Vincenzo De Lillo – Delirio

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Delirio” il nuovo romanzo di Vincenzo De Lillo per Biplane Edizioni è tutto un programma.

Vittorio Valeria Vlad (che già il nome la dice lunga) fa Delirio di cognome ma un delirio è la sua vita, fin dalla sua nascita che lo lascia orfano di madre e con un padre, imprenditore ricco e potente che non sa proprio come crescere un figlio. La famiglia disfunzionale in cui il giovane cresce e si fa adulto solo per l’anagrafe (perché come spesso ci tiene a precisare il suo autore è notevolmente sotto l’intelligenza e le competenze medie per uno della sua età) è composta da alcune donne di servizio di diverse nazionalità che si alternano, a fronte di un lauto stipendio, per soddisfare i bisogni primari.

La vita di “Delirio” sembra scorrere stupida e spensierata nel quartiere del Vomero, dove sta la gente che ha i soldi: il giovane trascorre le giornate nel perpetuo stordimento che mix di alcool e droghe gli procurano, collezionando quantità esose di debito che puntuale salda quando l’Ingegnere, suo padre, gli versa la paghetta mensile.

Ma la vita si sa, è ricca di imprevisti anche quando il soggetto in questione è talmente spensierato e sicuro che i soldi del padre risolvano tutto. Così, incurante degli avvertimenti paterni, un giorno Delirio si trova di fronte ad un bancomat non funzionante, generando una serie di debiti e fraintendimenti finché un giorno, dopo un pestaggio, l’illuminazione: non ha più un euro, ecco cosa voleva dirgli l’attento genitore!

Il lettore si troverà in un romanzo alla “trainspotting” di stampo però partenopeo, a percorrere con il giovane Delirio e la sua ragazza, la tortuosa strada verso il riscatto di una vita migliore. In una Napoli che talvolta sembra la parodia di “Gomorra” si scopre che i cattivi nascondono un cuore tenero e una grande voglia di riscatto sociale, perché alla fine ci si stanca anche dei pestaggi e degli omicidi.

La narrazione di tutte le 268 pagine che compongono “Delirio” è scanzonata, ironica e semplicistica, fedele al personaggio che De Lillo vuole descriverci: un giovane solo, privo di modelli a cui ispirarsi, che ha trovato rifugio nello stordimento della vita ricca e moderna che il padre ha potuto offrirgli. Una sorta di romanzo di formazione? In un certo senso sì, anche se forse il messaggio finale (quello che almeno io ci ho trovato) è un po’ diverso dai bildungsroman: per dirla come l’avrebbero detta Totò o Eduardo “chi nasce tunno nun po’ murì quadrato”.

 

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