Haruki Murakami – Prima persona singolare

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Volendo riassumere Prima persona singolare di Haruki Murakami in un’esclamazione, non potrebbe che essere ‘wow’! Ho finito di leggerlo qualche minuto fa e sono assalita dal bisogno impellente di recensirlo per cristallizzare l’entusiasmo e lo stupore provati e farveli assaporare con veemenza attraverso le mie parole. Forse nell’assurdo tentativo di immortalarli e renderli imperituri. Chi ha letto un po’ di opere di Murakami non potrà fare a meno di avere l’impressione che gli altri romanzi, in cui lascia trasparire se stesso attraverso i vari personaggi, siano una sorta di preparazione a questo, al momento in cui ha voluto rivelare tutto se stesso ai suoi lettori. Per farlo non sceglie di scrivere una pomposa biografia piena di eclatanti eventi. Come per i suoi personaggi, non vuole mostrarci di sé l’aspetto esteriore, ma la sua lente ancora una volta zooma sull’interiore.

Ci regala 8 diverse versioni di se, dell’IO, la prima persona singolare, protagonista assoluta e sola, ma anche particolare e unica. Lo fa riferendoci dei banali aneddoti che hanno caratterizzato il suo quotidiano e che divengono espedienti per condividere con noi non solo il suo pensiero su temi importanti, ma il suo percepire in merito. Ci racconta come vive l’importanza di un incontro e di creazione di un legame, un incontro magari apparentemente insignificante, ma che può lasciare il segno portando con sé una versione di sé in continuo divenire. Passa poi a disquisire circa gli obiettivi della vita che sono per ognuno apparentemente inarrivabili e per ciascuno un diverso modo di percepire ‘un cerchio dai mille centri e senza circonferenza’, la quintessenza della vita, Ci parla del suo rapporto con la morte, processo lento in atto ogni giorno della nostra vita eppure mai definitivo perché continueremo a vivere nei ricordi e nei pensieri dei posteri. Ci racconta l’Amore, quello struggente ed impetuoso adolescenziale, del qui ed ora, molto fisico tanto da paragonarlo al bisogno di cibo. Quell’amore a cui paragoneremo per anni tutti i successivi senza che nessuno ci paia all’altezza, per poi raggiungere la consapevolezza che ogni persona ci colpisce non solo in quanto tale, ma anche per il momento e contesto in cui capita portando con sé un amore differente e che è importante vivere il momento in cui arriva. Ogni amore decontestualizzato non sarebbe stato amore e non segue ragioni, capita e basta. Ci parla della sua famiglia e del rapporto con il padre, rapporto poco amorevole ma ricco di ricordi che gli rendono caro lo sport che seguivano insieme, il baseball, quale emblema della felicità di un bambino di passare del tempo con il genitore. È in questo contesto che ci mostra tutta la sua fragilità e insicurezza, connessa alle critiche del padre, per cui sente il bisogno di soddisfare le aspettative e ammette il suo timore di deludere il lettore e il bisogno di scusarsi con lui per l’eventuale delusione delle aspettative.

Successivamente ci racconta la sua concezione di bellezza, intesa non come mera bellezza fisica, ma come connubio con il carattere e la personalità della persona. Potrebbe sembrare un luogo comune, ma ci mostra come nel quotidiano se una persona possa essere un azzeccatissimo mix di difetti armonici con un risultato più piacevole delle classiche bellezze canoniche. Torna a parlare di amore per dedicarsi ad un concetto di amore più adulto, quello in cui si ha la consapevolezza che possa finire, che possa non essere corrisposto, ma che di per sé regala calore e fa sentire vivi nel presente e nel ricordarlo. Ce ne parla attraverso la scimmia di Shinagawa, metafora del suo Io più inconscio ed ancestrale. Non ha mai raccontato quell’incontro con la scimmia parlante a nessuno, lo ribadisce più volte, ma lo sta raccontando a noi, confessandoci il reale obiettivo di questo romanzo, mettersi a nudo regalandoci una profondissima intimità, tanto da renderci custodi delle sue vicende interiori più segrete. In questa progressiva escalation di complicità si raggiunge l’ultimo capitolo, l’ottavo IO del romanzo, quel che vi conferisce il titolo. In questo ultimo capitolo ci mostra i suoi rituali, il suo senso di colpa e vergogna, il suo rapporto con la sua coscienza e la sua esigenza talvolta di zittirla con la conseguente battaglia di quest’ultima per farsi comunque sentire. Ci mostra la parte più nascosta e conflittuale di sé, quella che non sa spiegare alla moglie, ma deve spiegare ad un’altra donna, metafora della sua coscienza e che forse non ha più voglia di celare e vuole mostrare in maniera eclatante, urlandola in un libro a migliaia di sconosciuti per poterla accettare, metabolizzare e introiettare senza continuare sol a guardarla di rado attraverso l specchio come si guardasse un estraneo.

Leggendo ci sembrerà di fare una chiacchierata al bar con un amico con mille inizi che suonano come ‘ti ho mai detto di quella volta in cui…’. Continui voli pindarici, come scrivesse di getto i ricordi man mano che affiorano, così come capita talvolta durante una chiacchierata leggera in cui un argomento tira l’altro. E spesso si toccano temi molto importanti, parlando di eventi quotidiani e leggeri, forse banali, in un dialogo fluido e amichevole. Azzera le distanze raccontandoci dettagliatamente piccole sensazioni. Il lettore pensa più volte ‘è così che mi sono sentito’, ‘già è proprio così che mi è capitato di pensarla’. Sensazioni che ognuno di noi ha provato almeno una volta nella vita a renderlo uno di noi.

Condivide con noi le sue persone, i suoi interessi musicali, le sue passioni sportive, le sue stranezze, i suoi sensi di colpa e i suoi sogni ad occhi aperti o meno. Realizza una sorta di biografia aneddotica, una biografia delle sue piccole e grandi sensazioni per confessarci sé stesso affinché solo il lettore più empatico possa non leggerlo, ma scoprirlo. In fondo non sono le piccole cose del quotidiano a caratterizzarci e rappresentarci più dei grandi e sporadici eventi della nostra vita? E ognuno di noi non sceglie forse di non renderle accessibili a chiunque, ma solo a pochi e fidati intimi?

Così Murakami a noi lettori dalla mente e dal cuore attenti.

Patrizia

 

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