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Chiara Pellegrini – Storia di farfalle e altre metamorfosi

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Che vorrei essere diversa da come sono è la prima cosa che devi sapere di me. E non so nemmeno come vorrei essere davvero. Se solo tu fossi qui a raccontarmi come sarò”.

Inizia così la prima lettera che Caterina ragazza scrive a se stessa adulta. Lettere che vengono custodite dentro una scatola per essere ritrovate molti anni dopo e che troveranno risposta.

Conserverò questi fogli nella vecchia scatola di latta della bottiglia di whisky che regalarono al nonno”.

La scrittura, per la protagonista, è la sua “rete da pesca. Lancio e catturo, lancio e catturo. Immagini soprattutto”. E lo è anche per l’autrice, al suo esordio narrativo. Chiara Pellegrini dimostra grande abilità nell’uso delle parole, nella costruzione delle frasi, nel maneggiare le figure retoriche che costruiscono questa storia a due voci che, in realtà, escono da una sola mente, da un solo cuore.

Un lungo flusso di pensieri, tra un passato vissuto nell’attimo e un presente che sa e prova a spiegare. Le due Caterina, la grande e la giovane, parlano entrambe a un altro da sé. Provate a ripensare al vostro “voi” del passato: riuscireste a vedervi come voi stessi o, piuttosto, come se foste davvero un’altra persona, conosciuta, amica ma “altra”? Io ci ho pensato e non ho ancora trovato risposta. Forse, quella risposta, non esiste.

Chiara Pellegrini ci guida in un viaggio nell’universo intimo, che transita in luoghi reali e va a passeggio tra alcuni classici della letteratura. Un viaggio malinconico, nostalgico e poetico dentro l’animo umano alla ricerca di risposte tardive e di un’evidenza ineluttabile.

Talvolta ho l’impressione che la felicità sia come quelle comete, che sfiorano la Terra una volta ogni cento, duecento, mille anni, e poi proseguono la loro corsa scintillante, bruciando col loro fuoco bianco chissà quanta parte di questo profondo mantello oscuro che chiamiamo universo”.

Luisella

 

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Maurizio de Giovanni – Fiori

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La nuova indagine dei Bastardi di Pizzofalcone porta tutti i profumi delle sfumature della scrittura di Maurizio de Giovanni. I “Fiori“ che danno titolo al romanzo uscito oggi per Einaudi sono la presenza costante e il filo che unisce tutti i destini che sono al tempo stesso di solitudine e di solidarietà che rappresentano il commissariato dove opera la squadra creata dalla dallo scrittore partenopeo.

Fiori sono quelli venduti dalla vittima, Savio Niola, 74 anni, trovato brutalmente assassinato all’alba da un vecchio amico.

Fiori sono quelli che con il loro profumo scandiscono le emozioni, le sensazioni, i desideri di tutti i personaggi.

Gli anziani e i giovani sono in qualche modo i due poli d’unione, di vitalità, di decisioni di tutta la struttura del romanzo. Anziana la vittima, anziano l’amico Ciro Durante, commerciante di tessuti da poco rimasto vedovo, che trova il cadavere, anziano Pisanelli, che, seppur deciso a non rientrare in servizio a causa della malattia, è comunque sempre determinante nello svolgimento delle indagini. Un’anzianità che non è però marginalità, ma anzi motore primario della narrazione, in un romanzi che scardina ogni preconcetto e ogni soluzione troppo scontata.

Anziani e bambini da proteggere, da ricordare, ma soprattutto da ascoltare e da non sottovalutare mai: in questo libro non marginale è infatti anche il ruolo di Vittoria, la figlia dodicenne di Elsa Martini, la vicecommissaria che da poco è arrivata dal Nord a Pizzofalcone.

Sembra di notare in questo libro una sorta di chiamata a sé da parte dei Bastardi anche di tutti gli altri personaggi creati da de Giovanni, come se questa squadra, che ancora per tutto questo romanzo deve fare i conti con una possibile chiusura del commissariato, voglia in qualche modo abbracciare tutti gli altri protagonisti nati dalla penna dello scrittore. Le rose riportano a Mina, così come anche questa grande e importante presenza di anziani e bambini, il gioco di occhi tra i personaggi ricorda Sara, lo splendido spaccato dell’alba che inframmezza le indagini che ricorda il momento del pianto con cui si è congedato Ricciardi. Ancora una volta lo stile, la poesia, la storia creata da Maurizio de Giovanni incollano alle pagine e non ti permettono di andartene fino a quando non sei arrivato alla fine. La trama è avvincente, la coralità dei personaggi è sempre più ampia. Il tema dell’amore in tutte le sue sfaccettature è ancora una volta ben presente e fa non da contraltare ma da unione inscindibile con tutte le vicende dei personaggi. Ancora una volta Maurizio de Giovanni sa stupire.

Sara

 

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