Luoghi di libri

Ferdinando Salamino – Il margine della notte

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Un romanzo tagliente come un bisturi, o forse sarebbe meglio dire un taglierino, per usare uno strumento tanto caro al protagonista.
Un thriller psicologico di quelli che non lascia spazio al respiro, ma mantiene il lettore sui fili dell’alta tensione dalla prima all’ultima riga.

Un romanzo dai toni grigio neri, una città dove il sole sembra non arrivare e sembra avvolta in una notte continua.

Una malattia che diventa un valore aggiunto del personaggio, perché lo rende più ricettivo e intuitivo rispetto ai crimini su cui si trova ad indagare.

Non è un romanzo facile, e secondo me non è un libro per tutti. Tocca il cuore e le corde di chi non teme di guardare in fondo a quell’abisso che, se lo sfidi, ti guarda dentro. Ti sbatte in faccia una realtà scomoda, quella che vorremmo tutti nascondere sotto un rasserenante tappeto emotivo per continuare a condurre una vita appagata e prima di scossoni. E lo fa senza sconti.

Ferdinando Salamino ha il potere di turbare, scuotere e talvolta di ferire, magistralmente con la sua penna almeno quanto Michele Sabella e il suo taglierino.

 

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Alice Basso – Il morso della vipera

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Dopo cinque anni passati a raccontarci la storia e le avventure di Vani Sarca, Alice Basso affronta una nuova sfida presentandoci un nuovo personaggio: Anita Bo.

Dopo tanto tempo in compagnia di Vani delle sue abitudini e del suo ritmo, possiamo solo immaginare l’emozione della Basso che, con un atto di coraggio ha deciso di lasciare la “confort zone” di un personaggio ormai rodato e tanto amato dal pubblico, per entrare a capofitto in un progetto completamente diverso.

Siamo a Torino negli anni ’30, in pieno Regime fascista e non mancheremo di incontrare le Camice Nere e di poterne ricordare i pensieri e i metodi.

Anita Bo è una giovane ragazza in età da matrimonio, direbbero le nonne. Ma nonostante ci voglia far intendere di essere la classica bella un po’ svampita, di quelle che ti conquistano più per la gentilezza del viso e dello sguardo, che per le conoscenze culturali e scolastiche su cui ha oggettive lacune; durante la lettura ci conquista per il suo sguardo sagace e per quel suo precorrere i tempi rispetto all’emancipazione femminile. Ad Anita, l’essere relegata al ruolo di moglie e madre secondo il diktat del Regime, non va. Nonostante il fidanzato sia quel che si diceva un buon partito, appaia felice di sposarsi con il desiderio di uscire di casa e costruire con lui una famiglia tutta sua, Anita è una donna curiosa e perspicace, chiede tempo: sei mesi per poter lavorare e quindi scoprire la bellezza dell’autonomia che tanto ammira in Candida Fiorio, la sua ex insegnante.

Inizia così la storia, che va inevitabilmente ad intersecarsi a Sebastiano Satta Ascona, lo scrittore a cui farà da dattilografa, uno dei pochi lavori definiti e concessi alle donne in periodo fascista.

Nonostante la scenografia che prende gran parte dell’attenzione del lettore, una Torino che appare diversa nella luce e nei colori. Perché le pagine di un libro racchiudono e mostrano al lettore, colori diversi a seconda del tono dell’autore. Non è la Torino a toni freddi di Pavese, quella che ritroviamo splendidamente rappresentata da Michelangelo Antonioni. È la Torino di un periodo sicuramente grigio e oscuro su cui Alice Basso, pur mostrando una precisa cura e conoscenza dei dettagli indice di uno studio approfondito del tempo, apre sprazzi di umorismo e luminosità. Con l’abilità e la maestria che la contraddistingue, ci porta a vivere e rivivere quei giorni con la piena consapevolezza di ciò che rappresentarono per la Storia, ma senza dimenticare di dare spazio alle risate, alla voglia di vivere e di lottare contro il totalitarismo dell’epoca. Il tutto condito con l’ironia e la sagacia delle battute che sono la sua firma.

Insomma, nonostante la profonda diversità dalle storie e dalle ambientazioni a cui ci aveva abituati, nonostante la nostalgia per Vani e Berganza che un po’ ci resta dentro, Anita Bo e Sebastiano Satta Comesichiama finiranno per conquistare completamente i lettori.

Alice Basso ha fatto centro.

 

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Luca Occhi / Giorgio Ottaviani – Se perdo te

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Dante, a conclusione del suo viaggio, chiudeva l’ultimo verso del Paradiso con la celeberrima frase “L’amor che muove il sole e le altre stelle”.

Ed è l’amore ad aver mosso e aver fatto da filo conduttore alla trama noir del libro di Luca Occhi e Giorgio Ottaviani: “Se perdo te”.

Tomas e Bianca dopo aver avuto una storia ai tempi del liceo, ed essersi persi di vista, come spesso accade quando obiettivi diversi si antepongono ai sentimenti, si ritrovano per caso dieci anni dopo, scoprendo che il loro legame è ancora profondo e più intenso che mai, nonostante Bianca sia sposata con Riccardo Loria, freddo uomo in carriera che nulla spartisce con la moglie. I due riprendono la loro relazione che si rafforza ad ogni incontro, e mentre Bianca decide di fare un breve viaggio nell’America Latina con l’amica di sempre Elena, Tomas ne approfitta per informare la sua migliore amica Katia che, al ritorno di Bianca, le chiederà di lasciare il marito e vivere con lui.

Il destino si intromette ancora una volta facendo precipitare il piccolo aereo da turismo su cui viaggiavano le due donne, nel tentativo di raggiungere l’ultima tappa del loro viaggio: Las Islas, un arcipelago caraibico.
La presunta morte di Bianca lascia Tomas incredulo, attonito, ma soprattutto incapace di rassegnarsi all’idea di averla persa, inizia così a raccogliere informazioni e a condurre un’indagine parallela e propria, nel tentativo di far luce oltre alle formali spiegazioni che lasciano troppi dubbi in sospeso e non forniscono alcuna risposta. Nel frattempo dorme sempre meno, e beve sempre di più. Perde il lavoro e si imbarca a sua volta per un viaggio verso gli inferi alla ricerca non solo di Bianca, ma anche dell’unica ragione di vita che gli sia rimasta.

Amore, disperazione, morte. Sono i tre principali ingredienti di un noir che ci conduce attraverso vite spezzate e desideri infranti. Con la lenta agonia di una ferita incapace di rimarginarsi e di un dolore che, potremmo dire parafrasando: spezza le vene delle mani. Un lento stillicidio della speranza che lascia spazio all’angoscia per raggiungere un finale pressoché inatteso.

 

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Francesco Guccini/Loriano Macchiavelli – Tempo da Elfi

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Casedisopra: un paesino dove il tempo sembra essersi fermato. In provincia della più nota Reggio Emilia, è chiuso su se stesso negli Appennini, dove tutti si conoscono e gli adulti di oggi sono i ragazzini che sono stati visti crescere da chi, oggi, vive l’anzianità con i ritmi lenti e pacifici della montagna.
La tranquillità del borgo però, viene spezzata da due colpi di fucile e il ritrovamento di un cadavere ai piedi di un dirupo. La vittima, sembra essere un elfo: uno di quei ragazzi che, da qualche tempo, sono arrivati ad occupare le case abbandonate del paese e degli agglomerati di case limitrofe, vivendo di pastorizia e piccolo artigianato, in cerca forse di quella pace che nelle moderne città pare dimenticata da un pezzo. Ad indagare Marco Gherardini, detto Poiana: ispettore della Forestale in attesa di capire quanto l’essere assorbiti dall’Arma dei Carabinieri influenzerà il suo lavoro e quello dei suoi uomini, si ritroverà a dirigere un’indagine difficile tra omertà, omissioni e silenzi misurati. E l’ipotesi di un amore.

È un ritmo lento quanto le giornate montane, quello che caratterizza il giallo scritto da Guccini e Macchiavelli. Lento e scorrevole. La sensazione che ho avuto è che la montagna con i suoi odori, le sue regole, “i boschi, lupi e altri misteri” come recita la copertina, fosse la vera protagonista del romanzo e la storia un pretesto per accendere su di lei i riflettori. Di fatto l’indagine dà la sensazione di fare da sfondo dei paesaggi così ben descritti da andare oltre l’immaginazione visiva. I sensi ne percepiscono la forza e la potenza anche con più profondità dei personaggi stessi, alle volte.
Leggere è stato come fare un viaggio fuori dal tempo, godersi i boschi e l’aria tersa per qualche giorno prima di tornare, anche con un certo conforto, al caos di tutti i giorni.

Aprì la porta. Lo accolse un’alba bella, chiara, da estate arrivata da poco. Illuminava il cielo dietro la cima di Monte Paradiso. Qualche minuto e il sole avrebbe sfiorato Picco Alto di Monte della Vecchia, dall’altra parte, a tramontana. Dopo, il sole passava sul Picco Basso.
Fin da bambino e anno dopo anno, Marco Gherardini riviveva così le sue stagioni.

 

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Franco Vanni – La regola del lupo

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Filippo Corti viene ritrovato morto, a bordo del tender della sua lussuosa barca a vela, la mattina del suo compleanno.
Ucciso da un colpo di pistola sparato da distanza ravvicinata.
A bordo della barca del noto imprenditore, quelli che appaiono come i suoi tre migliori amici. Ognuno di loro però nasconde, nemmeno troppo, un valido movente.
Salvatore Cinà, maresciallo dei carabinieri di Bellagio e Steno Molteni, giornalista di un noto settimanale milanese che si occupa di cronaca nera, condurranno due indagini non sempre parallele, per fare luce sui fatti.

È difficile vivere su una barca. L’impossibilità di muoversi liberamente e la mancanza di una vera privacy, le pareti delle cabine sono troppo sottili anche per celare gli incubi, mettono a dura prova anche i rapporti più forti e radicati. Questo non spaventa i protagonisti che compongono le pedine in questo mistero. Invitati da Filippo per festeggiare il suo quarantunesimo compleanno, ognuno dei tre: Marco Michelini, Andrea Castiglioni e Priscilla Odascalchi sono amici d’infanzia della vittima. E i gavoni sembrano non essere sufficienti a contenere il loro rancore nei confronti del vero vincente del gruppo, quello che, nella vita poteva dirsi “arrivato” sebbene a caro prezzo per chi si fosse trovato sulla sua strada.

Franco Vanni conduce l’indagine non solo attraverso i suoi personaggi, chiamati a muoversi tra fatti presenti e passati che si intersecano e confondono. È soprattutto l’analisi della profondità psicologica degli animi, capaci di rivelarsi attraversi riverberi e sfumature appena percettibili, a tessere la trama intricata di questo brillante noir.
Sullo sfondo alle vicende, le linee spigolose di Milano e i toni morbidi e pastello del lago di Como.

Fuggito dalla gabbietta di un’anziana donna, dopo aver sorvolato i boschi rigogliosi del Triangolo Lariano, il cardellino volteggiava nella corrente sopra allo scafo, bianco e immobile sull’acqua scura del lago. Dall’alto, aveva potuto vedere tutta la scena della morte di Filippo Corti, fin dall’inizio. Aveva visto, senza ovviamente capire. Una pura percezione sensoriale, come se a registrare le immagini fosse stata una telecamera montata su un drone, che non rimanda ad alcun monitor.

Fuori dalla finestra la primavera faceva danzare l’aria di Milano. Il polline fitto di Parco Sempione, portato dal vento, vorticava sopra i tetti delle auto parcheggiate e fra i cavi elettrici che alimentavano i tram. Via Mercato, tutta pietra e stucchi, era illuminata dalla luce obliqua del mattino. Sui marciapiedi, gli ultimi irriducibili sudavano nei maglioni di cotone e negli spolverini primaverili. Non volevano arrendersi all’idea che a fine maggio a Milano si sta bene in maglietta.

 

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