Luoghi di libri

Paolo Tagliapietra – Due anime. Dos almas

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Il modo di custodire i ricordi è talmente intimo, da non poter riconoscere la storia di una persona a distanza, ciò che a volte sembra immediato, evidente, di qualcuno, nasconde, magari, uno strato imprevedibile di cose inaspettate, felici o dolorose, che ne cambiano davvero l’aspetto agli occhi di chi guarda.

Nella sua seconda fatica letteraria Paolo Tagliapietra ci porta di nuovo un po’ indietro nel tempo. Si parte dal 1978, a Roma e si finisce nel 1998, nella Torino dell’ispettore capo Luigi Nitti. Insieme al poliziotto ritornano, tra gli altri, Barbara, l’amica farmacista e l’assistente capo Rizzo, forse l’unico che conosce bene gli umori dell’ispettore, che sa “leggere tra le righe e muoversi nei momenti giusti”. Nitti, l’abbiamo già conosciuto e visto in azione in “Destino in polvere” (scheda | recensione); è un ispettore dell’introspezione che si aggira in una trama gialla, alla ricerca di colpevoli di crimini che hanno nel passato la loro radice.

Una delle abitudini dell’ispettore Nitti era quella di prendersi del tempo per pensare, raggiungendo il centro a piedi, quasi a farsi suggerire delle idee e degli spunti, utili per le sue indagini.

Il nostro ispettore abita fuori città e “arrivare nelle prime ore della notte, nel posto in cui abitava, era, per Nitti, come varcare la porta del luogo del silenzio. Nel paese, ormai, era tutto fuori servizio: un teatro su cui era calato il sipario”.

Chi sono le due anime, le dos almas che danno il titolo al romanzo? Al lettore scoprirlo piano piano, capitolo dopo capitolo. Saranno proprio quelle anime, in un modo davvero inaspettato, che aiuteranno a trovare il bandolo della matassa.

Luisella

 

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Maurizio de Giovanni – Troppo freddo per Settembre

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Mina è tornata e, con lei, il caos dei Quartieri Spagnoli, la continua dicotomia tra la “giustizia” e l’abitudine ai soprusi, tra i desideri di chi si trova a nascere nella famiglia e nel quartiere sbagliato e la “legge” non scritta da rispettare ad ogni costo, per sopravvivere, per sopraffare e non essere sopraffatti.

Mina anche questa volta irrompe nella vita di chi le sta intorno, non risparmia se stessa e nemmeno i suoi “soci”: Rudy e Domenico “chiamamimimmo” sono letteralmente travolti dalla sua determinazione, trascinati quasi contro la loro volontà nella nuova impresa. E che meraviglia, in questo momento della nostra storia sociale, politica e morale, leggere di qualcuno che, a scapito anche della propria incolumità, è disposto a lottare per ciò che è giusto, a spendersi per chi è più debole, per chi vorrebbe reagire ma non ha il coraggio e che si batte nel rispetto di chi, invece, il coraggio lo raccoglie a piene mani e osa l’impensabile: passare sopra l’orgoglio per chiedere aiuto fuori dalla cerchia consentita.

Il tutto narrato con la consueta attenzione ai piccoli dettagli, alle tante sfaccettature dell’animo umano, con l’eleganza e l’arguzia di un autore che sa farci amare ogni suo personaggio, ciascuno estremamente diverso dagli altri, ma talmente umano da riuscire sempre a toccare qualche corda profonda in ognuno di noi, in modo da farcelo sentire vicino e da farci immedesimare in qualche suo pensiero, sentimento, pregio o difetto. Per questo tutti i personaggi di Maurizio de Giovanni riescono a trasportarci, per il tempo della lettura, nelle strade di Napoli: Mina ci porta nel suo consultorio, nelle case dei Quartieri e negli uffici della magistratura con un realismo tale da farci sentire per un momento passionali e forti come lei, come se davvero potessimo cambiare il mondo, scardinando un pezzo alla volta i meccanismi inceppati, creandone di nuovi, sradicando consuetudini malate protette da un silenzio che il coraggio di Mina squarcia come un grido. Potrebbe essere l’urlo di ognuno di noi di fronte ai soprusi, all’indifferenza e all’omertà? Maurizio de Giovanni ci suggerisce la risposta: perché no?

Mimma

 

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Vladimiro Bottone – Il giardino degli inglesi

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Una Napoli diversa da quella che sono abituata a ricordare, diversa dalla Napoli chiassosa e colorata che siamo abituati a immaginare. La Napoli della metà dell’800, che fa da sfondo alla vicenda de Il giardino degli Inglesi è una città spesso silenziosa, lugubre e buia in cui si incontrano personaggi appartenenti a culture, paesi e ceti sociali molto diversi tra loro.

Vladimiro Bottone crea un intreccio complicato di rapporti a volte ambigui, alcuni di una tenerezza struggente, con i bambini in primo piano: vittime della povertà, dell’indifferenza, della cattiveria degli adulti che paiono ignorarli o usarli, ma non vedere la loro sofferenza. L’autore spazia così dalle ipocrisie e dalle perversioni della aristocrazia napoletana, agli intrighi del mondo accademico a cui fanno da contraltare i membri della borghesia vittoriana inglese che, per svariati motivi, il destino ha portato a convergere a Napoli, a diventare vittime e salvatori, a trovarsi legati a doppio filo ad una vita diversa e a trovare la felicità, la morte e l’amore così lontano dal loro mondo.

Una storia di egoismi e perversioni, miseria e redenzione, un affresco storico a tinte noir che immerge il lettore in un’atmosfera nebbiosa che ricorda quella londinese, descritta con un linguaggio delicato, che colpisce per la sua ricchezza: concreto, ma allo stesso tempo elegante, a tratti forbito, ma mai pomposo o eccessivamente desueto. A mio parere lo stile di per sé è già un ottimo motivo per leggere questo romanzo che fa venire voglia di leggere il precedente a chi come me, non lo ha ancora fatto.

Mimma

 

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Riccardo Persano – Come difendersi da una veneziana

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La mattina al bar è come la sera nella Savana, quando tutte le specie si ritrovano a bere dallo stesso lago, prede e cacciatori avvicinati dai comuni bisogni primari. Allo stesso modo, ogni giorno, al bancone di Arleo, si ritrovano persone di tutti i tipi che, senza distinzione di sesso, religione, etnia, squadra del cuore o ceto sociale, si dedicano al sacro rito del caffè prima di andare incontro alla loro giornata. In questo microcosmo, che ogni giorno si ricrea e si distrugge dopo quindici minuti al massimo, interagiscono soggetti che mai, ripresi nel loro habitat naturale, avrebbero avuto modo o interesse a scambiarsi anche solo un cenno del capo.

Ale, all’anagrafe Alessandro, lavora come barista da quando era ragazzino, dopo aver abbandonato la scuola. Non che sia poco intelligente, tutt’altro. Non ha avuto solo voglia di studiare e, dopo aver svolto lavoretti saltuari, si ritrova, proprio come il padre, barbiere vecchio stampo, a ripetere ogni giorno la stessa frase “Cosa ti faccio oggi?”. Una frase retorica potremmo dire perché Ale, proprio come il padre, sa cosa vogliono le persone, conosce gli avventori del bar Arleo, nel centro città, come le proprie tasche. Ci sono i clienti fissi, come Cappuccino Tiepido, avvenente ragazza della porta accanto o il Poeta, detto così perché “versifica” su ogni argomento terreno e ultraterreno. E poi ci sono gli abituali, quelli che Ale non conosce ma riconosce. Un gesto, una ciocca di capelli ribelle, il loro abbigliamento, alla mimica facciale: ogni dettaglio non sfugge all’occhio allenato del barista che ne capisce la psicologia. Perché, in fondo, per far bene questo lavoro devi essere cortese e far parlare il cliente, senza forzarlo ma portandolo ad aprirsi alle confidenze, così il giorno dopo e il giorno dopo ancora avrà voglia di tornare a “fare due parole” con te. E poi ovviamente DEVI saper fare un buon caffè: questa è la regola numero uno ma il figlio di un napoletano ancor di più. Perché il romanzo di Persano è ambientato in una delle città più belle e controverse d’Italia. Le vicende si svolgono nel Bar Pasticceria Arleo (che realmente esiste nel centro di Genova). Ale vede sfilare sotto i propri occhi ogni mattina una moltitudine di persone e vite e storie diverse e ce le racconta, intercalandole con storie familiari e di incontro scontro ora con “Cannavacciuolo”, il collega arrogante, ora con Davide, l’altro barista e suo amico d’infanzia. La passione di Davide per il cinema ci regala, all’interno degli aneddoti narrati da Ale, numerose citazioni da film. Una per tutti il loro gioco de “l’Adelina” che vale allo sfortunato Ale un bello sganassone in piena faccia.

Ma la “veneziana” del titolo, direte voi? C’è anche lei, descritta in maniera così sensuale che vi verrà subito voglia di procurarvene una.

Ma tra tutti i nostri prodotti ce n’è uno che è di gran lunga il più apprezzato e richiesto: la Veneziana. Un dolce lievitato, farcito con crema pasticcera la cui origine è attestata intorno al quindicesimo secolo. Lo si può reperire facilmente in qualsiasi pasticceria della città, ma quello che abbiamo qui da Arleo è speciale. Il segreto sta nella crema pasticcera, più precisamente nella quantità di crema pasticcera con cui è farcita la Veneziana. In media, ognuna pesa dai due ai tre etti, tanto è il ripieno stipato tra le dolci pareti di brioche […] La Veneziana non conosce stagionalità ed è trasversale rispetto al clima. Va di moda a Natale come a ferragosto, quando piove e quando splende il sole. I suoi consumatori si dividono in due categorie: ci sono quelli seriali, che la prendono ogni mattina e i neofiti, attratti per lo più dalla sua forma rotondeggiante e dal colore della crema che fa capolino in cima al dolce.

La veneziana altro non è che metafora della vita. Se è la prima volta che ti avvicini ad essa, come in ogni nuova esperienza, può finirti male. A meno che non ci sia lì accanto un buon amico, o un barista fidato, pronto a consigliarti.

Buona lettura e, se vi viene l’acquolina in bocca e vorreste vedervi materializzare davanti agli occhi i dolci citati dall’autore, fa tutto parte di un piano diabolico da cui non ci si può’ salvare. Parola di lettrice golosa!

Annamaria

 

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Donato Carrisi – L’ipotesi del male

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Le impressioni che ho avuto leggendo “Il suggeritore” (scheda | recensione) sono state replicate anche in questo secondo romanzo della serie, con piccole differenze che ne hanno fatto perdere alcuni punti. È innegabile che Donato Carrisi sappia scrivere forte e soprattutto bene, il suo stile insieme alla fluidità dei testi sono sicuramente scorrevoli, accurati e molto piacevoli. Inserisce continuamente immagini metaforiche che storicamente dividono da sempre il lettore che apprezza da quello che preferisce non commentare. Io faccio da moderatore e mi piazzo nel mezzo perché se da una parte lo vedo un mezzo furbesco per abbindolare il lettore dall’altra la sua capacità di farlo con così grande naturalezza è da ammirare. Veniamo alla struttura, punto debole del libro. Penso che l’autore si sia dato la zappa sui piedi scrivendo allo stesso tempo un prequel e un sequel di “Il suggeritore” utilizzandone quasi la stessa scaletta. Se ti ripeti perdi credibilità e nonostante il libro sia molto valido ho fatto fatica a non annoiarmi in diversi passaggi. Se i personaggi fossero stati altri forse avrei apprezzato di più ma se scrivi un romanzo con l’intento di inserirlo in una serie allora devi creare una continuity narrativa e non piazzare solo qua e là alcuni riferimenti al precedente libro.

Facendo un passo indietro e tornando alla trama di certo essa è interessante ma sempre se distaccata dal contesto della serie romanzesca, perché anche qui è troppo simile al predecessore. Gli eventi avvengono a distanza di sette anni da quelli narrati ne “Il suggeritore”, Mila cova un malessere che le ricorda il passato come un ammonimento su quello che le potrebbe succedere. La poliziotta dentro di se continua ad avere una sorta d’inquietudine che non l’abbandona. Questa volta avrà a che fare con qualcosa di strano e oscuro, per anni ha sempre dato la caccia a chi è scomparso, i volti che è abituata a vedere ogni giorno sulle pareti del Limbo e che ora hanno il ruolo di carnefici: avrà davanti un intero esercito di ombre pronte a tutto. I potenziali per una storia esplosiva ci sono ma avendo già letto qualcosa di questo tipo si fatica ad esserne completamente catturato. In ogni caso, ogni volta che inizio un libro di Donato Carrisi la mia attenzione è subito catalizzata e i suoi incipit sono fantastici. Il ritmo è molto buono e forsennato, al solito ho letto questo romanzo in pochi giorni perché è impossibile fare altrimenti. Altro aspetto con alti e bassi è stata l’ambientazione, e non sto a dirvi nuovamente il perché. Essa va a braccetto con le atmosfere e la suspense, campi in cui l’autore si dimostra ancora una volta un maestro scrivendo un libro al cardiopalma dall’inizio alla fine e tu lettore faticherai a tirare il fiato. Con Carrisi niente è come sembra, la sua è una visione introspettiva che ci fa conoscere i personaggi scavando nel loro intimo, fino a scoprire il loro lato più nascosto. E’ su questo presupposto che fonda la natura dei suoi protagonisti e infatti non esistono eroi ma persone vere che per quanto positive sono umane e possiedono tutte i propri scheletri nell’armadio. Mila ne è l’emblema: diffidente, senza un briciolo di empatia, non ama essere toccata, è attratta dal pericolo e dal buio che la circonda, e in continua lotta con se stessa per riuscire ad accettarsi e amarsi per quello che è. “L’ipotesi del male” fa riflettere sulla dualità tra bene e male: possono esistere l’una senza l’altra o sono intrinsecamente collegate? Se al mondo esistesse un solo uomo, esso sarebbe buono o cattivo? Tra mistero e malvagità, si legge una storia ambientata nuovamente in un luogo non definito, come a dimostrare che il male si annida ovunque. Una lettura complessa e articolata.

Un thriller possente che coinvolge con una girandola di domande che non cesseranno di esistere neanche dopo averne terminato la lettura. Non smetterò mai di dire che Donato Carrisi ha il grande merito di aver dato uno slancio importante alla letteratura thriller italiana. Nonostante alcune criticità la mia impressione sul libro è ottima, ne consiglio la lettura a tutti coloro che hanno già apprezzato “Il suggeritore”.

Enrico

 

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