Giuliana Balzano – Astrid

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Nei quartieri dove il sole del buon Dio
non dà i suoi raggi
ha già troppi impegni per scaldar la gente
d’altri paraggi…

Difficile non pensare a Faber, nel thriller d’esordio di Giuliana Balzano.
Benché vi sia un accenno anche alla Svezia, sono i vicoli e i carrugi di Genova, a rubarne la scena. Non fanno solo da sfondo al romanzo, ma sono essi stessi la perfetta sintesi del romanzo stesso.
Tanti e diversi sono i personaggi che ruotano, in modo più o meno diretto, intorno ad Astrid Berglund la direttrice della fabbrica trovata assassinata nel suo ufficio.

Ma così come per le strade di Genova è facile confondersi, anche io, durante la lettura, ho perso più volte l’orientamento. I dettagli, gli spunti e i particolari fisici e psicologici di ogni personaggio, descritto senza lasciare nessuna caratteristica al caso, si muovono come riflessi di un caleidoscopio in una trama decisamente articolata e ricca.

Il commissario Rielli è alle prese con un turbinio di menzogne, mezze verità, tradimenti e omissioni. Il silenzio e la pesantezza del non detto; del sospetto che si finge verità e confonde, molto spesso, le carte in tavola non solo a chi è chiamato ad investigare, ma anche al lettore.

La fabbrica scena del crimine, salvo rare eccezioni, è popolata da archetipi che rappresentano ognuno quanto di più torbido è presente nella natura umana. Le loro storie, le loro colpe, le vicissitudini, riescono alle volte a far passare in secondo piano l’omicidio, il movente e l’indagine stessa.

Ciò nonostante, l’abilità di Rielli consiste nel tessere in un’unica ragnatela, con le informazioni che riesce a carpire o dedurre. E con la pazienza che solo un ragno può avere, sutura e riprende i fili ove, a causa dell’ennesima menzogna, la rete si spezza.

Alla fine, il vero e unico assassino, non potrà che arrendersi all’evidenza.

 

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Salvatore Basile – Lo strano viaggio di un oggetto smarrito

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L’atmosfera in cui ci si cala, iniziando la lettura, è quella de Il favoloso mondo di Amélie.

Sembra di entrare in una dimensione parallela in cui il tempo si è fermato. Esiste ancora la casa cantoniera abitata dal capostazione che controlla il salire e scendere dei pendolari da un vecchio treno. Una linea ferroviaria che si arrampica sugli Appennini tra cinque piccoli paesi fuori dal mondo, in una regione che potrebbe ricordare l’Abruzzo, divisa com’è tra mare e fredde montagne. Nonostante i dettagli lasciati cadere, come la presenza degli smartphone che riportano ai giorni d’oggi, il libro ha colori caldi e sfumati di una cartolina degli anni sessanta. E in questa altalena temporale si snoda la storia di Michele ed Elena.

Lo strano viaggio di un oggetto smarrito è, infatti, il classico romanzo di formazione. Dall’oggetto smarrito, o meglio ritrovato, inizia il viaggio del protagonista, aiutato dall’amica, verso la propria crescita personale e la maturità, l’acquisizione della forza per affrontare il proprio passato e i propri fantasmi permettendo a sé stesso di far pace e accogliere il futuro, uscendo finalmente da quell’isolamento in cui si era barricato.

Michele è un giovane di trent’anni segnato profondamente dall’abbandono della madre quando era bambino, e l’assenza emotiva del padre per il resto della sua vita.

Elena è una giovane donna che sfida il proprio dolore a colpi di entusiasmo e gioia di vivere. Una bambolina dimenticata in quel treno fuori tempo, è il compromesso che permette a due visioni opposte della vita di potersi incontrare e trovare un punto comune da cui iniziare a curarsi, reciprocamente.
La scrittura scorre veloce, sembra di ascoltare un cantastorie che racconta la fiaba della sera, davanti ad una tazza di tè. A tratti fanno sorridere i riferimenti a film che fanno ormai parte del dna di una generazione, come Harry ti presento Sally, dall’altra quasi commuovono certe frasi sull’amore, simili ad aforismi, che fanno alzare gli occhi dalla pagina e ripensare alla propria, di storia.

La dolcezza della narrazione, infine, fa perdonare anche la prevedibilità di alcune scene e gli espedienti, forse un po’ forzati dallo scrittore, per far quadrare il cerchio sul finale. Nel complesso un buon libro che mi sento di suggerire quando si vuole chiudere il mondo e lo stress fuori dalla porta e ritrovare il piacevole gusto di una storia a lieto fine.

 

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Stefano Bonazzi – A bocca chiusa

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Sin dall’inizio l’ho immaginato seduto ad un tavolo. La stanza spoglia e poca luce che filtra dalle tapparelle, come quando era piccolo a casa dei nonni. Lo immaginavo con uno zippo in mano, una sigaretta accesa a raccontare la sua storia, alle volte facendo anche spallucce, come dire “sì, è successo… ma…”. Come se raccontasse una vita non sua.
Invece era la sua storia, dolorosa e profonda quanto un colpo di macete.
L’autore di A bocca chiusa, Stefano Bonazzi, attraverso la voce del suo piccolo protagonista ti porta all’ingresso degli inferi e, seppur d’istinto vorresti fermarti e fare due passi indietro, ti obbliga a lasciarti trascinare ancora più in basso.

Afa, caldo, dolore, impotenza, speranza, fantasia come via di fuga, silenzio, buio, ombra e morte e ancora più giù.

Il narratore, un bimbo di dieci anni vittima di violenza fisica e psicologica da parte di un nonno-padrone e quasi abbandonato a sé stesso da una madre assente e assorta, mi ha ricordato il Nicolas de La settimana bianca, di Emmanuel Carrère.

Bonazzi indaga, con la stessa maestria, nell’animo del protagonista d nella sua evoluzione/involuzione. La sopravvivenza che passa attraverso la solitudine come rocca di autodifesa inespugnabile, e l’uso e abuso di psicofarmaci, fino all’epilogo quanto mai inatteso e sorprendente. E come il suo collega francese artiglia l’anima del lettore, spremendola a sangue.

Non è un romanzo facile.

Non è una di quelle storie che sfogli a cuor leggero e ti lasciano immagini e profumi nella testa quando, rientrando a casa, aspetti di riprendere il libro tra le mani. È un romanzo dai profumi acri come il sudore che scorre nelle lunghe ore di abbandono che il protagonista subisce, chiuso in un terrazzo al sole in piena estate. Immagini come questa ci indignerebbero anche solo si parlasse di un cane, l’empatia del lettore resta ferita nel profondo quanto quel bambino.

Non è un romanzo facile perché ci costringe ad andare a fondo ad una di quelle situazioni in cui non vorremmo mai entrare. L’autore ci costringe a guardare, a riflettere, ci obbliga a convivere con un finale che ha tutt’altro sapore che il riscatto.

Stefano Bonazzi ci induce a pensare che davanti a storie come questa, restare a bocca chiusa, sia inaccettabile.

Le saracinesche sono state abbassate. La gomma antiscivolo si è deteriorata e il pavimento sembra la pelle di un dinosauro morto, piena di crepe e tagli. Colonie di scarafaggi si muovono al di sotto, è un mondo a parte.
Le giunture sono arrugginite. Le insegne le hanno nascoste con del nastro adesivo nero. I bidoni della spazzatura sono stati svuotati. Adesso, per capodanno, i ragazzi ci gettano dentro i petardi. Ogni anno esplodono lanciando frammenti di plastica muscoli come coriandoli.

 

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Luana Troncanetti – Silenzio

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I libri sono come le persone che incontri.
Con alcuni di essi si entra subito in sintonia, ti sembra di conoscerli da sempre e che abbiano, da sempre, fatto parte di te. Restano accanto, o per meglio dire dentro, anche una volta che li posizioni lì, sulla libreria.
Con altri il feeling tarda a crearsi, alle volte non si riesce proprio a legare. E non è colpa né dell’uno né dell’altro. Semplicemente ci si scopre su frequenze diverse.

Devo ammettere che con Silenzio è andata così. Non sono riuscita ad entrare nelle frequenze della storia. Premetto che nulla di quanto ho provato, addentrandomi nella lettura, è un giudizio negativo.
Come spesso mi è accaduto leggendo romanzi di auto pubblicazione, ho avuto la sensazione che la scrittura risentisse del desiderio di raccontare e dire molto, anche più del necessario. E che sia venuto a mancare quella revisione approfondita che permette ad un diamante grezzo di brillare in tutta la sua perfezione.

Le descrizioni di Roma, poetiche ed incantevoli nelle loro iperboli ispirate, sono contrapposte a personaggi facilmente catalogabili che ricordano un déjà vù. L’accanimento dell’assassino sulle mani è un espediente oltremodo noto, che permette di focalizzare immediatamente il movente. L’ispettore Proietti è caratterialmente e fisicamente fuori dalle righe, ma rientra istantaneamente nei canoni dei suoi colleghi più famosi, nel momento in cui corregge chi lo appella erroneamente “commissario”.

Lo schema della trama, finemente articolato nei diversi ed interessanti intrecci tra i personaggi, necessita a mio sentire, di un più ampio spazio di respiro per permettere al lettore di non disorientarsi.

Resta inteso che si tratta semplicemente di un’opinione strettamente vincolata alle mie sensazioni personali e ciò che sono le mie aspettative nei confronti di un romanzo.
Non ho incontrato in questo libro un amico, ma sicuramente è stata una conoscenza interessante e una storia che merita di essere ascoltata. Tutti i libri vanno sempre ascoltati, magari vanno ripresi in tempi diversi per trovare sensazioni e emozioni diverse.

Alla fine dei conti, seppur grezzo, un diamante resta pur sempre un diamante.

 

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Cristiana Astori – Tutto quel buio

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Da Torino a Budapest.
Due città dall’indiscusso fascino esoterico, unite da un sottile filo di una ricerca: il film Drakula halála.
Un a dir poco originale collezionista torinese incarica Susanna Marino, una trentenne laureata in cinema al DAMS e dalla vita alquanto precaria, di ritrovare il film muto degli anni ’20 che porta per la prima volta sul grande schermo il Dracula di Bram Stoker.

Scomparso in Ungheria nella primavera del 1923, la pellicola è divenuta ossessione per i collezionisti del ramo ma chiunque provi a rintracciarla, o riesca a venirne in possesso muore alimentandone l’aurea di film maledetto.
Ciò che colpisce di questo romanzo è la tinta, la sfumatura più scura di buio con cui il lettore è portato spontaneamente ad immaginare le scene e i dialoghi man mano che si addentra nella lettura. Che sia di giorno o, a maggior ragione di notte, ci si sente costantemente avvolti da ombre inquietanti dove ciò che gira intorno alla protagonista non appare mai certo né definitivo.

La presenza del famoso Vampiro è intrinseca e costante benché non si palesi mai, cedendo le luci della ribalta ai drammi e ai ben più tragici ed efferati crimini perpetrati dagli umani.

Viaggiamo con Susanna e affrontiamo con lei ogni passo e ogni conquista dell’ardua ricerca. Sfidiamo gli ostacoli e le situazioni più impervie di un gioco mortale dal quale però, sembriamo non potere più tirarci indietro. Il nostro sguardo si appanna sotto i colpi della narcolessia di cui Susanna soffre, e respiriamo affannosamente con lei mentre ci perdiamo nei labirinti della Budapest sotterranea.

Tutto quel buio è la quarta puntata della serie, dopo Tutto quel nero, Tutto quel rosso e Tutto quel blu, che vede come protagonista Susanna Marino. La scrittura è avvincente e la trama dosa sapientemente i colpi di scena così da trattenere l’interesse costantemente appeso ad un filo fino all’epilogo. Il solo appunto che mi sento di fare, è che se si incappa in questo episodio senza aver letto i precedenti, la scarna presenza di riferimenti a quanto accaduto nel recente passato della protagonista, rende ostica la comprensione delle citazioni e i risvolti psicologici del suo vissuto.

 

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