Sara Vallefuoco – Chimere

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L’atmosfera di inizio Novecento, quella in cui sembra di sentire il rumore degli zoccoli dei cavalli, il fruscio delle gonne, l’odore delle strade impolverate, mi ha sempre affascinata, ed è quella che si respira in ogni pagina di Chimere.

Un’ambientazione “retrò” in cui si muovono personaggi di estrema modernità.

Amelia Spano, studentessa universitaria, con la sua anteprima di gonna-pantalone – e già questi sarebbero motivo sufficienti per essere messa al bando dalle “matrone” borghesi – per di più frequentante una facoltà come quella di medicina, regno da sempre solo degli uomini.

Pierre Ghibaudo, delicato nei sentimenti e nei pensieri, vicino agli ultimi e additato da loro proprio come il braccio armato del loro oppressore, pur avendo scelto di diventare Carabiniere per proteggere chi è rimasto nella difficoltà da cui proviene lui stesso.

Il brigadiere capo Moretti, incarnazione del virile uomo di legge, ma guardato con sospetto perché appassionato di medicina legale e dei progressi della nascente scienza forense, in contrapposizione ai metodi di indagine tradizionale.

Sullo sfondo la Roma di inizio secolo, una società in cui la differenza tra ricchi e poveri è un abisso, in cui si consumano esistenze invisibili, indigenze economiche e morali che crescono inascoltate, costringendo a inventare espedienti che li precipitano, in maniera inesorabile, verso la tragedia.

Questi gli ingredienti di un giallo elegante e scorrevole, in cui la soluzione appare lontana fino al finale, crudo e per questo particolarmente amaro. Ma, per usare le parole del Brigadiere Ghibaudo: “La verità è sempre la verità. Senza non si guarisce”.

Mimma

 

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