Aldo Germani – Due case

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Due case che dovrebbero esser una, una famiglia che dovrebbe essere unita invece è spezzata. Nulla di nuovo sotto il sole: di vicende drammatiche come questa ne è piena la Storia, di fratelli che si odiano e che si fanno la guerra, e talvolta la pelle, ne abbiamo sentito raccontare cento volte. Eppure ogni storia è a sé e questa, scritta magistralmente da Aldo Germani, conquista il suo spazio nel mondo della letteratura e riesce a rendersi a suo modo indimenticabile.

Finito di leggerla sai che Gae, Pietro, Nina, Abele e Viola si inseriranno a pieno titolo nella lista dei personaggi del cuore, perché ti avranno fatto commuovere, arrabbiare, stupire e sospirare come solo i personaggi vivi, rotondi e palpitanti sanno fare.

Siamo nei primi anni Cinquanta, in un’Italia rurale impegnata nello sforzo di ricostruzione e indebolita dalle ferite di guerra. Tutti hanno pagato dazio: chi rimettendoci un arto, chi un figlio, chi la sanità mentale, e quello che è successo è inciso nel profondo dell’animo di ciascuno.

Pietro, secondogenito di Salvo e Jolanda partito in guerra, partecipa alla campagna di Russia e quando torna a casa vi trova Nina, una giovane fanciulla che dalla città è sfollata in campagna da una zia. Nina ha conosciuto e si è fidanzata con Abele, il figlio più grande, che in quanto primogenito è stato esonerato dal servizio militare. Aristide, il minore dei tre fratelli, ha scritto tante lettere al padre dall’Albania, ma da quel fronte non ha mai fatto ritorno.

I traumi e la rabbia dell’esperienza bellica si sono è impossessati di Pietro, lo hanno reso focoso, tumultuoso, e a questo ardore non sa sottrarsi Nina, che, pur apprezzando il cuore gentile e i modi delicati di Abele, ne resta irresistibilmente attratta.

La magia romantica che si era creata fra i due giovani fidanzati è spezzata, gli equilibri infranti e dall’ineluttabile conflitto fra i due fratelli ne esce vincitore Pietro, che in cuor suo sente di avere diritto a un risarcimento dal dio della guerra, così come Abele sa di dovergli un tributo per esserne stato risparmiato.

Le conseguenze dello scontro sono irreversibili e il prezzo da pagare per l’intera famiglia è un muro che Abele erge e che taglia in due la proprietà.

Due case di schiena, le hanno costruite così, uguali e girate, con le finestre che non si guardano e i balconi come braccia conserte su facciate arrabbiate. Una ha il sole presto, all’altra arriva tardi. Se lo contendono, il sole, forse si danno le spalle per questo. Una si è presa il giardino più grande, con tutto il verde di cui sono capaci le piante d’estate, l’altra si è accontentata dello sterrato rimasto, con dentro un faggio soltanto.

Il muro che divide le case è una lama di pietra che esce in cortile e continua anche in strada, fa un giro lungo intorno al podere più grande e poi torna, dal lato opposto, per infilarsi fra le case di nuovo. E’ un muro talmente alto che Gae, pure se monta sopra una sedia, del parco oltre la cinta vede solo le punte degli alberi e il cielo che toccano.

Così vede il mondo il piccolo Gaetano, che nel cortile sterrato vi è nato e cresciuto insieme ai due fratellini, Roberto e Viola, e ora anche all’ultimo arrivato, Eugenio.

Gae è venuto al mondo con un difetto fisico, una gamba più corta dell’altra e un piedino storto, per questo è costretto a indossare una brutta scarpa ortopedica e a subire le angherie dei suoi compagni di scuola. Il bullismo non è un fenomeno recente, la crudeltà del più forte verso il più debole è insita nella natura umana, lo è da sempre. Lo vediamo subito, dal momento in cui all’inizio del romanzo Gae viene catturato dai suoi “amici” e lasciato a sgolarsi legato al tronco di un albero fino a notte fonda. Questo meraviglioso incipit ci dice subito che l’autore non ci risparmierà nulla, ci mostrerà senza filtri la grettezza dell’uomo, le sue debolezze, la sua vulnerabilità, il suo farsi sopraffare dalla sfiducia e dalla disperazione fino a perdere la ragione, e che l’insieme degli accadimenti sarà il motore per farne succedere altri, rotelle in un ingranaggio che non si può fermare. Tanto, se non arrivano da soli, ci pensano i nostri personaggi a farli accadere, e il nonno Salvo in questo è specialista.

Salvo, a cui manca un braccio per un incidente da ragazzo e per questo non ha combattuto la guerra, si autonomina caporale dell’unico soldato che pende dalle sue labbra, l’intraprendente nipotino Gae, che invece alla guerra ci vuole sempre giocare e che è disposto a tutto pur di guadagnarsi sul campo una medaglia che attesti il suo valore, gli ridia fiducia in sé stesso e in cui si concretizzi l’autostima di cui ha disperatamente bisogno. Nonno monco e nipote zoppo formano un sodalizio che ha come obiettivo far succedere qualcosa affinché la famiglia si ricomponga. Forse non c’è un piano preciso, i due vanno a tentoni, ma Salvo non può più sopportare di sapere l’altro figlio al di là del muro e Gae non sopporta più di non sapere cosa ci sia, al di là di quel maledetto muro. Fra i molti errori commessi dal poveruomo, il più grave è senz’altro l’aver sottovalutato le potenzialità del ragazzino, che a cocciutaggine e determinazione non è secondo a nessuno, ma non ha ancora la capacità di pesare le conseguenze delle sue azioni.

E che ruolo hanno, in questa storia, le donne? Hanno quello che è loro concesso nella società di quegli anni: marginale, nell’ombra, ma solo apparentemente. In realtà, come spesso si verifica nella vita vera, sono registe che manovrano fili nascosti, che con il loro non dire e non fare (perché non possono, non perché non vogliano) riescono comunque a condurre le cose. Questo vale per Jolanda, che trasmette la sua pionieristica passione per i fiori e le loro proprietà al figlio Abele, vale per Nina, oggetto del contendere fra i due maschi alfa e vale anche per la piccola Viola. Anzi lei è la vera rivoluzionaria, benché giovanissima, e non ci sta a farsi ghettizzare in un ruolo che le sta stretto – a soli nove anni deve accudire alla casa e occuparsi del fratellino più piccolo in assenza della madre – e a rinunciare alle sue passioni di giovane promessa della ginnastica artistica, proprio ora che le Olimpiadi di Roma sono alle porte e la sua allenatrice crede così tanto in lei!

La deve smettere” dice Pietro all’allenatrice “di mettere strane idee in testa a mia figlia. E’ una ragazzina giudiziosa, non ha bisogno di pensare che può avere più di quello che ha già”.

Parole gravissime, che pesano come macigni soprattutto sul cuore di una madre impotente di fronte all’ignoranza del suo uomo. Ma Viola rifiuta il ruolo di capro espiatorio: i grandi si azzuffano, suo fratello scalmanato combina guai e lei dovrebbe pagarne le conseguenze? Il seme della rivoluzione è gettato anche da lei e se si raccoglieranno i frutti del cambiamento sarà anche merito suo. Viola è uno di quei personaggi che abitano ai margini delle pagine, ma solo quando il quadro è completo ti accorgi di quanto colore hanno contribuito a dare all’intera opera.

Viola è la mia preferita, un’eroina giovane e arrabbiata, con tutto da guadagnare e nulla da perdere: aver capito questo a soli nove anni la dice lunga sullo spessore del suo personaggio!

Ma ogni attore di questo dramma è indimenticabile e il merito è dell’autore. Aldo Germani sa entrare nell’anima delle sue creature con una penna chirurgica: ne scopre i nervi, eviscera sentimenti allocati nel bassoventre più che nel petto, rimuove cisti incarnite di dolori che non hanno più motivo di esistere. La sua scrittura è asciutta ed essenziale e come faccia ad essere nello stesso tempo anche poetica, empatica e profonda non lo so, ma arriva, e tocca corde intime, commuove, in alcune pagine fino alle lacrime.

Una bellissima scoperta, Germani, che spero con tutto il cuore ci possa ancora stupire con altre storie belle come questa, assolutamente meritevole di essere letta e promossa.

Manu

 

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One thought on “Aldo Germani – Due case

  1. Ho letto questo romanzo e confermo il commento positivo di questa recensione. È uno dei più belli letti in questi ultimi anni

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