Andrea Camilleri – Riccardino

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Questa non vuole essere una recensione, come forse non lo sono volute essere mai neppure le altre. Se recensire vuol dire dare un giudizio allora, come si diceva durante più di un’occasione con gli altri membri di Luoghi di libri, chi siamo noi per dare dei giudizi? Da lettori possiamo esprimere il nostro gusto personale che può o non può incontrare quello di un’altra persona. Questa più di tutte le altre, non vuole essere dunque una recensione, semmai potrei provare a trascrivere per voi le emozioni che mi ha suscitato leggere “Riccardino”, il romanzo che mette fine alle avventure del Commissario Montalbano.

Scrivevo in un mio post, giorni fa, forse proprio in occasione dell’anniversario della morte del Maestro che la “sicilianità” è una filosofia di vita e che, Camilleri rappresenti per molti siciliani un “nonno” e che i suoi personaggi ormai appartengano al patrimonio culturale dell’isola e forse, dell’Italia intera.

Ho letto diversi romanzi e saggi di Camilleri ma era molto che non leggevo un Montalbano e devo dire che, forse a causa della mancanza di pratica, l’ho trovato all’inizio un tantino complicato. Mi sono messa nei panni di chi, non avendo le mie radici, si incammina nella laboriosa traduzione di una lingua che non gli appartiene ma che non può appartenere a nessuno in quanto inventata dall’autore. Sapendo che fosse l’ultimo e volendomelo gustare per questo più a lungo degli altri, l’ho letto quindi su due livelli: il primo livello era quello della traduttrice, cercando di riconoscere il vero dialetto siciliano (nella fusione di tutte le parlate che Camilleri ha miscelato nel suo “vigatese”) dalle parole di fantasia, onomatopeiche e assonanti create dall’autore. Quelle parole fantastiche (nella duplice accezione del termine in quanto sì frutto di fantasia ma anche meravigliose) prendevano senso all’interno della frase grazie al riconoscimento delle parole esistenti. Capite bene che leggerlo così è un processo più lungo ma anche molto gratificante.

La seconda lettura è stata quella della trama e qui devo dire che ho applaudito il genio di un uomo di ottant’anni che ha saputo mutare, cambiare ed evolversi fino alla fine: il regalo che Camilleri ci ha fatto con l’aggiornamento del vigatese, accompagnandoci per mano nella storia di una lingua che è diventata la storia di un personaggio e di una comunità intera che ormai fanno parte del nostro immaginario non solo di lettori ma anche di spettatori. Ditemi anche voi se non vi è impossibile leggere le battute di Catarella senza sentire la voce del Catarella della Rai. Immaginarvi Montelusa e Vigata come i luoghi che la Rai ha scelto per girare la serie televisiva del nostro commissario. Le espressioni di rabbia di Montalbano, la faccia che fa quando trova il bandolo della matassa.

In questo romanzo, che era stato pensato come un ultimo atto della storia d’amore tra il Creatore e la sua Creatura (e che poi infine così è stato per volere dell’Autore), la bravura del Maestro Camilleri, scrittore di teatro prima di tutto, vien fuori in maniera strabiliante. I dialoghi tra l’Autore e Montalbano, la figura dell’Altro da Sé (il suo doppio televisivo), traspaiono davanti ai nostri occhi e quasi ci confondono, finché alla fine tutto diventa limpido: l’avvenimento centrale su cui Camilleri vuole indagare non è un’altra indagine di Montalbano (in cui tra l’altro come egli stesso scrive, ma non per questo modifica, gli ingredienti sono già noti (Mafia, Chiesa, Stato e Droga). Il corpo di questo ultimo atto è il rapporto tra l’Autore e la Creatura che lo ha portato al successo: fino a quando il puparo può continuare a tenere le fila del suo pupo?

“Riccardino” l’ho letto lentamente, consapevole che sarebbe stato l’ultimo e che vi avrei trovato un addio o forse un arrivederci, perché la produzione di Camilleri che, sicuramente ha ispirato e ispirerà ancora molti, merita di essere letta e riletta per assaporare colori, suoni, sapori di una terra caleidoscopica come i popoli che l’hanno vissuta, una terra in cui dietro ad ogni parola c’è una storia da raccontare. E il Maestro tante ne ha raccontate, fino alla fine.

Annamaria


Ho comprato Riccardino poco dopo il suo arrivo nelle librerie. E l’ho appoggiato lì, in un angolo del tavolo, ad aspettare che fosse il momento.

Riccardino è l’ultimo episodio con il commissario Montalbano come protagonista. E non è una cosa facile da mandar giù: non si è mai pronti a lasciare andare un vecchio amico, anche se immaginario.
Eppure lo si sapeva, il tempo per metabolizzare la cosa è stato generoso. Ma alla fine uno, i conti, li fa con se stesso.

Così ho aspettato, ho guardato la copertina da distante, e poi ho messo il libro in borsa portandolo con me in quei pochi giorni solo miei, lontani da casa.

Già dalla nota dell’editore un nodo prende la gola. La rileggo due volte per ritardare ancora l’inizio del primo capitolo. E quando finalmente mi affaccio nella camera da letto di Salvo, svegliato all’improvviso dal telefono nel mezzo di una notte difficile, la sensazione è quella di ritrovarsi a casa, in compagnia di quell’amico che sai che devi lasciare andare ma che ti regala ancora dei momenti condivisi.

C’è ancora tempo.

Tra le pagine di questo romanzo si trovano i suoni, gli odori e i sapori soprattutto, della Vigata immaginata e tanto amata dal Maestro. La parlata torna immediatamente familiare come il dialetto dei nonni ritrovato nei giorni di vacanza. Ci si addentra nella lettura e nella trama a passo leggero, quasi col timore di far troppo rumore e disturbare non solo i pensieri del commissario, ma anche quelli dell’Autore, che in questo libro si rivela e interviene dicendo, spesso e volentieri, la sua.

Come in ogni famiglia si affrontano pagine di sorrisi, e altre di inevitabili scontri. Si ragiona insieme sugli sviluppi della storia e le possibili varianti, e il nodo in gola di fa più grosso man mano che le pagine da leggere si assottigliano.
Inevitabile l’ultima riga: e ci si sente immediatamente un po’ più soli.

Come un anno fa.

Il commissario Montalbano resterà unico nel suo genere.
Sono certa che presto appariranno tentativi di imitazione, promossi con la scusa di attenuare il vuoto destinato a essere incolmabile, e che le stesse si riveleranno facilmente ridicole scimmiottature di una creatura inarrivabile.

Credo sia chiaro a tutti che l’eredità del Maestro sia ben lontana dall’essere raccolta. E mi ritrovo ben lontana spiritualmente da chi prova a propinare improbabili alternative a cotanto spessore.
La sola consolazione a cui possiamo ricorrere, a mio avviso, è alla consapevolezza che i libri sono cosa viva, mutevole. Il così detto “nero su bianco” varia a seconda del nostro stato d’animo, del nostro pensiero, del momento in cui ci troviamo a vivere. Con questa consapevolezza, possiamo tornare a guardare il Patrimonio letterario lasciatoci da Camilleri, sapendo che ogni qual volta si intenda ritornare ad una storia già letta, la ritroveremo rinnovata, originale, mai uguale a se stessa.

Questa è l’immortalità dei grandi.

Lady Heather

 

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