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Fabio Mundadori – Occhi viola

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In un mondo letterario che è ormai sempre più palcoscenico della contaminazione di generi, Fabio Mundadori spicca con il suo romanzo ‘Occhi viola’ che è allo stesso tempo giallo, noir e fantasy. Un romanzo breve di circa 200 pagine con moltissime comparse a tratteggiare una trama avvincente tra misteri e colpi di scena. Esperienza breve ma intensissima. Esiste tutto un mondo oscuro e nascosto sul quale aleggia un velo di indifferenza e molto spesso di omertà, il mondo satanico, delle sette e di tutto ciò che ne consegue. Il libro vuole essere un piccolo approfondimento sul tema per andare un gradino oltre quello che tutti sanno e conoscono. Fabio Mundadori lo fa con l’aiuto del commissario Sammarchi e ci presenta un romanzo con la prima indagine di una serie a lui dedicata. La sua figura è quella di un uomo tutto d’un pezzo, incredibilmente capace ma bizzarro, un duro solo apparentemente che possiede grande empatia specialmente verso Ranieri: il bambino intraprendente vittima della gilda denominata ‘I legati di Satana’. Alba/Viola è il terzo vertice che permette di chiudere l’enigmatico triangolo dentro al quale si risolverà il terribile delitto.

L’intensità di ‘Occhi viola’ sta tutta nella scelta dell’autore di optare per capitoli incredibilmente brevi che danno l’idea di una trama dinamica ad ampio respiro. Tanti fotogrammi in alta definizione che vanno a pennellare le giuste sfumature di un romanzo facilmente definibile come ‘nero’. Una scelta che permette a Fabio di alternare eventi temporalmente molto distanti: l’avanzare delle indagini da una parte e l’antica nascita della setta dall’altra. Apprezzo molto questo tipo di narrazione perché tiene sempre il lettore sulle spine giocando con tanti piccoli cliffhanger che incoraggiano a proseguire. E non dimentichiamoci che tutto questo avviene in poco meno di 200 pagine, una formidabile capacità di sintesi. Una scrittura fluida ed avvolgente ci parla di misteri e segreti da svelare, di crimini che travalicano il giallo per addentarsi nel mondo esoterico delle suggestioni con elementi horror che restano eleganti anche nella violenza. Il rischio? Mancare di coerenza e creare dei buchi narrativi irreparabili che non ho però notato. L’unica critica, del tutto soggettiva, mi sento di farla sulla lunghezza: avrei voluto si approfondisse il tema esoterico con maggiori descrizioni sulle caratteristiche di sette e congregazioni di questo tipo, un argomento di cui si conoscerà sempre molto poco. Mi rendo conto che una cosa del genere avrebbe appesantito non poco il libro con il rischio di abbandono da parte di molti e quindi sconfitta per l’autore.

Personaggi molto ben caratterizzati e descritti fanno pendere l’ago della bilancia verso gli uni o gli altri e non importa se starete con i buoni o i cattivi perché in ‘Occhi viola’ nulla è scontato e chiunque potrebbe essere eroe o carnefice. Il significato che ho colto dalle sue pagine è quello di non fermarsi alle apparenze, luci e ombre dell’animo umano hanno molteplici forme e piccole sfaccettature non sempre riconoscibili dalla superficie; occorre scavare a fondo ed essere bravi ricercatori con in mano la mappa giusta per evitare di smarrirsi. Uno stile narrativo scorrevole e coinvolgente per un romanzo dalla “vita travagliata” come potrete leggere nella postfazione dell’autore.

Fabio Mundadori ha fatto un ottimo lavoro dando vita ad un noir affascinante e molto dark. E’ stato il mio battesimo del fuoco e ne sono stato folgorato tanto che, mentre scrivo queste poche righe, sto già arrivando alla conclusione del secondo romanzo della serie… ma di questo ne parleremo la prossima volta. Posso solo anticipare che il salto di qualità c’è stato; eccome se c’è stato.

 

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Stephen King – Una splendida festa di morte (Shining)

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Una splendida festa di morte (The Shining) è il terzo romanzo dello scrittore statunitense Stephen King, che arrivò in Italia nel 1978. Rappresenta una delle tappe più importanti compiute dallo scrittore: l’allontanamento dal genere thriller-fantastico e l’avvicinamento all’horror, che raggiungerà livelli altissimi con alcune successive opere. Doveva essere originariamente ambientato in un parco divertimenti, ma durante una vacanza, King e la moglie Tabitha soggiornarono allo Stanley Hotel ad Estes Park, in Colorado, mentre i dipendenti si preparavano alla chiusura invernale e l’ispirazione venne cambiata. La storia è quella di Jack Torrance che ha perso il proprio lavoro d’insegnante di letteratura inglese dopo aver aggredito uno studente, e cerca di portare a termine una commedia alla quale lavora da tempo accettando un lavoro: trasferirsi come guardiano invernale all’Overlook Hotel, un imponente albergo costruito all’inizio del XX secolo che domina le alte montagne del Colorado e situato a 65 chilometri dal più vicino centro abitato. Nell’immaginario collettivo trovarsi di fronte a una situazione del genere suscita grande soggezione: tre persone sole in un hotel sperduto chissà dove per un intero inverno e pochissime possibilità di contatto con altri membri del genere umano. Direi che le premesse per un horror ci sono eccome.

L’elemento soprannaturale non può mai mancare nei libri dello Zio. Se in “Carrie” si trattava di telecinesi qui è qualcosa di diverso dallo spostare gli oggetti con il pensiero. Viene definito come ‘aura’ ed è molto complicato, ogni lettore è libero di interpretarlo a modo suo ma per me è come se Danny (il figlioletto di Jack) fosse a metà tra un sensitivo ed un semplice umano. Leggere nella mente delle persone e influenzarle. King è bravissimo in questo gioco e sembra essere lui a leggere nella nostra mente per scoprire ciò che vogliamo sentirci dire, ciò che vogliamo leggere ogni volta. E sapete che c’è? Fa sempre centro perchè ogni parola scritta ti cattura e conduce nei meandri più reconditi del ‘buio’. Il concetto fondamentale è quello di edificio che ha coscienza: un’idea già esplorata da Edgar Allan Poe in La caduta della casa degli Usher di cui Stephen King è un grande estimatore. Le pagine scorrono veloci in un susseguirsi di atti macabri e di una violenza inaudita che ti accompagnano fino alla fine. La descrizione dei particolari è poi formidabile, sembra quasi di iniziare a sentire delle voci nella testa e chiedersi veramente: “ma sono io il Jack?”. La capacità di rendere terrificante ciò che all’apparenza sembra innocuo è magistrale, avreste mai pensato che una siepe potesse arrivare a fare del male ad un essere umano? Di certo la mente dello scrittore è decisamente contorta e a tratti perversa per riuscire a sfornare certe opere ma che ci volete fare, con ogni romanzo riesce a catapultarti nella sua follia. Una splendida festa di morte (o Shining, se preferite) è il battesimo del fuoco che consacra definitivamente Stephen King ad autore internazionale.

Il così grande successo di questo romanzo deriva anche dal fatto che il RE scrive di se stesso, di uno dei suoi periodi neri della vita: la dipendenza da alcool e droghe e il rapporto tra genitore e figli. Ammette con coraggio di aver creato il personaggio di Jack Torrance ispirandosi alla sua figura. Leggere questo libro significa entrare in casa di uno dei più grandi e prolifici scrittori dell’ultimo secolo. Se conoscete solo il film di Kubrick allora fareste meglio a recuperare anche questo romanzo, non ve ne pentirete.

 

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Stephen King – La zona morta

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Del RE ho letto tanto e nel corso degli anni lo stile narrativo è cambiato, evoluto, mutato, non lo definirei cresciuto, King non ne ha bisogno, ma piuttosto adattato alle richieste del mercato perchè si sa, ormai l’unico modo di sopravvivere in campo editoriale è questo. Ragione per cui ogni tanto cerco qualche vecchio suo romanzo con più suspance che horror vero e proprio, più concentrato sullo stile lento, quasi statico che descrive nei minimi particolari sfumature dei personaggi primari e di contorno. Ho letto così La zona morta per la prima volta rendendomi conto di essere dinnanzi ad uno dei pilastri sui quali Stephen King ha eretto la propria carriera.

La storia è quella di Johnny Smith, insegnante di liceo di una piccola città del Maine, che resta gravemente infortunato in un incidente stradale che lo lascia in coma per 5 anni. Quando si risveglia, scopre che il mondo e la sua vita sono cambiati: la sua fidanzata Sarah ha sposato un altro uomo ed ha avuto un bambino e sua madre è diventata una fanatica religiosa; scopre inoltre che ha acquisto il potere della chiaroveggenza: toccando altre persone riesce ad avere visioni del passato, presente e futuro ma, a causa della sua “zona morta”, alcune parti delle visioni restano oscure obbligandolo ad immaginarsi alcune cose partendo da quello che succede nella realtà.

Cos’è dunque la ‘zona morta’? È una zona del cervello non attiva, un relè mal funzionante, che si trova nella testa di Johnny Smith. Con questa capacità la sua vita sarà stravolta, una facoltà la cui natura benefica vacillerà sempre di più, un dono o una maledizione? L’evoluzione psicologica del protagonista è tutta qui: da ragazzo semplice e simpatico, inizierà a mutare le proprie convinzioni, inizierà ad avere sensi di colpa quando scoprirà che la madre è diventata una fanatica religiosa, fino a dubitare della propria sanità mentale, delle scelte estreme che compie a fin di bene. Johnny è l’incarnazione delle nostre più profonde incertezze riguardo il male a fin di bene, le conseguenze delle nostre scelte, la natura empia o benefica delle facoltà che un uomo possiede in più rispetto agli altri. Chi lo conosce e lo legge abitualmente lo sa, l’autore ha un risentimento contro la religione, soprattutto contro il fanatismo ben visibile nei suoi personaggi, molto spesso negativi e appunto fanatici. Anche qui, la madre di Johnny, pur non essendo qualificabile come personaggio negativo, presenta questo particolare carattere che causa numerose difficoltà alla famiglia. Il romanzo, come spesso accade quando si parla di King, riesce ad essere di un’attualità disarmante pur essendo stato scritto sul finire degli anni settanta e lo stile lascia senza respiro fino all’ultima pagina, permeando ogni singola riga con un senso di inquietudine e di tensione unici. Non ho mai capito il motivo per cui questo libro venga spesso bistrattato, sottovalutato e poco citato dai fans che lo segregano ai margini di una letteratura già difficile da amare e capire. È un’opera triste, colma di nostalgia, che racconta le sfortunate vicende di un amore non appieno corrisposto e un fatalismo che lascia l’amaro in bocca con il suo finale straziante e senza veli.

 

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Stephen King – Ossessione

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E’ il primo libro scritto sotto lo pseudonimo Richard Bachman e destinato alla sezione economica di qualche stazione per autobus e zone di sosta sulle grandi autostrade. Non vide lo straccio di una promozione e il prezzo era davvero effimero: 1 dollaro e mezzo. D’altra parte nessuno aveva mai saputo dell’esistenza di tale autore e infatti il successo arrivò solo nel 1985 quando tutti i libri di Bachman uscirono in raccolta con il nome di Stephen King. Si tratta di un romanzo semplice e ancora acerbo nel lessico ma molto duro, disperato e crudo. Lo stesso autore non lo ama come afferma nelle introduzioni di altri suoi romanzi firmati con pseudonimo e considera un bene il fatto che sia fuori commercio. Già, quest’opera è fuori catalogo ormai da diversi anni non solo negli States ma in tutto il mondo, a causa della tematica scomoda che vuole affrontare.

Il libro è una metafora perfetta della condizione di vita di moltissimi giovani adolescenti che probabilmente si rispecchierebbero nella personalità del protagonista, nelle sue turbe interiori e nei ricordi di un passato non proprio felice con miriadi di segreti che devono essere taciuti per non essere vittima del ‘branco’. Il bullismo è una piaga che dilaga ancora oggi, con più forza di ieri e che porta in molti casi alla morte. In Italia attraverso il suicidio, sempre in aumento; invece negli Stati Uniti bisogna fare i conti con le armi e le stragi nelle scuole, proprio come King racconta. Se da una parte è una sorta di denuncia nei confronti di una società ormai troppo malata, dall’altra potrebbe essere un aiuto ai molti adolescenti che sono vittima di soprusi. Posso citare un paio di casi estremamente simili alla storia che ho letto e che mi hanno personalmente sconvolto. Il primo in California nel 1988, a San Gabriel lo studente Jeffery Lyne Cox irruppe nella classe armato e tenne in ostaggio i suoi compagni per ore senza fare vittime. Quando fu arrestato dichiarò di essere stato in parte ispirato da Ossessione. Il secondo, forse ancor più raccapricciante per la somiglianza, a Washington, nel 1996, quando Barry Loukaitis entra in aula e fredda l’insegnante di algebra insieme a due studenti e dichiara: “Questo batte algebra sicuramente, non è vero?”. E così Stephen King decise di togliere dal mercato il libro, “una cosa dovuta” spiegò ma sottolineando come un’opera letteraria non può considerarsi causa principale di crimini che hanno radici più profonde nella società. Da quel momento non scrisse più opere che potessero fornire spunti a soggetti psicologicamente disturbati.

E’ quasi impossibile dare un’opinione libera e oggettiva su questa opera, in un modo o nell’altro si è condizionati da tutto ciò che è il retroscena e che passa sicuramente in primo piano. Ho divagato, sono uscito forse da ciò che sono i confini di una recensione letteraria ma era inevitabile. In generale però il libro è piacevole alla lettura, scorrevole e lo si finisce senza blocchi. Un King dei tempi universitari, ancora molto acerbo e graffiante. Una lettura necessaria per riflettere sull’importanza che diamo alle cose, ma soprattutto alla vita.

 

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Stephen King – Le notti di Salem

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Le notti di Salem (Salem’s Lot) è un romanzo horror scritto da Stephen King e pubblicato in Italia nel 1990. La casa editrice ‘madre’, la Doubleday, sottopose il libro ad un pesante lavoro di editing per rimuovere le parti più forti, a cui l’autore all’epoca non poté opporsi. Quella che noi leggiamo oggi è quindi una versione ridotta e tagliuzzata, in un certo senso sminuita di quella che doveva essere la Storia di vampiri secondo Stephen King. Il romanzo vendette solo 19mila copie nell’edizione rilegata, ma il successo esplose con l’edizione economica, che vendette più di tre milioni di copie. Scrivo questa recensione dopo la seconda lettura, soprattutto perchè non mi ricordavo del libro. La storia, i personaggi e le vicende erano tutte avvolte da uno strato di nebbia che non mi faceva mettere a fuoco la trama; sì, sapevo che si trattava di una storia di vampiri in una piccola cittadina sperduta nell’america ma stop. Probabilmente anni fa nemmeno mi era piaciuta.

Siamo nel Maine, nell’immaginaria cittadina di Jerusalem’s Lot (chiamata “il Lot” dagli abitanti), denominazione particolare, tanto quanto divertente è la sinossi di questo nome che avrete il piacere di scoprire (vi dico solo che si parla di maiali). Ben Mears torna nella città natale 25 anni dopo e diventa amico dell’insegnante di liceo Matt Burke. Intraprende una relazione sentimentale con Susan Norton, una giovane laureata. Inizia così a scrivere un libro su ‘Casa Marsten’, una magione abbandonata che gli causò molti incubi dopo una brutta avventura vissuta da bambino: infatti per far parte di un gruppo di ragazzi doveva eseguire una prova di coraggio, ovvero entrare in casa Marsten riportando un oggetto che testimoniasse il suo atto di coraggio, solo che durante questa bravata vide il signor Huber Marsten impiccato che lo fissava con gli occhi sgranati. Uno shock terribile per il ragazzo. La dimora dei Marsten è maledetta, si dice che al suo interno vaghi lo spirito del suo proprietario morto suicida dopo aver ammazzato la moglie. Questa prima parte del libro è molto descrittiva dei luoghi e delle personalità degli abitanti del Lot e già si intuisce l’impronta molto gotica che autori come Stoker e Lovecraft hanno avuto sulla formazione letteraria di King. E’ tutto molto affascinante, attraente, quasi come una bella donna dai lineamenti e dalle fattezze molto delicate che nasconde però un orribile segreto inconfessabile.

Non ho mai apprezzato storie di vampiri e licantropi, le trovo tutte uguali e ripetitive ma qui siamo di fronte a qualcosa di diverso; non è la solita solfa della teen-ager umana che si innamora del belloccio della scuola, che in realtà è un vampiro ultra centenario e che cerca di farsi trasformare per rimanere con lui fino alla fine dei tempi (ogni riferimento a Twilight è puramente casuale). No, qui la storia è veramente terrificante e il mostro (Barlow) è davvero spaventoso, capace di compiere atti sanguinosi con estrema lucidità. Un vero anticristo. E’ tutto raccontato con estrema maestria, King riesce ad accerchiarti e penetrare nei meandri più bui del tuo cervello per risvegliare paure oscure che nemmeno sapevi di temere. Posso però dirvi che il finale è molto agrodolce, molto misterioso che lascia aperta la porta a moltissimi scenari differenti. D’altra parte, quale libro del RE non si conclude in questo modo? E’ il suo stile e per sua stessa ammissione: “… voglio che ogni lettore si immagini il finale che preferisce… “. Nonostante fosse una rilettura sembrava la prima volta, tanti particolari nuovi, tanti intrecci di cui non avevo memoria, tanti personaggi conosciuti e che mi porterò nel cuore per molto tempo, tanta ma proprio tanta sostanza. Per quasi la totalità dell’opera sembra di leggere una poesia, un lessico forbito e a tratti quasi ottocentesco soprattutto nella descrizione del Lot, intesa come descrizione della vita quotidiana della gente che ci vive. Ringrazio King per questo meraviglioso racconto, sicuramente il più dark della sua intera produzione letteraria.

 

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