esplicita, le allontana.

Lo sfondo delle loro vicende è la periferia torinese, con qualche incursione nella movida del centro: una periferia così viva che sembra emergere dalle pagine e venirci incontro, con la sua routine e il suo disagio, ma anche con quel calore e quella pacata sicurezza che tutte le piccole comunità immancabilmente infondono. Un elemento di rarità, però, si inserisce all’improvviso in questa normalità: Zita esce dagli schemi e non si limita alla sopportazione, come ci aspetteremmo dalla donna che ci si presenta all’inizio, madre di famiglia, nonna che ha saputo diventare nuovamente mamma al posto di chi non era pronta ad esserlo. Zita ci stupisce e agisce; non “sopravvive”, non si adegua, ma vive; non si adagia, ma reagisce, proprio lei, che sembra la più conservatrice; proprio lei, che per età ci aspetteremmo più inserita nel grigiore periferico, spicca tra tutti, molto più brillante e colorata dell’inquieta Lara, circondata dalle luci dei locali, inghiottita dalla sua mondanità milanese, ridotta al solo pallido riflesso dei colori dei suoi abiti eleganti. Più viva di Mia, che rifugge la vita sociale per ritirarsi nel suo mondo interiore e chiudersi nel suo appartamento invece di respirare a pieni polmoni e buttarsi a capofitto nel mondo con la forza della sua giovane età.

Zita ci insegna che si può essere centro e punto fermo anche muovendosi e, soprattutto, che non è mai troppo tardi per dare spazio alle emozioni e correggere gli errori e le imperfezioni: le parole mai dette possono rivelarsi la misura perfetta di quel tempo a cui il silenzio ha tolto colore e speranza.

 

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Las vegas


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