Valentina Petri – Portami il diario

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In principio fu una pagina Facebook. Portami il diario lo conobbi così, grazie ad una mia sagace e ironica studentessa di 5^ (ciao Carlotta!) che lo scorso anno ne condivideva i post. Iniziai a leggerla. Mi piaceva questa collega (senza nome, perché allora era ancora nell’anonimato) che con sagacia e ironia dipingeva a volte con tenue pennellate naïf, altre con tutti i toni più dark e metallari e altre ancora a tinte decisamente fluo le classi dell’istituto in cui lavora. Ho iniziato “a seguirla” come si dice in gergo (che non vuol dire pedinarla!) e tante sono state le volte che avrei desiderato averla come collega: una con cui sganasciarsi di risate alla macchinetta alla “bevanda al gusto di”, con cui anche i consigli di classe più truci e i collegi docenti più noiosi sarebbero sembrati più leggeri. Badate bene gente, in realtà io ho delle colleghe così. Sono consapevole della mia fortuna. In ogni caso lei sarebbe stata molto bene nel gruppo!

Poi è arrivato Covid-19 e più o meno allora questa “ghostwriter”, creatrice di “Portami il diario” è venuta allo scoperto: Valentina Petri. Vedendo la foto di cotanta donna angelicata viene spontaneo domandarsi dove nasconda queste riserve di ironia! Poter dare un volto alle battute di spirito e alla penna che descriveva i personaggi delle storie narrate su Fb è stato grandioso, figuratevi leggere la notizia che Rizzoli avrebbe pubblicato il libro ispirato a “Portami il diario”, mantenendone tra l’altro il titolo. In trepidante attesa ho contato i giorni che mi separavano dal 19 maggio, continuando a leggere la pagina Fb e gli articoli che intanto Valentina pubblicava sulle più famose testate nazionali riguardo la Dad, l’Esame di Stato 2020, il rientro a scuola a settembre. Se prima la volevo come collega adesso la vorrei come Ministro dell’Istruzione!

Ed è così che la scuola grigia (come tutte le scuole, mi spiace dirlo ma è la verità) si colora con la 3^ Meccanici rinominata “Gangsta Paradise”, che incontriamo Tropposbatti e Piallato, che ci perdiamo dietro la storia d’amore tra il Kalos e Chioma di Fuoco, che rimandiamo in classe il Sarto di Panama, interroghiamo Cappuccino e ascoltiamo la canzone rap di Otello.

Ed è così che pensiamo al patema di dover andare in segreteria per parlare/chiedere/incontrare il collerico segretario Adriano, che sfuggiamo dalle lamentele del collega Rombo che mette note a presunte “galline che razzolano in classe”, che stringiamo amicizia con Mary Poppins e ce la svigniamo se per le scale c’è il collega detto il Ruvido, “Uno che quando distribuivano la simpatia era in coda con Lucius Malfoy”.

Ed è così che in ogni descrizione di Valentina Petri ti ritrovi a pensare che anche tu hai una collega così o hai incontrato un collega cosà, che gli studenti in fondo si somigliano tutti e in alcuni casi, quelli che ci sembrano più disperati, non dobbiamo gettare la spugna perché la Scuola non può smettere di cercare quella “chiave accessibile al bene che c’è in ognuno di noi”. Certo, l’ironia aiuta, l’ironia salverà i professori (in grado di produrla, usarla e capirla) dall’incanutimento, dall’esaurimento nervoso, dalla psoriasi, dalla dermatite atopica e chissà da cos’altro.

Non importa cosa insegni e dove lo insegni. Se sei un/un’insegnante la Scuola è una sola e di Piallato ne potrai incontrare un’infinità perché ce ne sono “uno, nessuno e centomila”.

Leggetelo perché la Scuola, così maltrattata o a volte descritta in maniera fin troppo edulcorata, qui è dipinta con lucida ironia che non copre i problemi (l’abbandono scolastico, la mancanza di dispositivi digitali, i fondi inesistenti o molto esigui, ad esempio) ma li evidenzia e li affronta in maniera propositiva. Leggetelo perché in questi tempi di Dad e in questo futuro incerto, sentir parlare di banchi, lavagne, gente che torna dal bagno col bicchiere del cappuccino, gente che prolunga l’intervallo per whatsapparsi con la fidanzata, gente che è un tutt’uno col banco, gente che si infila le cuffie sotto il cappuccio che neanche gli infiltrati della Polizia nel Cartello colombiano… sì, insomma, leggere queste avventure di quotidiana normalità fa bene al cuore di tutti. Fa bene al cuore degli insegnanti che ricordano com’era la Scuola fino a febbraio (che sembra passato un secolo), fa bene agli studenti (che rievoca le bravate fa sempre allegria). E diciamocelo, fa bene pure ai genitori che ritrovano tra queste pagine la speranza che, prima o poi, la Scuola si riprenderà tutti i suoi studenti. Per almeno mezza giornata.

 

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