Maurizio de Giovanni – Soledad

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Soledad, non può che essere il romanzo della solitudine. Ma, da maestro qual è, Maurizio de Giovanni costruisce una solitudine diversa, che definirei corale, fatta delle solitudini dei singoli, sullo sfondo di una festa che è sempre stata contemporaneamente annuncio di amore e gioia, ma rivelatrice di malinconia.

È il dicembre del 1939 e tutti si muovono per le strade di Napoli, animati dal fervore dei preparativi per la festa di Natale, in un clima di speranza che porta già inesorabilmente con sé la consapevolezza della tragedia nazionale imminente: Ricciardi “non ricordava un’epoca come quella. Sospesa tra la condizione reale e quella che si desiderava o millantava coì bene da crederla vera”.

Nei giorni che precedono la festa, mentre indaga alla ricerca del suo colpevole, il commissario verrà turbato da una rivelazione che lo farà sentire solo contro una minaccia tanto incredibile da sconvolgere per la sua concretezza. E a quel punto, Ricciardi, proprio nella solitudine della sua “ansia strisciante”, si troverà vicino come mai avrebbe pensato, al vicequestore Garzo, fino a quel momento considerato agli antipodi del suo modo di sentire e pensare.

Maione, solo di fronte al crollo delle certezze e del fallimento, che dalla solitudine della delusione e della vergogna trova la forza di essere ciò che lo contraddistingue prima ancora della divisa: un padre. Accanto a lui, a causare e consolare allo stesso tempo il suo dolore, Bambinella: sola di fronte all’emarginazione e al terrore della repressione del “diverso”, ma circondata, sempre, dalla sua “famiglia per scelta”.

Modo, che della solitudine, soprattutto intellettuale e ideologica fa la sua bandiera, scopre invece vicinanza e solidarietà nell’ultimo posto al mondo in cui avrebbe pensato di cercare.

Bianca, vacilla nella sua scelta di solitudine, messa di fronte alla sete di vita e di amore di qualcun altro, che finalmente le permette di vedere la propria fame di felicità vera e non surrogata, al di là della riservatezza imposta dalle consuetudini social e dalla vergogna del marchio a cui è stata condannata da scelte non sue.

Nelide, sola nella sua missione, accompagnata da un’ombra, che chissà fino a quando sarà sufficiente a riempire il vuoto della rinuncia.
Marta, circondata d’amore, inconsapevole di un dono che le regalerà una solitudine che ancora non conosce
del dono che la renderà sola.

E infine, Livia. La sua solitudine è quella che per qualche ragione mi ha toccato di più il cuore: lontana dalla terra in cui riposano i ricordi più belli e più strazianti della sua vita, in cui ha lasciato l’amore e la voglia di vivere, che nemmeno il successo, l’adorazione e i corteggiatori che ha trovato in un altro paese, in cui potrebbe ricominciare a vivere e in cui sarebbe al sicuro dalla guerra e dalle minacce da cui è fuggita, possono cancellare.

L’amore è un’assurdità d’altra parte… In nome dell’amore si commettono le peggiori nefandezze… l’amore, e si sfregia. L’amore e si accoltella. L’amore, e si spara”.

E chissà che cosa sarà di Livia, Luigi Alfredo, Marta e di tutti gli altri in nome dell’amore?

Mimma

 

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