Donato Carrisi – Il suggeritore

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Il suggeritore è un romanzone con molti personaggi, una trama fitta di avvenimenti e vicende che devono essere lette con attenzione. Era e sempre sarà un libro attualissimo. Sei ragazzine rapite e mutilate, alcune uccise, sono l’incipit e il filo narrativo di una storia che non dà tregua e che esplora le zone tenebrose della mente di un serial killer; lui è un estremo mentre all’altro capo troviamo una task force di specialisti impegnati ad aggredire il problema con ogni mezzo possibile. L’identità dell’omicida sarà un mistero che spetta al lettore risolvere insieme a quel gruppo di poliziotti che imparerà a conoscere attraverso pagine impregnate di rabbia, rancore e sangue. C’è un aspetto che ho subito apprezzato e che definirei come l’anonimato dell’ambientazione. Carrisi, infatti, ci descrive una città scossa e impaurita da misteriose sparizioni e macabri ritrovamenti senza mai accennarne il nome. Mi piace quando un autore decide di lasciare libertà assoluta al lettore sul come immaginarne ogni quartiere e angolo; un libro scritto su misura per chi lo ha tra le mani. Voglio spendere qualche parole anche su alcuni dei protagonisti partendo dal serial killer: una figura di certo squallida ma che affascina; è lui che conduce il gioco e che ne manovra i meccanismi. Una figura che non si riuscirà mai ad individuare se non alle battute finali e per la quale vi chiederete se esista davvero oppure no. Ci sono poi Goran Gavila e Mila Vasquez che sono i veri leader della task force, nonostante lei sia l’ultima arrivata e subentri solo ad indagine avviata saprà ritagliarsi uno spazio privilegiato. Tenete a mente che la sua grande capacità è quella di ritrovare le persone scomparse. Boris, Stern, Roche, Kreep, Sara Rosa, ecc… si aggiungono come contorno ai due ma non sono da sottovalutare, specialmente l’ultima. Una critica qui la voglio fare. Si percepisce che sono tutti personaggi con una storia più o meno difficile ma non c’è un approfondimento che ci permette di venirne a conoscenza. Avrei voluto che Carrisi esplorasse maggiormente il vissuto degli uomini e delle donne creati dalla sua penna, magari al posto di quei paragrafi somiglianti ad estratti di volumi di criminologia forense che mi hanno poco incuriosito e molto annoiato.

E’ stato interessante scoprire come vengono catalogati gli assassini seriali e addentrarsi nei loro modi di agire. E’ da qui che nasce il titolo del romanzo: il suggeritore è quel serial killer che non agisce mai in prima persona ma, giocando sulla psiche dei suoi ‘discepoli’, inculca in loro la convinzione che uccidere qualcuno per un certo fine sia giusto. L’esempio forse più conosciuto è stato Charles Manson. Donato Carrisi dimostra una notevole padronanza del linguaggio, è perfettamente consapevole di dove vuole arrivare e di cosa vuole scrivere. Sa come depistare il suo lettore: alle volte nella giusta direzione e alle volte su un fuori strada tumultuoso e impervio. E’ meticoloso e preciso, se ripenso a quei tanto odiati ‘passaggi forensi’ di prima devo ammettere che sono sintomatici di una profonda conoscenza della materia. Tutti campi in cui sa muoversi con abilità. Si percepisce lo studio che sta dietro. Le descrizioni penso siano il suo punto di forza, di grande impatto visivo ed emotivo.

Donato Carrisi scrive un grande romanzo d’esordio. Un thrillerone di quelli potenti, cosa che fino alla pubblicazione era appannaggio dei grandi autori americani. Sicuramente non mi metto a confrontarli, laggiù è dove il genere è nato e ci sarebbe ben poca competizione ma Il suggeritore si distingue e reinventa le regole di un gioco fatto di ombre, multiple personalità e incubi abilmente celati. Ho scoperto un ottimo scrittore e capitano che ha saputo guidarmi lungo la prima tappa di un lungo viaggio alla scoperta del noir.

 

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Patrick Süskind – Il profumo

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Mi sono gettato su questo libro non avendo la minima idea di cosa trattasse. Ricordavo sì, di aver letto qualcosa in proposito ma era tutto sfumato e un po’ vago, così mi sono detto: proviamo, magari è un bel romanzo. La trama non spiegava granché, ma prometteva bene. Sin dalla prima pagina mi sono accorto dello stile splendido, la naturalezza con cui le parole sono state depositate sul foglio mi ha sconvolto e catturato. Se immaginate di leggere un romanzo di narrativa leggera scordatevelo subito, Jean-Baptiste Grenouille è un protagonista che non si scorda facilmente, è un protagonista fuori dal comune ed incredibilmente difficile da creare. Di tutto si può dire su questo libro, meno che sia scontato.

Un romanzo pervaso di aromi, di solitudini, di follia. Un connubio tra realismo e fantasia. Definito uno scritto geniale da tanta parte della critica, sicuramente lo è, in particolare nella creazione del protagonista, un reietto della società, un essere che non emana odore umano e non sembra avere sentimenti. Ciò che colpisce di Jean-Baptiste è la sua incomunicabilità con il mondo, un’unica passione-malattia per i profumi e quell’aura di tristezza. Un personaggio cupo, decadente, con tutte le caratteristiche giuste per essere odiato dal lettore nel momento in cui le sue idee strampalate portano ad azioni turpi. Tra le mille sfumature psicologiche create dalla penna dell’autore, fa capolino la malinconia e la vicinanza a questo giovane, la comprensione per il percorso di vita subito che è sfociato in un qualcosa di anomalo. Quanto è cattivo il cuore di Jean? Possiede un cuore dentro a quel corpo che non emana odori? E’ nato con un’anomalia oppure le condizioni in cui è stato dato alla luce ed abbandonato lo hanno reso un mostro? Süskind non propone una soluzione all’enigma, bensì un percorso, fatto di sensazioni, di volti, di morte, di ingiustizie. Non il profumo in senso stretto ma l’odore. L’odore inesistente di Grenouille che con il suo naso ci porta al centro della terra. Sente tutto, come un predatore. Annusa tutto, vive con il suo naso come gli altri vivono dei propri occhi o le proprie orecchie. Non ha bisogno di sguardi, lui annusa e capisce. Percepisce la paura, la felicità, l’ansia e la tranquillità di tutti quelli che gli stanno attorno. Percepisce anche odori che sono al di là dei muri, odori lontani, profumi e puzze, anche l’odore degli oggetti materiali come il vetro o il ferro e tramite il suo naso vive un’esistenza piena. Non è un personaggio che piace e nemmeno che non piace. Essendo senza odore lo percepiamo anche noi lettori come una presenza, ma senza dargli amore o odio.

Il profumo è un racconto molto forte, con dettagli sottolineati per far godere o disgustare lo spettatore, è una storia macabra ma al contempo interessante, che desta curiosità perchè è originale e anche se è chiaro che è un romanzo di fantasia, molte volte ci si chiede: ma può essere una storia realmente accaduta? E’ un filo d’aria che ti entra e ti sconvolge con la sua schiettezza, lasciandoti l’amaro in bocca e la pena per Grenouille, così sfortunato perchè è un bambino abbandonato subito dopo il parto, avvenuto sotto un banco del pesce in mezzo a una piazza; un bambino senza odore, sfruttato, senza mai aver ricevuto una carezza o un gesto di affetto, un bambino nato sotto una cattiva stella. Una lettura dal fascino tenebroso, tinta di giallo e nero, Patrick Süskind è stato paragonato a Umberto Eco e ad un Italo Calvino in nero, il suo stile accurato rievoca perfettamente la Francia del 1700, creando una favola dark nella quale il protagonista cela il desiderio ‘nascosto’ di ‘essere’, di ‘esistere’ ma contro la propria natura non si può andare.

Originale ed intenso. Un libro che può togliere il sonno a chi lo legge. Se la fantasia dell’autore si calasse nella realtà susciterebbe terrore. Con uno stile elegante e scorrevole Süskind traccia il profilo psicologico di un serial killer dopo averne raccontato l’infanzia quasi per provocare nel lettore un moto di pietà e simpatia per l’assassino. Man mano che la storia si snoda l’interesse aumenta e conduce il lettore in un intreccio che lo tiene in sospeso fino all’ultimo respiro. Un libro che sa sconvolgere e accattivare allo stesso tempo.

 

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Mario Calabresi – La mattina dopo

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Resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici riorganizzando positivamente la propria vita, senza alienare la propria identità. Lo so, sembra un corollario matematico per la meticolosità con cui è descritto ma è il primo concetto che mi è venuto in mente fin dai primi minuti di conversazione alla presentazione di questo libro scritto dall’ex direttore de La Stampa e La Repubblica. E’ stato il mio primo approccio con Mario Calabresi, con il suo modo di scrivere e la sua opera. Al di là di ogni orientamento politico inevitabilmente presupposto quando si tratta di giornalisti, questo è un libro che non ha nulla a che fare con le frenetiche dinamiche di un giornale benchè sia, in un certo senso, ad esso collegato. Preferisco dire che deriva da una profonda delusione che il quotidiano ha arrecato alla vita di Mario Calabresi. Direttore de La Stampa prima e de La Repubblica dopo, una mattina si sveglia e improvvisamente gli crolla il mondo addosso: l’editore del secondo quotidiano italiano per diffusione lo lascia letteralmente ‘a piedi’, senza un lavoro per “… disaccordi di vedute”; ecco allora il momento delle domande e dei perché, ecco La mattina dopo.

Tutti quanti ci poniamo un sacco di domande quotidianamente, per 365 giorni all’anno ma in pochi tentano di trovare una risposta agli interrogativi che fin troppo spesso ci tormentano l’esistenza. Ogni cosa che ci circonda è spunto di discussione: un accadimento in ufficio, una battuta con i colleghi, un fatto di cronaca al telegiornale, la lettura della buonanotte ai propri figli e potrei andare avanti sviolinando un elenco lunghissimo. Ma dove sta allora la sottile linea di confine che ci permette di venirne a capo? Nella riflessione. La nostra è ormai una società in perenne ritardo, nel senso che è sempre di corsa, frenetica e agitata che non ci permette una pausa per meditare su quella che è stata la giornata appena trascorsa o anche solo un momento di felicità. Siamo tutti troppo occupati a pensare ‘al dopo’. Proprio a questo fa riferimento Mario Calabresi quando racconta la sua giornata tipo: già dalle prime ore del mattino la sua mente era impegnata a pianificare quella che sarebbe stata la scaletta degli impegni del giorno dopo. Solo quando vedi tutto questo con occhio distaccato ed esterno ti rendi conto della compressione.

Esiste poi l’altro aspetto, quello dell’atteggiamento di fronte alle sciagure che un dio malevolo ha voluto sbatterti in faccia con un tempismo davvero straordinario. Troppo spesso è quello del menefreghismo totale verso la condizione di depressione in cui cade un tuo simile ma che non ti sfiora finchè poi non capita anche a te. E’ proprio questo che tenta di spiegare La mattina dopo, dare risposta a quell’interrogativo che ci poniamo ma al quale non vogliamo e non sappiamo rispondere. Calabresi tenta di farlo lavorando in primis su se stesso riannodando i fili con un passato dimenticato, messo sotto chiave in quel piccolo cassettino della memoria. Lo fa raccogliendo anche testimonianze di vita autentica, di dolore vero, di uomini e donne che si sono visti crollare il mondo addosso e hanno reagito. Delusioni lavorative e amorose, malattie irreversibili e incidenti irreparabili hanno tutti un denominatore comune: il dolore. Quello che ti consuma e invecchia anzitempo. Mario Calabresi si è spostato per l’Europa alla ricerca di racconti che potessero essere scuola di vita per lui e per tutti quelli che hanno perso la speranza. E’ la storia di Daniela ‘la garagista’ ad aver toccato le corde più sensibili dell’Enrico lettore. Daniela era un’atleta vincente, era nel pieno della sua carriera e lanciata verso nuovi traguardi ma per un bizzarro scherzo del destino tutto questo entusiasmo viene spazzato via da un incidente che la priva dell’uso delle gambe. Lo scossone è tremendo, la crisi dietro l’angolo e le certezze che vacillano ti cambiano inevitabilmente; ti chiudi a riccio e rifiuti ogni forma di comunicazione, di interazione e di aiuto. Ma Daniela è una ragazza che ha reagito con la stessa forza di volontà che la contraddistingue come sportiva, ha raschiato il fondo del barile per poi tornare a fare ciò che più amava: stare su quella canoa insieme alle sue compagne.

La mattina dopo è la ricerca di come si può, anzi si deve, affrontare lo strappo; riannodare i fili della realtà è possibile con la volontà e una grande forza d’animo. La riabilitazione passa dunque attraverso due fasi, la prima, quella dell’accettazione cioè riconoscere il dolore per scendere a patti con se stessi, la seconda è accorgersi che, nonostante tutto, ogni cosa che prima ti rendeva felice, ora, la puoi comunque ancora fare, devi solo cambiare il modo di vederla.

 

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Stephen King – Pet sematary

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Qui c’è la storia di un padre, una madre, due figli e soprattutto il gatto Church; un vicino di casa ermetico ed enigmatico, molti camion e un oscuro cimitero degli animali. E’ un romanzo scritto in terza persona con diversi punti di vista ma il vero protagonista è Louis Creed con la sua camaleontica trasformazione e quel cimitero n’è il deterrente. Si insinua nella sua testa un’idea terribile, giustificata da una grossa perdita affettiva che ne offusca la ragione e lo spinge ad una pazzia dilagante. ‘Louis Creed is the new Jack Torrance‘ ma evoluto in qualcosa di dissacrante. Un uomo in perenne conflitto con se stesso, che non riesce a rassegnarsi, ad accettare la morte del figlioletto. Stephen King lo descrive come un uomo distrutto calcando la mano, senza remore, sulla sua sensibilità di padre.

A primo impatto può sembrare una storia nera, e lo è, ma la sua capacità di accostare il reale al surreale è talmente buona che non ci si rende davvero conto di ciò che si sta leggendo se non nelle ultime pagine dove affiorano i veri mostri. Questo sì che può essere considerato un romanzo horror, dalle tinte noir e su cui aleggia un forte senso di perdizione. Emerge la religiosità di Stephen King, la sua cristianità, non a caso ognuna delle tre parti è introdotta con passi parafrasati del Vangelo; è spiccato il timore che ha nei confronti della morte. Il suo è un tentativo di dissimularla. La morale è doppia: con la morte non si può e non si deve ‘giocare’, se lo fai rischi che lei scherzi con te, condannandoti. Se succede, per quanto possa essere difficile e sembrare impossibile, tu devi reagire aggrappandoti a qualsiasi cosa possa tenere acceso un barlume di speranza.

Leggendo più volte e a distanza di anni uno stesso libro si colgono certe sfumature che a 15 anni non si notano perché la vita ha giustamente una prospettiva diversa. Ecco che Pet Sematary si trasforma in un romanzo profondo e riflessivo sul senso della vita ma anche sul tema del fine vita, sulla fragilità umana e la sua capacità di elaborare un lutto. Si può davvero accettare la morte? Se ci fosse una sola, piccola, possibilità che tutto ritorni alla normalità non ci aggrapperemmo ad essa con tutte le forze? In un crescendo di angoscia e terrore, Stephen King ci da la sua risposta.

 

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Stephen King – L’ombra dello scorpione

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Il libro è diviso in tre parti.

Per chi come me ha letto o leggerà l’edizione integrale, il libro inizia con un prologo intitolato “Il cerchio si apre” che spiega, in 4 pagine, come la super influenza sia sfuggita dal laboratorio in cui era stata creata. E’ forse la più importante dell’intero romanzo perchè è qui che vengono descritti tutti o quasi i personaggi principali della storia e il loro modo di vivere dopo la catastrofe. Si fa la conoscenza di Frances Goldsmith, una studentessa universitaria incinta; Harold Lauder, uno studente insicuro, rancoroso e innamorato di Frances; Stuart Redman, un tecnico che lavora in un’azienda che produce calcolatrici del Texas; Larry Underwood, un musicista pop che subito prima dell’arrivo del virus era diventato improvvisamente famoso; Nick Andros, un sordomuto; Joe/Leo Rockway, un ragazzo selvaggio, smemorato e telepatico; Glen Bateman, un anziano professore di sociologia; Nadine Cross, un’insegnante vergine con un oscuro segreto; Ralph Brentner, un panciuto e gioviale agricoltore e Tom Cullen un uomo ritardato ma di buon cuore. Quasi dimenticavo, farete soprattutto la conoscenza dell’Uomo Nero, Randall Flagg. Le sue leggi sono tiranniche, punisce coloro che non le seguono con crocifissione ed altri tormenti. Mi sono innamorato delle loro storie e dei loro volti, astratti ma così reali nella mia mente da poterli immaginare come vicini di casa, colleghi di lavoro o amici. La maestria dell’autore nel renderli così vivi è fenomenale, a volte ti chiedi se per qualche strano motivo non siano realmente esistiti.

Il romanzo continua nella seconda parte con l’intrecciarsi delle odissee dei pochi sopravvissuti, tenuti insieme da un sogno condiviso in cui una centottenne di colore, Abagail Freemantle (nota anche come ‘Mother Abagail’), di Hemingford Home (Nebraska) si propone come rifugio per l’umanità sopravvissuta. Il nocciolo della storia è tutto qui, ogni collegamento, interazione e/o legame per il quale vi siete domandati un perchè avrà una risposta, con non poche sorprese. Sì d’accordo, qualcuno può dire che la prima parte risulta noiosa con molte pagine superflue ma vi assicuro che, se arrivate qui (siamo intorno a pagina 550), vi ricrederete e non riuscirete a smettere di leggere. Nel frattempo un secondo gruppo di sopravvissuti viene guidato a Las Vegas da Randall Flagg.

Ci si avvia alla conclusione con il confronto finale, quando i due campi profughi vengono a conoscenza l’uno dell’altro, e ognuno vede nel suo avversario un pericolo per la propria sopravvivenza. Nell’edizione integrale è presente anche un breve epilogo intitolato “Il cerchio si chiude” dove si rivela quello che è successo a Randall Flagg dopo la battaglia finale di Las Vegas e Stephen King fa riferimento al Ka, argomento ampiamente trattato nella saga della Torre Nera.

Secondo me il RE è uno psicologo mancato, da questa opera affiora in modo prepotente la sua affinità con la materia. Mi ha colpito la sua profonda conoscenza della psiche umana, è in grado di trasmetterla al lettore in maniera fantastica, pulita e limpida con un linguaggio semplice benchè l’argomento sia l’esatto opposto. Con questa storia, Stephen King, mi ha stregato, non è la classica narrazione di una serie di eventi con incroci di vite e personalità. Insomma, se non lo avete ancora fatto, procuratevene subito una copia e iniziate il viaggio, lo ‘scoglio’ delle oltre 900 pagine può spaventare ma non preoccupatevi, quel masso che vi blocca vi sembrerà sempre più piccolo man mano che vi immergerete nelle pagine.

 

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