Mirko Zilahy – Così crudele è la fine

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Mi chiamo Enrico Mancini e sono un poliziotto. Un profiler. Il mio lavoro è dare una forma al buio, dare un’identità a chi per averne deve uccidere. Il mio lavoro è attraversare lo specchio oscuro per dare la caccia ai riflessi del Male.

In queste poche righe è racchiuso tutto il senso del romanzo. Con immensa tristezza nel cuore ho incontrato Enrico Mancini per l’ultima volta. Il nostro saluto è stato struggente. Come struggente e dannatamente intenso è stato il mio viaggio con lui grazie alla voce, che ormai sento e faccio mia, che è quella dell’autore Mirko Zilahy. Con questo si conclude la trilogia degli Spettri che ha visto protagonisti assieme a Mancini e alla sua formidabile squadra, tre temi principali: GIUSTIZIA, REALTÀ E IDENTITÀ.

Ed è proprio l’identità il tema cardine dell’ultima avventura del nostro bel tenebroso commissario che troviamo ancora in evoluzione; d’altronde lo è fin dal primo romanzo.

Sebbene con una luce diversa, con una rinnovata energia, Mancini è sempre alle prese con il suo passato, con i ricordi della moglie che non c’è più, con i suoi sensi di colpa, con gli spettri dell’anima, ancora così presenti in lui da non permettergli di vivere appieno l’oggi che gli sta offrendo un’opportunità per riscattarsi, per trovare finalmente la sua identità.

E allora, ancora una volta, Mancini si butta nel lavoro che è la sua unica vera certezza. In una Roma sempre protagonista, questa volta una Roma archeologica fatta di vicoli, di cunicoli e percorsi sotterranei sconosciuti ai turisti e agli stessi abitanti, si nasconde un’ombra che semina terrore e morte nella città. “Dal fondo dello scavo abbandonato, una forma scivola fuori. Si arrampica, circondata da marmi puntati di muffe, fiutando l’aria fresca della notte. Supera un gruppo di mezze colonne e lancia uno sguardo giù nella fossa..”.

Mancini è come sempre supportato dalla sua fidata squadra, che troviamo ancora più caratterizzata, più intima, con storie personali che si intrecciano e che aiutano la coesione sempre più forte tra i membri. Storie di identità anch’esse, di ricerca di un proprio preciso ruolo nella vita. Storie di sguardi nell’abisso dal quale spesso ognuno di noi è attratto, ma che in qualche modo per fortuna riesce a rifuggire.

Mancini stesso, con l’aiuto di una psicologa, sta cercando di emergere dal suo abisso, di guardare di nuovo quello specchio che forse può aiutarlo a ritrovare se stesso.

E parlando di identità, chi è il killer degli scavi? Cosa lo spinge ad uccide le sue vittime così lentamente e crudelmente, perché le osserva morire? E perché la scelta di siti archeologici così belli e ricchi di storia e arte come il Teatro di Marcello, il Portico d’Ottavia, ma anche i cunicoli sotterranei sotto la Fontana di Trevi? Un pezzo di carta con due iniziali in maiuscolo, trovato nascosto come messaggio misterioso dal professor Biga, suo maestro, mentore e “padre”, è forse ciò che lega le vittime tra loro. Biga purtroppo è costretto in un letto d’ospedale, in lotta per la vita e non potrà essere d’aiuto ad Enrico questa volta.

Con la sua ormai nota caratteristica di scrittura che passa, a seconda della necessità narrativa, dallo stile essenziale e spigoloso, alla prosa stilistica dai tratti più morbidi e descrittivi, l’autore ci trasporta ancora una volta nel suo mondo, nella realtà talvolta distorta da una lente di ingrandimento che deforma ciò che crediamo di vedere. O semplicemente ci porta davanti ad uno specchio che va a scavare nella nostra psiche e a quella dello stesso killer, alla ricerca, anch’esso, di una sua identità, perché in fondo gli uomini “Nella morte trovano l’identità. La troviamo tutti. Anzi, è l’unico modo di trovarla. Solo in quel momento, nella nicchia, sottoterra, o sul tavolo autoptico, sono veri, sono UNO. Nella morte c’è la loro identità, l’unica possibile.

Sappiate che, usciti dall’abisso di questa storia, ancora una volta, vorrete ritornarci. Non saprete più distinguere il Bene dal Male in modo così netto. Nelle storie di Zilahy non è mai facile odiare il carnefice, mai! Questo è quello che per me è l’effetto Zilahy. Quando ho bisogno di uscire dalla mia realtà, che a volte mi sta stretta, vado a tuffarmi nella realtà inafferrabile raccontata da Mirko. So già che arrivo ad un certo punto e rallento volutamente la lettura, per non dover salutare i personaggi e il mondo al quale, inevitabilmente, ogni volta mi affeziono. Una delle rare volte in cui mi capita di chiudere il libro, baciarlo e salutarlo come fosse un amico in partenza che non rivedrò più.

 

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Davide Pappalardo – Che fine ha fatto Sandra Poggi?

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Pensi di capire gli altri, ma non hai capito nemmeno te stesso. Vedi, nel mondo vaghiamo tutti uguali. Tutti omologati. Tutti simili a biglie di vetro che sbattono l’una contro l’altra e si confondono. Il bimbo che le muove, magari, ha appioppato un nome a ognuna di loro, ma alla fin fine sono tutte uguali e non sa più riconoscerle. Anche se prendono direzioni diverse, le biglie fanno gli stessi movimenti e, se nel pavimento c’è una pendenza, si incanalano verso un unico punto. Io sono una biglia diversa, magari mezza rotta, il vetro sarà pure scheggiato, ma prendo la direzione opposta da quella della massa. Seguo il mio istinto. È facile, ma ci vuole il coraggio di abbattere la gabbia che ci siamo costruiti con le nostre mani. Gli agi, le abitudini, la Fiat presa a rate, il mare in Liguria, la casa di tot metri quadri, lo stipendio a fine mese, la famiglia. Tutti incapsulati. Tutti uguali. E tu sei come loro. Sopravvivi, ti trascini ma non vivi.” (cit. Sandra Poggi)

Di ritorno da un viaggio nel tempo nella Milano del 1973, passando per Bologna e Venezia, quasi come in uno di quei vecchi film polizieschi, eccomi a descrivere i miei pensieri su questo secondo romanzo di Davide Pappalardo, dove incontriamo di nuovo quel simpatico, scalcagnato personaggio che è Libero Russo, un investigatore privato un po’ sui generis, siciliano, trasferitosi al nord, nostalgico della sua terra. Lo ritroviamo più pulito, quasi più serio e responsabile (sto forse azzardando) rispetto a quando l’avevamo lasciato in “Buonasera, signorina”.

Uno stile un po’ cambiato, forse più posato, quello dell’autore, che mantiene il suo tono scanzonato, il suo cinismo e il suo lato burlone. Anche per questo romanzo non darò un’etichetta di genere perché non si può definire noir, giallo o hardboiled, ma una miscellanea di tutti e tre.

Dalle finestre e dai locali le canzoni di Buscaglione fanno da sfondo alle vicende dal fare strampalato del nostro investigatore che riesce sempre, suo malgrado, a ficcarsi in qualche faccenda losca e in guai da risolvere, con tipi poco raccomandabili. Nientemeno, stavolta dovrà dare la caccia ad una giovane, evanescente figura femminile che risponde al nome di Sandra, (o forse ad altro nome?) una tipetta piuttosto conturbante, personaggio interessante che riuscirà ad ammaliare, non potevamo avere dubbi, anche il nostro Libero.

Al centro c’era una fontana. Lei ballava da sola, lì. Nei pressi di quella pozza di marmo. Danzava un ballo senza musica. O forse la Musica era il vento che le faceva svolazzare quel vestito blu e giallo. Le livree del pesce angelo imperatore. Cantava ‘Un bacio a Mezzanotte’.

Ragazza sfuggente e pericolosa, spirito libero, Sandra, con il suo fare camaleontico riuscirà a farsi trovare e poi di nuovo sfuggire dalle mani di Libero, in un avvincente gioco di guardia e ladri. La spalla robusta e non sempre richiesta dello storico ex collega poliziotto, Marione, è un punto di forza della narrazione, ma la protagonista indiscussa è sicuramente Sandra, sebbene paradossalmente sia fisicamente poco presente nel romanzo!

Perché sfugge? Perché è così pericoloso per Libero averla vicino? Cosa c’entrano con lei i movimenti neo fascisti (non a caso ci troviamo negli anni caldi della politica sociale) e uno strano strizzacervelli? E perché per trovare la ragazza quel tipo losco e misterioso ha contattato proprio Libero?

Non posso svelare nulla della trama perché toglierei tutto il gusto delle sorprese che si rivelano quasi alle ultime battute, passando da personaggi con importanti incarichi sociali ad altri provenienti dai bassifondi: ce n’è per tutti i gusti!

Lascio dunque a voi tutte le risposte, se mai le troverete realmente e vi invito a scoprire… Che fine ha fatto Sandra Poggi!

 

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Ferdinando Salamino – Il kamikaze di cellophane

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Esistono due tipi di mostro: quelli che divorano qualunque cosa attraversi loro la strada e quelli che scelgono una vittima. I primi sono guidati dalla propria natura e dalle circostanze. Uccidono e distruggono perché è quello che sono e l’unica cosa che occorre loro è un’occasione per liberare i propri istinti. Poi ci sono gli altri, quelli che desiderano una persona sola. Ne sono ossessionati, la cercano e la braccano, fino a quando non riescono a possederla e, nel farlo, la annientano.

Se pensate di leggere il solito thriller psicologico allora non leggete ciò che scriverò qui. L’incontro virtuale e fortunato con questo autore esordiente mi conferma, ancora una volta, di quanti diamanti allo stato grezzo ci siano da scoprire e da valorizzare in questa giungla del mondo editoriale, che sforna libri come fossero biscotti.

Voglio parlarvi di questo ragazzo, Michele Sabella, nato e cresciuto in una famiglia in cui il padre spesso ubriaco, donnaiolo e malato del gioco, riempie di botte la madre, che pur di salvare il figlio dallo stesso destino, subisce in silenzio. Un ragazzone di un metro e novanta, un po’ impacciato nei modi, timido, silenzioso, bullizzato dai compagni di scuola; ama i libri e i fumetti dei supereroi, nel cui mondo spesso si rifugia. Una banalissima, sebbene triste, storia di famiglia sfasciata e di violenza domestica, direte voi. Ebbene sì è così. Ma è da qui che parte la storia della graduale metamorfosi di Michele raccontata da lui, in prima persona, come un diario dell’orrore, dove esprime tutti i pensieri e deliri più profondi della sua mente in un alternarsi tra presente e passato. Il presente è quasi claustrofobico: in una stanza, ha di fronte a sé la vittima in preda a spasmi di dolore per le torture che gli sta infliggendo e gli parla perché quella bestia deve capire il motivo per cui morirà o moriranno (ancora non ha deciso) . E il bello di tutto questo è che, fino alla fine, non sapremo chi sta subendo queste atroci sofferenze. Faremo congetture artificiose, crederemo fino all’ultima pagina di esserci arrivati, di aver capito tutto, dicendo “ma sì è palese!”. Un thriller al contrario: conosciamo il carnefice, ma non la vittima!

Il passato, un passato molto recente, è il racconto della sua vita rivolto a noi lettori come un diario appunto. Tra i vari aneddoti familiari racconta un avvenimento che forse è stato il fattore scatenante di tutto, una terribile decisione presa da.. “l’uomo che avrebbe dovuto chiamare papà, ma per lui era solamente ‘Ypsilon'” : tutti i libri di Michele dovranno essere buttati! Non ci sarà più nessun libro nella sua stanza. Il sentimento di orrore e di ingiustizia si alimenta nel cuore di Michele e cresce sempre di più. Per difendersi da questo ulteriore dolore, la psiche delicata di Michele crea nel ragazzo una sorta di demone, come uno strato di cellophane, una bestia autodistruttiva che gli impedisce di provare emozione e di soffrire, costituendo una personalità poliedrica.

Col cellophane arrivano i deliri, le voci nella testa, sguaiate e ossessive che sussurrano, consigliano, pretendono.

Personalità in alcuni tratti fredda, calcolatrice e geniale, in altri visionaria, schizoide, borderline o chissà che altro, che tra allucinazione e realtà si autopunisce provocandosi lesioni con le lame di un rasoio.

Sento gli strati di cellophane avvilupparsi attorno al cuore, spire di serpente che soffocano la coscienza e la nascondono alla vista.

Chiaramente Michele finisce in un centro di recupero mentale nel quale conoscerà una ragazza anoressica, Elena, che sarà per lui la ragione principale per guarire ed uscire al più presto da lì! Il rapporto tra i due è descritto con una prosa che passa dal poetico al cinico, dal sensuale al barbaro, in una splendida altalena di equilibrio e squilibrio. Elena è una fata nera, nei suoi occhi profondi si vede l’abisso e, si sa, che se guardi troppo l’abisso, lo stesso può attirarti a sé senza scampo. Michele si farà attirare e deciderà di essere il Kamikaze disposto a tutto pur di salvarla da quella presenza oscura che lentamente la sta distruggendo. Riuscirà a salvarla e a salvare se stesso? Uno stile di scrittura acuto, a tratti didascalico, ma mai pesante, ironico e divertente oltretutto. Gli occhi scorrono tra le pagine, avidi di conoscere e aprire le serrature nascoste della verità, tra bene e male, tra rinascita, perdono e vendetta. È tutta una questione di equilibri, sempre così fragili, delicati e ai limiti di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. Credete che alla fine sarete in grado di condannare o assolvere? Io sono certa di no. A voi comunque la decisione.

Un’ultima cosa, un avvertimento di Michele: “Non affezionatevi a questo spilungone strampalato, al quale il croupier ha servito una mano di carte davvero di merda. Forse provate un po’ di pena. Ebbene, ricordatevi chi sono. Non dimenticate il rasoio”.

Un grazie sincero all’autore Ferdinando Salamino. Sapendo della sua professione di psicoterapeuta avevo il timore di trovarmi a leggere un saggio. E invece ammetto che in questo romanzo il pathos non manca mai ed è rappresentato sotto ogni sua più dannata forma! In attesa di un seguito, io non potrò mai dimenticare quel ragazzaccio di Michele Sabella!

 

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Massimo Tallone – Non mi toccare

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Come accade con le lingue di fuoco nel camino, scoprii che anche il movimento del cielo attira lo sguardo e non stanca mai. Da quando ero in casa di Susanna, la vetrata era lo schermo sul quale vedevo di continuo quei film privi di trama, ma con moltissima azione.

Quando finisco di leggere un libro di un certo spessore narrativo, amato dalla prima all’ultima pagina, mi chiedo subito se sarò in grado di esprimere chiaramente tutte le sensazioni che ho provato, quello che mi ha lasciato, per poter condividere il mio entusiasmo con chi legge le mie parole.

In questo caso mi farò aiutare da Susanna, la protagonista della storia, lei che con le parole ci lavora, lei che mi ha preso subito il cuore, lei che emana una certa magia alchemica. In fondo lo stesso Massimo Tallone si è affidato totalmente a lei per realizzare questo romanzo!

Un incontro casuale (si tratta di caso o forse di sincronicità?) in una biblioteca a Reykyavik con Susanna, una donna torinese per giunta, come lui. Un incontro fin da subito circondato da un alone particolare di mistero, di luce ed ombra. E proprio grazie a quell’incontro lo scrittore si troverà a passare qualche giorno tra Islanda e Norvegia, precisamente sulle isole Fær Øer, dove Susanna vive e resterà impigliato, irretito dalla storia che lei ha deciso di raccontare, scegliendo proprio lui come depositario del suo grande segreto e del peso che si porta dentro da anni, da quel maledetto giorno della “Strage di Via Catania” a Torino.

… Raccontando quei momenti, si prendeva pause molto lunghe e di tanto in tanto lasciava il divano per andare a guardare i minuscoli puntini di luce, isolati che brillavano sulla costa opposta. Alle Fær Øer è così breve la vittoria del buio che è necessario dedicarci attenzione, per conservare il ricordo della notte.

Susanna è una giovane donna avvolta da una splendida aura dorata, così la visualizzo nella mia mente : una figura sinuosa, dai capelli color del tè, misteriosa, conturbante,dotata di un fascino che lei stessa non sa di possedere.

Ecco la sensibilità di Susanna: lei scorge la faccia nascosta della luna, quando gli altri vedono soltanto quella illuminata.

È una traduttrice ed è affetta da aptofobia ovvero la paura di essere toccati. Detta così risulta una descrizione piuttosto banale e superficiale; in realtà lei è molto di più ed è proprio la sua fobia a renderla meravigliosamente speciale. Chi è affetto da questa patologia prova forti stati di ansia, attacchi di panico con brividi e sudorazione, anche solo al pensiero di poter entrare in contatto fisico con qualcuno (parliamo anche solo di una stretta di mano, di un tocco sulla spalla). Immaginate Susanna che, di ritorno da una commissione, rientra nello studio di traduzioni dove lavora a Torino e trova i suoi due colleghi, Linda e Ivan, freddati da colpi di pistola e riversi sul pavimento. Ne segue immediatamente l’arrivo della polizia, i medici che la portano via in stato di shock. Immaginate: viene toccata, strattonata, una carica di stress per lei, che rasenta la follia. Da qui inizia la sua fuga che, come il vortice di un tornado, provocherà una serie di avvenimenti terribili e spaventosi. Verremo trascinati in una lettura carica di tensione narrativa, in una corsa per sfuggire ad uno spietato assassino, un viaggio che porterà Susanna in Sardegna dove per caso (o forse no) troverà un periodo di pace, avvolta dai profumi, dai colori di una terra meravigliosa descritta magistralmente dall’autore. Troverà pace tra i pipistrelli che abitano il nuraghe vicino al quale è ospite, si sentirà libera in mezzo a loro, nel nido naturale in cui essi si riproducono e convivono. Ma la pace durerà poco e ancora dovrà fuggire, ancora dovrà difendersi, trasformandosi: una metamorfosi che può salvarla. Ma per quanto ancora?

I personaggi che ruotano attorno a Susanna sono come i satelliti attorno al Sole. Duilio in particolare è un uomo splendido, con il quale ha un rapporto speciale che solo un uomo così poteva accettare : nessuna fisicità tra loro, si nutre della semplice, potente reciprocità. Lui la proteggerà sempre, anche a distanza, perché il loro legame è qualcosa di unico, alchemico. Oscar, marito di Linda, avvolto da un alone di mistero avrà anche lui un ruolo importante nella vicenda. E gli altri personaggi, che non voglio citare per evitare spoiler, sono tutti così ben caratterizzati, da immaginarli vivi e in movimento tra le pagine!

Indimenticabili le descrizioni dei luoghi, in particolare l’ambientazione alle Isole Fær Øer, in perfetta armonia con lo stile narrativo utilizzato dall’autore che, proprio come il cielo e il mare del Nord, passa dal grigio al nero sfruttando tutti i toni e le sfumature possibili.

Le masse imprecise delle nuvole erano ormai visibili, dopo il breve intervallo di oscurità più fitta, ed esibivano così tante gradazioni che il cielo era come una tavolozza dai mille colori, sebbene fosse soltanto il grigio a fornire quelle varietà di toni [..].

In buona sostanza, se avete voglia di partire per un viaggio magico, attraverso il racconto narrato in prima persona dall’autore con stile a tratti tagliente, dal ritmo incalzante, dalla scrittura raffinata ed elegante insieme, questo è ciò che cercate. Attenti solo ad un particolare : l’autore è un tipetto furbo, con lui ci vuole occhio e quel tocco di astuzia tipica da lettore di noir!

 

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Letizia Vicidomini – Lei era nessuno

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Napoli è una metropoli stratificata, una millefoglie con tanti gusti tra una sfoglia e l’altra che cozzano gli uni con gli altri e a volte possono addirittura disgustare: quando si becca lo strato giusto le papille esultano, ma non sempre capita, spesso è l’amaro a restare imprigionato nello scrigno della bocca.

Ecco i miei appunti di ritorno da questo viaggio letterario nella bella Napoli, talmente ben descritta e caratterizzata da essere viva tra le pagine. Un meraviglioso connubio di odori, rumori, dialetto, da sentirla cucita addosso: un viaggio virtuale che ho sentito reale. Catapultata, dopo nemmeno una ventina di pagine, nel pieno della vita di Ines una donna bella, affascinante, lavoratrice, madre vedova con due ragazze che le riempiono la vita. E con un segreto tutto suo, splendido, meraviglioso: la sua bolla sospesa dove solo lei e il suo Giuseppe possono accedere, un microcosmo abitato da due persone, soli lontani da tutto e tutti, un’isola felice. Una relazione segreta che vive da vent’anni, che la riempie di vita, passione, amore. Un amore bello, unico, con un uomo che ha una sua famiglia, ma che entrambi hanno scelto di vivere così: momenti della giornata regolarmente ritagliati dai loro impegni in cui si vedono, si amano, si parlano, si vivono, al termine dei quali ognuno riprende la propria vita. Un giorno però il suo Giuseppe non si presenta ad un appuntamento: strano, non è da lui, non è mai successo che non rispondesse ai suoi messaggi o che non si presentasse da lei. Non l’ha mai privata della sua presenza, delle sue attenzioni, nonostante il suo lavoro di avvocato impegnato. Ines si spaventa, non sa come fare per avere sue notizie. Non ha altri contatti che la leghino a lui e se gli fosse accaduto qualcosa di grave nessuno l’avrebbe mai cercata perché in fondo… LEI ERA NESSUNO nella vita di Giuseppe.

Da quel fatidico giorno la vita di Ines viene stravolta: sconcertanti rivelazioni verranno a galla, cose terribili che segneranno per sempre la sua anima. [“Le pareva di essere continuamente sbattuta a terra e ribaltata, rimessa in piedi e poi spinta di nuovo verso il basso, in una giostra infinita che la lasciava spossata e tremante. Giuseppe non era più nella sua vita ma, più grave ancora, non era colui che aveva sempre creduto fosse.”]

Accanto ad Ines diversi personaggi ruotano attorno alla vicenda : la splendida suocera Edvige, nonnina dolce e donna saggia dalla parola sempre appropriata al momento giusto, quasi sapesse le cose senza che le venissero dette [“Una donna piena di anni e di parole, mai vane, ascoltarla era sempre una lezione di vita”].

Anna, l’amica con la quale giorno dopo giorno rafforzerà il legame che la aiuterà a superare i momenti più difficili.

Andrea Martino, zio di Anna, ex commissario di polizia in pensione, personaggio splendido (già incontrato nel precedente libro dell’autrice “Notte in bianco”), un uomo dal cuore grande, lui le persone le capisce, ha un’anima profonda, da sempre si impegna affinché la giustizia abbia il suo giusto corso, senza pregiudizi o preconcetti. [“Aveva sempre fatto della verità un abito mentale e della misericordia un precetto imprescindibile”.] Anche ora, che potrebbe dedicarsi alla sua passione del giardinaggio, decide di collaborare indirettamente affinché tutti i pezzi del puzzle di questa oscura e terribile vicenda si incastrino perfettamente.

Che dire poi dei personaggi di contorno sapientemente disseminati dall’autrice nel corso della narrazione, al fine di stemperare la tensione che si crea inevitabilmente per il tipo di tema trattato. Come in un teatro della commedia troviamo Marco, il “fruttivendolo filosofo”, che dispensa sorrisi e consigli porgendo profumate susine dorate, le sorelle Pepe, due signore zitelle esilaranti, Nello il parrucchiere, un casinista nato, ma gran consigliere per questioni di cuore o lamentele sui mariti “che sono tutti uguali”!

Uno stile di scrittura agile, curato anche nei minimi dettagli, una prosa che già conoscevo essere tanto delicata ed elegante, quanto nera e capace di scavare nel buio più profondo dell’animo umano, una storia che abbatte i muri delle apparenze, delle false vite perfette, che ci pone davanti una verità terribile: “Le relazioni possono diventare gabbie in ogni momento e sono quelle più difficili da aprire una volta serrate”.

Una storia al femminile, ma non femminista, come dice l’autrice stessa nel finale. E io aggiungo : una storia principalmente di donne, che soffrono, lottano e rinascono, ma sottolineo una storia che non è solo per donne! Ciascun lettore, come è giusto che sia, troverà la propria chiave di lettura e ne trarrà le personali conclusioni.

Una piacevole conferma Letizia Vicidomini che per me è una delle migliori scrittrici del panorama noir italiano. Ho divorato questo libro in pochi giorni, ogni pagina una scoperta, ogni riga mi ha sorpresa con la curiosità, con la dolcezza, ma anche con il disprezzo per certi eventi che sono un vero pugno al cuore, nulla di superfluo, nulla lasciato al caso. Ines resterà con me per sempre e vi invito davvero ad iniziare presto questo viaggio con lei e scoprire tutto e stupirvi di tutto.

È il viaggio più bello, e può essere ripetuto, ogni volta diverso, tra queste pagine. Che vivranno finché voi vivrete. (Letizia Vicidomini)

 

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