Chiara Gamberale – L’isola dell’abbandono

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Il tema prevalente di questo romanzo, dedicato a chi resta, è prevedibilmente l’abbandono, con un dichiarato parallelismo e frequenti rimandi, a partire dal nome della protagonista, al mito di Arianna e Teseo, ma non si tratta solo di questo.

Amore, paura, solitudine, fedeltà, morte, maternità, follia, senso di colpa: Chiara Gamberale tocca tutti questi aspetti con un racconto intenso, scritto con il suo consueto stile peculiare fatto di pause e “rincorse” studiate, elenchi di luoghi, pensieri, sensazioni che, privi di virgole, corrono veloci come farebbero nella nostra mente, sospinti dall’onda delle emozioni del momento.

E così, anche se non abbiamo vissuto un’esperienza come quella della protagonista, prima o poi ci riconosciamo in uno stato d’animo suo o di uno degli altri personaggi, o individuiamo i tratti di qualcuno a noi caro; guardiamo e ci guardiamo anche dal punto di vista dell’altro.

La particolarità di questo racconto di vita, lungo dieci anni, è forse questa: la capacità di farci cambiare la prospettiva di osservazione, perché in effetti nessuno di noi è solo vittima o solo carnefice, ma consapevolmente o meno, può essere l’uno o l’altro. L’abbandono stesso, che reale o temuto è il fulcro della vita della protagonista, non è solo perdita, ma anche occasione di rinascita, occasione di abbandonarsi alle possibilità che la vita ci può offrire proprio nel momento in cui sembra averci messo solo di fronte ad una fine.

Così come in Per dieci minuti, il sapore è un po’ quello di una lunga seduta di analisi: sono talmente tante le sfaccettature dell’animo umano che emergono dalla vicenda di Arianna che certamente almeno una tocca qualcosa nel profondo di ognuno di noi e ci induce a riflettere.

 

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Fabio Bartolomei – L’ultima volta che siamo stati bambini

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Il mondo visto con gli occhi dei bambini spesso ci fa sorridere: con la loro ingenuità e la capacità di cogliere con semplicità la reale essenza di azioni e sentimenti, ci mettono di fronte alle nostre incongruenze, alle nostre paure e al modo in cui a volte lasciamo che ci condizionino.

Immaginate però cosa vedrebbero quegli occhi se appartenessero a bambini che vivono a Roma nel 1943.

Bartolomei ci trasporta proprio là e ci narra di coraggio e amicizia, spensieratezza e disincanto; ci racconta di una missione speciale, intrapresa da un esercito altrettanto speciale, composto da bambini che rappresentano tutti i volti dell’ Italia post armistizio, lontani tra loro per storia famigliare, educazione, e ceto sociale, ma uniti dall’unico scopo di “salvare” chi è loro caro da un pericolo e da un’ingiustizia, con l’ostinazione, la tenacia e la purezza che solo dei bambini di dieci anni possono avere. La loro genuinità, descritta con una delicatezza fuori dal comune che arriva dritta al cuore, ci sbatte letteralmente in faccia il nostro egoismo, la presunzione, la smania di potere, l’odio per il diverso, spinti alle loro estreme conseguenze; ci mostra quante volte non siamo in grado di rispondere alle domande dei bambini, perchè non abbiamo il coraggio di spiegare ciò che ci sembra chiaro finchè non lo guardiamo come lo guardano loro e non riusciamo più a comprenderlo.

Ci troviamo a chiederci quando è stata l’ultima volta che noi siamo stati bambini, che abbiamo agito esclusivamente per rincorrere un sentimento o un ideale, solo perchè era giusto senza chiederci nemmeno per un attimo se fosse o meno conveniente per noi stessi. Saremmo capaci di farlo adesso? E ancora: abbiamo davvero imparato dagli errori del passato oppure “passiamo il tempo a preoccuparci che i nostri figli mangino abbastanza, che non prendano freddo e poi scendiamo in piazza a festeggiare la guerra“?

Un romanzo che arricchisce il lettore, impregnato della tenerezza e innocenza dei protagonisti, che ci strappa qua e là qualche sorriso, ma che soprattutto commuove fino alle lacrime.

 

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