Luoghi di libri

Maria Valentina Luccioli – Le amiche di Irene

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Irene con la sua calata livornese e il suo sguardo incantevole, Donatella con le guance piene e la sua aria da brava bambina, Luciana con il suo zaino Invicta e le sue gambe da starlette e Ambra con i suoi disegni colorati e i capelli dorati”.

Sono loro le protagoniste di questo nuovo romanzo di vita e di sentimenti. Quattro donne, amiche dai tempi delle scuole secondarie di primo grado, le medie per sintetizzare. Irene è la mente, Luciana, Donatella e Ambra le braccia.

Del gruppo delle LADI sono sempre stata la più svanita.” Racconta Ambra, anni dopo il loro primo incontro: “Irene era dotta, imprevedibile, sicura. Donatella era pigra, prevedibilissima, sensata. Luciana era lontana: l’avevamo conosciuta come sguaiata e poco elegante, l’avevamo ritrovata seria, discreta, molto curata”.

Ognuna di loro si racconta, a turno. Luciana non ha mai conosciuto suo padre, ha una madre scomoda, ingombrante, dal passato tormentato. “Dorina la matta, la scansafatiche, la donnaccia, la miserabile.

Io non la volevo quella madre ragazzina, quella donna poco assennata che piangeva e mugolava al telefono, che si truccava pesantemente per sembrare più vecchia o, successivamente, per sembrare più giovane.

Donatella scrive e colleziona frasi filosofiche ma anche slogan pubblicitari, pensieri, versi di canzoni, poesie, chiacchiere della gente. È sovrappeso perché il cibo è il suo modo di sfuggire al male di vivere.

Mi guardo allo specchio e con lo sguardo accigliato mi impongo di cambiare regime alimentare. Ovviamente lo farò dopo il fine settimana, perché non me la sento proprio di rinunciare alla pizza del sabato”.

Ambra ha un padre che “rideva raramente, di solito manteneva lo sguardo serio e severo”, che è stato del tutto, o quasi, assente alla vita familiare. Il suo nome è stato scelto da una zia perché “quando mia madre era incinta, desiderava profondamente darmi il nome di Miranda. Era appassionata di Shakespeare […]. Mio padre invece, più classico, preferiva di gran lunga Alessandra”. Infine la zia aveva proposto Ambra.

E poi c’è lei, Irene, che è perfetta anche quando dorme poco (capita quasi sempre) e, quando non c’è, “finisce l’allegria, è lei la maga. È lei la magia.”. Irene è il collante del quartetto, quella di cui si fa più fatica a scoprire la vera natura ma che ha sempre la parola, il consiglio giusto per ciascuna delle altre.
L’autrice ci conduce nella vita delle quattro ragazzine, poi donne mature, ricordando episodi della Storia, quella con “S” maiuscola. L’aveva già fatto nel suo primo romanzo “O forse no” e riesce a raccontare le storie nella Storia anche in questa nuova, valida, piacevole ed emozionante fatica narrativa.

Le LADI, ovvero Irene e le sue amiche, hanno difetti, pregi, virtù e debolezze che ci fanno gioire, commuovere, arrabbiare come loro stesse gioiscono, si commuovono, si arrabbiano, si allontanano e si riuniscono, capita sovente nelle vere amicizie.

Siamo rimaste legate noi quattro, seppur vedendoci poco, ci siamo tenute strette la nostra amicizia come il bene più prezioso. Perché lo è veramente.

Luisella

 

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Lino Lava – Le foglie muovono il vento

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Di norma è il vento che scuote le foglie sui rami degli alberi, o che trasporta con sé quelle cadute a terra. Che siano invece le foglie stesse a muovere il vento è, a suo modo, una strana forma di ossimoro, che non è solo “un giro di parole”, come lo definisce uno dei personaggi, ma è una lotta per essere se stessi.

È il 1982, alcuni membri delle Brigate Rosse, responsabili del rapimento di un generale americano, vengono arrestati. Enrico Curioni è un giornalista di cronaca incaricato di scrivere un articolo in merito. Viene a conoscenza di torture subite in carcere dai terroristi imprigionati ma il direttore non intende pubblicarlo per preservare Enrico da eventuali ritorsioni. Inizia così il romanzo di Lino Lava che, prendendo spunto dalla vicenda politica, si dipana tra sentimenti, rimorsi, passioni non solo del protagonista, Enrico, ma anche degli altri personaggi, amici e non.

Che gente conoscevo? Erano così diversi i miei amici dalle persone che Silvia frequentava. In realtà, io non sapevo catalogare le persone che frequentavo. I miei amici non avevano tutti una collocazione sociale precisa. Alcuni erano completamente diversi dagli altri.

I colleghi della redazione del giornale, gli amici dell’alta società, quelli dei locali meno chic: sono questi, in una sintesi estrema, gli ambienti e la fauna in cui si muove Enrico, anche a bordo della sua Aurelia. E lui usa appunto una metafora automobilistica per definirsi: “una potente macchina sportiva” con “sotto il cofano […] il motore di una piccola utilitaria”. Ma è forse solo la sua opinione, quella di un uomo a cui piace complicarsi “la vita ed essere triste”, che non riesce a essere soddisfatto del suo lavoro, delle donne che vorrebbero amarlo.

Che deve trovare il modo per essere una foglia che muove il vento.

Luisella

 

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Daniela Schembri Volpe – Killer Tattoo. La strana coppia

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Daniela Schembri Volpe è un’autrice dalle molteplici sfaccettature narrative. L’abbiamo conosciuta su Luoghi di Libri con il mistery young “È Natale per tutti”, qualcuno di voi la conoscerà anche per i suoi saggi su Torino e sulle curiosità e i misteri del capoluogo piemontese. Con questo nuovo romanzo ci coinvolge in una vicenda che si snoda tra Torino, Malta, l’isola di Calypso, l’Irlanda e Londra.

Dafne Volpi (notate qualcosa di strano in questo nome, una particolare “assonanza”?) è una guida turistica che accompagna i visitatori alla scoperta della Torino magica. Ama alla follia i cioccolatini al cacao 85%, le piace accudire il suo acquario anche se “ogni tanto trapassava un pesce, erano rimasti per strada, anzi per acqua, alcuni Black Molly; un Platy era addirittura saltato fuori, forse nel tentativo maldestro di raggiungere il fiume Po”. Una guida turistica che si trova, suo malgrado, coinvolta nella drammatica sparizione di alcuni adolescenti, tra cui il suo stesso figlio. Dafne inizia a trovare biglietti di carta che riportano simboli misteriosi, una sorta di messaggio cifrato dalla complicata traduzione. E i tatuaggi cosa c’entrano in tutto questo? C’entrano, eccome, e giocano la loro parte, insieme a tarocchi, a personaggi bizzarri e ad altri più oscuri e maligni.

Il romanzo di Daniela è un mix di giallo, mistero, grottesco e un pizzico di horror. A voi scoprire chi è la strana coppia del titolo, lasciandovi trasportare lungo un percorso che alterna tensione e divertimento, mistero e conoscenza.

Mise via le carte, infilò il mazzo in borsa, svuotò la cassaforte della camera, posta dietro una riproduzione di un quadro di Matisse in cui vi erano dei pesci rossi, e iniziò a prepararsi per quella che lei avrebbe fatto divenire una stupefacente serata”.

Luisella

 

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Giorgia Bellone – Sognando di Volare

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Al tempo avevo solo 15 anni, ero un ragazzino come tanti, che amava giocare a pallone nei prati, con gli amici, curioso di scoprire il mondo, di raggiungere le vette delle montagne, che ogni giorno al mio risveglio osservavo, verdi nei mesi caldi e imbiancate in quelli invernali. Non sapevo ancora che quelle montagne avrebbero svolto un ruolo determinante nella mia vita.

Era il 26 giugno 1944 e quel ragazzo, Ottavio Allasio, inizia a vivere la peggiore avventura della sua vita. Catturato dai fascisti, rimane segregato in caserma con altri prigionieri, senza sapere nulla né della sua famiglia né della sua sorte.

Non so dire quanto tempo passò, iniziammo a sentire delle voci provenire dall’esterno della Caserma e comprendemmo che erano i nostri familiari, venuti per cercare di capire che cosa stesse succedendo. Non ebbi però la possibilità di comunicare con mia madre. In quell’occasione fu concesso loro di recarsi in caserma tre volte al giorno per portarci il pasto. Quello fu solo il primo giorno. In quelli successivi aspettai con ansia l’arrivo di mia madre, non avevo mai sperato così tanto di vederla arrivare.

Il 29 giugno, giorno del sedicesimo compleanno di Ottavio, inizia il viaggio della deportazione, prima in camion, poi in treno.

Quando fu il mio turno per salire la vidi arrivare in lontananza, rimasi appoggiato alla sponda del camion, lei provò ad avvicinarsi quando una Camicia Nera la prese per un braccio e la trattenne, la strattonò sino a farla cadere per terra. L’ultima immagine che ebbi, mentre il camion si allontanava, era mia madre, una piccola donnina, buttata a terra da un uomo rude, anche il latte che mi stava portando nel ‘barachin’, iniziò a uscir fuori e spargersi sul terreno.

Il 4 luglio Ottavio arriva nel campo di concentramento di Gaggenau Baden (uno dei campi di cui si parla meno), farà parte di quella schiera di “lavoratori italiani coatti nelle fabbriche del Terzo Reich, i cosiddetti ‘schiavi di Hitler’”, come scrive Marco Ponti nella prefazione al romanzo. Quello che segue è storia comune a tanti altri deportati, nota ma talvolta dimenticata o di cui si sottovaluta la drammaticità, accozzaglia di atti compiuti con efferatezza per annullare l’identità umana.

Nel romanzo di Giorgia Bellone, nipote dell’ormai ultra novantenne Ottavio, si alternano due voci narranti: quella più intensa e dettagliata del protagonista e quella, non meno intensa ma più breve, di Giorgia.

Fatico a pensare come poteva essere oggi, se questo viaggio che si apprestava ad affrontare non si fosse mai verificato. Credo che probabilmente sarebbe stato tutto diverso, ma penso che mio nonno lo amo proprio così com’è, non potrei immaginarlo diversamente.

Una narrazione toccante, dove non esiste vittimismo a intaccare l’emozione o, meglio, l’amalgama di emozioni suscitate nel lettore, dove tristezza, rabbia, angoscia si alternano e si mescolano per lasciare, infine, il posto a sollievo e commozione.

Spero di conoscere di persona Ottavio e, per ora, per chiunque volesse avvicinarsi a lui e alla sua storia, ci sono il romanzo di Giorgia Bellone e qualche video di incontri che questo grande “ragazzo” ha fatto nelle scuole.

Luisella

 

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Chiara Pellegrini – Storia di farfalle e altre metamorfosi

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Che vorrei essere diversa da come sono è la prima cosa che devi sapere di me. E non so nemmeno come vorrei essere davvero. Se solo tu fossi qui a raccontarmi come sarò”.

Inizia così la prima lettera che Caterina ragazza scrive a se stessa adulta. Lettere che vengono custodite dentro una scatola per essere ritrovate molti anni dopo e che troveranno risposta.

Conserverò questi fogli nella vecchia scatola di latta della bottiglia di whisky che regalarono al nonno”.

La scrittura, per la protagonista, è la sua “rete da pesca. Lancio e catturo, lancio e catturo. Immagini soprattutto”. E lo è anche per l’autrice, al suo esordio narrativo. Chiara Pellegrini dimostra grande abilità nell’uso delle parole, nella costruzione delle frasi, nel maneggiare le figure retoriche che costruiscono questa storia a due voci che, in realtà, escono da una sola mente, da un solo cuore.

Un lungo flusso di pensieri, tra un passato vissuto nell’attimo e un presente che sa e prova a spiegare. Le due Caterina, la grande e la giovane, parlano entrambe a un altro da sé. Provate a ripensare al vostro “voi” del passato: riuscireste a vedervi come voi stessi o, piuttosto, come se foste davvero un’altra persona, conosciuta, amica ma “altra”? Io ci ho pensato e non ho ancora trovato risposta. Forse, quella risposta, non esiste.

Chiara Pellegrini ci guida in un viaggio nell’universo intimo, che transita in luoghi reali e va a passeggio tra alcuni classici della letteratura. Un viaggio malinconico, nostalgico e poetico dentro l’animo umano alla ricerca di risposte tardive e di un’evidenza ineluttabile.

Talvolta ho l’impressione che la felicità sia come quelle comete, che sfiorano la Terra una volta ogni cento, duecento, mille anni, e poi proseguono la loro corsa scintillante, bruciando col loro fuoco bianco chissà quanta parte di questo profondo mantello oscuro che chiamiamo universo”.

Luisella

 

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