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Aldo Cazzullo – A riveder le stelle

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[…] Salimmo su, el primo e io secondo,
tanto ch’ì vidi de le cose belle
che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo.
E quindi uscimmo a riveder le stelle
”.

Dante, Inferno XXXIV

L’ultimo libro che mi accompagna verso la fine di questo 2020 ha un valore altamente simbolico e, per certi versi, consolatorio.

Cominciamo dal titolo: “A riveder le stelle”. L’ultimo verso dell’Inferno di Dante è la presentazione che l’autore vuole per questo libro, che non possiamo definire un romanzo pur non essendo solamente un saggio e quindi lo definiremo un “romanzo saggio”. A riveder le stelle è la speranza che tutto il mondo ha per l’anno che verrà, un 2021 che sta arrivando di gran corsa per permetterci di salutare questo 2020, un vero Inferno in Terra per ciascuno di noi. Se prima la sofferenza, il dolore, la disperazione ci sembravano legati alla guerra, ai migranti, a quello che l’Occidente chiama da due secoli “il Terzo Mondo”, il Covid-19 ha avuto il solo merito di ricordare a tutti che, a prescindere dalla nostra istruzione, dal conto in banca, dal lusso e dagli oggetti che possediamo, siamo vulnerabili e mortali. Insomma, come scriveva John Donne nel XVI secolo, “no man is an island”: siamo tutti interconnessi gli uni agli altri e anche solo una singola morte diminuisce l’intero dell’ umanità.

Dante, “il poeta che inventò l’Italia” poiché la sognava unificata per spirito e intenti già nel Medioevo, quando guerre tra città nemiche, ma anche tra fazioni all’interno della stessa città, erano all’ordine del giorno. Pisa contro Firenze, Guelfi contro Ghibellini, Neri contro Bianchi: eppure il Sommo intravedeva, tra morti e cupidigia umana, il sogno di una Unità. Probabilmente per illustrare ai lettori la propria visione, dare la propria versione della Storia da lui vissuta in quegli anni e togliersi qualche sassolino dalla scarpa, Dante inizia la stesura della più Divina tra le Commedie. L’opera, conosciuta e studiata da milioni di studenti in tutto il mondo da sempre, non è solo un trattato dalle elevate abilità stilistiche e conoscitive del suo tempo, ma rappresenta il viaggio di Dante e di tutti noi che, dopo aver toccato il fondo e averlo esplorato, girone dopo girone, bolgia dopo bolgia, cominciamo la nostra personale e allo stesso tempo universale risalita verso l’alto, riprendendoci l’aria a pieni polmoni seppur da uno spiraglio di luce che la notizia delle imminenti vaccinazioni di questi giorni ci dà, sperando presto di poter tornare a riveder le stelle. Ecco perché romanzo, quasi di formazione, quest’analisi dell’Inferno. Perché saggio, vi domanderete voi? Saggio perché ciascuno dei canti commentato da Cazzullo, contiene un paragone che ne attualizza i contenuti: ecco che al fianco di Dante non appaiono solo Virgilio, Guido Cavalcanti, Paolo e Francesca, i diavoli, Anteo, Ulisse, Ciacco, Farinata degli Uberti ma anche Guccini, Papa Francesco, Vecchioni, Maradona, Ciro Menotti, Flaubert, Camilleri. Inoltre Cazzullo compie insieme al Poeta e alla sua guida Virgilio il viaggio girone per girone, facendolo diventare allo stesso tempo un pellegrinaggio nella nostra bella Italia e nelle vicende che si sono succedute nei secoli: dalla diga del Vajont alle foibe, dalla lotta partigiana al tradimento di Cesare. Dante è il poeta della denuncia: Papi simoniaci, politici corrotti, banchieri ladri, usurai e tutti coloro che antepongono l’interesse privato a quello pubblico. Il poeta non risparmia critiche a nessuno e per ciascuno vi è una punizione giusta e personalizzata, secondo quella che viene definita la “legge del contrappasso”. Ma Dante è anche il cantore delle donne e dell’amore visionario: ricordiamo le meravigliose le figure femminili della Commedia, pensando che Dante sarebbe sicuramente uno degli oppositori alla violenza contro le donne. Innamorato dell’amore, il poeta ama una donna che non vede e una Patria che ancora non esiste ma che viene celebrata dalle sue parole: l’Italia nasce dai suoi versi ancor prima che dai Padri Costituenti.

Ad Aldo Cazzullo, giornalista e uomo di cultura, il merito di avermi (e spero molti altri insieme a me) fatto viaggiare nel più buio dei nostri anni recenti, tra le viscere più profonde dell’Inferno, in compagnia di colui che è ritenuto il poeta più grande della storia dell’umanità, aiutandoci a comprendere quanto sia importante la nostra umanità e la nostra capacità di resistere e rinascere dopo questa epidemia, per tornare a riveder le stelle.

Che sia questo il miglior augurio per il 2021.

Annamaria

 

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Hilary Mantel – Lo specchio e la luce

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Con Lo specchio e la luce, Dame Hilary Mantel conclude la trilogia dedicata a Thomas Cromwell, figlio di un fabbro e birraio di Putney, Surrey, uomo dalle mille sfaccettature e dalla prodigiosa memoria, dalla vita avventurosa – giovanissimo aveva lasciato l’Inghilterra per girare l’Europa, combattendo sotto varie bandiere e lavorando infine per ricchi mercanti fiorentini – Lord del Sigillo Privato, Cavaliere dell’Ordine della Giarrettiera, Earl of Essex e secondo solo al re Enrico VIII.

Terzo volume dopo Wolf Hall e Anna Bolena, una questione di famiglia, Lo specchio e la luce inizia nella primavera del 1536 con la decapitazione della Bolena alla quale il re ha preferito la dolce e docile Jane Seymour.

In realtà, al di là e al di sopra degli ‘innamoramenti reali’ conta e trionfa la ragione di Stato e il prevalere di una nobile famiglia, i Seymour, sull’altra, i Bolena mentre l’Europa è divisa fra lo strapotere dell’Imperatore Carlo V, il re di Francia Francesco I, lo scisma religioso provocato da Enrico VIII e le dispute, anch’esse religiose fra papisti, luterani e protestanti inglesi.

Cromwell, assurto ai vertici del potere e della ricchezza, deve barcamenarsi fra il carattere ondivago e infido del suo re – descritto come gelido, malato, enigmatico e bipolare – l’invidia dei nobili e dei notabili presenti nel Consiglio di stato e in parlamento, l’astio dei cattolici inglesi ed europei i quali, lungi dal considerarlo l’esecutore materiale della volontà di Enrico, lo vedono come l’unico responsabile della dissoluzione degli ordini religiosi le cui ricchezze venivano per altro incamerate dalla corona inglese.

Ma non solo. Cromwell deve anche preoccuparsi di proteggere la figlia di Enrico e della prima moglie Caterina d’Aragona, Maria – goffa, magra, frignante – cattolica convinta come sua madre e, in assenza di un erede maschio, prima in linea di successione alla corona d’Inghilterra.

Ormai cinquantenne, Cromwell deve inoltre fare i conti con i fantasmi del proprio passato: l’arcivescovo Thomas Moore, Anna Bolena e il fratello George, solo per citarne alcuni. Molti sono coloro che lui stesso ha contribuito a portare sul patibolo, colpevoli o meno che fossero. Cromwell pensa sovente a loro e agli anni difficili della sua infanzia e prima adolescenza; alla moglie e alle due figliolette morte da tempo di ‘sweating disease’; alla figlia bastarda Janneke avuta durante il suo soggiorno nei Paesi Bassi (e qui la Mantel gioca con la storia e la propria immaginazione); a quanto gli resta ancora da trascorrere sulla Terra e a come finirà la sua vita.

La Mantel ci racconta un Thomas Cromwell intriso di principio di realtà; obbediente al suo re ma mai servile; in lotta furibonda con il duca di Norfolk e l’arcivescovo di Winchester, Gardimer. Alla fine, saranno questi ultimi i suoi peggiori accusatori. Dopo la morte di Jane Seymour, infatti, Enrico VIII sposerà Anna di Clèves su suggerimento di Cromwell per ingraziarsi Westfalia e Lorena oppositrici dell’imperatore Carlo V. Purtroppo la scelta si rivelerà pessima: al re Anna non piace, non lo attira per nulla anche perché ha già messo gli occhi sulla giovanissima Katherine Howard, nipote di Lord Norfolk ben lieto di usarla per spodestare l’odiato Cromwell. Accusato di tradimento ed eresia – proprio lui che tanto si era speso perché il protestantesimo inglese avesse regole e dogmi chiari e corretti – Thomas Cromwell salirà al patibolo il 28 luglio 1540.

Interessante ricordare che toccherà al suo bis-bis-nipote Oliver Cromwell decapitare un re, Carlo I Stuart, nel 1649.
Hilary Mantel con Lo specchio e la luce è stata finalista al Man Booker Prize del 2020. Il romanzo, scritto per la maggior parte nel tempo presente e in forma di dialogo fra Cromwell e gli altri personaggi, ha descrizioni di superba e poetica bellezza e una straordinaria ricchezza lessicale della cui resa in italiano bisogna essere grati alla bravissima traduttrice Giuseppina Oneto. Magnifiche le ultime pagine dove Thomas Cromwell, rinchiuso nella Torre di Londra, incontra i suoi accusatori Norfolk e Gardimer e alcuni suoi collaboratori, da lui stesso un tempo scelti e protetti, che hanno deciso di tradirlo:
Gli uomini si rifiutano di vivere sentendosi in obbligo” pensa Cromwell “Preferiscono farsi spergiuri e vendere i loro amici…poiché i favori che non possono essere ripagati corrodono l’anima.

Un romanzo che merita davvero di essere letto.

Tersicore

 

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Paola Barbato – Non ti faccio niente

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Non ti faccio niente”: una frase che nasconde un inganno. Soprattutto se a pronunciarla è un uomo che i bambini li rapisce. Trentadue bambini rapiti in sedici anni e poi riconsegnati alle famiglie illesi, intatti, felici. Più felici di quando gli erano stati sottratti. Bambini maltrattati, deprivati, ignorati che sono stati rapiti e salvati da uno sconosciuto che ha ridato loro tre giorni di meritata infanzia per poi restituirli ai loro genitori. Un uomo che è un benefattore ma anche un personaggio problematico, che vive nell’ombra per anni fino a quando qualcuno non lo obbliga ad uscire allo scoperto. Alcuni incidenti in cui perdono la vita delle giovani vittime, sembrano essere stranamente collegati tra loro e sembrano stranamente contenere dei messaggi in codice per lui, Vincenzo. Erano anni che non rapiva un bambino, cosa volevano da lui? Qualcuno vuole emularlo? O forse sfidarlo? In questa inquietante ricerca della verità Vincenzo ritroverà alcuni dei “suoi” bambini che non lo hanno mai dimenticato e si stanno interrogando come “l’Uomo Buono” possa essersi trasformato ne “l’Uomo nero”. Eppure la paperella di gomma gialla che viene ritrovata in ogni luogo degli “incidenti” sembra essere la sua firma… o forse qualcuno sta cercando di incastrarlo?

Paola Barbato ci conduce nella trama affascinante di questo romanzo che è poi anche un viaggio nella mente contorta degli esseri umani; dalla città alla cittadina imborghesita, dal quartiere ricco a quello più desolato, dalla Liguria al Veneto, quasi a perderci sui nostri stessi passi fino a che non fatichiamo a riconoscere chi siano i buoni e chi i cattivi. Un thriller mozzafiato, in cui tutti i tasselli vanno a posto nelle pagine finali lasciando il lettore sbalordito da tanta maestria. E facendoci in fondo capire che nulla è come appare, neppure quando la soluzione sembra semplice come una paperella di plastica gialla.

Assolutamente da leggere se volete sentire il brivido della suspence fino all’ultima riga.

Annamaria

 

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Marilù Oliva – Musica sull’abisso

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È una vera e propria discesa all’inferno quella che unisce i destini degli studenti che nel 2004 frequentavano la V G del prestigioso liceo Marco Tullio Cicerone di Bologna. Morti violente, sparizioni misteriose, casi di pazzia legati a mix di droghe. E una canzone inquietante scritta da alcuni di loro in perfetto latino.
Inquietante non solo perché inneggia alla morte, ma perché descrive, anni prima che accadano, le tragiche sorti a cui gli studenti della classe vanno incontro in una stessa data in anni diversi: il 21 febbraio, da quando nel 2004 scompare il ragazzo più bello della classe, Lorenzo.

A questa scomparsa seguono morti terribili, omicidi travestiti da suicidi e incidenti, alcuni negli anni immediatamente successivi, altri a distanza di un decennio. Uno ogni anno.

Fino al 2019, quando la sorella di una delle vittime, ripescata annegata nei pressi di Padova, non crede né all’incidente né al suicidio. E si rivolge alla questura di Bologna dove le indagini vengono affidate all’ispettore Micol Medici della Squadra Omicidi.

In “Musica sull’abisso” (HarperCollins), Marilù Oliva ci fa entrare nella pancia dell’Ade in una storia fatta di segreti, vendette, paure, relazioni tra adolescenti che oltre l’apparenza nascondono misteri. E dove il senso della morte in agguato è un vero e proprio personaggio. È il motore che regge le fila degli avvenimenti.

La scrittura di Marilù Oliva è colta, fine, profonda, ti lega alla storia senza lasciarti possibilità di fuga. La soluzione è lì, ma il ritmo incalzante e cupo impedisce quasi di vederla. Immagini dirette, descrizioni che alla poesia dei paesaggi e dei sentimenti alternano la crudezza della morte. E quei rimandi a citazioni letterarie, artistiche, storiche, mitologiche, finanche alle caratteristiche delle pietre, che donano una ricchezza particolare, una connotazione ancora più profonda e interessante all’intero romanzo. Che ancora una volta non manca di porre l’accento anche sulle difficoltà che una donna incontra sul lavoro e nella vita.

Gli incubi di Micol che l’aiutano a fare ordine negli indizi che raccoglie rendono ancora più cupa l’intera storia fatta di delitti che nascondono la verità proprio come se questa fosse divorata dalle fiamme dell’inferno. La descrizione di Bologna è bellissima, la città si staglia davanti al lettore togliendogli ancora di più il fiato in un gioco di fascino e di mistero.

Coinvolgente l’alternarsi dalla terza alla prima persona: la terza caratterizza le indagini e la vita di Micol, la prima porta indietro nel tempo e dà voce alle vittime di questo di questo terribile mistero.

Marilù Oliva sa parlare al cuore e all’anima.

Sara

 

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Enrico Pandiani – Il gourmet cena sempre due volte

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Paris is always a good idea” diceva Audrey Hepburn, nel film Sabrina del 1954. E lo sa bene Enrico Pandiani, uno tra i maggiori autori di polizieschi italiani, socio fondatore di Torinoir, che non pago di aver ambientato la sua saga “Les Italiens” a Ville Lumière, ha scelto il capoluogo francese per questo nuovo romanzo edito da EDT per la collana Allacarta.

Va detto anzitutto che “Allacarta” è una collana che vuole unire “il luogo” al “cibo”, temi che solitamente, salvo rare eccezioni, fanno da sfondo a sua maestà la trama, o ne tingono appena i contorni con toni d’acquerello.

In questo romanzo Pandiani ribalta il punto di vista, e porta l’amata Parigi – e la maestria della sua cucina – in primo piano.

Apre la storia con una ferita ancora negli occhi di tutti: Notre Dame dopo l’incendio del 2019. Accarezza con dolcezza la dignità con cui la Cattedrale porta addosso ancora le cicatrici di un dolore inflitto, per poi spostarsi a Saint-Germain: il quartiere latino, dove due anomali detective ci accompagneranno non solo alla risoluzione di un noir, ma alla scoperta della città della luce e dei suoi indimenticabili manicaretti.

Sono stata a Parigi nel 2017, soggiornavo in un piccolo hotel – di nome e di fatto – proprio nel cuore del quartiere latino, vedevo le guglie di Notre Dame dalla finestra della camera, e sfogliando le pagine del romanzo ho rivissuto appieno l’atmosfera, il vociare dei turisti, le strade meno frequentate dove cercavo l’essenza di una città imponente nella sua bellezza e mi beavo dei profumi fuggitivi dalle vetrine e dalle porte dei locali lasciate aperte.

E se è vero che la trama, tra un piatto e una bottiglia di buon vino, sembra passare quasi in secondo piano, è altresì vero che Parigi ancora una volta rapisce i sensi e, grazie alla maestria del narratore, lo fa quasi a 360° permettendoci di viaggiare con i ricordi e l’immaginazione anche in giornate come quelle che viviamo.

Una piccolissima nota a margine: ho adorato il formato cartaceo con la copertina semi rigida e le misure tascabili, di questo romanzo che, con l’elenco dei ristoranti e dei negozi citati lungo la storia e una mappa descrittiva, può diventare utilissimo e complementare ad una qualsivoglia guida turistica.

Sonia

 

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