Stieg Larsson – Uomini che odiano le donne

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Niente capita a caso, nella vita reale e nei libri. Soprattutto nei libri dove l’autore è l’unica autorità totale. I casi di violenza su donne sono un tassello che s’inserisce bene nella complicata vicenda delle indagini sulla scomparsa di Harriet. Non svelerò nulla del difficilissimo e paziente mosaico che si crea sotto le mani di Blomkvist e Lisbeth: è un’altra caratteristica del libro da gustare con calma, ammirando con quanta perfezione ogni tessera s’incastri nell’altra, fino a formare un disegno repellente, che ha un suo senso. Tutto viene spiegato, risolto, rivelato, pezzo per pezzo. E nemmeno tanto facilmente o con serenità. Ai due protagonisti non viene risparmiato l’incontro con l’anima nera che sta dietro a quel disegno, l’unica sopravvissuta di un’intera congrega di anime nere piene d’odio per chiunque non fosse loro: donne, stranieri, altri colori di pelle. Suona familiare? Negli anni ’30-’40 del secolo scorso, c’era chi costruiva arringhe deliranti e urlate su quegli argomenti…

Secondo una certa logica, sarà Lisbeth ad affrontare e sopraffare l’odiatore, e al tempo stesso salvare Mikael. Stessa ferocia, stessa spietatezza senza ritorno che erano già emerse nel trattamento riservato all’avvocato che l’aveva aggredita a tradimento. L’odio e il sadismo di questo “nuovo” predatore si rispecchiano e soccombono di fronte alla ferocia e alla determinazione femminili di Lisbeth. “Finché fosse vissuto, Mikael non avrebbe mai dimenticato l’espressione che aveva quando partì all’attacco. I denti erano scoperti, come quelli di un predatore. Gli occhi neri come il carbone e luccicanti. Si muoveva veloce come un ragno e appariva concentrata solo sulla sua preda quando fece roteare di nuovo…”(Stieg Larsson, Uomini che odiano le donne, Marsilio 2012, pag. 533) Nessuna esitazione, nessuna pietà, nessun’altra alternativa presa in considerazione. Alle donne vengono normalmente attribuite caratteristiche positive di dolcezza, di empatia, di desiderio di pacificazione, di ascolto e di accoglienza dell’altro. Il lato oscuro al di sotto viene controllato, tenuto a bada. Quando però, gli argini crollano, e non vengono più  ricostruiti, questo divampa in una furia reale, che non si può fermare. Soprattutto, non è solo fuoco temporaneo. E’ determinazione a sopprimere, con una sua lucidità e calcolo, volta solo al raggiungimento dell’obiettivo: la distruzione dell’antagonista. Quando tutto finisce, Mikael Blomkvist informa Henrik Vanger dell’esito delle sue ricerche, e gli fornisce quelle risposte tanto cercate da oltre quarant’anni. La vicenda si avvia alla conclusione, perché il giornalista deve riscuotere il suo reale premio: Wennerström su un piatto d’argento. Per arrivarci, lui e Lisbeth costruiscono un tessuto di mosse e contromosse abili, al limite della legge. L’atmosfera di odio che era esplosa nel libro nel momento in cui compaiono le donne aggredite e uccise, si stempera un po’ nella risoluzione felice per tutti i protagonisti, o quasi. Quello che non sono riuscita ad afferrare completamente, è il motivo alla base di questo odio per le donne. Forse nemmeno l’autore è in grado di dare una spiegazione, che non sia troppo cervellotica o che non chiami in causa Freud, la psicanalisi, o chissà cos’altro. D’altronde, Stieg Larsson è un giornalista, abituato a esaminare fatti, dati, numeri. Ed è quello che fa anche in questo libro, non solo nella vicenda romanzata, ma riportando all’inizio di ogni capitolo le statistiche agghiaccianti di minacce, soprusi e violenze subite dalle donne in Svezia da parte degli uomini. Un altro colpo allo stereotipo dello svedese freddo, civile, controllato, oltre che disinibito sessualmente. Non ho a disposizione le statistiche delle stesse aggressioni avvenute qui da noi, popolo esposto alla calura del sole e spesso in balia delle emozioni, soprattutto quelle che arrivano dal basso. Tuttavia, da quando ho letto questo libro, mi soffermo a pensare ai motivi che precipitano le relazioni tra uomini e donne nella violenza più dolorosa. Sono gli uomini bestie aggressive, poco controllabili, squali sempre in cerca di sangue? E’ colpa delle donne, di come educano i figli, di come si comportano? Cosa si può fare per evitare questa guerra continua? Oppure dobbiamo accettarla come parte del grande gioco, e diventare più forti e abili possibile per non essere sopraffatti? Sinceramente, non mi sono ancora data una risposta, concreta e non cervellotica. Forse non esiste.

 

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Marco Franzoso – Il bambino indaco

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Ho comprato questo libro un paio di mesi fa, e contrariamente alle mie abitudini, e alla mia lista infinita, ho deciso di farlo passare davanti a tutti gli altri, incuriosita anche dalle parole di Laura del blog La Libridinosa che l’aveva appena letto, e ne aveva l’amaro in bocca. Cosa ho trovato io, in questo libro? Una storia horror. Di quelle in grado di tenerti sveglio e terrorizzato anche in pieno giorno. Di farti avere attacchi d’ansia e ripensamenti quando fai bilanci nella tua vita, o guardi le persone che vivono con te, nella tua stessa casa, e ti chiedi improvvisamente se le conosci, se ne vedrai mai il mostro ottuso, se cambieranno mai, se ti parleranno e ti considereranno sempre senza odio. Nessun vampiro, nessun Freddy Kruger, nessun Jason da Venerdì 13, nessuna creatura aliena dai mondi paralleli di Lovecraft. I mostri di questa storia che ho definito impropriamente horror, sono quelli che dormono nei nostri corpi di esseri umani, di cui dubitiamo persino l’esistenza, e ci rallegriamo quando non ne vediamo traccia allo specchio, e tendiamo a considerarli per questo alla stessa stregua dell’Uomo Nero con cui ci spaventavano da bambini per farci dormire. Spauracchi che non esistono, non sono reali. E chissà poi cosa ci vuole, per farli uscire, sempre che esistano…grandi tragedie, grandi lutti. Oppure, come in questo caso, un evento del tutto umano, normale, quasi banale, ma sempre straordinario ogni volta che si verifica, a tutte le latitudini del mondo.  Carlo e Isabel sono una coppia di giovani uguali a molte altre, che si dividono tra Padova e Treviso, in una relazione gioiosa e pacifica, prima di unire le vite in un matrimonio molto desiderato e visto come il punto di partenza per una vita intera di progetti magnifici. Carlo è un piccolo imprenditore, con i piedi per terra, con precedenti esperienze sentimentali poco felici, e molto coinvolto nell’atmosfera di intimità e di pace in cui Isabel, bella ragazza svizzera dall’atteggiamento consapevole e spirituale, ha saputo accompagnarlo. Quando lei scopre di essere incinta, la perfezione di quel mondo a due è consolidata e cristallizzata. Apparentemente. Una notte, Carlo è convinto di sentire Isabel piangere in bagno, ma alle sue richieste di spiegazione, la moglie non risponde se non veloci rassicurazioni. Da quel momento in avanti, il porto intimo della vita di queste due persone si sbriciola pezzo per pezzo, inesorabilmente. Non c’è verso di fermare la corsa verso la distruzione finale, nonostante tutti i disperati  e tardivi tentativi almeno di deviarla. Non anticipo nulla degli avvenimenti, che si possono anche intuire piuttosto facilmente. L’autore ha saputo raccontarli trasformando la morbidezza delle parole che descrivevano il rapporto prematrimoniale dei due protagonisti, nella successiva incredulità, durezza, odio, cospirazione, dolore, estraniamento che man mano hanno fatto irruzione nelle tre vite coinvolte. Attraverso gli occhi di Carlo, vediamo Isabel trasformarsi in un autentico mostro: non esiste più la ragazza bella, morbida, innamorata dell’arte, studiosa di spiritualità, creatrice di oggetti belli per sé e la propria casa. Muore lacerata dagli artigli del gelido ideale di madre superiore, perfetta accuditrice di un figlio sano e forte, che la porta a isolarsi cieca nella sua fortezza di consapevolezza e a considerare gli altri e il mondo oscure minacce mortali da tenere a bada, a colpi di diete, incensi, meditazioni, rimedi naturali, alimentazione sana e povera. Spinta dal suo desiderio abnorme di essere una madre totale, Isabel diventa cieca e sorda. L’unica cosa che concepisce è che lei, e il marito, devono sforzarsi. Devono dare il massimo, insieme, devono sforzarsi, sforzarsi, sforzarsi. In alcune pagine che raccontano i primi inizi della corrosione della natura umana di Isabel, questa è la parola più usata, e ricorre come un’arma scagliata ad ogni piè sospinto, per soffocare ogni tentativo di comprensione, e di richiesta. Il marito diventa un problema, un aguzzino che non la capisce, che non vuole accompagnarla nella sua missione di proteggere suo figlio dall’inquinamento mortale del mondo, che ha smarrito se stesso e i ritmi della vita. Il figlio diventa un problema, ha bisogno di troppe attenzioni, troppe cose per crescere, spinto da una preponderante fame primordiale. Mentre accusa il mondo di essersi smarrito, Isabel smarrisce se stessa sempre più, fino a prendere decisioni terribili e disumane per il suo stesso bambino. In tutto questo, Carlo assiste quasi cieco e paralizzato. Probabilmente è difficile capire, per un uomo, perché l’istinto di una madre, di solito volto alla vita, segua la direzione totalmente contraria, pur mantenendo la convinzione di agire per il bene.  Pur sforzandosi di aiutare sua moglie e suo figlio, Carlo sembra sempre arrivare in ritardo, e agire sempre troppo lentamente, come se vivesse in un sogno brutto e malsano, dove i movimenti sono appannati e rallentati. Si rifiuta di credere che l’inferno faccia parte della sua realtà, e ci vorrà molto tempo perché lo guardi in faccia, ben oltre il tempo scandito dalle pagine stesse. L’azione definitiva, per una parte della storia, verrà compiuta da un’altra donna, la madre di Carlo, che accetta senza vacillamenti di esporsi ad un danno irreversibile per fermare il cammino impazzito della locomotiva Isabel, senza più controllo.

Come ho detto, questa mi è sembrata una storia horror, una di quelle che mi terrà sveglia, a riflettere. E’ uno dei lati dell’Estate al Femminile, quelli che stanno più volentieri tra le ombre. Non essendo madre, non so capire perché e che cosa, nell’alchimia che trasforma una donna in madre, sia andato storto e si sia pervertito. Posso solo presumere che la terribile “ansia da prestazione” di cui sono generalmente afflitti gli uomini in certi campi delle loro azioni, tenda a colpire in questo modo le donne, soprattutto quelle più esposte e insicure, trasformandole in nutrici cieche e mortali. Mi vengono in mente i centinaia di casi di cronaca, in cui le madri non reggono le pressioni cui loro stesse si sottopongono con crudeltà, e distruggono se stesse e le famiglie che hanno creato. Isabel capisce bene che i ritmi di vita seguiti nell’Occidente non seguono più quelli della vita universale, ma questa sua consapevolezza finisce per alimentare le sue ansie, piuttosto che spronarla a rafforzarsi e a cercare e mantenere un equilibrio spirituale sano. Le viene detto che il suo bambino sarebbe stato una creatura speciale, di qualità superiore, un bambino indaco, e Isabel, nel tentativo di essere all’altezza di questo dono, perde completamente di vista la sua capacità di costruire per proteggere, e si isola, allontanando tutto e tutti. Nel libro, la questione della superiorità del bambino non viene mai affrontata apertamente, né viene smentita, affermando che si tratta di un “normale” essere umano. Tuttavia, non posso fare a meno di domandarmi se, per ogni madre, il proprio bambino non sia in fondo un “indaco”, un essere speciale, a prescindere dal fatto che lo sia sul serio!

Maurizio Blini – La ragazza di Lucento

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Uscito poco prima del Salone del Libro per Fratelli Frilli Editori, questo libro appartiene alla schiera dei “Torinoir”; l’autore, Maurizio Blini, è cofondatore della suddetta associazione, cui appartengono anche Enrico Pandiani, Fabio Girelli, Patrizia Durante, Rocco Ballacchino e diversi altri scrittori.

L’ho iniziato avendo la sensazione inquietante di “dover stare attenta”. Non so a cosa di preciso, ma le sensazioni che hanno l’aspetto di premonizioni non hanno mai un aspetto definito e rassicurante. Ho trovato ad aspettarmi una storia trascinante che mi ha agganciato subito con forza e che non ha mai mancato di disturbarmi, in sottofondo. Un disturbo sottile, non troppo doloroso, ma fastidiosamente irritante, come succede quando si è pizzicati ripetutamente.

Corre l’anno 1990 e siamo a Torino, e più precisamente nel quartiere noto come Lucento, nella zona nord-ovest della città. Un quartiere con una storia antica, che si è tuffata in quella industriale, assumendo i contorni di “popolare”, in contrapposizione a quella borghese e a sprazzi nobiliare del centro. Il poliziotto che ci racconta il libro, Maurizio Vivaldi, è impegnato in un trasloco; o meglio, sta liberando la sua vecchia scrivania nell’appartamento del padre, in procinto di spostarsi in campagna. Si muove lento, un po’ pensieroso davanti a quel taglio con il passato. Mentre libera i cassetti, in mano gli cade un barattolino di vetro. Un innocuo barattolino che contiene una pallina di carta. Un bigliettino di quelli di scuola, per comunicarsi le soluzioni dei compiti, un messaggio di una cotta, uno scherzo? A giudicare dal brivido che gli fiorisce nella schiena, pare qualcosa di peggio. Maurizio piomba nel passato, 16 anni prima, e più precisamente nel maggio 1974, quando quella pallina schizza letteralmente tra i piedi suoi e dei suoi migliori amici dell’epoca, Luca e Franco. Proviene da una delle cantine degli edifici che stanno costeggiando per tornare a casa. Tre ragazzi adolescenti carichi di energia e di sogni, che si buttano a giocare a calcio con quella pallina, emulando i movimenti dei loro calciatori preferiti. Alla fine del gioco, uno di loro vorrebbe aprire quella pallina e scoprire se c’è qualcosa da leggere, ma viene fermato: no, facciamo un altro gioco, una scommessa. Cerchiamo di indovinare cosa c’è scritto, la teniamo chiusa per un po’ e poi la apriamo per vedere chi si è avvicinato di più, vincendo. E’ il nostro segreto!

Sono adolescenti, in perenne ricerca di mistero, adrenalina, novità. Acconsentono. E passano 16 anni, fino a quel momento del trasloco.

Maurizio rintraccia i vecchi amici di un tempo, ormai dediti ad altre vite e strade, li convoca per una serata in un pub per aprire insieme quel messaggio. Sembra una bella occasione per una rimpatriata, no? E magari ci scappa una cena gratis, offerta dai perdenti… Maurizio si induce all’allegria. Il brivido del ritrovamento non è scomparso. È ancora lì nella sua schiena, a ricordargli che c’è qualcosa di disagevole, in quel messaggio dimenticato. Sensazione che verrà confermata e ampliata una volta aperto quel pezzo di carta: era una richiesta di aiuto, da parte di una ragazza rapita e poi scomparsa nel nulla. Un caso che 16 anni fa aveva fatto scalpore, poiché si trattava di una ragazzina dodicenne uguale a chissà quante altre, con un nome dolce come Giulia e con lo zainetto colorato da studentessa, un’amichetta del cuore, tanti sogni e una vita tutta da tessere, che non aveva più fatto ritorno a casa da scuola, improvvisamente. Da un momento all’altro, di lei si perdono le tracce. Gli investigatori non riescono a far luce sul caso, seguono mille piste, tra lo scatenamento dei media che tirano in ballo storie anche imbarazzanti, mentre la famiglia, composta dai genitori e un fratello e una sorella, cade traumatizzata a pezzi.

Quello stesso trauma di rottura si verifica in Maurizio, quella sera. Determina di scoprire cos’è capitato a quella ragazza, e non solo perché è un poliziotto. I sentimenti che entrano in ballo qui sono forti, capitanati da un senso di colpa devastante. Sarà solo, però, nella sua ricerca: i due amici lo abbandonano molto presto. Non vogliono sapere, non sono interessati, non li tocca minimamente quella storia: magari è andato tutto a finire bene e non l’hanno semplicemente saputo. E poi… è passato tanto tempo e nessuno di loro ha voglia di rischiare qualcosa, se non ci fosse stato un lieto fine.

Maurizio si addentra comunque in quella storia dimenticata. Lo affianca Alessandro Meucci, ispettore esperto della sezione omicidi, di buon intuito e grandi capacità. Tra difficoltà, omissioni, reticenze, tentativi di depistaggi, dipanano una storia horror in cui gli orchi si cibano indisturbati e protetti di vite altrui. Maurizio non molla, per quanto angosciato ed esasperato e arriva fino alla fine, scoprendosi cambiato, rafforzato. L’indagine su Giulia ha contribuito all’indagine su se stesso e a fargli superare un confronto quasi sempre deprimente.

Avevo parlato di un disturbo, all’inizio. L’ho identificato come un sussurro stridente che parte in sottofondo, dalle parole e dallo stile dell’autore. Un sussurro che parla di cattiveria, di malignità, di volontà di sopraffazione e di condanna, di gioco crudele con le vite altrui. E’ come se l’autore avesse lasciato aperte le porte di una cantina. Una di quelle cantine che danno direttamente sui lati infernali della personalità umana. Se anche si cerca di ignorarle, loro trovano il modo di farsi sentire… anche solo con un sussurro. O un messaggio accartocciato.

 

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Barbara Fiorio – Vittoria

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Ogni volta che penso a Vittoria, l’ultimo libro di Barbara Fiorio, non mi viene in mente una donna, la protagonista del romanzo, ma lo stato d’animo della Vittoria. Il libro è un canto di vittoria, che parte in sordina, inosservato, trascurato e frainteso, e poi esplode in tutte le sue note gioiose.

All’inizio non è per niente una vittoria, almeno, non c’è nulla che lo faccia presagire. Vittoria è una donna, una fotografa di quarant’anni che vive a Genova, in una bella casa sua e del suo gatto Sugo, e quando si apre il romanzo, ha appena finito una storia d’amore con Federico, tormentato artista alla ricerca di qualcosa. Lui se n’è andato perché lei, con tutto il suo amore, la sua gioia, la sua immensità di donna completa come solo le donne sanno essere, soprattutto quelle che pensano di essere sempre mancanti, non gli bastava più. Lui cercava altro, povera creatura tormentata. Che cosa? Lei sarebbe stata pronta a ribaltare la Via Lattea e un altro paio di galassie per donargliele senza un pensiero, perché avrebbe potuto farlo, per amore.

Vittoria lascia andare Federico, ma si ritrova spezzata. Il suo lavoro di fotografa si è arenato, si trova ad avere problemi seri di mantenimento di sé e del bellissimo e divertentissimo Sugo, il gatto che adora farsi lanciare palline come se fosse un cane con problemi di identità. La sua creatività si è congelata, colpita a fondo dalla sua crisi sentimentale che le ha accresciuto i dubbi e svuotato il portafoglio. E che la mette di fronte anche allo scontro con una realtà lavorativa, al di fuori di casa sua, fatta di aridità, poca voglia di investire sulla creatività e sul progetto di costruzione, e tanto desiderio di sfruttamento del bisogno altrui.

Vittoria, tuttavia, non è sola. È circondata da amiche, soprattutto la magnifica Alice, che sono pronte a sostenerla e lo fanno con forza, gentilezza e costanza. Grazie a loro e alla loro inarrestabile voglia di contribuire a restituirle la vita, Vittoria recupera la fiducia in sé stessa e la sua creatività, passando da una strada quantomeno bizzarra e lontanissima dalle sue corde. Grazie ad un sapiente gioco di amiche che si tengono bordone l’un l’altra per spingerla fuori dal burrone emotivo in cui si è voluta inabissare, Vittoria scopre… i Tarocchi. Non starò a raccontarvi il modo in cui questa donna pragmatica vede il mazzo di carte e come descrive i suoi arcani, perché è troppo divertente, e lo rovinerei. Già solo quella pagina merita l’acquisto dell’intero libro. Leggetelo e, se siete appassionate di Tarocchi come me, vi ritroverete a condividere una risatina di complicità perché almeno una volta avete pensato una cosa simile…

Vittoria si propone come lettrice di Tarocchi, e lo fa unendolo alla sua passione e al suo talento particolari di fotografa. Le persone che vengono da lei fanno tesoro delle sue indicazioni, che nascono dalla sua empatia e dal saper leggere i volti e le espressioni umane, del corpo, degli atteggiamenti. Lei legge le persone, e ne coglie l’essenza e la bellezza. Quelle cose che nessuno riconosce di sé e che non crederebbe mai di avere, nemmeno quando vengono dette. Vittoria fa di più. Coglie quegli elementi nelle fotografie e le mette davanti alle persone che vengono da lei per un consulto.

In questo modo, poco per volta, Vittoria ri-crea sé stessa: un nuovo lavoro, una nuova cerchia di amicizia, una nuova rispettabilità grazie alle persone che aiuta con le sue indicazioni. Federico ritorna a molestare soprattutto i suoi pensieri, perché ancora non si sa spiegare cosa abbia spinto quell’uomo che diceva di amarla ad accantonarla di colpo, per buttarsi sul palcoscenico fittizio di Facebook e di chissà cos’altro. Ma anche questo è destinato a cambiare…

Per questo, e per i mille altri motivi nascosti in queste pagine, dico che questo libro è un canto di vittoria, oltre ad essere la storia di Vittoria. Lo stile è meravigliosamente pieno e leggero, arguto sempre e pesante quando serve. Sferzante e deciso, sempre. E’ un libro da leggere e rileggere, di tantissima ricchezza. E perché no, anche da consultare, talvolta… quasi fosse un mazzo di Tarocchi in forma di libro!

 

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Enrico Pandiani – Polvere

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“Polvere, gran confusione, un grigio salone, in quale direzione io caccerò la… polvere dai miei pensieri?” cantavano i Decibel di Enrico Ruggeri in un’altra vita, ed è un ritornello che mi ritorna in testa prepotente ogni volta che leggo il titolo del nuovissimo libro di Enrico Pandiani. Talmente nuovo, che profuma ancora di stampa e il suo autore sta percorrendo Torino in lungo e in largo per presentarlo a orde di lettori entusiasti.

E tra questi anche la sottoscritta, l’Ex-Furiosa.

Ero impaziente di leggere questo testo da quando a ottobre, Enrico Pandiani ne annunciò l’uscita nel corso di una divertentissima presentazione alla Biblioteca di Rosta. C’eravate anche voi? Tenetevi pronti per il prossimo futuro, si potrebbe, chissà, mah, vedremo, oh, può essere, replicare.

Nel frattempo, se volete tuffarvi in una storia complessa, originale, cruda, rassicurante, molto attuale, senza esclusione di colpi, e naturalmente polverosa, dovete procurarvi questo libro.

Se avete letto la produzione precedente dell’autore, mettete da parte un momento Pierre Mordenti, i suoi italiens, Parigi, il suo senso dell’umorismo, l’”uom di sasso” Le Normand. Anche Zara Bosdaves e il suo irritante padre farfallone, le ore passate davanti a Call of Duty, il suo assistente quasi indispensabile.

Tenete il fascino inarrestabile e il carattere combattivo dei personaggi femminili che circondano il bel commissario italo-francese, il mistero appesantito di dolore degli extracomunitari che ogni tanto increspa la vita di François, il compagno della detective friulana, e spostatevi a Torino, giorni nostri.

No, non andate verso il centro e i suoi portici, i palazzi ottocenteschi, la collina sul Po e dietro la Gran Madre, con le sue iper-ville contegnosamente nascoste dietro alberi e giardini grandi quanto un Parco Nazionale.

Dovete impostare il navigatore verso il nord della città, uno dei quartieri meno eleganti, che quando si nomina da queste parti ottiene in risposta un sorriso tirato di cortesia e un rapido svuotamento dello sguardo: Barriera di Milano. Il nome è associato all’edilizia popolare, a casermoni camuffati da case, un aspetto dimesso, piatto e uniforme in generale. Come se lo si osservasse tramite un velo di polvere, insomma. E’ la stessa polvere che troviamo a casa del protagonista, Pietro Clostermann. La sua unica compagnia include un gatto sornione dal nome imprevedibile di Gatto, e quello che fa per vivere è… non vivere, lasciandosi ricoprire di polvere.

Qualcosa di estremamente grave è successo poco tempo prima nella vita di Pietro, ex-responsabile della sicurezza di una società, che si è visto fermare la vita di botto a causa di una sua decisione azzardata. Salvare qualcuno ha condannato lui, trasformandolo nell’unico capro espiatorio di una faccenda complessa, che alla fine del libro verrà rivelata quasi per caso. Come accade, quando si spolvera a fondo una stanza o un mobile: ritornano in evidenza brillante cose che giacevano nel dimenticatoio.

Quando entriamo in casa sua, però, Pietro è ben ricoperto dal suo strato di polvere esistenziale e niente sembra poterlo riportare fuori. Se non lo squillo del suo campanello. Ci siamo appena abituati a vederlo ciondolare per casa, preparando distrattamente un Harvey Wallbanger (cocktail creato negli anni ’50 dal nome di un personaggio di un film) per sé e un filetto di nasello per Gatto, senza niente di veramente importante da fare, quando suonano alla sua porta. Sulla soglia, una donna anziana, avvolta in una tristezza talmente visibile, da essere diventata il suo vestito e il suo aspetto consueti. Il suo nome è Rosa Massafra, è una vicina di casa di Pietro, e cerca pace per se stessa e giustizia per sua figlia, Silvia Massafra, uccisa in circostanze misteriose un anno prima.

La lentezza delle indagini di polizia sul suo caso, che l’hanno a poco a poco fatta scivolare in un dimenticatoio crudele, anche se non voluto, e l’essere rimasta sola, l’hanno spinta a rivolgersi a quell’uomo che lei non conosce affatto, ma che è convinta che possa aiutarla a uscire dalla sua tragedia personale. Ha fatto qualche domanda nel quartiere, ed è saltato fuori che Pietro Clostermann è “del mestiere”, e quasi sicuramente ha qualche asso nella manica che le può rivelare come e perché sua figlia è stata uccisa.

Pietro non ha intenzione di aiutarla, all’inizio. Vuole solo non-vivere, ricoperto dalla sua polvere. Non è capace, non è “uno del mestiere”, non è Superman, non è nessuno di bravo e competente, non sa aiutare sé stesso, figuriamoci se può fare qualcosa per qualcun altro. L’angoscia dolorosissima e altrettanto silenziosa di Rosa, però, lo hanno smosso ben più di quello che gli piacerebbe ammettere, almeno al momento.

Quasi contro la sua volontà, Pietro si mette in moto. All’inizio si tratta di fare qualche domanda in giro, senza scoprirsi troppo. Non può fare niente di ufficiale, non è un poliziotto e non ha titoli di alcun genere per mettersi a fare indagini. Potrebbe finire in guai ancora peggiori di quelli che ha già sperimentato fino a quel momento. Insomma, che male può provocare mai fare qualche domanda su un caso di un anno prima, che quasi tutti hanno ormai dimenticato?

Un po’ di male, come scoprirà Pietro da vicino, lo fa. E dovrà stare attento, molto attento, che quel male non lo porti ad un capolinea definitivo. L’uomo scopre un intero mondo malato e bieco, dietro certi capannoni del Lungo Dora cittadino, e dietro le apparenze piatte e squallide di certi palazzi, di certe anonime società di import-export. Un mondo che ha le tinte scure e sporche dello sfruttamento della prostituzione, della buona fede di chi cerca una vita migliore per sé e finisce in incubi desolanti e senza fine, di spietatezza senza ritegno, senza limiti. Tutto questo, mentre nella stessa città, nei quartieri e nelle case accanto, altre persone vanno a lavorare, passeggiano per rilassarsi, incontrano gli amici, allevano figli e vivono in famiglia in totale libertà e relativa spensieratezza.

In questo viaggio nel fango umano, tuttavia, non mancano piccole perle lucide. Una bellissima giovane donna dal nome gioiosamente improbabile, che non vi rivelo perché vi rovinerei una grandissima sorpresa, si affianca a Pietro nella sua ricerca dell’assassino di Silvia. Ha i suoi motivi fondamentali, come riscattare un passato angosciante e fangoso. E non solo. Il suo arrivo nella vita di quest’uomo apparentemente finito equivarrà all’esplosione di una supernova e lo vedrete bene, da subito.

Quasi nello stesso tempo, un uomo di colore, Sebastião, entra nella vita di Pietro, poiché la sua ricerca personale s’intreccia molto stretta con le piste seguite dall’improvvisato detective. Tutti e tre, con le loro vite spezzate e ricomposte alla bell’e meglio, s’imbarcano su acque torbide e velenose per rispondere al dolore senza fine di una madre, ritrovare tregua e una nuova dimensione in sé stessi e nel mondo.

Quando entrate in casa di Pietro, scoprirete che non vorrete abbandonarlo più. Lo seguirete nei suoi spostamenti un po’ goffi per la città, gli ricorderete di preparare il cibo del Gatto e vi stupirete, se per caso non si procura le arance per il suo drink preferito. Lo guarderete cambiare, svegliarsi, rispolverare se stesso e i suoi talenti, farete il tifo per lui. Non vi importerà se non sarete coinvolti nelle sparatorie di Mordenti, o nelle scazzottate in cui Zara si destreggia con le sue mosse di aikido. Vorrete solo continuare a seguirlo e sperare che non si cacci troppo a fondo nei guai… La bravura dell’autore, qui, si rivela proprio nel fatto che non sentirete la mancanza di questi altri due personaggi, più forti e reattivi, più brillanti. E nemmeno delle ambientazioni eleganti e profumate dei piani alti, o dei quartieri prestigiosi.

Vorrete, anzi, ascoltare e leggere altre parole, altre storie come questa, capaci di farvi entrare in un’altra città all’interno della vostra città. È normale, però: è solo l’effetto dell’essere esposti allo stile e al flusso narrativo di Enrico Pandiani.

 

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