Luoghi di libri

Marcella Formenti – La morte della Romanziera

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Siamo a Palermo nel 1949, pronti ad assistere a un imponente funerale, quello di Tindara Persichini maritata Bonocore, per tutti la Romanziera in virtù del suo sviscerato amore per i libri. Proclamata a furore di popolo la settima Santa di Palermo, morta a soli 49 anni dopo aver bevuto per errore un decotto di cicuta invece della tisana che aveva chiesto alle suore del convento di Torretta dove si era recata in visita. Ma soprattutto siamo nella Sicilia del secondo dopoguerra, un’isola dove la giustizia sembra non essere mai arrivata, dove imperano gabellotti, banditi e mafiosi, dove i braccianti muoiono di fame e la politica e il malcostume si mescolano e si amalgamano in un tutto inscindibile.

In Sicilia la situazione politica era abbastanza chiara. C’erano i comunisti, i socialisti, i democristiani, i monarchici e i mafiosi. E poi c’erano le donne braccianti. Le donne erano sempre le prime a lavorare, centinaia di migliaia. Una massa prevalente di femmine in prima linea…” (pag. 10)

E fra queste donne, sebbene in una classe sociale privilegiata, troviamo Tindara. Sfuggita bambina insieme al fratello Bernardo al terremoto di Messina – madre e un altro fratellino sono periti sotto le macerie – arriva a Palermo dove il padre, Cav. Persichetti ricostruisce la sua fortuna. Quindicenne, Tindara viene rapita da Felice Bonocore di vent’anni più vecchio, e costretta a sposarlo. Non lo amerà mai sebbene da lui abbia quattro figli e la morte del primo, Tore, la perseguiterà fino al suo ultimo giorno di vita. Già, perché Tindara diciottenne ha scoperto all’improvviso di avere un dono straordinario: la capacità di curare qualunque male con l’imposizione delle mani. Qualunque male, ma non quello che ha colpito il piccolo Tore. Socialista come il fratello Bernardo, che diventa parlamentare a Roma nel partito di Nenni, Tindara ha due sole passioni nella vita: i libri e la salute di coloro che le chiedono aiuto. Guardata con profondo sospetto e persino con timore dalla Chiesa per questo dono che rasenta la stregoneria, non è di certo amata dai democristiani siciliani.

Persino il bandito Salvatore Giuliano si avvicina a lei con un misto di disprezzo e ammirazione. In questo clima di adorazione dei suoi assistiti e malanimo delle istituzioni laiche e religiose si consuma la sua strana morte, tanto che il fratello chiede a Rosario Granata, appena nominato ispettore capo di Palermo un supplemento di indagini: un terribile sbaglio o un omicidio premeditato? Granata non ne verrà a capo e perderà anche il posto, per insipienza, per superficialità, per innata incapacità. Cosa davvero sia successo quel giorno al convento di Torretta lo scopriranno i lettori.

Marcella Formenti ha saldato con incredibile bravura un pezzo di Storia della Sicilia – inclusa la strage di Portella della Ginestra – con un personaggio di fantasia, ma così vivo e reale da incantare. Tindara è la Grande Madre che cura e conforta, una figura di donna coraggiosa e impavida, una lettrice accanita dal tocco divino e raccoglie pertanto in sé tutte quelle caratteristiche che nei secoli hanno condannato le donne, di volta in volta, al rogo o all’oblio. Dunque pur sempre a una morte reale o fittizia.

Francesca

 

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Piergiorgio Pulixi – Per un’ora d’amore

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Ogni storia che Piergiorgio Pulixi ci racconta non è solo il racconto di una vicenda, ma contiene riflessioni e spunti sulla società e sulle sfaccettature dell’animo umano, sui lati oscuri che chiunque porta con sé e nascosti dietro facciate che permettano di condurre una vita all’apparenza normale, per occultare agli occhi di chi è vicino ferite mai davvero guarite, ma che condizionano le relazioni e il modo di guardare il mondo.

Ogni suo romanzo racchiude sentimenti ed emozioni contrastanti e ne genera a cascata nel lettore. “Per un’ora d’amore” è una sorta di “vaso di Pandora” dei sentimenti che, appena scoperchiato, esplodono nella testa e nel cuore di chi legge.

Gli occhi di Eva, le curve ammorbidite di Mara, il viso pieno di Pavan, le mani nodose di Italo, i body stesi ad asciugare di Filippo, le spalle larghe di Vito Strega, su cui continua a ricadere il peso del “canto degli innocenti”, sono i dettagli concreti che, nella loro semplicità, canalizzano tutta la sofferenza, la determinazione, la sete di verità e giustizia, l’abnegazione e l’amore che trasudano da ogni pagina.

I personaggi, che ormai ben conosciamo, si muovono questa volta sullo sfondo di una Milano più che mai “incattivita”, in netto contrasto con i suoi scorci di disarmante bellezza, accompagnati dai segreti di un passato non ancora risolto, che li rendono gli unici a poter condurre un’indagine scomoda, alla ricerca dei moventi e dei responsabili di una sorta di persecuzione di genere, tema dolorosamente attuale, con radici culturali e psicologiche di enorme portata umana e sociale.

La trama, sempre magistralmente intessuta e fitta di incastri e colpi di scena, in questa storia più ancora che nelle precedenti, è solo il pretesto per mettere in luce le fragilità dei veri protagonisti: non gli investigatori, ma gli uomini e le donne che vestono quei panni e che cominciano a “scricchiolare sotto le loro corazze; non solo le vittime materiali, ma chi resta a fare i conti con la violenza e la perdita”.

L’ammirazione ormai inveterata per l’autore e la predilezione per il suo personaggio mi rendono una consigliera di parte, ma l’unica cosa che posso dire è che non bisogna perdere la ricchezza che questa lettura ha da regalare a piene mani.

Anzi, no. Una cosa ancora: a presto, Professore.

Mimma

 

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Pif, Marco Lillo – Io posso. Due donne sole contro la mafia

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Io posso’, due parole, una minaccia piena di prepotenza e di consapevolezza di impunità e di essere al di sopra della legge. È la risposta tipica dei mafiosi e dei collusi alle rimostranze delle vittime e degli onesti.

La stessa risposta data dall’imprenditore edile Lo Sicco, colluso con la mafia, alle sorelle Pilliu nell’atto di depredarle delle loro case. Ma la filosofia delle sorelle ‘chi pecora si fa, il lupo se la mangia’ da loro la forza di opporsi al sopruso con quarantotto denunce successive, con la pazienza di presentarsi ogni volta a battere cassa ad uno Stato che le ignora, pretendendo giustizia. Hanno sperperato tutti i loro averi in avvocati, ma non hanno ceduto. Hanno vinto tante battaglie dal 1983 ad oggi. Sono anche state riconosciute ‘vittime di mafia’, un fregio ed una medaglia senza rimborso però!

Rispetto alla mia aspettativa, rimane delusa la possibilità di sentire la voce diretta delle vittime e il risvolto più personale ed emotivo della vicenda, ma credo che il concentrarsi sui fatti nasca dalla volontà di un approccio giornalistico, ma che rispecchi anche il carattere riservato delle due donne.

Interessante e illuminante disamina della situazione palermitana degli ultimi 30 anni.

Patrizia

 

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Cristina Brondoni – L’inferno degli eletti

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Di questo romanzo c’è poco da dire. Se non che ha meritato la menzione speciale ricevuta dalla giuria del prestigioso Premio Scerbanenco e che, probabilmente, avrebbe anche meritato di vincerlo.

Gli ingredienti principali sono due: adrenalina e, soprattutto, indagine sociale e psicologica delle varie sfumature di un termine sempre più comune, discusso, “gettonato” e pubblicizzato, usato non sempre a proposito e spesso trattato senza l’attenzione, la cura e l’appropriatezza che gli si dovrebbero riservare: l’abuso.

Uomini e donne soli, plagiati e disposti a tutto per mantenere la nuova dimensione “familiare” in cui si sentono protetti e accuditi: una finta casa tra le cui mura si consuma la violenza psicologica; traditi dalle persone di cui si fidano ciecamente. Un parallelismo che coinvolge in prima persona l’investigatore protagonista: Enea deve lottare per il presente di Achille, affrontando il proprio passato, per trasformarsi finalmente da preda in salvezza per chi è debole come lo è stato lui.

Un gioco di contrasti in cui nomi che richiamano i grandi eroi dell’epica classica, sono quelli delle vittime, convinte da personalità manipolatrici di essere deboli, trascinate in una ricerca della purezza e della salute che nasconde il delirio di menti malate ed esaltate.

Non resta che Cristina Brondoni torni presto a raccontarci il seguito della storia di Enea.

Mimma

 

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Antonio Manzini – Gli ultimi giorni di quiete

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Non c’è nulla che sia contro natura, più del dover seppellire il proprio figlio. Considerazione banale, ma Antonio Manzini tratta il dolore dei genitori sopravvissuti in una maniera che banale non è affatto. Alla disperazione della perdita si aggiunge la rabbia di vedere che, dopo pochi anni, chi ha ucciso la loro ragione di vita è già uscito di prigione ed è libero di ricostruire: ha un lavoro, una casa, una donna dei progetti. Ha la speranza che ha tolto al loro Corrado e che, soprattutto, ha precluso per sempre loro, obbligati a sopravvivere in una quotidianità fatta di piccole incombenze a cui dedicarsi meccanicamente, senza sospensione o abbreviazione della condanna che, per loro è, e sarà davvero, a vita.

Manzini ci porta con delicatezza e sapienza nel profondo della sofferenza che ha diviso Pasquale e Nora: uniti solo nella perdita, ma ognuno chiuso nel suo personale buio che ha affrontato e continua ad affrontare come può; ognuno con i suoi fantasmi e con il suo sistema per non soccombere: per il negozio, l’uno per l’altra, ma su due binari paralleli destinati a non incontrarsi mai più. Fino a quando, “l’ingiustizia” torna di nuovo a irrompere nelle loro vite. Riuniti dalla rabbia, si separeranno ancora nella maniera di fronteggiarla. Il viaggio che l’autore ci porta a fare è nelle pieghe della mente e dell’anima di un padre e di una madre: sanguigno, Pasquale, che dovrà fare i conti con ciò che ci si aspetterebbe per il suo ruolo di capofamiglia e di uomo, ma ancor di più con la sua natura, buona e onesta a dispetto di tutto.

Disperata, Nora, e ostinata, come solo una madre può essere. Silenziosa, defilata, apparentemente innocua, ma determinata nel raggiungere un obiettivo ben più necessario e profondo della mera vendetta, per porre fine alla sofferenza per l’ingiustizia subita dalla sua famiglia.
Una narrazione intensa, fatta di piccoli gesti, di sfumature che entrano nella mente e nel cuore di chi legge, immergendolo nella immobilità della vita dopo la perdita, nella quiete, solo apparente, di tante giornate tutte uguali tra loro, nella sofferenza di chi sopravvive senza volerlo. Dall’angoscia dell’essere annientati, si deve trovare la forza di rialzarsi: ognuno a modo proprio e inesorabilmente soli, perché senza un pezzo di cuore, non si può che esserlo.

Non è certo il genere a cui l’autore ci ha abituati e che probabilmente gli ha dato la fama su larga scala con le storie di Rocco Schiavone. E a mio parere, proprio per questo, merita di essere letto.

Mimma

 

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