Valérie Perrin – Cambiare l’acqua ai fiori

tersicore, 2 Dicembre 2019

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Principale, ma non unica voce narrante di questo insolito e commovente romanzo di Valérie Perrin – moglie del regista Claude Lelouch – alla sua seconda prova letteraria, è Violette Toussaint, abbandonata in fasce da una madre che non ha mai conosciuto. Un’infanzia passata migrando da una famiglia affidataria all’altra, Violette, non ancora diciottenne, ha trovato lavoro come barista. Sera dopo sera, serve colui che diventerà il suo futuro marito, il bellissimo e fatuo Philippe, finché costui, benché attorniato da una miriade di ammiratrici alle quali pare incapace di resistere, non si accorgerà di lei. Travolti da una passione struggente, andranno a vivere insieme nella monocamera che Philippe, unico figlio di una coppia benestante di dirigenti delle poste, ha ricevuto in dono dai genitori. Genitori che mai accetteranno la sua unione con Violette, considerandola una poco di buono, inadeguata al loro adorato e splendido Philippe. E non cambieranno idea neppure quando lei resterà incinta dando poi alla luce una bambina: Léonine.

Con la nascita della piccola, Philippe, che non ha mai combinato alcunché nella vita, accetterà di diventare casellante presso la stazioncina ferroviaria di Malgrange-sur-Nancy e si trasferirà lì con Violette. Ma sarà lei, alla fine, a occuparsi di tutto: figlia, casa, passaggio a livello. Perché Philippe, in testa, ha solo la sua motocicletta, i videogiochi e le donne, tutte le donne possibili.

Eppure, sebbene delusa nel suo sogno di amore e futuro, Violette non si arrende. Si prende cura di sua figlia con profondo amore e devozione, impara di nuovo a leggere e nonostante la presenza/assenza di Philippe, trova una sua dimensione di serenità e appagamento nella vita faticosa e monotona di casellante. Questo finché un evento terribile non sconvolgerà l’esistenza non solo di Violette, ma di molti altri comprimari della vicenda. Philippe e Violette lasceranno la stazione ferroviaria e diventeranno i guardiani del cimitero di Brancion-en-Chalon.

In realtà è da qui che il racconto ha inizio con una serie ininterrotta di flashback e digressioni che, come i rami di un albero frondoso, arricchiscono la storia principale narrata da Violette in prima persona, con le voci di Célia, Iréne Fayolle, Sasha, Luc e Françoise Pelletier e dello stesso Philippe che rivelerà, pagina dopo pagina, una natura ben diversa da quella iniziale. Ciascun personaggio, con le sue memorie di dolori, passioni, momenti di pura felicità e indicibile disperazione, racconterà in terza persona, nelle parole di Violette o attraverso un diario la propria vita.

E se di primo acchito un cimitero può sembrare un luogo improponibile dove ambientare un romanzo, la Perrin riesce con rara maestria a renderlo addirittura gradevole e di sicuro interessante e speciale. Proprio qui e grazie a Sasha, il precedente guardiano, Violette imparerà di nuovo a vivere, a prendersi cura di un orto, dei fiori, delle tombe abbandonate e a trasformare la propria casa in un luogo di pace e accoglienza per i parenti dei defunti e i tanti animali abbandonati dei dintorni. Accompagnata per tutto il racconto dal libro di John Irving ‘Le regole della Casa del sidro’, Violette tornerà a innamorarsi, a ritrovare la speranza e a vedere un futuro proprio in un luogo, il cimitero di Brancion-en-Chalon, dove il futuro ha fine per tanti.

Cambiare l’acqua ai fiori è un romanzo, ma presenta, come si accorgerà chi vorrà leggerlo, anche un risvolto giallo la cui soluzione ci aspetta solo alla fine, inattesa e terribile come solo la vita vera talvolta riesce a essere.

La Perrin scrive e descrive ogni accadimento con garbo e senza compiacersi né del bene né del male che i suoi personaggi compiono, creando figure piene, dense e indimenticabili e raccontandoci quante diverse facce possa mostrare l’amore e come la vita stessa e pure la morte riservino infinite sorprese a chi abbia voglia di ascoltare e capire.

 

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