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Tiziana Leone – Gioco mortale

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Con la sua ambientazione precisa come se l’autrice fosse nata e cresciuta tra le strade di New York e il ritmo degno dei più famosi thriller americani, “Gioco mortale” si merita pienamente la menzione ricevuta al premio Garfagnana in giallo.

Il punto forte è soprattutto nell’intreccio: una serie di indizi disseminati dall’assassino guidano il protagonista in una indagine che imbocca continuamente vicoli ciechi, accendendo e alimentando speranze destinate a infrangersi contro un nuovo orrore.

False piste, tutte verosimili in ugual misura, che sembrano portare alla soluzione anche il lettore, solleticato dall’idea di dedurre e indagare insieme a Ray Hayes, per arrivare alla fine, gustandosi la possibilità di “intuire”. Un percorso a ostacoli in cui ciò che non era ovvio, ma abbastanza credibile da risultare una scoperta non banale né scontata, si rivela sbagliato, in un susseguirsi di capovolgimenti e colpi di scena che riportano nel mare del dubbio e dell’adrenalina della ricerca. Tanto più che l’indagine di polizia si trasforma nell’indagine solitaria di Ray, solo contro tutti, vittima della follia di un ignoto persecutore, ingiustamente accusato, colpito nel profondo. Il giovane e carismatico agente è un personaggio con cui non è difficile immedesimarsi, nonostante i suoi punti deboli e i suoi comportamenti spesso al limite.

Permettetemi però di suggerire una chiave diversa: l’eroe vero in tutta questa vicenda, è Ray? O non c’è forse dell’eroismo più nascosto e sottile nella salvezza offerta – e ritrovata – di un personaggio più silenzioso che incarna un termine usato – e abusato – negli ultimi anni: resilienza. A voi la decisione.

Qualunque cosa decidiate, l’esordio letterario di Tiziana Leone resta un piccolo gioello di casa Golem da non perdere.

Mimma

 

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Christian Frascella – Omicidio per principianti

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Ancora Contrera, l’investigatore privato più seccante, ostinato, arguto, egoista, incasinato, indolente, abile e inaffidabile: un concentrato di difetti, pregi e contraddizioni continue, che lo rendono un personaggio che si ama o si odia. E quando si ama, in realtà, si è consapevoli del fatto che non si dovrebbe.

Un ex poliziotto corrotto, un ex marito e un padre che non si vorrebbero nel proprio “curriculum”, però…

Però, nonostante questo, le sue indagini, il suo continuo vagare al limite tra il legale e non, il suo vivere i rapporti in una maniera che sarebbe appena tollerabile in un adolescente, le sue pene d’amore e la sua capacità di infilarsi in guai sempre nuovi, ci fanno essere attratti da lui a sufficienza per obbligarci a leggere questa sua nuova avventura. Forse perché speriamo in una redenzione, prima o poi. Carlo Lucarelli, tempo fa sul Corriere della Sera, ne ha dato una magistrale (e come avrebbe potuto non esserlo?) descrizione: “Contrera cerca qualcosa che neanche lui sa cos’è, sé stesso, il senso della vita, l’equilibrio delle cose, la giustizia del mondo, o magari no, solo un po’ di pace, sé stesso, appunto, chissà, e in questa ricerca inquieta e anche un po’ disperata finisce sempre e inevitabilmente per farsi male o ferire le persone che ama, che alla fine è lo stesso”.

Ma la cosa più importante che questo uomo così complicato, di cui non conosciamo nemmeno il nome (ce lo dirà mai?) ci trasporta in un posto che ogni torinese conosce: Barriera di Milano. Il quartiere è in qualche modo protagonista, tanto quanto i personaggi che lo popolano e che si muovono tra le pagine di Christian Frascella. E’ un rione multietnico, in cui la violenza e la criminalità sono all’ordine del giorno e si mescolano con le vite normali di persone normali con lavori normali; è un insieme di realtà incongruenti, che riescono comunque a sconfinare l’una nell’altra, a dimostrazione che qui, come altrove, il confine tra bene e male non è mai netto. Come nei precedenti romanzi della serie, anche stavolta , “Barriera” come la chiamano più semplicemente i suoi concittadini, che da sempre la guardano con gli occhi del pregiudizio ha finalmente l’occasione di mostrare anche tutta la sua profonda bellezza.

Contrera non potrebbe somigliare di più a nessun altro luogo.

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Maurizio de Giovanni – Un volo per Sara

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Scrivere gli “appunti di viaggio” significa trasmettere, o perlomeno cercare di farlo, le emozioni e le riflessioni che un romanzo ci ha ispirato. Quando ho cominciato a leggere “Un volo per Sara” ho pensato, dopo pochi capitoli, che avrei già potuto mettermi a scrivere, perché era una storia talmente densa emotivamente, che non sarebbe stato necessario nemmeno arrivare alla fine. La donna invisibile, come sempre, ha il potere di stregarci. Dei suoi occhi Maurizio De Giovanni ci ha già parlato, ma l’animo di Sara continua a emergere nelle parole dell’autore e, soprattutto, tra le righe delle parole non dette.

Questa volta, dal passato, arriva l’eco di una indagine che porta con sé, ancora una volta, ricordi e sensazioni: un’altra “zaffata di ricordi pesante come una montagna di nostalgia”.

D’altra parte, il lavoro di Sara è sempre stato quello di riconoscere emozioni unicamente attraverso gesti, posture, movimenti impercettibili e inconsapevoli, capaci di svelarle pensieri e moventi. Ma una tale abilità innata, affinata dall’esercizio, non si può certo mettere da parte nella vita quotidiana. Ed è così che tutti i personaggi arrivano a noi attraverso una particolare lente di ingrandimento che ce li fa conoscere perfino più di quanto, forse, vorrebbero.

Il punto forte di questa nuova storia sta tutto qui: lo spazio dedicato alla “squadra” di Sara si dilata, il racconto di ciò che i suoi compagni sono stati, prima ancora di ciò che sono ora, attraversa il tempo e fa emergere figure che fino a questo momento sono state tutt’altro che ai margini, ma che ora svettano nel suo mondo interiore, e quindi, anche nel nostro. Conoscere il passato ci avvicina ancora di più alla fortezza che è diventata il cuore della protagonista, ci fornisce chiavi di lettura diverse, ci dà conferme, ci pone domande. Le risposte, per noi e per lei, sono tutte da scrivere. E aspettiamo con ansia la prossima storia, consapevoli, una volta di più, che la “cupa” Sara è in realtà un sole, intorno al quale gira un sistema di pianeti tutti da scoprire.

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Frédéric Dard – Gli scellerati

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Quando decidi di affidarti ai consigli di lettura del tuo scrittore preferito è inevitabile che tu finisca per trovare un altro autore da cui non puoi separarti.

Mi è successo così con Frédéric Dard: creatore di personaggi affascinanti, dai tratti psicologici a volte perversi, spesso al limite tra normalità e patologia. Caratteri che si fissano nella testa di chi legge e non la abbandonano finché la loro storia non finisce, ammesso che in qualche modo possa dirsi finita. Storie che lasciano un retrogusto di angoscia, ambientazioni cupe, claustrofobiche in senso quasi letterale, come quella de “I bastardi vanno all’inferno”, o in modo più subdolo, come in questo romanzo, in cui le pareti che imprigionano i protagonisti non sono fisiche, ma emotive.

Gli “scellerati” lo sono davvero: vite dissolute? Non solo: legami insani, passati di solitudine e sofferenza che sconfinano nell’ossessione, pur di trovare il calore che spezzi la solitudine profonda del loro cuore. Ma non sempre ciò che appare come il porto sicuro da raggiungere a ogni costo, lo è davvero. Il calore diventa fuoco con cui si fa pericoloso giocare, ma i personaggi di questa storia ne paiono attratti in maniera morbosa, alcuni incapaci di spezzare le catene, altri incapaci di non crearne sempre di nuove, in un circolo vizioso perpetuo in cui si passa di continuo dalla veste di vittima a quella di carnefice, in una confusione di ruoli che a volte destabilizza il lettore, facendolo correre tra le pagine alla ricerca della perdizione o della salvezza definitive.

Ma forse, lo scellerato, è proprio colui che pensa che da certe giostre sia semplice scendere davvero.

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Joel Dicker – Il caso Alaska Sanders

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Per l’ennesima volta Joel Dicker è diventato padrone assoluto delle mie giornate con la sua scrittura magnetica che coinvolge, fin dalla prima pagina, in un continuo bisogno di andare avanti, immaginare, indagare, capire. Il caso Alaska Sanders è un susseguirsi di dubbi e scoperte, un turbinio di dettagli da cui scaturiscono ipotesi, verifiche, smentite, sospetti ed equivoci. L’autore, come è sempre stato nel suo stile anche quando non si è trattato di mistery veri e propri, ci inchioda alla pagina a ogni colpo di scena che ribalta ogni certezza e ci catapulta in una nuova ricerca della verità.

Presentato come il sequel de “La verità sul caso Harry Quebert”, “Il caso Alaska Sanders” è una storia a sé, in cui è vero che ritroviamo Marcus Goldman, lo scrittore che ha indagato per difendere il suo mentore, ma è un Marcus diverso, ancora spinto dall’amicizia, ma più consapevole e pronto, finalmente, ad affrontare i propri fantasmi. Marcus si trova in una sorta di transizione, deve affrontare la mancanza di Harry e non ha ancora fatto pace con se stesso: in quest’ottica potremmo perfino considerare questa vicenda come un “prequel” de “Il libro dei Baltimore” e vedere in questo romanzo un anello di congiunzione tra i precedenti romanzi, una tessera del puzzle che trova il proprio posto, così come nelle trame di Joel Dicker, tutti i dettagli, alla fine, si sistemano in un incastro perfetto che svela il quadro d’insieme.

E se l’evoluzione personale di Marcus ci lascia più spiragli per sperare in un seguito, per quanto riguarda Harry invece? Diciamo che se ne avete nostalgia troverete pane per i vostri denti. A voi la lettura, per sapere se e come l’aura del professore tornerà a sovrastare tutto e tutti e sarà ancora capace di influenzare gli eventi e la vita del suo allievo prediletto.

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