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Elisabetta Cametti – Muori per me

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Esplosione uguale morte. Da allora, se immagino la fine di qualcosa vedo un’esplosione. Ed è con un’esplosione che avrò la mia vendetta. Trecentoventinove bombe. La deflagrazione sarà violenta. Inaspettata, spietata. Scriverà una pagina di storia, perché quando avrò finito non si rialzerà nessuno e chi avrà ancora respiro, sarà comunque morto. Rimarrà in piedi solo la verità.

Questo romanzo è in sé stesso una bomba. Pagina dopo pagina. Tra emozioni e adrenalina si arriva ad un finale esplosivo.

I messaggi sparsi tra le pagine e fatti esplodere con un detonatore che l’autrice comanda a distanza l’uno dall’altro, seguendo due piani temporali e narrativi che si alternano in modo impeccabile, ci lasciano continuamente senza parole.

La “Signora del thriller” ha dato il meglio di sé in questo romanzo spietato, dalla tensione altissima che ci catapulta in una storia terribile nella quale ci sentiamo protagonisti e vivi, accanto ai personaggi e dentro la quale ognuno di noi può trovare qualcosa in cui immedesimarsi.
L’intensità con cui delinea i caratteri di ciascuno, fa sì che diventino presto per noi, persone conosciute, tutte, nel bene e nel male. Ci fa condividere ogni singola emozione. Io con loro ho pianto, ho lottato, ho odiato, sono sprofondata nel buio più nero, ho perso le speranze per poi ritrovare la luce.

Due sorelle protagoniste, diverse tra loro come le vite che hanno scelto: una fashion blogger, con il suo mondo solo all’apparenza perfetto, e una veterinaria, dedita ai suoi animali e alla vita in montagna. E attorno a loro storie forti di altre donne, storie di…”Vite che si incrociano tra le pieghe di un sistema di corruzione e comando, la cui scia di sangue conduce a una famiglia potente e dentro una delle più importanti maison della moda internazionale. Cadaveri ripescati dal lago, cacciatori seriali, giochi perversi, sostanze letali sconosciute. Una sola arma per impedire la strage: i social network. Perché c’è una voce che i soldi e il potere non possono ridurre al silenzio, quella che diventa virale. Una voce che neanche la morte può fermare.

Così parla della sua storia l’autrice e non potrei trovare parole più adatte.

Non posso raccontare molto di più della trama perché il bello è scoprirla pagina dopo pagina. Osservate il cielo e le nuvole, potreste imbattervi in un asino volante, potreste correre in montagna con uno splendido cane dagli occhi di diverso colore l’uno dall’altro. Lasciate che siano le cicale a cantare, tenete gli occhi aperti però, perché il lupo capobranco è pronto ad azzannare quando meno te l’aspetti. E fate spiccare il volo alle gru , libere e leggere, create da una meravigliosa libraia con i suoi origami. “Siamo buio e luce e in mezzo fluisce la vita“. E infatti, guardate laggiù in fondo, se osservate bene troverete la luce.

No non sono impazzita. Se volete saperne di più dovrete tuffarvi in questa storia. E vi assicuro che non vorrete più lasciarla.

Per chi già la conosce, ritroverà lo stile di Elisabetta Cametti: pulito, lineare, schietto quando deve lanciare i suoi messaggi mirati a denunciare i mali della società. E questa volta, sempre più potente, il messaggio arriva al lettore come un pugno allo stomaco. Un messaggio di forza al femminile, di coraggio, di volontà di cambiare, soprattutto di dire NO, anche di fronte alle situazioni più difficili.

(“Quel giorno non sono morta ma ho smesso di vivere per sopravvivere.“)

Elisabetta Cametti con questo libro ci esorta appunto a dire NO.

Ragazze, donne, mamme: dite NO ai facili guadagni, dite NO alle false promesse, attente… non fatevi sbranare dal mondo del social, dei like, delle visualizzazioni. Dite NO. Per reagire. Per cambiare, per vincere. Soprattutto… per VOI!

è la purezza l’elemento di equilibrio dell’universo. Il mondo è sporco perché l’umanità è senza morale. Ci siamo abituati ai nostri difetti peggiori e li abbiamo trasformati in uno stile di vita. Falsità, scorrettezza, prevaricazione. Il vizio più nobile che professiamo è l’egoismo.

Buona lettura.

Cristina

 

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Ferdinando Salamino – Il margine della notte

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Veniamo al mondo come biglie, in bilico su un piano inclinato, in attesa della spinta che ci faccia scivolare da una parte o precipitare dall’altra. Biglie. […] Elena è la mia spinta sul piano inclinato.

Terminato il mio viaggio al margine della notte, un margine non sempre così delineato, anzi. In fondo, Michele Sabella, il nostro eroe/antieroe, che ritroviamo sei anni dopo la sua prima comparsa ne “Il Kamikaze di cellophane” (scheda | recensione), cresciuto e maturato, crede sempre ai fantasmi perché li ha combattuti, perché continua a combatterli.

Altri demoni, di solitudine, di desiderio di normalità, si affacciano ancora.

Una sfida per lui, che vuole e deve affrontare. Sebbene un po’ più in disparte, per dar voce ad altri personaggi, Michele “scalcia” comunque per emergere nella storia.

Chi ha letto il primo libro di Ferdinando Salamino, non può che avere una conferma dello stile al quale l’autore ci ha abituati. Il nero, lui, lo mastica come una rotella di liquirizia; il Male lui, continua a scavarlo sempre più a fondo. Lo fa ancora, tagliando e strappandoci pezzi di anima, con uno stile di scrittura sempre ben curato, sferzante e tagliente.

Questa volta ci troviamo davanti ad una storia diversa, una storia sporca, marcia, di xenofobia, corruzione, droga. Siamo appunto ai margini delle notti di individui al margine della società, che non hanno più dignità, che vogliono lasciarsi morire perché la morte è sicuramente la soluzione migliore.
Con Michele Sabella, che questa volta veste i panni di un agente di polizia, ci addentriamo tra i vicoli puzzolenti e sporchi delle Midland, osservando però quel che c’è al di là del ponte, una città pulita, bella, luminosa. Quel ponte che fa un po’ da spartiacque di tutta la storia è forse una metafora dell’autore che vuole mostrare che, in fondo, oltre al buio può esserci una luce?
E poi c’è ancora lei, nella vita di Michele: Elena.

Non ho cambiato idea su Elena, resta la mia Fata nera. Elena nella sua gabbia di libertà, Elena: “un frammento di luna che si fa liquido nel cielo e comincia a colare lenta e sinuosa. Immaginate di addentrarvi in quella luminosa placenta di miele lunare, tiepida e dolce, fino a fondervi con essa.”
Elena è colei che ha reso Michele ciò che è diventato. È la sua salvezza.. E lui, riuscirà a salvarla ancora?

In attesa del completamento della trilogia e di vedere la terza metamorfosi del protagonista, vi consiglio di conoscere” Michelino”, ve ne innamorerete, nonostante tutto!

.. “Che a volte la follia è un rifugio dall’aridità del mondo normale.

 

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Letizia Vicidomini – Notte in bianco

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Il sangue del fiore mi segna la mano. Sgomento negli occhi. Si apre lo squarcio. È viola, non rosso, il dolore del cuore.

Quando si termina la lettura di un romanzo che ti lascia pezzi di cuore da ricucire è sempre difficile farne una degna recensione.

Mille sarebbero le parole da dire su questo piccolo capolavoro che in sé racchiude le più svariate sfumature dell’animo umano. Ho pensato a dargli un’etichetta, ma non è possibile! Questo è un noir sì, nerissimo per giunta, ed è carico di poesia, ma non poesia sdolcinata. È poesia dell’anima, è analisi psicologica e introspezione. L’autrice sa toccare argomenti che fanno parte della nostra quotidianità come l’amicizia, l’amore, la fratellanza, la maternità, i rapporti di vicinato, e sa renderli speciali, intensi, profondi.

La storia tragica di Viola Carraturo fa da sfondo all’intera vicenda, ambientata nella splendida Napoli. Una città che ti sembra di vivere leggendola, grazie alle descrizioni delle vie, delle case, delle persone al mercato, nei negozi, agli odori, profumi, rumori fatti anche di chiacchiere e pettegolezzi tra comari. Descrizioni mai pesanti, mai prolisse, sempre messe lì, al punto giusto!

Ho conosciuto Viola detta da tutti “La Tabaccaia”, un soprannome che indica la poca considerazione con la quale veniva vista dal vicinato: una donna dura, sfuggente, mal vestita, sporca, per tutti era quella strana, quella su cui costruire i pettegolezzi più biechi. Ma lei dentro racchiudeva un segreto, un dolore che nessuno poteva capire, né sapere. E attorno a lei, altre figure con drammi e segreti nascosti a loro volta, le ruotano intorno come un vortice.

Dentro, invece, io custodisco l’inferno e i suoi mille rumori, i suoi strepiti, le voci e le urla che nessun altro sente oltre me, che quell’inferno ce l’ho chiuso nell’anima.

Un racconto alternato da parti scritte in corsivo che, ammetto, mi hanno spiazzata e fuorviata più volte nel corso dell’indagine: una, più persone osservano la scena da fuori, raccontando in prima persona e nulla è mai ciò che sembra. Un gioco delle parti perfettamente architettato ad arte per ingannare benevolmente il lettore. Sulla morte violenta di Viola si creano mille ipotesi. Seguiamo l’indagine affiancando il commissario, ora in pensione e dedito al giardinaggio, Andrea Martino detto “il commissario buono”.

L’intera vicenda toccherà profondamente l’animo sensibile dell’uomo, portandolo nel buio del sentimento umano, confrontandosi con il male, contro il quale non sempre si vince, e con la giustizia che non sempre viene fatta e non sempre è quella che pensiamo sia corretto assicurare.

Il tema della maternità mancata, della violenza sulle donne vista sotto l’aspetto sia fisico che psicologico è descritta in modo superlativo, sottolineando anche come spesso queste vittime siano, in fondo, sole in mezzo a tanta gente.

La stragrande maggioranza della gente non cerca condivisione, si esibisce in qualche assolo per attirare attenzione, ma poi non ama il coinvolgimento, si gira dall’altra parte più spesso che può. L’uomo è solo, anche se cammina in mezzo a una moltitudine, pure se c’è qualcuno che l’ama, ed è sempre in cerca di qualcosa che non sa spiegare neppure a sé stesso.

Non voglio dire di più sulla trama. Voglio soppesare l’intensità della scrittura dell’autrice, mai banale, mai superficiale, mai “già vista” e convincere chi mi sta leggendo a prendere in mano questo libro e tuffarsi a piè pari nella storia e passare con essa una indimenticabile ‘notte in bianco‘.

Vi lascio con quest’ultima citazione (ne avrei messe molte altre!) che ho sentito molto mia.

Le notti così inquiete sembrano non dover mai finire, moltiplicano i fantasmi e i pensieri, in una spirale che vortica di continuo.

 

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Gian Luca Campagna – L’estate del mirto selvatico

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Leggere questo libro è esattamente come Federico Canestri, lo scrittore protagonista della storia, vorrebbe che fosse il suo romanzo.

Portare a spasso su un sidecar il lettore, non fissargli la cintura di sicurezza, senza casco, condurlo a centocinquanta chilometri orari in un altrove che non conosce, sorprenderlo anche nelle piccole soste, consentirgli di riflettere soltanto quando ha raggiunto la meta, emozionarlo pagina dopo pagina, svelando alla fine la più grande banalità dell’esistenza…“.

Questo è ciò che si prova leggendo Gian Luca Campagna. Con questa storia, l’autore ci catapulta nel luglio 1990, nei ricordi di un’estate italiana, quella dei mondiali di calcio, quella delle notti magiche della Nannini. Tra le avventure di ragazzi adolescenti che vogliono divertirsi e prendere la vita a piene mani, scoprire l’amore e le sue forme, tra le emozioni che la gioventù amplifica e rende, a volte, anche insopportabili. Gioia, passione, amicizia, ma anche odio, tradimento, vendetta. Una banda di buoni a contrastare i bulli che se la prendono con il ragazzo più debole del gruppo.

In un alternarsi di passato e presente, seguiamo il Federico adulto, oggi, tornato al Circeo per scoprire la verità su una tragica vicenda che chiede giustizia da tempo. Un uomo con i suoi tormentati trascorsi sentimentali, uno scrittore con la crisi da pagina bianca, che rivive i suoi ricordi di ragazzino: le partite con gli amici sulla spiaggia di Sabaudia, vegliati dal profilo di pietra della Maga, ovvero il monte Circeo, descritto in più parti del romanzo in modo splendido, come un pittore dipinge un quadro.

Lo stile di Campagna è descrittivo e spesso poetico: riusciamo quasi a vedere i colori di questo cielo dalle “nuvole sudicie che rischiavano di imbrattare quel quadro dal colore pastello“, gli odori dei cespugli di mirto, il fruscio delle fronde dei carrubi. E il mare, in cui perdere lo sguardo e rivivere le sensazioni di quella che suo padre definiva ‘L’estate indiana’, quel periodo in cui “tutto è ammesso e dove le sofferenze e le criticità della vita scompaiono“. Ma non sarà proprio così per Federico, che farà un percorso tortuoso, incontrando gli amici dell’adolescenza, alla ricerca di una verità che potrebbe sconvolgere le sue poche certezze.

Uno stile narrativo che va in crescendo, mantenendo così la curiosità nel lettore che vuole proseguire la storia per capire, con il protagonista, la verità finale.

Una storia cupa, non un giallo, non un noir, ma qualcosa di ancora diverso, non etichettabile, che affronta, tra gli altri, il tema del bullismo, argomento molto moderno, ma già ben noto anche negli anni in cui si svolgono i fatti.

Il più forte vince sempre, sarà davvero così?

Buona lettura e buon viaggio sul Monte Circeo.

 

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Fratelli Frilli Editori


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Sara Magnoli – Dark web

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Il dark web (in italiano: web oscuro o rete oscura) è la terminologia che si usa per definire i contenuti del World Wide Web nelle darknet (reti oscure) che si raggiungono via Internet attraverso specifici software, configurazioni e accessi autorizzativi. (fonte Wikipedia)

Certo, nulla di nuovo, conosciamo più o meno cos’è il Dark Web, i pericoli e le insidie che si nascondono nel buio, l’orrore della pedopornografia. Ma la storia raccontata qui da Sara Magnoli è agghiacciante e quanto mai realistica.

Ho letteralmente divorato questo libro, letto in poche ore, un ritmo talmente incalzante e ad alta tensione che ho ancora la pelle d’oca.

Ho seguito la storia di Eva con apprensione, ansia, paura ; sensazioni forse amplificate dal fatto di essere madre di una ragazzina della stessa età di Eva. Una tensione narrativa che non lascia un attimo di tregua, attimi in cui vorresti gridare a Eva di star lontana dal lato oscuro, di non cascarci, di fidarsi solo dei genitori e parlare con loro!

Ma, in fondo, parlo con la visione di una madre, mentre la storia è vissuta e descritta in prima persona dalla protagonista, una quattordicenne che vive per i social, per ottenere più like, nell’era di Instagram, Whatsapp e Facebook, quest’ultimo meno perché, come dice la stessa Eva “è più lento, più da vecchi“.

Eva Vesna (questo il suo avatar su Instagram) sogna di diventare una famosa influencer di moda e crede finalmente di poter realizzare il suo più grande sogno entrando in contatto con uno dei più seguiti profili Instagram. Lui la porterà al successo. Ancora non sa che questo la porterà verso un incubo dal quale non saprà come uscire, arrivando a compiere gesti disperati e fuori controllo.

Oltre quello schermo, infatti, oltre quell’avatar così accattivante, Doom Lad, c’è una figura oscura, un ragno che sta tessendo una tela per catturare la sua preda e darla in pasto ad altri ragni che attendono nel buio.

“Nessuno è amico di nessuno nella rete nera, nel dark web. Lì non si è semplicemente nel profondo. Lì si è nelle tenebre. Tra i signori delle tenebre. Molto più mostri di quelli che qualsiasi artificio letterario, qualsiasi ricostruzione in videogame, qualsiasi pensiero potrebbe riuscire a creare.Tra mostri reali. Veri. In carne e ossa. Pronti a sbranare. Non aspettano altro.”

Un romanzo per ragazzi, sì, ma sicuramente per adulti, genitori, insegnanti. Da diffondere come lettura nelle scuole, per sensibilizzare il più possibile ragazzi e genitori su un argomento che a volte è sottovalutato da entrambi. Ricco di spunti di discussione per tutti: da notare che si parla anche di bullismo e cyberbullismo, temi quantomai attuali tra i giovani purtroppo.

Faccio i miei complimenti all’autrice che non ha mai allentato la corda della tensione e ha saputo disseminare diversi spunti di riflessione in più parti del testo.

Vi lascio con un estratto finale che mi ha davvero colpita:

“Rocce di burro. Gli adulti sono strani. Si perdono in un bicchiere d’acqua. Non ci ascoltano. Sembrano forti, quando ti urlano nelle orecchie che cosa non va bene, come sono scontenti di te, che non sei la figlia che si aspettavano, che li deludi. Poi quando c’è un problema serio li vedi lì, molli molli come se fossero burro fuso. Sono una roccia di burro.”

 

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