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Mara Barbara Rosso – La donna di Tollund

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Mistero, tensione, ironia, leggerezza e un po’ di sentimento sono gli ingredienti di questo giallo itinerante, seconda creazione narrativa della giavenese Mara Barbara Rosso. Ritroviamo, come in “Delitti per diletto”, la professoressa Barbara Ferrero, una investigatrice per caso, un pochino rompiscatole e inarrestabile, che riesce a ficcarsi in situazioni pericolose che fanno tremare le gambe al suo amico brigadiere, Stefano Semperboni. E non solo a lui.
Questa nuova avventura si snoda tra Germania, Norvegia, Scozia, Ungheria, Repubblica Ceca e Italia, in cerca di un ex fidanzato scomparso, mummie e urne rubate e sedicenti alchimisti.

«Adorava gli hotel del nord Europa: erano sempre provvisti di bollitore, tazzine con il piattino e bustine di tè e caffè solubile. A volte c’era anche un biscottino o un cioccolatino, e lei reputava tale delicatezza un chiaro simbolo di civiltà. Anche in Germania. Avrebbero dovuto imparare un po’ di gusto mediterraneo in fatto di copriletto e abbinamenti cromatici, ma pazienza.»

L’autrice ci fa viaggiare con la fantasia nel mistero e nel nord Europa, a partire da Oranienburg e dal campo di concentramento di Sachsenhausen, che la prof dalla rossa criniera ha deciso di visitare per onorare la memoria del nonno e dove ha uno dei suoi saltuari déjà-vu.

«Cercò di calmare il tamburo nel petto e di non pensare agli episodi di “già visto” di cui era permeata la sua vita, che non portavano mai nulla di buono. Eppure era il suo destino, doveva accettarlo. Discendeva da una masca, una strega medievale sfuggita agli aguzzini che volevano bruciarla sul rogo, e lei era costretta a convivere con il lascito del suo DNA.»

La accompagna nel viaggio il suo bel fidanzato Filippo, esperto medievista che la segue quasi ovunque o, meglio, si lascia trascinare senza proteste. Almeno così sembra.
Ma chi è la misteriosa “donna di Tollund”? Una mummia in ottimo stato di conservazione o qualcosa di più? Non sarò certo io a dirvelo e, per scoprirlo, dovrete leggere il libro.

 

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Mara Barbara Rosso – Delitti per diletto

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Questo romanzo è il primo di una serie, che non sappiamo ancora quanto lunga sia, e che ci introduce nel mondo della professoressa Barbara Ferrero, insegnante di inglese in un istituto professionale con la stupefacente capacità di ficcarsi in situazioni pericolose. Ne sa qualcosa il suo amico brigadiere dei carabinieri Stefano Semperboni.

«Stefano era un bell’uomo, alto e ben piantato, che incuteva timore in chi non lo conosceva, con quella sua divisa immacolata e la folta barba scura. Barbara lo prendeva in giro dicendogli che assomigliasse un po’ allo chef Alessandro Borghese, ma lui neanche sapeva chi fosse e faceva spallucce.»

Tutto inizia durante una conferenza al Giardino Botanico Rea di Trana, dove la nostra prof incontra la cugina Luisa. E proprio lì Luisa, dopo aver visto un uomo in mezzo alle persone presenti, le sussurra «Vuole ammazzarmi». Chi è quell’uomo misterioso e perché la cugina lo conosce e teme che voglia ucciderla? E a chi appartenevano le parti del corpo che spuntano in luoghi improbabili?

«Un dito. Tozzo e peloso, probabilmente un indice della mano destra. Sporco di sangue rappreso: mozzato alla base. Il carnevale si avvicinava, ma quel raccapricciante reperto rotolato fuori dal sacco della spazzatura che stava caricando sul camion del Cidiu non era di gomma.»

No, non stiamo leggendo un horror ma un giallo con una vera e propria indagine. Sarà proprio il brigadiere Semperboni ad aiutare la prof, rompiscatole e curiosa, a sciogliere il bandolo di una misteriosa matassa i cui fili sono composti da realtà e leggenda, matassa che rotola ai piedi della Sacra di San Michele, da Giaveno ad Avigliana, al monte Musinè, lungo la linea ideale che unisce i sette monasteri dedicati all’arcangelo Michele. Un mistero in cui l’autrice Mara Barbara Rosso (ma c’entrerà qualcosa questo nome con quello della protagonista?) ci accompagna con una scrittura vivace e piacevole, che non annoia e che ci strappa sovente qualche sorriso.

 

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Sandrone Dazieri – La danza del Gorilla

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Tutti hanno un Socio cui delegare, anche se capita di rado che sia rompicazzo come il mio.” In effetti Sandrone il Gorilla ha un Socio di tutto rispetto che, in quanto a causargli rogne, se la cava in maniera egregia. E anche in questo nuovo romanzo lo ficca in situazioni imbarazzanti e pericolose.

Sono passati diversi anni, era il 1999, dalla prima avventura del Gorilla, nato dall’estro creativo di Dazieri. Ora il Gorilla vive ad Amsterdam, su una casa galleggiante, con la sua placca di titanio nel cranio, ricordo tangibile di una pallottola. Torna a Milano per la morte di Albero, uno dei suoi più cari amici e da lì parte l’indagine tra un capannone industriale bruciato e un vecchio macchinario per radiografie, tra un ex prefetto, il Ferolli, che è da vent’anni che cerca di mandare il Gorilla in galera e un “Circo” che aiuta illegalmente i disperati.

Vedendo che mi avvicinavo, Ferolli scese dalla macchina aiutato dal suo guardaspalle. Con gli anni era diventato secco e smunto, ma compensava con abiti di alta sartoria che gli davano un’aria elegante. Ma bastava guardare la sua espressione da ratto famelico dietro le lenti scure da vista per capire chi fosse.

La voce narrante è sempre quella del Gorilla, l’unico di cui seguiamo in diretta le azioni passo-passo. Del suo Socio ci dobbiamo accontentare di vedere solo le conseguenze subite dal Gorilla stesso e assistere all’eterna lotta tra le due personalità, una istintiva, ironica e poco avvezza alla violenza, l’altra fredda, spietata, letale. E nel conflitto tra ragione e sregolatezza è difficile stabilire chi sia il vincitore.

 

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Sakuraba Kazuki – Red girls

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Questo romanzo ha il sapore dei lungometraggi anime di Myazaki e compie un viaggio attraverso tre generazioni di donne giapponesi, a partire dal 1953. La nonna, Man’yō, una trovatella che viene cresciuta da una giovane coppia, nonostante quel suo “non so che di inquietante” che la rende “un pochino pochino diversa da noialtri”. Man’yō ha “la pelle nera e fisici robusti” e fa “strane predizioni” perché talvolta riesce a vedere eventi futuri.

Nella vita di Man’yō passano personaggi particolari, come Midori “dagli occhi sporgenti”, detta Telescopio, con la quale ha un rapporto conflittuale che muterà nel corso degli anni. Akakuchiba Yōji, un accanito lettore onnivoro, figlio di una ricchissima famiglia proprietaria della fonderia Tatara, che abita nell’enorme palazzo che sovrasta la piccola cittadina di Benimidori. Man’yō lo incontra per la prima volta per caso, durante un temporale, all’interno di un locale dove aveva trovato riparo e ne fa questa descrizione: “Illuminato dai riflessi della luna che filtravano attraverso il vetro della finestra, il volto bianco di quel ragazzo altissimo simile a una zucca a fiaschetta acerba e rinsecchita seduto di fronte a Man’yō brillò come la muta bagnata di un serpente albino”. Si sposa con lui nell’agosto 1963, in pieno boom economico giapponese, simile per molti aspetti a quello nostrano, dove è sovrana la cosiddetta “trinità”: televisione, lavatrice, frigorifero.

In realtà Man’yō è innamorata dell’uomo di una sua visione, che lei ha soprannominato Monocchio e al quale un giorno riuscirà a dare un vero nome.

La seconda generazione è quella della “pelosa” Kemari, secondogenita di Man’yō.
La piccola palla di pelo la stava fissando con sguardo affilato, e Man’yō lanciò un grido di spavento prima di perdere i sensi e crollare. Tatsu invece non poteva essere più allegra, e nel frattempo aveva già pensato al nome da assegnare alla nuova arrivata. Si sarebbe chiamata Kemari, “palla di pelo””.
La pelosa Kemari crescendo diventerà bella da mozzare il fiato ma con un carattere terribile e insopportabile. Una teppista che gira in moto con la sua gang di ragazze motocicliste, che ama fare a botte e si innamora solo di ragazzi bruttissimi. Kemari è la donna “temeraria e di ferro” che teme solo gli sgambetti delle anime dei defunti.

E infine c’è la terza protagonista, l’io narrante del romanzo.
E così siamo finalmente arrivati al presente. Io, Akakuchiba Tōko, la vostra narratrice, non possiedo nuove storie da raccontarvi. Dico sul serio, nemmeno una. Sono l’indegna nipote di Akakuchiba Man’yō”.

Mi sono divertita ed emozionata a leggere questa storia che ci avvicina a un Giappone che, per molti versi, è attraversato da eventi simili a quelli italiani: il boom economico e la successiva crisi, i problemi ambientali, le lotte studentesche, il bullismo, lo sfruttamento della prostituzione, la disoccupazione, la violenza giovanile, i pregiudizi di genere. E la vivace narrazione di Sakuraba Kazuki, cognome e poi nome, secondo l’usanza nipponica, ti trascina e ti fa amare tutti i personaggi, donne e uomini, pochi esclusi.

 

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Cristina Converso – L’uomo della radura

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C’è chi sostiene che un romanzo, per essere definito bello, leggibile, interessante debba essere lungo almeno duecento, trecento pagine o più, altrimenti non vale neppure la pena di iniziarne la lettura. Ebbene, sono convinta del contrario perché anche in un romanzo breve (o racconto lungo, che dir si voglia) di sole settantanove pagine, si può provare emozione. Ed è quello che mi è capitato con “L’uomo della radura” di Cristina Converso, definito dall’editore stesso “una FIASCHETTA, un formato snello pensato per racconti da leggere in un sorso, è un VERMOUTH, una storia forte, gialla e noir, è un NOVELLO, un testo inedito e contemporaneo”.

Sandra fa la capotreno tra Torino e la Valle di Susa. Evita di guardare la sua “immagine riflessa nei vetri” perché dice: “Non mi piace quell’ammasso ricciuto che mi tiene il cappello sollevato come quello dei clown, odio il mio ingombrante seno, che la giubba d’ordinanza fa balzare all’insù, all’attacco”.

Elisa è una giovane studentessa che Sandra vede sovente e ha notato tra altre decine di studenti. “Eccola lì. Un tantino in ritardo, come sempre. Ultima di un allungato torrentello di adolescenti reduci della mattinata da liceali. Il giubbotto aperto, l’imbottitura pizzicata sotto lo spallaccio dello zaino, richiuso con maldestra attenzione.

Una fermata forzata del treno è l’occasione che fa incontrare in maniera ravvicinata Sandra ed Elisa, due anime simili che si trovano e superano la barriera dell’imbarazzo e dello scarto generazionale grazie a un racconto di vita che ha tutti i sapori del thriller e del mistero.

L’uomo della radura, Vincenzo, è quello con cui ha vissuto Sandra per anni, che l’ha allevata e che “conosceva alla perfezione le montagne, tutte le montagne […] Lui era la sicurezza. Il lago la libertà. Il frassino la profondità.

Ma cosa si nasconde nel passato di quest’uomo? Un crimine, un sacrificio o nulla di tutto ciò? A voi scoprirlo.

 

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