Sally Rooney – Persone normali

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Con un titolo come questo viene da chiedersi: cosa succede in questo romanzo, si ridefinisce il concetto di normalità? Cosa significa essere una persona normale? Cos’è la normalità e perché ambirvi?

Detta così sembrerebbe un trattato di psicologia o un saggio di sociologia, invece siamo di fronte alla seconda opera -di grande successo-di una giovane scrittrice irlandese, un romanzo molto delicato e nello steso tempo crudo, che racconta le vicende di due giovani di un paesino vicino a Dublino, Connell e Marianne, e la loro evoluzione da adolescenti liceali a adulti consapevoli delle proprie scelte e quindi delle conseguenze che queste comportano.

La prima cosa che si coglie, fin dalle righe iniziali, è che il narrato in terza persona è molto dettagliato e che sono i piccoli particolari, anche i più minuziosi, a raccontarci la storia. Il punto di vista del narratore è distaccato, come una telecamera che dall’alto registra e segue l’azione e, nello stesso tempo, con un obiettivo macro mette a fuoco il singolo gesto, il respiro/sospiro più o meno profondo, il tocco delle dita, il battito di ciglia, catturando la sfumatura invisibile, il dettaglio nascosto. Sono questi microscopici frammenti che compongono il “non detto”, che ci svelano il retropensieri, le rivoluzioni interiori e che ci fanno seguire la traversata in solitaria nelle menti ora di Connel, ora di Marianne. La ricchezza della storia va cercata lì, nelle piccole cose più che nei grandi avvenimenti, benché la trama non ne sia priva, ma non è l’accadimento dei fatti quello che regge la struttura del romanzo. Anzi, spenderei una parola di elogio proprio sull’abilità della Rooney nell’utilizzo dei salti temporali e dei continui flashback come tecnica di narrazione. Le stesse situazioni si ripresentano ricollocate nel tempo, raccontandoci versioni diverse a seconda del punto di vista del personaggio che ce le mostra o del protagonista che le vive.

Marianne ha una famiglia molto benestante, è orfana di padre dai tredici anni e, oltre a un passato di abusi e violenze, ha grandissime difficoltà di relazione con la madre anaffettiva e con il fratello, a mio avviso “disturbato”. Vituperata e emarginata a scuola, vive la sua solitudine con la consapevoleza di avere un’intelligenza decisamente superiore alla media e accettando la distanza sociale ed emotiva dai suoi coetanei come un dato di fatto.
Anche Connell, suo compagno di classe, è brillante e ha ottimi risultati, ma al contrario di Marianne è molto popolare ed ha successo non solo fra i ragazzi ma addirittura con qualche insegnante del liceo.
Nella relazione fra i due, la prima difficoltà nasce dalla differenza abissale di ceto sociale, e non è poca cosa in un paesino di provincia come quello in cui vivono. Di fatto Connell è figlio – senza padre – di Lorraine, la domestica che fa le pulizie nella villa dove abita Marianne. È lì che si incontrano e iniziano a parlare, quando il ragazzo va a prendere la madre dopo il lavoro, perché in classe, per tacito e comune accordo, i due si ignorano e fingono di non avere alcun rapporto né alcuna confidenza, nascondendosi agli occhi di tutti.
La cosa non è normale, ma normali loro non si sentono, né mai normale sarà la loro storia, il loro modo di volersi bene, di ferirsi, di respingersi e di cercarsi di nuovo. Nulla sarà mai normale perché non esiste una definizione certa e condivisa di normalità, certo non per loro, ma io credo per nessuno.

L’autrice non ci offre una descrizione precisa dell’aspetto dei due ragazzi, se non dicendoci che Marianne al liceo viene considerata brutta (una nerd) per poi sbocciare e diventare carina e desiderabile successivamente; Connel invece è da sempre e indiscutibilmente bello, dal volto elegante e regolare e dal fisico atletico, ma questo non fa differenza: sono sempre gli sguardi che hanno l’uno per l’altra a definirli e a determinarne il fascino e l’avvenenza. A rendere i loro visi più o meno magri, o pallidi, la pelle screpolata, luminosa o tumefatta, sarà sempre la visione che ci viene restituita dagli occhi dell’altro.

L’arco temporale in cui si svolge la storia (quattro anni, dal gennaio 2011 al febbraio 2015) è il periodo più importante per le vite dei due protagonisti che si allacciano nell’ultimo anno di liceo, si legano, si stringono, si sciolgono e si riannodano fino alla fine dell’università. Ma sono lacci che più che intrecciasi si ingarbugliano, non avendo la consapevolezza di dove finisce l’uno e incomincia l’altra.

Pianticelle che crescono vicine, sostenendosi o soffocandosi a vicenda, dice la “quarta di copertina”. Ecco, nessuna immagine mi sembra più azzeccata di questa ed è quello che me l’ha fatto scegliere quando mi sono trovata il libro fra le mani. Nel gioco delle assonanze paragono questo rapporto un po’ morboso a quello di Emma e Dexter ne “Un giorno” di David Nicholls, per chi lo avesse letto.

Non è stato un colpo di fulmine, per me questa lettura, ma ammetto che basta poco e poi ti aggancia, ti trascina dentro e alla fine non ti molla così facilmente. Forse perché una figura esclusiva, un’affinità elettiva di questo tipo è possibile che si presenti nella vita di ciascuno di noi, una storia “with or without you”, qualcuno di speciale per il quale si prova un’attrazione irresistibile, talvolta malata, inderogabile, che ci aiuta a comprenderci ma non è detto che ci comprenda. Insomma, il risuonare di corde interiori di questo tipo ci fa apprezzare, addirittura amare, o meno, questo romanzo a seconda di quanto sia stata, se c’è stata, questa esperienza.

Manu

 

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