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Daniela Schembri Volpe – Killer Tattoo. La strana coppia

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Daniela Schembri Volpe è un’autrice dalle molteplici sfaccettature narrative. L’abbiamo conosciuta su Luoghi di Libri con il mistery young “È Natale per tutti”, qualcuno di voi la conoscerà anche per i suoi saggi su Torino e sulle curiosità e i misteri del capoluogo piemontese. Con questo nuovo romanzo ci coinvolge in una vicenda che si snoda tra Torino, Malta, l’isola di Calypso, l’Irlanda e Londra.

Dafne Volpi (notate qualcosa di strano in questo nome, una particolare “assonanza”?) è una guida turistica che accompagna i visitatori alla scoperta della Torino magica. Ama alla follia i cioccolatini al cacao 85%, le piace accudire il suo acquario anche se “ogni tanto trapassava un pesce, erano rimasti per strada, anzi per acqua, alcuni Black Molly; un Platy era addirittura saltato fuori, forse nel tentativo maldestro di raggiungere il fiume Po”. Una guida turistica che si trova, suo malgrado, coinvolta nella drammatica sparizione di alcuni adolescenti, tra cui il suo stesso figlio. Dafne inizia a trovare biglietti di carta che riportano simboli misteriosi, una sorta di messaggio cifrato dalla complicata traduzione. E i tatuaggi cosa c’entrano in tutto questo? C’entrano, eccome, e giocano la loro parte, insieme a tarocchi, a personaggi bizzarri e ad altri più oscuri e maligni.

Il romanzo di Daniela è un mix di giallo, mistero, grottesco e un pizzico di horror. A voi scoprire chi è la strana coppia del titolo, lasciandovi trasportare lungo un percorso che alterna tensione e divertimento, mistero e conoscenza.

Mise via le carte, infilò il mazzo in borsa, svuotò la cassaforte della camera, posta dietro una riproduzione di un quadro di Matisse in cui vi erano dei pesci rossi, e iniziò a prepararsi per quella che lei avrebbe fatto divenire una stupefacente serata”.

Luisella

 

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Giorgia Bellone – Sognando di Volare

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Al tempo avevo solo 15 anni, ero un ragazzino come tanti, che amava giocare a pallone nei prati, con gli amici, curioso di scoprire il mondo, di raggiungere le vette delle montagne, che ogni giorno al mio risveglio osservavo, verdi nei mesi caldi e imbiancate in quelli invernali. Non sapevo ancora che quelle montagne avrebbero svolto un ruolo determinante nella mia vita.

Era il 26 giugno 1944 e quel ragazzo, Ottavio Allasio, inizia a vivere la peggiore avventura della sua vita. Catturato dai fascisti, rimane segregato in caserma con altri prigionieri, senza sapere nulla né della sua famiglia né della sua sorte.

Non so dire quanto tempo passò, iniziammo a sentire delle voci provenire dall’esterno della Caserma e comprendemmo che erano i nostri familiari, venuti per cercare di capire che cosa stesse succedendo. Non ebbi però la possibilità di comunicare con mia madre. In quell’occasione fu concesso loro di recarsi in caserma tre volte al giorno per portarci il pasto. Quello fu solo il primo giorno. In quelli successivi aspettai con ansia l’arrivo di mia madre, non avevo mai sperato così tanto di vederla arrivare.

Il 29 giugno, giorno del sedicesimo compleanno di Ottavio, inizia il viaggio della deportazione, prima in camion, poi in treno.

Quando fu il mio turno per salire la vidi arrivare in lontananza, rimasi appoggiato alla sponda del camion, lei provò ad avvicinarsi quando una Camicia Nera la prese per un braccio e la trattenne, la strattonò sino a farla cadere per terra. L’ultima immagine che ebbi, mentre il camion si allontanava, era mia madre, una piccola donnina, buttata a terra da un uomo rude, anche il latte che mi stava portando nel ‘barachin’, iniziò a uscir fuori e spargersi sul terreno.

Il 4 luglio Ottavio arriva nel campo di concentramento di Gaggenau Baden (uno dei campi di cui si parla meno), farà parte di quella schiera di “lavoratori italiani coatti nelle fabbriche del Terzo Reich, i cosiddetti ‘schiavi di Hitler’”, come scrive Marco Ponti nella prefazione al romanzo. Quello che segue è storia comune a tanti altri deportati, nota ma talvolta dimenticata o di cui si sottovaluta la drammaticità, accozzaglia di atti compiuti con efferatezza per annullare l’identità umana.

Nel romanzo di Giorgia Bellone, nipote dell’ormai ultra novantenne Ottavio, si alternano due voci narranti: quella più intensa e dettagliata del protagonista e quella, non meno intensa ma più breve, di Giorgia.

Fatico a pensare come poteva essere oggi, se questo viaggio che si apprestava ad affrontare non si fosse mai verificato. Credo che probabilmente sarebbe stato tutto diverso, ma penso che mio nonno lo amo proprio così com’è, non potrei immaginarlo diversamente.

Una narrazione toccante, dove non esiste vittimismo a intaccare l’emozione o, meglio, l’amalgama di emozioni suscitate nel lettore, dove tristezza, rabbia, angoscia si alternano e si mescolano per lasciare, infine, il posto a sollievo e commozione.

Spero di conoscere di persona Ottavio e, per ora, per chiunque volesse avvicinarsi a lui e alla sua storia, ci sono il romanzo di Giorgia Bellone e qualche video di incontri che questo grande “ragazzo” ha fatto nelle scuole.

Luisella

 

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Chiara Pellegrini – Storia di farfalle e altre metamorfosi

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Che vorrei essere diversa da come sono è la prima cosa che devi sapere di me. E non so nemmeno come vorrei essere davvero. Se solo tu fossi qui a raccontarmi come sarò”.

Inizia così la prima lettera che Caterina ragazza scrive a se stessa adulta. Lettere che vengono custodite dentro una scatola per essere ritrovate molti anni dopo e che troveranno risposta.

Conserverò questi fogli nella vecchia scatola di latta della bottiglia di whisky che regalarono al nonno”.

La scrittura, per la protagonista, è la sua “rete da pesca. Lancio e catturo, lancio e catturo. Immagini soprattutto”. E lo è anche per l’autrice, al suo esordio narrativo. Chiara Pellegrini dimostra grande abilità nell’uso delle parole, nella costruzione delle frasi, nel maneggiare le figure retoriche che costruiscono questa storia a due voci che, in realtà, escono da una sola mente, da un solo cuore.

Un lungo flusso di pensieri, tra un passato vissuto nell’attimo e un presente che sa e prova a spiegare. Le due Caterina, la grande e la giovane, parlano entrambe a un altro da sé. Provate a ripensare al vostro “voi” del passato: riuscireste a vedervi come voi stessi o, piuttosto, come se foste davvero un’altra persona, conosciuta, amica ma “altra”? Io ci ho pensato e non ho ancora trovato risposta. Forse, quella risposta, non esiste.

Chiara Pellegrini ci guida in un viaggio nell’universo intimo, che transita in luoghi reali e va a passeggio tra alcuni classici della letteratura. Un viaggio malinconico, nostalgico e poetico dentro l’animo umano alla ricerca di risposte tardive e di un’evidenza ineluttabile.

Talvolta ho l’impressione che la felicità sia come quelle comete, che sfiorano la Terra una volta ogni cento, duecento, mille anni, e poi proseguono la loro corsa scintillante, bruciando col loro fuoco bianco chissà quanta parte di questo profondo mantello oscuro che chiamiamo universo”.

Luisella

 

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Paolo Tagliapietra – Due anime. Dos almas

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Il modo di custodire i ricordi è talmente intimo, da non poter riconoscere la storia di una persona a distanza, ciò che a volte sembra immediato, evidente, di qualcuno, nasconde, magari, uno strato imprevedibile di cose inaspettate, felici o dolorose, che ne cambiano davvero l’aspetto agli occhi di chi guarda.

Nella sua seconda fatica letteraria Paolo Tagliapietra ci porta di nuovo un po’ indietro nel tempo. Si parte dal 1978, a Roma e si finisce nel 1998, nella Torino dell’ispettore capo Luigi Nitti. Insieme al poliziotto ritornano, tra gli altri, Barbara, l’amica farmacista e l’assistente capo Rizzo, forse l’unico che conosce bene gli umori dell’ispettore, che sa “leggere tra le righe e muoversi nei momenti giusti”. Nitti, l’abbiamo già conosciuto e visto in azione in “Destino in polvere” (scheda | recensione); è un ispettore dell’introspezione che si aggira in una trama gialla, alla ricerca di colpevoli di crimini che hanno nel passato la loro radice.

Una delle abitudini dell’ispettore Nitti era quella di prendersi del tempo per pensare, raggiungendo il centro a piedi, quasi a farsi suggerire delle idee e degli spunti, utili per le sue indagini.

Il nostro ispettore abita fuori città e “arrivare nelle prime ore della notte, nel posto in cui abitava, era, per Nitti, come varcare la porta del luogo del silenzio. Nel paese, ormai, era tutto fuori servizio: un teatro su cui era calato il sipario”.

Chi sono le due anime, le dos almas che danno il titolo al romanzo? Al lettore scoprirlo piano piano, capitolo dopo capitolo. Saranno proprio quelle anime, in un modo davvero inaspettato, che aiuteranno a trovare il bandolo della matassa.

Luisella

 

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Paolo Tagliapietra – Destino in polvere

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La casa era un’espressione tipica della città, la forma, l’aspetto, il colore dei muri, richiamavano alla mente il fine novecento, gli zoccoli dei cavalli sul “pavè”, i panni lavati sulla riva del fiume, i panciotti con gli orologi a taschino. Nessuno sfarzo, come l’etichetta cittadina richiedeva. È sempre stata un po’ austera questa Torino silenziosa, un occhio al cielo, frastagliato dalle montagne, l’altro al grande fiume che, lento, trascina con sé secoli di storia.

È il 1997, ci troviamo nella città dei due fiumi, in un condominio abitato da una fauna umana eterogenea: una portinaia (“La signora Maria, una donna robusta, forte fisicamente, di volontà ed intraprendente, accettò di buon grado considerato che suo figlio non aveva ancora un lavoro stabile e suo marito era in pensione da un paio d’anni.”); un professore (“Barba corta e una forte stempiatura, abiti scuri su maglie dolcevita d’inverno, rarissime le cravatte, camicie a mezza manica con il taschino, d’estate. La borsa, di cuoio scuro, era quasi un tutt’uno con la mano destra.”); un tenente di cavalleria (“Il cranio completamente rasato, il viso spigoloso e quadrato, davano, insieme alla sua figura slanciata, un aspetto prepotentemente fiero. Incuteva non poca soggezione anche tra i suoi sottoposti.”); una signora amante dei gatti che “ascoltava la radio quasi tutta la giornata, non la spegneva nemmeno durante il suo sonnellino pomeridiano. Appassionata di cucina, parlava sempre di dolci, si dilettava a preparare qualcosa di particolare anche se era spesso da sola.”; la signorina Salvini “sessantasette anni compiuti […] Anche lei viveva sola, non aveva marito e nemmeno parenti dei quali ricordarsi e dai quali essere ricordata.”. Infine, la famiglia Rubini “quelli del primo piano, che non perdevano occasione per far sapere che cosa pensavano. Il più schivo di tutti era il figlio maggiore, Luca, grande e grosso, sguardo basso. Lo si sentiva parlare solo con gli amici che lo passavano a prendere in macchina la sera.

L’equilibrio del condominio viene sconvolto da tre omicidi, tre morti simili, tre inquilini avvelenati dall’aconito. Alla ricerca dell’assassino c’è l’ispettore Amedeo Nitti, che cerca “di fare domande il più possibile generali, per cogliere sfumature, pensieri, per svelare personalità nascoste.” . L’ispettore indaga non solo sui delitti ma anche sugli animi, compreso il proprio.

Un amaro rimorso accompagnava Nitti con costante presenza. In pochi istanti gli passò davanti tutto il periodo in cui sentì forte la responsabilità della serenità di un’altra persona. Ma il rimorso tornò anche all’uscita della farmacia. La formula di quella stessa sostanza poteva alleviare o provocare un lutto. L’eterna lotta tra bene e male, luce e buio.

Sullo sfondo si staglia la Torino di ogni giorno, immobile, quasi impassibile ai drammi che si consumano tra gli umani. Drammi che nemmeno Amedeo Nitti può cancellare, ma solo portare in superficie.

Luisella

 

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