Luoghi di libri

Giampaolo Simi – Rosa elettrica

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Da piccola mi chiamavano la bambina elettrica.

Con questo incipit Giampaolo Simi inizia in tono quasi sommesso e persino tenero un romanzo giallo duro e spigoloso, spietato e intriso di molte, scomode verità.
Rosa, protagonista e voce narrante, è stata una bambina convinta di possedere la capacità di ricaricare batterie, una specie di superpotere. E forse ci sono momenti in cui ci crede ancora o almeno vorrebbe crederci. Fallito l’intento di laurearsi in filosofia con una tesi sul concetto di bene e male in Sant’Agostino, fallito il mobilificio del padre perché le banche gli hanno ritirato il credito, sparito suo fratello per rifarsi una vita lontano dalla famiglia, Rosa entra in Polizia e dopo tre mesi nella Stradale di Casale Monferrato, il Nucleo Regionale le affida un primo incarico da far tremare le vene e i polsi: deve fare la guardia a tale Daniele Mastronero, alias Cocíss, diciottenne, ‘capo zona di due piazze di spaccio, una decina di soldati, più i pusher, le vedette e le sentinelle’ definito dallo psicologo del Servizio Centrale di Roma: “…un soggetto spiccatamente antisociale, dai tratti paranoidi. Presenta forti scompensi umorali, probabilmente legati anche all’uso abituale di sostanze stupefacenti.” Il giovane capo di un quartiere ghetto del Sud Italia, dunque, che dopo l’arresto ha deciso di collaborare con la Procura e grazie al quale sono già stati effettuati diversi arresti.
Il sovrintendente Reja del Servizio Centrale di Protezione, d’accordo con il commissario capo D’Intrò, ha predisposto il trasferimento sotto copertura di Cocíss in una comunità di recupero nell’entroterra toscano. Compito di Rosa controllarlo e proteggerlo perché attraverso Cocíss, D’Intrò conta di arrivare alla cattura di uno dei nomi di spicco della criminalità organizzata legata allo spaccio di stupefacenti: il super boss Incantalupo, l’uomo senza volto.
Inizia così il travagliato e improbabile rapporto fra la trentenne, stanca e disincantata Rosa e il folle, schizzato Cocíss, accusato fra l’altro, da un certo momento in poi, di essere l’esecutore materiale di un efferato omicidio legato a regolamenti di conti fra cosche rivali, omicidio nel corso del quale hanno perso la vita due bambine innocenti. Ma è stato davvero lui a sparare? E perché, se tutti ne erano a conoscenza, sia D’Intrò che i mandanti malavitosi all’improvviso lo vogliono morto? Rosa è confusa, trascinata da quel diciottenne spavaldo, analfabeta e dislessico in una fuga folle e precipitosa in giro per l’Europa con la promessa di Cocíss di consegnarle Incantalupo sicuro che questo sia l’unico modo per rifarsi altrove una vita. Nei giorni della fuga, Rosa, sebbene prudente come un domatore di fronte a una tigre selvaggia, riuscirà a scorgere sotto la superficie scabra e corrotta di Mastronero, il ragazzo dimenticato da tutti, il giovane costretto a costruirsi una sua distorta morale e stralunata logica per affrontare la vita.

So che potrebbe avere in mente un piano che sfugge a me e anche a D’Intrò. So che non smetterà di combattere, anche se è rimasto da solo. Ma è un cane da combattimento, non sa fare altro, e per lui, in definitiva, combattere e vivere sono la stessa cosa.

Simi ha creato due personaggi vivi e indimenticabili avvinti da un legame intriso di sospetto, ma anche di complicità, pietà, accudimento e reciproco rispetto. Due mondi paralleli che per caso s’incontrano imparando ciascuno qualcosa dall’altro.

Scritto nel 2007, siamo felici di poter leggere oggi questo libro di rara intensità e concreta denuncia sociale. E, nelle parole dell’autore, lasciare senza un nome la città della piazza di spaccio ha un suo perché. È un ghetto-simbolo di una grande metropoli del Mediterraneo, orribile e segnato da profonda anomia e tanto basti.

Francesca

 

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Elia Zordan – Quattro passi, un respiro, Sulla banchina 17 e 50 [#audioteca]

Là, dove gli abbracci e le visite sono ancora vietati, dove l’isolamento genera solitudine e sconforto, il suono di una voce può essere determinante per alleviare il peso di una giornata altrimenti infinita. Una voce che arriva nitida e non filtrata da mascherine e visiere.

Quella voce, per noi e per voi, si nutre ovviamente di immagini tratte da libri e racconti. E’ la voce delle ragazze de Lo Scatolino di Ars e Corde, degli stessi autori e anche nostra, tutti meravigliosi interpreti di racconti. Come meravigliosi sono gli autori che, quei racconti, ce li regalano. E noi li regaliamo a voi, ovunque siate, affinchè possiate scacciare la noia e la solitudine in nostra compagnia.

Questo il nostro abbraccio virtuale per voi tutti.
Buon ascolto!

I racconti possono essere ascoltati direttamente su questa pagina oppure cliccando su è possibile scaricarli e ascoltarli più tardi.

12/05/2021

Sulla banchina 17 e 50 da Quattro passi, un respiro di Elia Zordan letto da Dante Bianchi

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Viola Ardone – Il treno dei bambini

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Come tutte le storie ambientate a Napoli, anche questa si è guadagnata un posto speciale nel mio cuore e, del resto, come si potrebbe non essere conquistati dalla tenerezza dei bambini che Viola Ardone mette sul “treno per il Nord”? Come non commuoversi quando lasciano le loro case con la testa colma della paura per “i comunisti” che li portano via e il cuore diviso tra la nostalgia per le famiglie che li salutano dalla banchina e la speranza di trovare un tetto, pasti caldi e vestiti nuovi?

Il viaggio e la nuova vita a Modena sono raccontate dal protagonista, Amerigo, con la concretezza di cui è capace solo un bambino disilluso, che non ha mai avuto tempo da perdere inseguendo sentimenti e sogni, troppo preso dalla necessità di sopravvivere e dalla ricerca di espedienti per farlo.

Dopo la partenza da Napoli, Amerigo e i suoi compagni di viaggio sperimentano sensazioni completamente nuove: lo stupore nel capire che la “solidarietà” e la ”carità” sono due cose diverse e di cui non avere vergogna, la possibilità di avere tempo per il gioco fine a se stesso, senza essere “la malerba che cresce” perché non porta pane a casa, la felicità di trovare un calore diverso da quello di un cappotto nuovo o di un paio di scarpe non bucate, ma fatto di attenzioni e carezze, la scoperta di una scuola che non è punizione , ma anche luogo di gioco e nascita di amicizie. Diventano, insomma, bambini che hanno la possibilità di essere davvero tali, senza essere costretti a vivere da adulti prima del tempo.

E come meravigliarsi del fatto che alcuni di loro scelgano di correre incontro a questa opportunità? Ma non per tutti la scelta è priva di conseguenze. Il protagonista, a differenza degli altri, conosce un amore fatto di equivoci e incomprensioni, che rende il riscatto un fardello colmo di senso di colpa e vergogna; un amore figlio della povertà e della necessità: l’affetto di una madre parca di carezze e parole perché consolare, così come abbracciare, “non era arte sua”. L’adulto che Amerigo diventa deve venire a patti con ciò che ha abbandonato, fuggendo, e tornare in quella che è stata la sua casa, ma che da tempo immemore non sente più come tale. Non importa se non ha più la possibilità di chiarire i malintesi, se ormai è troppo tardi per suggellare con un abbraccio la comprensione finalmente ritrovata. Amerigo, dopo tanti anni, ha l’opportunità di assolvere se stesso e riportare il suo cuore nel basso in cui, nelle fredde notti della sua infanzia, si stringeva nell’abbraccio ruvido della donna che lo aveva messo al mondo. Soprattutto, ha l’occasione di donare a qualcuno, proprio lui che, fino ad allora, ha avuto tanto e non ha dato quasi nulla in cambio.

Una lettura emotivamente molto intensa, mai noiosa o sconfinante in un buonismo fuori luogo, in cui una prosa scorrevole, il cui registro cambia con il mutare e crescere del narratore, trasporta appieno il lettore nella dimensione dei personaggi.

Mimma

 

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Alice Basso – Il morso della vipera

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Vani Sarca mi ha tenuto compagnia durante la prima “quarantena”: la leggevo la sera, prima di addormentarmi, come un balsamo. Se io, come tutti, non potevo uscire di casa, c’era Vani che mi ricordava quanto fosse bella Torino, la sua collina e Avigliana e tutti i luoghi in cui le sue avventure l’hanno portata durante i cinque romanzi. Che ho letteralmente divorato. Perché finito il primo, non potevo non voler sapere a cosa stesse lavorando ora quella che in un certo qual senso era diventata un’amica. E poi, affezionarsi a Vani ha significato voler bene un po’ anche a Berganza e a Irma e Riccardo e a tutti i personaggi che, con lei e attorno a lei, hanno sfilato nelle sue avventure.

Arriva l’estate e si prova a respirare un po’, seppure con cautela. Le mie letture estive, ahimè, sono state non troppo rilassanti per preparare un concorso che aspettiamo dall’anno Duemilaesempre e si farà nell’anno Duemilaemai.

Poi, ecco l’autunno e di nuovo numeri, percentuali, contagiati, malati, mascherine, DaD o DDI poco importa ma la scuola quella vera non si ferma ed ecco l’uscita de “Il morso della vipera”, il nuovo romanzo di Alice Basso, la “mamma” di Vani Sarca.

Lo prendo e lo tengo lì, nella mia scorta di “piccoli momenti di felicità per nutrire la Resistenza”. Resistere a questa situazione sempre, possibilmente circondandosi di ciò che mi fa bene, come la lettura. Per cui Anita Bo è stata a decantare alcuni mesi in libreria. Poi, qualche settimana fa l’ho iniziata. Inutile negare che Vani mi mancasse tantissimo, che la cercassi in qualche gesto o battuta di questa Anita, apparentemente troppo bella per essere anche intelligente. Incantata dalla descrizione di Torino negli anni ’30 e dalla pertinenza storica dei personaggi, ad un certo punto ho capito che stavo commettendo un grande, grandissimo errore: cercare Vani in Anita non è possibile ed è giusto che non ci abbia trovato la benchè minima somiglianza. Nel momento in cui ho dato una chance a questo nuovo personaggio, la lettura è diventata scorrevole e ho potuto godere di tutte quelle sfumature che a noi, Millennials o quasi Millennials, quasi sembrano scontate.

Anita Bo, figlia di una coppia di tabaccai, ha vent’anni nella Torino del 1935. La Seconda Guerra Mondiale non è ancora nei pensieri della gente, neppure di Mussolini forse, ma i Fasci controllano la vita degli onesti cittadini senza farsi sfuggire nulla e manipolando la verità a proprio uso e consumo. Anita vede davanti a sé un futuro radioso con un bel rampollo di una famiglia di commercianti della città, Corrado, ma nelle sue vene, grazie alla migliore amica Clara e alla ex insegnante di dattilografia, Candida Florio, scorre una voglia molto particolare per quei tempi: il desiderio di emancipazione. Così Anita decide di lavorare un po’ di mesi come dattilografa, pur essendo stata una delle peggiori alunne di Candida in quel senso, e viene assunta presso la casa editrice del signor Muzio Monnè, che pubblica la rivista Saturnalia, settimanale di racconti gialli. Qui mi fermo, perché se no è spoiler ma sappiate che ho imparato più informazioni sulla storia del giallo italiano e sul rapporto tra Fascismo e scrittura da Anita Bo che da qualsiasi altra persona. All’interno del romanzo poi, la vita personale e affettiva di Anita si fonde con un mistero irrisolto, la versione sbagliata della Storia che il Fascismo vuole vendere ai cittadini. E Anita, cresciuta a pane e bellezza, convinta di non possedere nient’altro che la propria figura snella e sinuosa e il proprio visino da diva, scopre di avere un grande talento per le storie.

Le suggestioni che Alice Basso ci regala in questo romanzo (il primo di tante avventure di Anita Bo, speriamo!) sono molteplici: dalle geometrie di una Torino che diventa sempre più espressione del Regime, alle poesie ancora non note a quel tempo in Italia di Edgar Master Lee ma che, decenni dopo De Andrè trasformerà in canzoni e ancora grandi nomi di giallisti americani, Raymond Chandler uno tra tutti. Insomma incontrare Anita Bo e i suoi amici è stata una rivelazione, un piccolo lumino in questo lungo inverno che non è ancora terminato.

Consigliatissimo.

Annamaria

 

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Anna Maria Dileo – Pensieri contorti di Anna [#audioteca]

Là, dove gli abbracci e le visite sono ancora vietati, dove l’isolamento genera solitudine e sconforto, il suono di una voce può essere determinante per alleviare il peso di una giornata altrimenti infinita. Una voce che arriva nitida e non filtrata da mascherine e visiere.

Quella voce, per noi e per voi, si nutre ovviamente di immagini tratte da libri e racconti. E’ la voce delle ragazze de Lo Scatolino di Ars e Corde, degli stessi autori e anche nostra, tutti meravigliosi interpreti di racconti. Come meravigliosi sono gli autori che, quei racconti, ce li regalano. E noi li regaliamo a voi, ovunque siate, affinchè possiate scacciare la noia e la solitudine in nostra compagnia.

Questo il nostro abbraccio virtuale per voi tutti.
Buon ascolto!

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05/05/2021

Pensieri contorti di Anna di Anna Maria Dileo letto da Barbara Sancin

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