Antonio Manzini – Le ossa parlano

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Inizia a Roma l’ultima avventura di Rocco Schiavone. Lo incontriamo come testimone nel processo intentato al dirigente di polizia Mastrodomenico – lo stesso che nel 2012 ha spedito Schiavone ad Aosta per motivi disciplinari – e contro il quale Rocco aveva indagato nel 2007. Indagine che gli era costata la morte della moglie Marina. L’altro elemento della banda armata, Sebastiano Cecchetti, un tempo amico fraterno di Rocco, è sparito nel nulla.

A Roma, Schiavone occuperà i pochi giorni a disposizione per fare un’altra cosa che da troppo tempo rimanda: vendere la casa in cui ha vissuto con Marina. Insieme agli amici Brizio e Furio brucerà i vestiti di sua moglie, sconvolto al pensiero che, se dovesse regalarli, un’altra donna li indosserebbe. Conserva soltanto il piccolo specchio in cui Marina si truccava e struccava, qualcosa che gli sembra abbia conservato l’anima della moglie. Nonostante mille volte il dolce fantasma di Marina lo abbia pregato di rifarsi una vita, di seppellirla nel suo cuore, per Schiavone, come per molti altri, esiste un passato che non riesce a passare.

Roma sarà anche luogo di strani incontri. Quello con Caterina Rispoli, da Rocco considerata a un certo punto una nemica e ora prossima a tornare ad Aosta e quello con un inquietante personaggio: Pietro Rakovic che immaginiamo farà parte di una futura avventura di Schiavone.

Dal caldo aprile romano, Schiavone precipita in un freddo, umido e triste aprile aostano dove lo aspetta la squadra al completo: Ugo Casella, Antonio Scipioni, ora suo braccio destro, Michele Deruta e il collega D’Intino, Italo Pierron. Neanche il tempo di riprendere contatto con l’ufficio e la città che nei boschi vicino Saint-Nicolas il medico Corrado Salati scopre, mentre passeggia, delle ossa che spuntano dal terreno. Ossa piccine. Parte da qui la nuova, angosciante indagine del vicequestore e della sua squadra. Infatti, dai rilievi effettuati da Michela Gambino della scientifica, dagli esami dell’anatomopatologo Alberto Fumagalli e di un collega torinese, le ossa, e in special modo i denti, risultano appartenere a un bambino di circa dieci anni, morto strangolato sei o sette anni prima. Schiavone sa di essere in presenza di un crimine legato alla pedofilia, la cosa lo addolora e lo disgusta e, sostenuto dalla sua squadra, riuscirà infine a prendere il colpevole.

Questa, in breve, la storia. Manzini la racconta attraverso dialoghi magistrali e una serrata detection condotta in maniera esemplare, poiché indagare partendo da un cold case presenta non poche complicazioni: recuperare vecchi fascicoli della precedente indagine (la sparizione del bambino, Mirko Sensini, era stata a suo tempo denunciata), filmati di telecamere, eventuali testimoni la cui memoria si è affievolita con il tempo. Bisogna ripercorrere sentieri già battuti con occhi nuovi. Capire come e perché nella tasca dei jeans di Mirko, sbrindellati dal tempo, ci sia un piccolo ciondolo con lo scudo di Capitan America.

Nel frattempo, a margine dell’inchiesta, si muovono le storie dei protagonisti: Italo Pierron e la sua ossessione per il gioco d’azzardo; la giornalista Sandra Buccellati e il suo complicato rapporto con Schiavone; Michele Deruta e la sua prima mostra di pittura; Lupa prossima a partorire i suoi cuccioli.

L’abilità di Manzini non risiede solo in una scrittura tagliente e pulita o nel condurci attraverso l’inchiesta senza mai sbagliare un passaggio, ma anche e soprattutto nel mostrarci uno Schiavone il quale, libro dopo libro, cambia e si trasforma, acquista sempre più in profondità e umanità. E con lui, tutti gli altri comprimari. Credo che questa sia una dote invidiabile e rara in uno scrittore che potrebbe, a buon diritto, considerarsi ‘arrivato’: una forma di profondo rispetto per i suoi lettori e anche, perché no, per i suoi personaggi.

Francesca

 

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