Dario Galimberti – Il dubbio del delegato

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Tra il giugno e il luglio del 1940 “… circa 13.000 soldati polacchi furono costretti a trovare rifugio nella Confederazione.” Vivevano in campi d’internamento, ma non se ne stavano certo con le mani in mano. I pulacch – come venivano chiamati in Canton Ticino – tagliavano boschi, pulivano strade, aiutavano la popolazione locale in campi e orti.

Parte da questa tranche quasi dimenticata di storia svizzera il nuovo affascinante giallo di Dario Galimberti che ha come protagonista, ancora una volta, il delegato Ezechiele Beretta della gendarmeria luganese, coadiuvato dal fido Tranquillo Bernasconi – ufficialmente in pensione, ma pur sempre pronto alla pugna – e da Sterlina, la misteriosa compagna di vita e avventure del delegato. È l’antivigilia di Natale del 1941 ed è appena cominciato a nevicare quando il Beretta viene convocato nell’abitato di Vico Morcote: tre uomini sono stati uccisi, tre soldati polacchi appartenenti al vicino campo d’internamento. Il Beretta e il Bernasconi – che si trovava in ufficio per i doverosi auguri – partono di gran carriera mentre la neve scende sempre più fitta rendendo lo studio della scena del crimine assai difficile. Ancor più difficile cavare qualcosa dalla bocca dei polacchi internati o dal capoposto svizzero sergente maggiore Ferro.

Per giunta, di lì a poco, annunciato dal caporale Viscardi, arriva il giovane primo tenente della polizia giudiziaria militare François Dupond. I morti sono soldati e come prevede il Codice penale del ‘27 dev’essere la polizia giudiziaria dell’esercito a occuparsene. Ma Dupond non esiterà ad avvalersi delle note abilità investigative di Beretta nel corso dell’indagine che parte con tutte le ipotesi possibili sul perché di quel triplice omicidio e accurati colloqui con gli abitanti di Vico Morcote. Si scoprirà così che uno dei morti, Jan Novak, si è incontrato per ben due volte con una misteriosa donna avvolta in un tabarro – nonostante il divieto assoluto a che ciò accada imposto dalle autorità svizzere – e la seconda poche ore prima di perdere la vita. È forse lei l’assassina? Impugnava lei la pistola Nagant M1895, un tempo di fabbricazione belga e poi prodotta in Russia, che ha esploso i colpi mortali? Una pistola vecchia di cinquant’anni. E qual era il legame fra i tre morti, cos’avevano in comune? E come mai proprio Novak da un certo momento in poi si era rifiutato di tornare a lavorare nel bosco del Torello non lontano dal paese di Carona senza spiegarne il motivo? Quante domande e quanti dubbi per il delegato Beretta e la partenza improvvisa di Sterlina fra Natale e Capodanno per visitare un’amica vicino al lago di Costanza non lo aiuta certo a pensare con lucidità. Ma con pazienza, intuito, sagacia e un pizzico di fortuna, Beretta e Bernasconi scopriranno l’arcano che si rivelerà molto più complesso di quel che inizialmente immaginavano e persino condito dalla spaventosa apparizione di un fantasma.

Meglio fermarsi qui e lasciare ai lettori il piacere di scoprire, pagina dopo pagina, i risvolti dell’ottima trama gialla di questo libro ricco, come sempre, di precise annotazioni storiche e architettoniche, di personaggi realmente vissuti e di una Lugano ormai in gran parte scomparsa.

Vi lascio con le parole di Ezechiele Beretta, così belle e vere:
Lui amava il suo lago. A volte scuro, con la Porlezzina di levante in agguato, pronta a spazzare a pelo d’acqua ogni cosa. Altre turchese, a chiazze, quando fiorivano le alghe e l’acqua verde rame pareva celasse un tesoro di smeraldi.” (pag. 149). Un lago che non smette mai d’incantare e rasserenare gli animi anche in epoche terribili di guerre assurde.

Francesca

 

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