Mario Calabresi – La mattina dopo

enrico, 20 Novembre 2019

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Resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici riorganizzando positivamente la propria vita, senza alienare la propria identità. Lo so, sembra un corollario matematico per la meticolosità con cui è descritto ma è il primo concetto che mi è venuto in mente fin dai primi minuti di conversazione alla presentazione di questo libro scritto dall’ex direttore de La Stampa e La Repubblica. E’ stato il mio primo approccio con Mario Calabresi, con il suo modo di scrivere e la sua opera. Al di là di ogni orientamento politico inevitabilmente presupposto quando si tratta di giornalisti, questo è un libro che non ha nulla a che fare con le frenetiche dinamiche di un giornale benchè sia, in un certo senso, ad esso collegato. Preferisco dire che deriva da una profonda delusione che il quotidiano ha arrecato alla vita di Mario Calabresi. Direttore de La Stampa prima e de La Repubblica dopo, una mattina si sveglia e improvvisamente gli crolla il mondo addosso: l’editore del secondo quotidiano italiano per diffusione lo lascia letteralmente ‘a piedi’, senza un lavoro per “… disaccordi di vedute”; ecco allora il momento delle domande e dei perché, ecco La mattina dopo.

Tutti quanti ci poniamo un sacco di domande quotidianamente, per 365 giorni all’anno ma in pochi tentano di trovare una risposta agli interrogativi che fin troppo spesso ci tormentano l’esistenza. Ogni cosa che ci circonda è spunto di discussione: un accadimento in ufficio, una battuta con i colleghi, un fatto di cronaca al telegiornale, la lettura della buonanotte ai propri figli e potrei andare avanti sviolinando un elenco lunghissimo. Ma dove sta allora la sottile linea di confine che ci permette di venirne a capo? Nella riflessione. La nostra è ormai una società in perenne ritardo, nel senso che è sempre di corsa, frenetica e agitata che non ci permette una pausa per meditare su quella che è stata la giornata appena trascorsa o anche solo un momento di felicità. Siamo tutti troppo occupati a pensare ‘al dopo’. Proprio a questo fa riferimento Mario Calabresi quando racconta la sua giornata tipo: già dalle prime ore del mattino la sua mente era impegnata a pianificare quella che sarebbe stata la scaletta degli impegni del giorno dopo. Solo quando vedi tutto questo con occhio distaccato ed esterno ti rendi conto della compressione.

Esiste poi l’altro aspetto, quello dell’atteggiamento di fronte alle sciagure che un dio malevolo ha voluto sbatterti in faccia con un tempismo davvero straordinario. Troppo spesso è quello del menefreghismo totale verso la condizione di depressione in cui cade un tuo simile ma che non ti sfiora finchè poi non capita anche a te. E’ proprio questo che tenta di spiegare La mattina dopo, dare risposta a quell’interrogativo che ci poniamo ma al quale non vogliamo e non sappiamo rispondere. Calabresi tenta di farlo lavorando in primis su se stesso riannodando i fili con un passato dimenticato, messo sotto chiave in quel piccolo cassettino della memoria. Lo fa raccogliendo anche testimonianze di vita autentica, di dolore vero, di uomini e donne che si sono visti crollare il mondo addosso e hanno reagito. Delusioni lavorative e amorose, malattie irreversibili e incidenti irreparabili hanno tutti un denominatore comune: il dolore. Quello che ti consuma e invecchia anzitempo. Mario Calabresi si è spostato per l’Europa alla ricerca di racconti che potessero essere scuola di vita per lui e per tutti quelli che hanno perso la speranza. E’ la storia di Daniela ‘la garagista’ ad aver toccato le corde più sensibili dell’Enrico lettore. Daniela era un’atleta vincente, era nel pieno della sua carriera e lanciata verso nuovi traguardi ma per un bizzarro scherzo del destino tutto questo entusiasmo viene spazzato via da un incidente che la priva dell’uso delle gambe. Lo scossone è tremendo, la crisi dietro l’angolo e le certezze che vacillano ti cambiano inevitabilmente; ti chiudi a riccio e rifiuti ogni forma di comunicazione, di interazione e di aiuto. Ma Daniela è una ragazza che ha reagito con la stessa forza di volontà che la contraddistingue come sportiva, ha raschiato il fondo del barile per poi tornare a fare ciò che più amava: stare su quella canoa insieme alle sue compagne.

La mattina dopo è la ricerca di come si può, anzi si deve, affrontare lo strappo; riannodare i fili della realtà è possibile con la volontà e una grande forza d’animo. La riabilitazione passa dunque attraverso due fasi, la prima, quella dell’accettazione cioè riconoscere il dolore per scendere a patti con se stessi, la seconda è accorgersi che, nonostante tutto, ogni cosa che prima ti rendeva felice, ora, la puoi comunque ancora fare, devi solo cambiare il modo di vederla.

 

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