Cristiana Astori – Tutto quel buio

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Da Torino a Budapest.
Due città dall’indiscusso fascino esoterico, unite da un sottile filo di una ricerca: il film Drakula halála.
Un a dir poco originale collezionista torinese incarica Susanna Marino, una trentenne laureata in cinema al DAMS e dalla vita alquanto precaria, di ritrovare il film muto degli anni ’20 che porta per la prima volta sul grande schermo il Dracula di Bram Stoker.

Scomparso in Ungheria nella primavera del 1923, la pellicola è divenuta ossessione per i collezionisti del ramo ma chiunque provi a rintracciarla, o riesca a venirne in possesso muore alimentandone l’aurea di film maledetto.
Ciò che colpisce di questo romanzo è la tinta, la sfumatura più scura di buio con cui il lettore è portato spontaneamente ad immaginare le scene e i dialoghi man mano che si addentra nella lettura. Che sia di giorno o, a maggior ragione di notte, ci si sente costantemente avvolti da ombre inquietanti dove ciò che gira intorno alla protagonista non appare mai certo né definitivo.

La presenza del famoso Vampiro è intrinseca e costante benché non si palesi mai, cedendo le luci della ribalta ai drammi e ai ben più tragici ed efferati crimini perpetrati dagli umani.

Viaggiamo con Susanna e affrontiamo con lei ogni passo e ogni conquista dell’ardua ricerca. Sfidiamo gli ostacoli e le situazioni più impervie di un gioco mortale dal quale però, sembriamo non potere più tirarci indietro. Il nostro sguardo si appanna sotto i colpi della narcolessia di cui Susanna soffre, e respiriamo affannosamente con lei mentre ci perdiamo nei labirinti della Budapest sotterranea.

Tutto quel buio è la quarta puntata della serie, dopo Tutto quel nero, Tutto quel rosso e Tutto quel blu, che vede come protagonista Susanna Marino. La scrittura è avvincente e la trama dosa sapientemente i colpi di scena così da trattenere l’interesse costantemente appeso ad un filo fino all’epilogo. Il solo appunto che mi sento di fare, è che se si incappa in questo episodio senza aver letto i precedenti, la scarna presenza di riferimenti a quanto accaduto nel recente passato della protagonista, rende ostica la comprensione delle citazioni e i risvolti psicologici del suo vissuto.

Patrizia Durante – Mani impure

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Un rito.
Una punizione che passa attraverso una lunga e lenta purificazione.
Tutta l’attenzione è sulle mani. Mani che si sono macchiate del peggiore dei crimini.
Mani scuoiate, una tortura che sembra così sofisticata e curata in ogni dettaglio da portare in secondo piano persino la morte del malcapitato. Che poi, detto tra noi, tanto sventurato non è.
Non mi dilungo di più nella trama, perché temo di svelare troppo, perché di cose da raccontare ce ne sarebbero.

C’è una Torino presente fin dal primo capitolo con uno dei suoi scorci più belli e suggestivi: la Cavallerizza Reale, andateci al tramonto e guardatela dopo aver letto il libro e poi mi direte se non sentite un brivido scorrervi sottopelle.
Ci sono i profumi della Provenza, l’aria umida della Colombia di cui ti sembra di sentire anche le zanzare. L’ombra dei Servizi Segreti su una storia tutt’altro che inventata.

La scrittura di Patrizia Durante non si accontenta di mostrarti un immagine, è capace di fartela respirare. Prende una storia scomoda, un argomento scottante di quelli che nessuno legge mai volentieri, e lo fa con quella delicatezza che contraddistingue, credo, la “mano” di una donna. Non hai bisogno di “sguazzare” nella scabrosità, la lascia intendere ed è possibile scorrerci sopra, non senza emozionarsi, certo.

Il commissario Rebecca Messori, determinata e ostinata come sanno essere le donne che si fanno strada in un mondo quasi prettamente maschile. Sposata con due figli grandi e un matrimonio in discussione. Non è difficile entrare in empatia con lei, con i suoi slanci e i momenti in cui ha bisogno di fermarsi e riprendere contatto con se stessa. Capire i suoi dubbi e gli scrupoli. È facile stare dalla sua anche quando sembra, per certi versi, se non giustificare almeno comprendere quello che passa per la testa del serial killer che è tenuta a fermare, e pure in fretta, perché il sangue continua a scorrere più veloce delle lancette. E del sangue potete sentirne quasi l’odore.

E non vi stupite se, alla fine, forse vi ritroverete a capire anche voi le ragioni del killer e per certi versi, di provare compassione.