Luoghi di libri

Valeria Corciolani – Con l’arte e con l’inganno

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La scrittura è di certo la forma d’arte che preferisco, perciò, la sua commistione con altre forme espressive mi incuriosisce sempre molto. “Con l’arte e con l’inganno” coniuga bene la narrazione di una vicenda criminale intricata, con il mondo affascinante e variegato della storia dell’arte: l’indagine di una professoressa universitaria che si trova a doversi improvvisare investigatrice è il pretesto per un excursus nella pittura medievale con le sue usanze e i suoi simboli.

Edna Silvera si trova, suo malgrado, coinvolta nel ritrovamento di un cadavere, e si mette a indagare, spinta dalla sua innata curiosità, ma, soprattutto, attratta da un oggetto passato inosservato agli occhi di tutti, ma che non sfugge allo sguardo attento di una donna colta e perspicace come lei. Nella sua ricerca del colpevole e del reale valore di ciò che le è capitato per le mani, ci illustra tecniche pittoriche, origine e uso dei vari pigmenti, significato e storia dei vari colori; ci trasporta nel mondo delle simbologie e delle commissioni dei grandi Signori, nella società in cui si muovevano i grandi artisti che conosciamo e i piccoli sconosciuti che non sono arrivati agli onori delle cronache, ma che hanno contribuito, nell’ombra delle loro botteghe, a creare capolavori e a fare della tradizione pittorica, una tra le immense ricchezze del nostro Paese.

Non mancano, nel viaggio compiuto dalla “docente-detective” a colpi di scalpello e ricerche on line, personaggi divertenti che la aiutano, affiancano o ostacolano. Ognuno di loro, umano o animale (esilaranti e quasi antropomorfe le galline di Edna), le gira intorno come fosse “dipinto sulle pagine”, con gli stessi colori vivaci dell’opera che via via fa la sua comparsa sotto la “crosta”. Il risultato è un affresco corale che emana simpatia e cultura.

Un gioiello di narrativa da non farsi scappare.

Mimma

 

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Piergiorgio Pulixi – Per mia colpa

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Qualche tempo fa lessi, sul sito della casa editrice, la presentazione di questo romanzo di Piergiorgio Pulixi, in uscita a breve e mi colpì una frase in particolare: “Per mia colpa oltre che essere un giallo sul mistero di una scomparsa, è anche un’indagine psicologica sui sentimenti, sulla fragilità umana, sulla vulnerabilità, sulle maschere che tutti siamo costretti a indossare per sfuggire alla consuetudine della quotidianità”.

La parola “maschera”, un po’ per amore adolescenziale e un po’ per la mia formazione teatrale, non poteva che riportarmi a Pirandello e avvicinarmi a questa lettura con una curiosità in più, anche se non c’è davvero bisogno di incentivi per appassionarsi a ogni nuova storia di uno scrittore del suo calibro.

Eccomi qui, quindi, a cercare di raccogliere le impressioni su Giulia Riva, che fa il suo esordio tra le “donne” di Pulixi, alle prese con un’indagine complessa, in cui le “maschere” costringono ad un gioco continuo di specchi. Non è solo Giulia a rivedere piccole parti di sé nelle figure coinvolte nell’inchiesta, ma ogni personaggio è, per qualche ragione, vittima dello stesso sistema di rimandi. Madri, figlie, mogli, amanti si riflettono a vicenda, in un susseguirsi di scambi, nei quali affetti, passioni e debolezze dell’una diventano colpe dell’altra: fardelli portati in maniera diversa, errori che ciascuna tenta di espiare a suo modo. Tutte le loro azioni sembrano seguire un unico filo conduttore, partendo “da una premessa sbagliata: l’amore non contempla l’abbandono. L’abbandono invece, a volte è l’unica via di salvezza da un amore morboso e malato, per quanto intenso “. Giulia parte da qui: dal bisogno di lasciare andare che ha fatto irruzione nella sua vita e, allo stesso tempo, di opporsi al più inaccettabile degli abbandoni: quello di una madre nei confronti della figlia. Il titolo stesso, del resto, richiama l’atto penitenziale cattolico, con un implicito rifermento a una morale comune e violata dal singolo.

Alla narrazione, in prima persona, dell’esperienza dell’investigatrice si affianca il racconto degli eventi che hanno portato alla sparizione di Virginia, madre e moglie ordinaria. Ma ogni donna sa che di ordinario nel turbine delle pulsioni che abitano i luoghi più reconditi del suo essere, al di là di ciò che il suo ruolo nella società le impone, non c’è proprio nulla. Giulia si scontra, quindi, con la necessità di capire cosa l’abbia portata al punto di rottura: che cosa ha sconvolto la vita della scomparsa, tanto da cancellare quell’adattamento che il contesto le aveva imposto fino a quel momento, tanto da svelare una sorta di frantumazione del suo “io” in molteplici personalità diverse?

Da questo punto di vista “Per mia colpa” è una perfetta rielaborazione moderna del concetto di maschera pirandelliana.

Lontano dalla densità di temi sociali e dall’attenzione alle dinamiche delle masse di “Un colpo al cuore”, questo nuovo lavoro è incentrato sulla psicologia del singolo e sulla sua intimità più nascosta, sondati con una delicatezza che dimostra, ancora una volta, la straordinaria capacità dell’autore di esplorare l’animo umano, in particolare quello femminile. Ne avevamo già avuto un esempio nei romanzi e, forse, ancor di più nella raccolta di racconti “L’ ira di Venere”; qui si arriva a un livello più alto: l’incipit del romanzo sembra davvero uscito dalla penna di una donna per la naturalezza con cui si segue un modo di pensare e sentire peculiari della mente femminile. Ciò non significa, però, che sia una storia che solo le donne possono apprezzare: i personaggi maschili, benché a volte in secondo piano, sono calati, in tutto e per tutto, nella dimensione che la collettività conferisce loro in quanto “uomini”: concentrati nel mantenere una “maschera” di virilità, forti a dispetto di tutto, ma fragili e distrutti nel profondo dagli eventi e dalle colpe proprie e altrui.

Un ultimo spunto: l’anima si nutre di parole, profumi, musica e immagini che restano indelebili e richiamano percezioni, momenti e luoghi cari. Chi scrive lo sa bene e non manca di regalarvi passaggi in cui vi sembrerà di percepire l’odore della salsedine e sentire sulla vostra pelle ”lo scirocco che soffia sulle coste sarde”. Vi accompagnerà con la sua colonna sonora in un viaggio attraverso pensieri e sensazioni che, a un certo punto, sentirete così vicino ai vostri, da non potervi più staccare dalla lettura fino alla soluzione- e chissà, forse fino alla catarsi- del finale.

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Alessia Gazzola – Costanza e i buoni propositi

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Il primo buon proposito era il mio e sono lieta di averlo seguito: non fermarmi alla prima avventura del nuovo personaggio di Alessia Gazzola, Costanza al suo esordio non mi aveva convinta. Da lettrice affezionata ad Alice Allevi l’avevo trovata molto simile a lei, ma priva delle “stravaganze” che di Alice tanto mi piacevano e, quindi, meno accattivante.

Questa volta Costanza è diversa: più matura di come l’avevamo lasciata, e decisamente differente da Alice e questa evoluzione non guasta affatto, anzi.

Anche questa volta alle vicende di Costanza si accosta un mistero, che affonda le radici nel passato e che spetterà alla nostra paleopatologa indagare e risolvere; una parte ben strutturata e approfondita in cui si racconta una storia parallela, in cui leggenda e verità storica sono sapientemente mescolate e che lambisce la vita di Costanza, appassionandola e avvicinandola a un mondo lontano dalle sue aspirazioni, in cui si era rassegnata a “sopravvivere” solo per qualche tempo, in attesa di realizzare il suo sogno e aprire le ali per volare oltre Manica. Ma, del resto, se la sua vita privata è stata così tanto sconvolta da un vissuto che diventa più presente che mai, perché anche il suo lavoro, i suoi colleghi e le tante storie che il passato ha da raccontare, non dovrebbero assumere importanza e spessore diversi da quelli che si aspettava?

Questa dimensione affettiva meno rigida, che non sfora nel salto nel vuoto a cui era avvezza anni prima, fa di Costanza, finalmente, una adulta a tutto tondo, pronta ad affrontare la vita per sé e per la figlia. E, diciamolo, ce la rende anche un po’ più simpatica.

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Gianluca Mercadante – L’Isola senza Tempo

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L’Isola Senza Tempo è un “non luogo” e per noi di Luoghi di libri, che ai luoghi facciamo particolare attenzione, ha un sapore particolare: uno spazio creato dal nulla dalla mente di un uomo, per custodire e trattenere, ma che ha tutta la forza e la concretezza fisica di un luogo del tutto reale, con i suoi paesaggi diversi, molteplici come le sfaccettature dei sentimenti e dell’animo che li ha creati.

Chi non vorrebbe avere un posto così, dove andare a ripescare e rivivere le emozioni del passato e, soprattutto, dove poter rimediare a errori, dire cose mai dette, stringere ciò che non si vuole lasciar andare?

Un luogo delle seconde occasioni, in cui il tempo è sospeso e dilatato, le paure e i silenzi si possono superare insieme e possono addirittura diventare collante, laddove in passato hanno separato; un posto in cui non esistono un inizio e una fine già definiti, ma si può scegliere quando essere pronti a dirsi davvero addio. Biagio ritorna nell’isola che era stata lo sfondo dei racconti della sua infanzia e che diventa, ora, lo scenario della riscoperta di sé e del suo rapporto con un padre che scopre di conoscere meno di quanto pensasse e che, al contrario, conosce lui e i lati più reconditi del suo cuore molto più di quanto avesse mai immaginato; un luogo in cui il cerchio della sua vita si apre e si chiude.

Gianluca Mercadante scrive del distacco, della perdita e dell’amore, romantico e filiale, con una tenerezza particolare, riuscendo ad essere contemporaneamente toccante, commovente e scanzonato pur affrontando temi delicati come la lenta decadenza del corpo e della mente, la morte e l’inevitabile introspezione a cui ognuno di noi si trova di fronte, più o meno consapevolmente, in situazioni simili.

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Frédéric Dard – I bastardi vanno all’inferno

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I bastardi vanno all’inferno” è un noir veramente “nerissimo”, come gli “otto giorni lenti e scuri come la più buia delle notti”, che i protagonisti trascorrono in cella di isolamento e come tutti i giorni e le notti che si susseguono inclementi nell’anonimo carcere, nel sud della Francia, in cui sono rinchiusi.

Hal e Frank, una spia e un poliziotto sotto copertura che ha il compito di estorcergli informazioni. Ma chi è chi? Non lo sappiamo, ma, personalmente, ho smesso di chiedermelo dopo poche pagine, trasportata nell’atmosfera tetra della prigione, in un mondo intriso di crudeltà disumanizzante, in cui il vero fulcro della storia diventa la relazione tra i due prigionieri, che si sviluppa indipendentemente dal loro ruolo iniziale.

Il racconto è breve, intenso e crudele nel suo mettere a nudo la fragilità umana e il lato oscuro di ognuno e la ferocia di un rapporto che la cattività rende sempre più stretto e in cui il bisogno dell’altro e l’istinto di sopravvivenza sconfinano continuamente l’uno nell’altro.

Dard sonda sapientemente l’animo umano, non solo attraverso i personaggi principali, ma affiancando loro comprimari inusualmente “concreti”: primo tra tutti “il Fetente”, compendio di sadismo e perfidia in aperto contrasto con la delicatezza dei fiori che mastica per vezzo e che quasi buca la pagina, per arrivare davanti agli occhi del lettore con la stessa potenza di un ritratto dipinto su tela. E che dire del Muto, che trasmette angoscia con la sua sola presenza continua, discreta e silenziosa, con lo stesso effetto di una disperazione gridata al vento a pieni polmoni?

Tante le suggestioni, dalla sensazione claustrofobica quasi kafkiana della prigionia, all’inevitabile ricordo del Robinson Crusoe di Defoe e la Tempesta di Shakespeare, che fanno di questo romanzo una perla nella produzione di un autore prolifico e irrinunciabile.

Mimma

 

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