Letizia Vicidomini – Lei era nessuno

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Napoli è una metropoli stratificata, una millefoglie con tanti gusti tra una sfoglia e l’altra che cozzano gli uni con gli altri e a volte possono addirittura disgustare: quando si becca lo strato giusto le papille esultano, ma non sempre capita, spesso è l’amaro a restare imprigionato nello scrigno della bocca.

Ecco i miei appunti di ritorno da questo viaggio letterario nella bella Napoli, talmente ben descritta e caratterizzata da essere viva tra le pagine. Un meraviglioso connubio di odori, rumori, dialetto, da sentirla cucita addosso: un viaggio virtuale che ho sentito reale. Catapultata, dopo nemmeno una ventina di pagine, nel pieno della vita di Ines una donna bella, affascinante, lavoratrice, madre vedova con due ragazze che le riempiono la vita. E con un segreto tutto suo, splendido, meraviglioso: la sua bolla sospesa dove solo lei e il suo Giuseppe possono accedere, un microcosmo abitato da due persone, soli lontani da tutto e tutti, un’isola felice. Una relazione segreta che vive da vent’anni, che la riempie di vita, passione, amore. Un amore bello, unico, con un uomo che ha una sua famiglia, ma che entrambi hanno scelto di vivere così: momenti della giornata regolarmente ritagliati dai loro impegni in cui si vedono, si amano, si parlano, si vivono, al termine dei quali ognuno riprende la propria vita. Un giorno però il suo Giuseppe non si presenta ad un appuntamento: strano, non è da lui, non è mai successo che non rispondesse ai suoi messaggi o che non si presentasse da lei. Non l’ha mai privata della sua presenza, delle sue attenzioni, nonostante il suo lavoro di avvocato impegnato. Ines si spaventa, non sa come fare per avere sue notizie. Non ha altri contatti che la leghino a lui e se gli fosse accaduto qualcosa di grave nessuno l’avrebbe mai cercata perché in fondo… LEI ERA NESSUNO nella vita di Giuseppe.

Da quel fatidico giorno la vita di Ines viene stravolta: sconcertanti rivelazioni verranno a galla, cose terribili che segneranno per sempre la sua anima. [“Le pareva di essere continuamente sbattuta a terra e ribaltata, rimessa in piedi e poi spinta di nuovo verso il basso, in una giostra infinita che la lasciava spossata e tremante. Giuseppe non era più nella sua vita ma, più grave ancora, non era colui che aveva sempre creduto fosse.”]

Accanto ad Ines diversi personaggi ruotano attorno alla vicenda : la splendida suocera Edvige, nonnina dolce e donna saggia dalla parola sempre appropriata al momento giusto, quasi sapesse le cose senza che le venissero dette [“Una donna piena di anni e di parole, mai vane, ascoltarla era sempre una lezione di vita”].

Anna, l’amica con la quale giorno dopo giorno rafforzerà il legame che la aiuterà a superare i momenti più difficili.

Andrea Martino, zio di Anna, ex commissario di polizia in pensione, personaggio splendido (già incontrato nel precedente libro dell’autrice “Notte in bianco”), un uomo dal cuore grande, lui le persone le capisce, ha un’anima profonda, da sempre si impegna affinché la giustizia abbia il suo giusto corso, senza pregiudizi o preconcetti. [“Aveva sempre fatto della verità un abito mentale e della misericordia un precetto imprescindibile”.] Anche ora, che potrebbe dedicarsi alla sua passione del giardinaggio, decide di collaborare indirettamente affinché tutti i pezzi del puzzle di questa oscura e terribile vicenda si incastrino perfettamente.

Che dire poi dei personaggi di contorno sapientemente disseminati dall’autrice nel corso della narrazione, al fine di stemperare la tensione che si crea inevitabilmente per il tipo di tema trattato. Come in un teatro della commedia troviamo Marco, il “fruttivendolo filosofo”, che dispensa sorrisi e consigli porgendo profumate susine dorate, le sorelle Pepe, due signore zitelle esilaranti, Nello il parrucchiere, un casinista nato, ma gran consigliere per questioni di cuore o lamentele sui mariti “che sono tutti uguali”!

Uno stile di scrittura agile, curato anche nei minimi dettagli, una prosa che già conoscevo essere tanto delicata ed elegante, quanto nera e capace di scavare nel buio più profondo dell’animo umano, una storia che abbatte i muri delle apparenze, delle false vite perfette, che ci pone davanti una verità terribile: “Le relazioni possono diventare gabbie in ogni momento e sono quelle più difficili da aprire una volta serrate”.

Una storia al femminile, ma non femminista, come dice l’autrice stessa nel finale. E io aggiungo : una storia principalmente di donne, che soffrono, lottano e rinascono, ma sottolineo una storia che non è solo per donne! Ciascun lettore, come è giusto che sia, troverà la propria chiave di lettura e ne trarrà le personali conclusioni.

Una piacevole conferma Letizia Vicidomini che per me è una delle migliori scrittrici del panorama noir italiano. Ho divorato questo libro in pochi giorni, ogni pagina una scoperta, ogni riga mi ha sorpresa con la curiosità, con la dolcezza, ma anche con il disprezzo per certi eventi che sono un vero pugno al cuore, nulla di superfluo, nulla lasciato al caso. Ines resterà con me per sempre e vi invito davvero ad iniziare presto questo viaggio con lei e scoprire tutto e stupirvi di tutto.

È il viaggio più bello, e può essere ripetuto, ogni volta diverso, tra queste pagine. Che vivranno finché voi vivrete. (Letizia Vicidomini)

 

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Daniele Cambiaso, Rino Casazza – Nora una donna

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Con questo giallo dalle tinte noir, ci immergiamo nell’atmosfera di una Genova assediata dalla guerra e dai bombardamenti. Siamo infatti nel febbraio del 1945. La fine della guerra è vicina, ma ancora molto forte è la paura, il clima di tensione, austerità e stenti si taglia con un coltello. Un clima scandito solo dalle note di malinconiche canzonette udite in sottofondo uscire dalle finestre dei palazzi, che pare vogliano ad ogni costo vincere sulla depressione generale. Ed ecco che incontriamo il commissario Paolo Picasso. Un uomo onesto e dedito al suo lavoro, ma con un segreto che rischia di compromettere la sua carriera e la sua vita privata. L’Artista, così soprannominato nel suo ambiente, dovrà suo malgrado scontrarsi con il suo passato e soprattutto con lei : Eleonora Gargano, Nora, una donna. Ma non una donna come tante :lei è bella, seducente, misteriosa, la SUA donna del passato. Ed ora è sospettata di aver ucciso il marito, noto gioielliere, proprio nella loro casa; l’Artista si troverà ad indagare sul fatto e scoprirà intricati affari che legano la donna addirittura alla Gestapo, comportamenti ambigui di Nora che affronta la situazione con una calma imprevedibile e che dimostra nei suoi confronti un distacco sconcertante.

La prosa semplice e diretta rende la lettura scorrevole e permette di seguire la vicenda, come se fossimo realmente a fianco di Picasso e dei suoi collaboratori, anch’essi parti importanti nella storia e nella vita del nostro Artista.

Ho trovato molto interessante alternare il punto di vista del commissario con quello di Nora, scritto in corsivo e parlato in prima persona.

Molto realistica la descrizione dell’atmosfera irrespirabile di quei momenti, i rifugi dentro i quali d’improvviso erano costretti ad ammassarsi i condómini sotto i palazzi, per esempio.

“I rifugi antiaerei sono luoghi dove si manifesta il peggio della natura umana. Il terrore di far la fine dei topi stravolge i caratteri: i coraggiosi diventano spavaldi, i duri cinici, i paurosi supplichevoli, i narcisi egoisti.”

Una storia che viaggia lenta per buona parte del romanzo, per poi prendere via via la sua corsa verso la soluzione finale che poi… Sarà quella giusta? Eleonora Gargano : incolpevole vittima o spietata vedova nera? “Al lettore la sentenza personale. Potrete amare Nora, oppure odiarla. Anche questa scelta gli autori la lasciano al lettore. Io l’ho amata. È lei, a parer mio, la protagonista indiscussa del romanzo, è lei che cattura la scena. Pennellata dagli autori (due uomini!) con una tale delicatezza: descritta con tutte le debolezze, le insicurezze, i difetti, gli errori, ma anche con tutta la forza e la tenacia che una donna può avere dentro di sé.

“E poi ci sei tu, ci siamo noi. Una storia che non deve venire fuori. Mi fai quasi tenerezza. Pensi davvero che sia finita qui?”

 

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Nicola Valentini – Ricorda il tuo nome

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Leggere un libro sul tema dell’Olocausto, un altro libro? Viene subito da pensare: sarà la solita storia già letta, con frasi e parole già sentite.

E invece ammetto che il mio primo commento positivo è proprio sul fatto che questa storia, sebbene affronti tutti gli orrori di quel terribile momento storico, è narrata in maniera originale.

Punto di forza è il sentimento di vendetta che unisce i due protagonisti conosciutisi nella clinica in cui entrambi, sopravvissuti agli orrori dei campi di concentramento, sono ricoverati per gravi ferite. Siamo infatti a Norimberga nel maggio 1945, appena usciti dall’oppressione nazista.

Da Saul, rimasto paralizzato per sempre,il compagno di stanza, l’uomo senza un nome, senza ricordi, senza memoria alcuna, imparerà piano piano a capire tutto l’orrore passato nel campo di Buchenwald da tutti loro. Zakhor, una parola che in ebraico significa “ricorda”, .

Il romanzo si divide in due parti : la prima serve per farci entrare nella storia, per farci conoscere Saul e Zakhor, per creare il legame di complicità e amicizia che li legherà per tutto il percorso, per studiare con loro il piano di vendetta che vogliono attuare contro i criminali nazisti fuggiti con altre identità. Un dolorosissimo pugno nello stomaco, anzi ripetuti pugni assestati forti e dritti a segno attraverso i racconti di Saul, le visioni oniriche, gli incubi. Attenzione però, non è una cronistoria, non è lo stile del documentario. È qualcosa di più : è sentimento, paura, angoscia, terrore ed è, paradossalmente, desiderio di non voler dimenticare.

-“I tuoi racconti. Ti hanno fatto rivivere quei momenti. Con il loro ricordo, il beneficio del tempo trascorso è andato perduto. Lo hai detto tu stesso le prime volte che volevi evitare di raccontarmi i particolari più violenti e più macabri. Forse perché avevi paura di risvegliare l’odio.” -” Forse hai ragione, forse non ho mai voluto dimenticare veramente, forse aspettavo di incontrare qualcuno che potesse farlo al posto mio.”

Con la seconda parte entriamo invece nel vivo dell’azione e l’elemento thriller prende il sopravvento. È l’ora di attuare il piano di vendetta, senza farsi scoprire però da quello che viene soprannominato” Il Cacciatore di Nazisti”, Philipkowski, ebreo sopravvissuto che, affiancato dal colonnello Berger, vuole assicurare un giusto processo e consegnare alla giustizia i gerarchi dell’orrore. [“Obbligare i figli a giudicare i padri, questo deve succedere”.]

Tra le righe che scorrono veloci, troviamo salti di punti di vista sempre più frequenti, visioni oniriche ed incubi sempre più confusi. Assistiamo ad una lenta e graduale trasformazione di uno dei protagonisti e trepidanti con loro viviamo il sentimento di vendetta e il desiderio di scovare finalmente il peggiore dei Kapo del campo di Buchenwald, Eike Aumann che pare sia scomparso nel nulla. Tutto questo crea quella giusta tensione narrativa tipica del thriller.

Una scena a prima vista insignificante, mi ha davvero colpita: una delle visioni oniriche, quella di un luna park.

Quale metafora può essere più emblematica di un baraccone dove convivono esseri di ogni specie, individui strani, spesso deformi, fenomeni da circo,considerati scarti dell’umanità?

L’abilità dell’autore è stata sostanzialmente quella di lasciarci viaggiare con Zakhor, vivere il suo dramma e nello stesso tempo confondere un po’ i nostri pensieri e le nostre convinzioni, facendoci provare rabbia, dolore, con un finale da vero maestro.

Per parafrasare il messaggio dell’autore, che personalmente ho percepito, mi piace usare questa citazione che amo molto e che, chi vorrà leggere il romanzo, capirà meglio:

“Ognuno di noi dentro di sé è sia lupo che agnello: prevarrà sempre chi nutriamo di più”.

 

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Andrea Del Castello – La voce della morte

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Il Male ha i suoi vizi e li alimenta per rigenerarsi, per riprodursi a ciclo continuo, per duplicarsi all’infinito. Il Male è un predatore che attacca gli esemplari più deboli. E tutti nel corso della vita attraversiamo una fase di instabilità. Ci trasformiamo in guerrieri con una crepa nello scudo. È lì che si insinua il Male. Nel punto debole siamo permeabili alle tentazioni e diventiamo schiavi dei nostri vizi. Ci lasciamo affascinare dal Male tentatore che ci assicura di lenire le nostre ferite. Il Male ci seduce con la falsa promessa di proteggerci dalle nostre paure.

Leggere questo libro è stato un po’ come salire sulle montagne russe.

Una partenza tranquilla,una graduale salita e poi giù, in picchiata, fino ad avvertire quel vuoto allo stomaco che si trasforma in adrenalina, per terminare la corsa lasciando quella sensazione di appagamento e di successiva velata tristezza, come quando finisce un bel gioco.

La spinta iniziale nel buttarmi in questa lettura è stata, lo ammetto, la curiosità di vedere se un autore che ha scritto un saggio su “Come si scrive un thriller di successo”, fosse davvero in grado di tirar fuori qualcosa di buono. E, considerando la sua prima esperienza come autore di genere, le mie aspettative non sono state deluse.

Una storia che parte con un “banale” omicidio di un ragazzo trovato assassinato all’interno della sua auto dopo una notte brava in discoteca. Viene subito da dire : ah ecco, la solita storiella trita e ritrita. Invece no! Parte da qui una vera caccia al killer seriale che firma i suoi delitti lasciando sulle vittime dei segnali, come un codice per trasmettere il suo messaggio. Ed ecco che per risolvere il rebus seguiamo con grande attenzione l’indagine del commissario Giorgio Cani, un uomo cinico, scontroso, sempre in guerra con se stesso e con il mondo. Un uomo che nella sua lotta quotidiana contro il Male non considera tutto il resto, perché in fondo, un po’, è lui stesso il Male. “Vittime” del commissario sono soprattutto le persone a lui più vicine: la moglie e i collaboratori, colleghi di squadra. Ha costruito una corazza di ferro intorno a lui, fatta di cattiveria, per difendersi da se stesso e cercare di superare un vuoto per lui incolmabile. Nel corso degli eventi però questa corazza inizierà a scalfirsi, fino a rompersi e ciò che ne uscirà sarà qualcosa di sorprendente.Nel suo percorso il commissario incontrerà non pochi ostacoli, rischierà la carriera e la sua vita subirà una svolta decisiva.

Attorno a Cani ruotano, gli uomini della sua squadra, anche loro con le loro debolezze, tra luci ed ombre. Ben caratterizzati, tutti, impossibile non provare empatia per ognuno. Anch’essi subiranno una sorta di trasformazione nel corso della storia. Ognuno ricoprirà un ruolo ben preciso: chi più chi meno, saranno tutti fondamentali per la soluzione del caso.

E la moglie Letizia, il cui torto, secondo il marito, è quello di decidere di riprendere in mano la sua vita, di avere nuovamente una sua identità di donna alla quale ha rinunciato per amore suo e della figlia, annullandosi totalmente. Ma Cani non vuol saperne e si oppone fortemente alla sua scelta che la porterebbe a far parte del mondo delle macchinette per il gioco d’azzardo, un mondo che lui trova sporco e pericoloso.

Interessanti le scelte stilistiche dell’autore che ci racconta il tutto utilizzando paragrafi brevi, dialoghi diretti, capitoli piuttosto corti. La tecnica narrativa del Cliffhunger, ha spiegato lui stesso in un’intervista, prevede che il lettore resti “appeso” alla fine di un capitolo in attesa del passo successivo. Tecnica che spesso contraddistingue quei thriller detti anche page turner, ovvero creano quel ritmo incalzante che porta inevitabilmente il lettore a voler girare pagina, una dopo l’altra, come fosse preso da una dipendenza della quale non può fare a meno. E di dipendenza si parla per tutta la storia, una dipendenza che può distruggere intere vite, lentamente ed inesorabilmente.

Brividi, non solo di paura in questo thriller, ma anche sentimenti forti :rabbia, delusione, tradimenti, invidia. Ogni personaggio sarà contemporaneamente vittima e carnefice.

Non voglio svelare nulla del resto della trama perché toglierei il piacere della scoperta. Lascio però un piccolo estratto dell’epilogo del quale capirete il significato qualora vorrete conoscere che suono ha La voce della morte.

“La formica sale lungo il filo d’erba per rincorrere il suo sogno. Vuole arrivare là dove pensa di poter morire. E si protende verso l’alto, l’insetto, per congiungersi al Male che lo chiama. È la morte la sua libertà.”

 

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Bahaa Trabelsi – La sedia del custode

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Una piacevolissima scoperta. Ho conosciuto Bahaa Trabelsi, giornalista e scrittrice marocchina grazie a ‘Edizioni Le Assassine’, giovane casa editrice curata e gestita dalla splendida direttrice, Tiziana Prina, il cui occhio di riguardo e la ricerca specifica, si rivolgono verso valide autrici che provengano da ogni parte del mondo e che raccontino le diverse culture.

“Casablanca è presuntuosa. Si crede il centro del mondo, il simbolo della modernità e delle ambizioni, ma si perde nel proprio delirio. È cresciuta troppo in fretta: strade e stradine ovunque, nell’anarchia più totale. E quell’arroganza manifesta di ‘io sono la capitale economica, dell’avvenire prospero e il centro del progresso’.” E con questo sguardo Bahaa Trabelsi inizia con noi il suo viaggio attraverso una Casablanca che vive tutte le contraddizioni di un Paese diviso tra oscurantismo e modernità.

La vicenda è descritta attraverso tre principali voci narranti che si alternano nel corso dell’intera storia. Bellissimo espediente narrativo per rendere il racconto interessante e dar la possibilità al lettore di entrare nell’intimo dei personaggi. Ognuno con una propria storia, un vissuto personale che rappresenta uno spaccato della società marocchina, vite che andranno irrimediabilmente ad intrecciarsi tra loro. Grazie al punto di vista che di volta in volta cambia a seconda della voce narrante, possiamo capire quanto forti siano le correnti del cambiamento che hanno influenzato la vita dei personaggi, dandoci così una visione molto realistica di ciò che ora è una difficile convivenza tra culture differenti.

Primo personaggio che incontriamo: la giornalista, Rita, ribelle fin da giovane, divisa tra due culture (di origine occidentale di padre e musulmana di madre). Divorziata, madre single di Dina che ha cercato di crescere con lo stesso spirito di libertà e modernità che spesso l’hanno opposta alla sua famiglia, in particolare a sua madre. Lotta ogni giorno per i diritti dei più deboli e per la giustizia. Contro quell’oscurantismo che sta distruggendo il Marocco, che sembra chiudersi sempre di più al resto del mondo e che invece di aggiornarsi pare tornare indietro annullando le poche conquiste ottenute negli anni della ribellione. Un suo pensiero mi ha colpita: “Ho paura. Dell’ignoranza, dell’intolleranza, della violenza e della stupidità. Ho paura di una società che va sempre più verso il fondamentalismo islamico. Mi sento spossessata dell’Islam di mio nonno e della nostra identità”.

Altro personaggio principale: il poliziotto, Abid, uomo dal passato difficile, affonda i dispiaceri tra alcool e lussuria. Un disperato, vagante e tormentato; l’incontro con Rita sarà forse una svolta nella sua vita, lenta, ma possibile. In uno dei suoi tanti momenti d’ombra ci racconta: “Pensavo di aver vinto l’angoscia. E invece mi prende alla gola e fatico a respirare. Perché ho scelto di fare questo lavoro? L’indagine sulle traversie umane, le atmosfere inquietanti di Casablanca, le volute di fumo blu nei bar, i film di Tarantino, il lato sordido. Ho scoperto con orrore il mio amore per lo squallore della vita.”

Infine ecco l’assassino: sebbene si sappia fin dall’inizio la sua identità, il personaggio ci stupisce e sconvolge ad ogni apparizione. Giovane originario del Sud del Marocco, dalla sua sedia di custode di appartamenti signorili controlla tutto. Silenzioso, pacifico, un uomo “normale” e nello stesso tempo spietato assassino che firma i suoi delitti lasciando accanto alle vittime messaggi con citazioni tratte dal Corano, interpretate a suo personale ed insindacabile giudizio. È convinto di essere guidato da Dio, la sua missione è di purificare la città da tutti i peccatori e i miscredenti. I colpevoli sono i “nemici dell’Islam, empi, bestie feroci che non rispettano niente” (donne non sposate che restano incinte, che si vestono in modo occidentale, omosessuali, infedeli, ladri, ebrei e adulteri). Per loro l’unica salvezza può essere la morte.

“Certo, Allah è clemente e misericordioso, ma è anche molto duro nei suoi castighi! Ed eccone la prova, io sono la sua sentinella. La sentinella della luce. Allora, non provocate la collera! È un consiglio che vi do.”

Sullo sfondo di questa città della quale avvertiamo la bellezza, con i suoi odori, colori, rumori, descritti con tale enfasi da sembrare vivi, si tratteggiano drammaticamente le storie di questi tre individui e di altri personaggi secondari, ma non meno significativi, come ad esempio la figura di l’Haj(soprannome dato a chi ha già fatto un pellegrinaggio alla Mecca) poliziotto prossimo alla pensione, saggio, giusto, il “Grillo parlante” di Abid. Oummi, la mamma di Rita, musulmana dalle vecchie tradizioni che fatica ad accettare la condizione della figlia. Dina che vive e lavora a Parigi ed è in continuo contatto epistolare con Rita. In un bellissimo capitolo del libro leggiamo le riflessioni della ragazza che racconta il dramma degli attentati del 13 novembre 2015, da lei vissuto come impotente spettatrice. Il tutto avvolto da una trama così intensa, crudele e profonda da lasciare il segno.

Ogni pagina che leggiamo, fino all’ultima riga, ci regala emozioni: rabbia, tristezza, impotenza e dolore di fronte a ciò che accade alle vittime, che, attenzione, non sono solo vittime di furia omicida, bensì di violenza di vari generi: l’autrice, infatti, ci presenta molto chiaramente la condizione femminile di sottomissione all’uomo.

Un messaggio di speranza la Trabelsi vuole comunque lasciarlo, proprio attraverso Dina: “Mia madre mi ha insegnato la cultura, la diversità, i diritti umani e la libertà. Prometto di non arrendermi, di mostrare e onorare la libertà che mi ha inculcato.”

Perché in fondo: ” ‘non c’è da vergognarsi nel preferire la felicità’. Camus, come hai ragione!”

Buona lettura!

E per gli amanti delle atmosfere musicali giuste durante la lettura, ecco le musiche citate nel romanzo:
“Can’t get enough of your love Baby” di Barry White
“Heaven” di Louis Armstrong
“Cry me a river” di Diana Krall
“Innaha molhimati” di Ahmed El Gharbaoui

 

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