Antonio Mesisca – Nero Dostoevskij

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Da buona amante di Dostoevskij non potevo non essere attratta da questo romanzo, incuriosita dalla prospettiva di capire come mai per il titolo fosse stato scomodato proprio un autore di quel calibro. In realtà non si deve aspettare molto per trovare la risposta: ogni capitolo rimanda ad una sua opera e il protagonista stesso ci illumina: “A ogni modo c’erano libri dell’autore russo ovunque e in principio pensai che per arrivare a comprendere mia moglie sarei dovuto partire dai testi di quel tale. Quando ci provai, avvertii che non avrei mai legato né con l’uno né con l’altro: al cospetto di entrambi mi addormentavo secco.

Oscar Peretti non sembrava quindi per niente il mio tipo e soprattutto di solito non amo i gialli in cui il colpevole è noto sin dall’inizio, ma qui è tutta un’altra cosa: anche se nella prima pagina abbiamo già vittima, colpevole, motivo e modo, il tono del protagonista che ci introduce nella vicenda è talmente sfacciato e insolente che fa venire voglia di saperne di più. Nonostante la vita di Oscar Peretti e i personaggi che gli gravitano intorno siano quanto meno inquietanti, ad ogni pagina l’ironia dell’autore ci porta a sorridere o addirittura ridere delle situazioni grottesche che si vengono a creare. E vi dirò di più, l’assassino diventa pagina dopo pagina più simpatico. Eppure è un approfittatore, schiavo del gioco e del denaro, un poco di buono a cui alla fine va tutto bene: il tipico esempio di chi dovrebbe starci istintivamente antipatico.

E allora perché mentre si va avanti nella lettura si comincia quasi a fare il tifo per lui? Probabilmente uno dei motivi è il fatto che gli altri personaggi sono nettamente peggiori di lui, a partire dalla moglie aristocratica e algida che non riesce a ispirare simpatia nemmeno essendo la vittima di un omicidio commesso per motivi che definire futili è eufemistico.

Sicuramente il ritmo incalzante, le situazioni al limite del paradossale, l’irriverenza e la sfacciataggine di cui il racconto è intriso sono la carta vincente di questo piacevole e decisamente atipico noir.

 

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Benedetta Cibrario – Il rumore del mondo

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Il rumore del mondo è il sottofondo che accompagna le vite di Anne e dei suoi “vecchi” e “nuovi” cari, mentre si intrecciano con la storia dell’Italia che si avvia al Risorgimento, dagli albori del pensiero liberale fino alla concessione dello Statuto Albertino e alla guerra contro l’Austria.

Ma qual è il rumore del mondo? Leggendo sono arrivata alla conclusione che forse è il rumore del tempo che passa, scandito dal fruscio del pennino che scorre sulla carta da lettera di Anne (“Ti ricordi, Grace, quando le giornate ci passavano in un soffio mentre gli anni ci sembravano lentissimi? Con l’età cambia lo strumento con cui misuriamo il tempo, non credi? Oggi le mie giornate scorrono lentissime, uguali le une alle altre. Gli anni, invece, ) e sui diari della signora Manners; è il mormorio delle foglie degli alberi del giardino di Casimiro; è la marcia dei soldati che vanno alla guerra, come Prospero; è il brusio delle chiacchiere nei salotti, lo scalpiccio degli zoccoli dei cavalli e il rumore delle ruote delle carrozze; è lo scoppiettio della fiamma dei camini, la voce del popolo che acclama il Re riformatore; è il rumore dei cannoni e dei fucili; è il fruscio della seta.

Tutti questi rumori accompagnano le vicende dei personaggi che continuano ad affrontare le loro piccole e grandi sfide, le gioie e i dolori di ogni giorno, mentre intorno a loro si scrive una delle pagine più importanti della nostra storia.

Il risultato è un affresco dipinto con la maestria di chi si è dedicato non solo allo studio degli avvenimenti storici, noti e meno noti, ma anche alla cura dei dettagli; mai noioso, sempre delicato nell’avvicinarsi ai sentimenti e alle ragioni di personaggi così lontani tra loro per indole e provenienza, per educazione e sensibilità. Uno dei punti di forza a mio parere è proprio questo: l’accostamento di caratteri e pensieri tanto diversi, specchio nella vita dei singoli, dei grandi contrasti politici e di ideali del tempo.

Il rumore del mondo è un romanzo in cui la modernità che avanza si scontra con chi vorrebbe che tutto rimanesse così com’è, non solo in ambito politico, ma anche sociale e scientifico: in questa perenne e ancora attuale dicotomia, l’autrice ci guida sapientemente mostrandoci anche il punto di vista di chi è stato attore della storia, pur con un ruolo che troppo spesso risulta secondario o dimenticato: la gente comune.

 

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Desy Icardi – L’annusatrice di libri

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Qualunque lettore accanito, almeno una volta, ha annusato un libro; qualcuno si è spinto oltre e, come la sottoscritta, ha cercato di associare un odore particolare ad un libro che ha amato, magari facendo seccare un fiore tra le sue pagine o usando cartoncini imbevuti di profumo come segnalibro. Nessuno però ha la capacità della protagonista di leggere un libro usando solo l’olfatto: siamo abituati a immaginare i volti dei personaggi, i luoghi in cui si muovono, ma quante volte ci siamo spinti a immaginarne anche l’odore? Adelina invece lo avverte: è in grado di percepirlo attraverso le emozioni di chi prima di lei ha vissuto quelle pagine e si è immedesimato nei personaggi e nei loro sentimenti, suggerendoci la possibilità che qualcosa di quello che abbiamo provato e immaginato, rimanga nei libri che leggiamo o meglio, che un libro viva attraverso il nostro modo di viverlo. Che ipotesi allettante per un vero bibliofilo!

La storia di Adelina ha qualcosa di magico che riconduce quasi alla dimensione della favola. Ma L’annusatrice di libri non è solo questo. La fiaba di Adelina si alterna alla storia della zia Amelia, che come lei ha lasciato il paese in campagna quando era ragazzina per migliorare la sua vita andando in città e come lei si è scontrata con il mondo che poco aveva a che fare con la sua genuinità. L’atmosfera è del tutto diversa e, a tratti, mi ha ricordato un po’ quella delle commedie italiane degli anni Cinquanta, che ancora popolavano i pomeriggi televisivi estivi quando ero ragazzina, in cui i giovani protagonisti si barcamenavano tra le difficoltà quotidiane del secondo dopoguerra e le vicende amorose e divertivano con la loro ingenuità e la semplicità dei loro sentimenti e desideri. La storia della giovane Amalia desiderosa di sistemarsi e delle sue trame per trovare marito ha quella stessa leggerezza e la medesima vena satirica che non scadono mai nella volgarità e nella banalità.

Forse sarà stato questo accostamento bizzarro creato dalla mia mente a rendere la lettura gradevole, insieme alla curiosità di provare a immaginare quegli odori con la protagonista: una volta cominciato diventa difficile smettere tanto che ora, immersa in una nuova lettura, mi sorprendo talvolta a tentare di annusare i nuovi personaggi e insieme ai luoghi in cui si muovono, a cercare di immaginare il profumo delle loro emozioni.

 

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Alessia Gazzola – Lena e la tempesta

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Tanto vale ammettere subito che ho cominciato a leggere Lena e la tempesta con la mente ad Alice Allevi, con il timore di incontrare un personaggio non altrettanto accattivante, oppure troppo simile a lei.

Per fortuna questa lettura è stata una piacevole sorpresa: Lena cattura dalle prime pagine perché ha tutta la freschezza della Alice dei primi romanzi, nonostante un vissuto molto diverso, unito ad una personalità molto più articolata e complessa. A tratti sembra quasi che i personaggi siano due: Lena adolescente e Lena giovane adulta, tale è la capacità introspettiva dell’autrice nel raccontare le paure, i sentimenti contraddittori e soprattutto i silenzi della ragazzina costretta a crescere bruscamente e improvvisamente ma rimasta imprigionata e nascosta nel profondo della donna, combattuta, fragile, ma determinata, alla quale non permette di andare avanti e ricominciare.

Il trauma adolescenziale viene trattato con la delicatezza e la discrezione che ci si aspetta di riservare ad argomenti di questo genere, ma la cosa che colpisce è il tono della narrazione, contemporaneamente distaccato in modo quasi professionale ma allo stesso tempo fortemente empatico, che permette all’autrice di non cadere mai nella banalità, sia nell’analisi che Lena stessa fa di sé e delle sue azioni passate e presenti e delle loro conseguenze, sia nell’evoluzione del personaggio che appare chiaro e ben definito, pur nello spazio di un breve romanzo (sono appena centosessanta pagine).

Lena, che inizialmente ci dice: “Io vorrei soltanto dimenticare, quella sarebbe la mia vera vittoria“, arriva alla fine a ricordare, a scoprire quali percorsi inaspettati la mente, la sua mente ha costruito per proteggerla e permetterle di sopravvivere, e a costruire su nuove consapevolezze un nuovo inizio.

Lena, insomma, è un personaggio che si fa amare e che dispiace un po’ abbandonare, anche se siamo certi di lasciarla più forte e meno sola di quando l’abbiamo trovata.

 

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Chiara Gamberale – L’isola dell’abbandono

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Il tema prevalente di questo romanzo, dedicato a chi resta, è prevedibilmente l’abbandono, con un dichiarato parallelismo e frequenti rimandi, a partire dal nome della protagonista, al mito di Arianna e Teseo, ma non si tratta solo di questo.

Amore, paura, solitudine, fedeltà, morte, maternità, follia, senso di colpa: Chiara Gamberale tocca tutti questi aspetti con un racconto intenso, scritto con il suo consueto stile peculiare fatto di pause e “rincorse” studiate, elenchi di luoghi, pensieri, sensazioni che, privi di virgole, corrono veloci come farebbero nella nostra mente, sospinti dall’onda delle emozioni del momento.

E così, anche se non abbiamo vissuto un’esperienza come quella della protagonista, prima o poi ci riconosciamo in uno stato d’animo suo o di uno degli altri personaggi, o individuiamo i tratti di qualcuno a noi caro; guardiamo e ci guardiamo anche dal punto di vista dell’altro.

La particolarità di questo racconto di vita, lungo dieci anni, è forse questa: la capacità di farci cambiare la prospettiva di osservazione, perché in effetti nessuno di noi è solo vittima o solo carnefice, ma consapevolmente o meno, può essere l’uno o l’altro. L’abbandono stesso, che reale o temuto è il fulcro della vita della protagonista, non è solo perdita, ma anche occasione di rinascita, occasione di abbandonarsi alle possibilità che la vita ci può offrire proprio nel momento in cui sembra averci messo solo di fronte ad una fine.

Così come in Per dieci minuti, il sapore è un po’ quello di una lunga seduta di analisi: sono talmente tante le sfaccettature dell’animo umano che emergono dalla vicenda di Arianna che certamente almeno una tocca qualcosa nel profondo di ognuno di noi e ci induce a riflettere.

 

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