Luoghi di libri

Fabio Bartolomei – Morti ma senza esagerare

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Ironico e accattivante a partire dal titolo, “Morti ma senza esagerare” racconta una situazione surreale che diventa occasione di risate, ma anche di riflessione.

L’istintiva immedesimazione nel dolore della protagonista, ma anche nelle sue successive difficoltà alla gestione di un evento così eccezionale, ci trasporta dalle prime righe in un turbine di emozioni e curiosità, non privo di spunti di meditazione sul nostro modo di concepire i rapporti nel momento in cui tutto è a nostra disposizione, senza renderci conto di ciò che abbiamo, senza apprezzarlo, per poi trovarci vittime del rimorso e del rimpianto nel momento in cui ne veniamo privati.

Tutti siamo stati adolescenti; tutti, almeno una volta, abbiamo preferito gli amici “che avevano sempre una frase fatta per ogni eventualità – il testo di una canzone, la citazione di un film, la perla di qualche pensatore del passato. Cibo preconfezionato, calmanti di massa”, ai genitori: “Loro invece mi guardavano, mi sorridevano, mi sfioravano, e dicevano banalità proprio per farmi capire che tutto ciò che c’era da sapere era in quegli sguardi, e in quella vicinanza. E negli esempi ripetuti, giorno dopo giorno, affinché ci mettessi del mio per apprendere come ci si nutre come ci si difende, come si sopravvive. una logica primitiva, da branco, di cui solo ora colgo l’elevatezza.

Ma cosa succederebbe se il potere di far tornare chi non c’è più ci offrisse una seconda occasione? Riusciremmo a convivere con il nostro segreto e ad adattarci a qualcuno da cui non vorremmo separarci, ma che torna solo per noi e solo per noi vive? O ci sentiremmo soffocati? E saremmo in grado di scegliere tra l’egoismo di trattenerlo e l’istinto altrettanto egoista di non essere vincolati dalla sua inconfessabile e ingombrante presenza?

Fabio Bartolomei, mi ha sorpresa con questo breve romanzo divertente e inquietante allo stesso tempo, molto lontano dal tenore de “L’ultima volta che siamo stati bambini” (scheda | recensione) – con cui l’ho conosciuto – ma, seppure in maniera ben diversa, altrettanto coinvolgente. Un piccolo gioiello da non perdere.

Mimma

 

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Maurizio de Giovanni – Troppo freddo per Settembre

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Mina è tornata e, con lei, il caos dei Quartieri Spagnoli, la continua dicotomia tra la “giustizia” e l’abitudine ai soprusi, tra i desideri di chi si trova a nascere nella famiglia e nel quartiere sbagliato e la “legge” non scritta da rispettare ad ogni costo, per sopravvivere, per sopraffare e non essere sopraffatti.

Mina anche questa volta irrompe nella vita di chi le sta intorno, non risparmia se stessa e nemmeno i suoi “soci”: Rudy e Domenico “chiamamimimmo” sono letteralmente travolti dalla sua determinazione, trascinati quasi contro la loro volontà nella nuova impresa. E che meraviglia, in questo momento della nostra storia sociale, politica e morale, leggere di qualcuno che, a scapito anche della propria incolumità, è disposto a lottare per ciò che è giusto, a spendersi per chi è più debole, per chi vorrebbe reagire ma non ha il coraggio e che si batte nel rispetto di chi, invece, il coraggio lo raccoglie a piene mani e osa l’impensabile: passare sopra l’orgoglio per chiedere aiuto fuori dalla cerchia consentita.

Il tutto narrato con la consueta attenzione ai piccoli dettagli, alle tante sfaccettature dell’animo umano, con l’eleganza e l’arguzia di un autore che sa farci amare ogni suo personaggio, ciascuno estremamente diverso dagli altri, ma talmente umano da riuscire sempre a toccare qualche corda profonda in ognuno di noi, in modo da farcelo sentire vicino e da farci immedesimare in qualche suo pensiero, sentimento, pregio o difetto. Per questo tutti i personaggi di Maurizio de Giovanni riescono a trasportarci, per il tempo della lettura, nelle strade di Napoli: Mina ci porta nel suo consultorio, nelle case dei Quartieri e negli uffici della magistratura con un realismo tale da farci sentire per un momento passionali e forti come lei, come se davvero potessimo cambiare il mondo, scardinando un pezzo alla volta i meccanismi inceppati, creandone di nuovi, sradicando consuetudini malate protette da un silenzio che il coraggio di Mina squarcia come un grido. Potrebbe essere l’urlo di ognuno di noi di fronte ai soprusi, all’indifferenza e all’omertà? Maurizio de Giovanni ci suggerisce la risposta: perché no?

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Vladimiro Bottone – Il giardino degli inglesi

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Una Napoli diversa da quella che sono abituata a ricordare, diversa dalla Napoli chiassosa e colorata che siamo abituati a immaginare. La Napoli della metà dell’800, che fa da sfondo alla vicenda de Il giardino degli Inglesi è una città spesso silenziosa, lugubre e buia in cui si incontrano personaggi appartenenti a culture, paesi e ceti sociali molto diversi tra loro.

Vladimiro Bottone crea un intreccio complicato di rapporti a volte ambigui, alcuni di una tenerezza struggente, con i bambini in primo piano: vittime della povertà, dell’indifferenza, della cattiveria degli adulti che paiono ignorarli o usarli, ma non vedere la loro sofferenza. L’autore spazia così dalle ipocrisie e dalle perversioni della aristocrazia napoletana, agli intrighi del mondo accademico a cui fanno da contraltare i membri della borghesia vittoriana inglese che, per svariati motivi, il destino ha portato a convergere a Napoli, a diventare vittime e salvatori, a trovarsi legati a doppio filo ad una vita diversa e a trovare la felicità, la morte e l’amore così lontano dal loro mondo.

Una storia di egoismi e perversioni, miseria e redenzione, un affresco storico a tinte noir che immerge il lettore in un’atmosfera nebbiosa che ricorda quella londinese, descritta con un linguaggio delicato, che colpisce per la sua ricchezza: concreto, ma allo stesso tempo elegante, a tratti forbito, ma mai pomposo o eccessivamente desueto. A mio parere lo stile di per sé è già un ottimo motivo per leggere questo romanzo che fa venire voglia di leggere il precedente a chi come me, non lo ha ancora fatto.

Mimma

 

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Stefano Sgambati – I divoratori

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Ho letto “I divoratori” ormai qualche settimana fa, ma ho aspettato per scrivere i miei “appunti di viaggio” perché non è mai facile organizzare le idee quando un’opera ci evoca sensazioni e pensieri contrastanti. Questo romanzo mi ha ricordato un allestimento della “Salomè” di Richard Strauss a cui assistetti alcuni anni fa: una trasposizione moderna che ben sottolineava il decadimento dei valori e dei costumi della nostra società, con la scelta di ambientare l’opera in un casinò, di far eseguire la danza dei sette veli da uomini anziani e di presentare Salomè fasciata in un attillato abito di paillettes dorate, vistoso al limite del volgare. Me lo ha riportato alla mente perché anche allora la sensazione fu un misto degli stessi opposti: idea originale, efficace e arguta, ma resa finale non nelle mie corde. I personaggi dei divoratori sono probabilmente più rappresentativi di una deriva della nostra società di quanto inconsciamente io sia disposta ad immaginare e ad ammettere, ma la crudezza del linguaggio e delle immagini con cui sono presentati è stata forse per me eccessiva, sia nel modo, sia nella sostanza. Protagonisti talmente al limite da risultare in alcuni casi quasi caricaturali (fulgido esempio i parenti del maitre della sala in cui si svolge la vicenda).

L’aspetto stilistico della narrazione con la tecnica del flusso di coscienza ha complicato ulteriormente la mia difficoltà a seguire elucubrazioni, “visioni” quasi oniriche, pensieri, emozioni e rievocazione di eventi passati dei vari attori della tragedia umana che si consuma nello spazio delle poche ore di una cena che cambia la vita di molte persone.

Nonostante queste osservazioni ho trovato una serie di spunti di riflessione interessanti: quanto siamo disposti a tollerare quando ci spingiamo oltre i nostri limiti? Quanto siamo condizionati e propensi a farci soggiogare dall’apparenza, dal denaro, dal successo facile? Quanto siamo capaci di passare sopra gli altri per ottenere quello che vogliamo e, se lo otteniamo, siamo davvero pronti a goderne a pieno se abbiamo la sensazione di averlo “rubato” a qualcuno? Che prezzo possiamo arrivare a pagare e quanto possiamo sacrificare della nostra libertà e felicità, pur di raggiungere la vetta? Siamo in fin dei conti tutti potenziali divorati o divoratori?

Nell’insolito romanzo di Stefano Sgambati sono certa che ognuno potrà cercare le risposte a questi interrogativi o lasciarsi trascinare nel torbido dell’animo dei protagonisti e trovarne molti altri.

 

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Cristina Cassar Scalia, Giancarlo De Cataldo, Maurizio De Giovanni – Tre passi per un delitto

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Un romanzo a sei mani mi avrebbe incuriosita comunque, anche se due di quelle non fossero appartenute a Maurizio de Giovanni, uno dei miei scrittori preferiti; non aver mai letto nulla degli altri autori coinvolti nel progetto è stato il valore aggiunto che ha reso imperdibile, per me, questo noir estivo. Le aspettative non sono state deluse, anzi. L’espediente di far narrare la storia separatamente da ognuno dei tre personaggi secondo il proprio punto di vista, credo abbia esaltato la capacità dei singoli autori di tratteggiare finemente la psicologia dei protagonisti: l’ostinato poliziotto che non è disposto a fermarsi all’apparenza, il presuntuoso e manipolatore amante della vittima, reo confesso ed evidentemente desideroso di rendersi il più inviso possibile all’opinione pubblica, alla polizia ( e, in maniera spudorata, anche al lettore) per la scarsa considerazione in cui tiene l’intelligenza dei suoi interlocutori; la moglie dell’amante, una donna estremamente pratica, che ha vissuto nell’agio, ma che si è in realtà chiusa in una gabbia dorata da cui è difficile uscire.

Tre personalità molto diverse tra loro, tre stili narrativi che, pur mantenendo intatte le proprie caratteristiche peculiari, si fondono in un unico armonico, in cui ci si dimentica di trovarsi di fronte a penne distinte.

Tre passi per un delitto”, insomma, è il tocco di eleganza che non può mancare nel bagaglio estivo degli amanti del noir.

 

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