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Alessia Gazzola – Questione di Costanza

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Di Alessia Gazzola mi piace e mi è sempre piaciuto lo stile: ha una fluidità e una scorrevolezza che mi evocano spensieratezza, ma sa usarle anche quando la storia del protagonista di spensierato non ha niente, come quando ci ha raccontato di Lena e della sua tempesta (scheda | recensione).

Costanza ha qualcosa di leggero, nonostante la sofferenza del passato e nonostante i dubbi e le insoddisfazioni che la affliggono; ha qualcosa della spensieratezza e della leggerezza di Alice Allevi. Ha un po’ della sua difficoltà ad affrontare il dolore e della sua incertezza quando si tratta di fare delle scelte importanti. Certamente non ha il suo piglio investigativo, pur facendo un lavoro che tutto sommato le permetterebbe di averlo e per gli stessi meccanismi con cui poteva stuzzicarlo in Alice. Insomma, Costanza ha tanto di Alice. Forse anche troppo o forse io sono un po’ prevenuta perché mi aspettavo uno stacco netto, come era stato e come tanto mi aveva soddisfatta, proprio per Lena.

Questo primo romanzo di quella che è annunciata come una trilogia mi è piaciuto, non posso dire il contrario: ha il solito ritmo incalzante e la cascata di emozioni della protagonista, con eventi a cascata annessi, che ti fa venire voglia di andare avanti e sapere come andrà a finire. E poi c’è la parte “storica”, la vicenda di Selvaggia, la sfortuna di Biancofiore, la corte di Federico II: un inserto piacevole e interessante che si avvicina al romanzo storico, ma senza sconfinarci e che è in dubbiamente una trovata efficace.

Forse Costanza ha scontato la mia delusione per la Alice degli ultimi tempi, quella più simile alla fiction che ai suoi esordi letterari. Ma chissà che lei e Flora non abbiano in serbo qualche bella sorpresa.

 

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Viola Ardone – Il treno dei bambini

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Ma che me ne faccio io della speranza? Io la speranza la tengo già nel cognome, perché faccio Speranza pure io, come mia mamma Antonietta. Di nome invece faccio Amerigo. Il nome me l’ha dato mio padre. Io non l’ho mai conosciuto e, ogni volta che chiedo, mia mamma alza gli occhi al cielo come quando viene a piovere e lei non ha fatto in tempo a entrare i panni stesi. Dice che è proprio un grand’uomo. È partito per l’America per fare fortuna.

È il 1946 e Amerigo Speranza vive nella Napoli post bellica, povera, disperata, dove gran parte delle persone è composta da analfabeti.

Io pure sono ignorante, anche se dentro al vicolo mi chiamano Nobèl perché so un sacco di cose, nonostante che a scuola non ci sono piú voluto andare. Imparo in mezzo alla via: vado girando, sento le storie, mi faccio i fatti degli altri. Nessuno nasce imparato.

Amerigo conta le scarpe e le valuta con delle stelle, a seconda del loro grado di usura. Vive in un basso di Napoli, con la mamma che non sa né leggere né scrivere. Attorno ad Amerigo e alla mamma troviamo l’amico Tommasino, la Zandragliona e la Pachiochia, Capa ‘e Fierro, Maddalena, che è una sorta di coordinatrice delle partenze, quelle del treno dei bambini, il treno dei bambini del Mezzogiorno che il Settentrione aspetta per dare una mano a crescere lontano da quella povertà. Ed è proprio al nord, in Emilia, che Amerigo conosce Derna, la madre adottiva, amica dei contadini Rosa e Alcide, genitori di Rivo, Luzio e Nario (nomi scelti non a caso…), che lo accolgono e gli offrono, oltre al cibo, anche il loro affetto.

Viola Ardone ci cattura con un racconto coinvolgente, commovente e malinconico che parte con le parole di un bimbo e termina con quelle di un uomo. Una bella scrittura che ti prende per mano, dalla prima fino all’ultima frase, che ti fa sorridere ed emozionare, raccontando una parte di storia italiana.

 

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Federica Bosco – Il nostro momento imperfetto

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Dalla ormai collaudatissima penna di Federica Bosco esce, ne il NMI, una vera e propria radiografia di una ipotetica, ma assolutamente credibile, famiglia. Un ritratto attuale, una foto declinata in tutte le sue svariate e fantasiose possibilità. E la fantasia è una cosa che proprio non manca alla nostra autrice, che mette in scena uno schieramento di “attori”, per questa sua commedia moderna (non dimentichiamo che la Bosco è anche sceneggiatrice per cinema e TV) in cui ciascuno di noi può serenamente dichiarare di conoscere, se non tutti, almeno una buona parte dei soggetti. A mio avviso è proprio questo bazaar di varia umanità il pregio maggiore di questo intrigante romanzo, oltre al fatto che ci propone situazioni e relazioni assolutamente verosimili.

La protagonista è la non più giovanissima Alessandra, tranquilla professoressa che ha imparato a regolare la propria vita, sentimentale e non, secondo le ordinate leggi della fisica, materia che insegna all’Università di Torino, location della storia. Ale ha imparato a limare sogni e aspettative: le sue giornate non saranno così esaltanti, ma il fatto che siano scandite da regolarità e ordine le infonde sicurezza. Non è così per Nicola, suo compagno e convivente, premio Oscar per falsità e vigliaccheria, che dietro all’apparenza del fidanzato perfetto, le sta costruendo sulla testa un palco di corna degne di un cervo reale. La scoperta avviene naturalmente per caso, alla vigilia dei preparativi del matrimonio (ma perché mai Nicola le avrà chiesto di sposarlo?) sconvolgendo nel profondo Alessandra, che vede sovvertito in un nanosecondo (il tempo di un SMS inopportuno, anche questo un classico) l’ordine costituito e naturale della sua vita. La situazione si aggrava ulteriormente quando nel parco giochi delle playgirls di Nicola ci trova pure Elena, brillante avvocatessa nonché la sua migliore amica, un altro classico!

Furono solo quattro i secondi che divisero irrimediabilmente la mia vita tra il prima e il dopo. Quattro miseri secondi che si dilatarono all’infinito.
Riuscii a scomporli in ogni calcolabile sottoprodotto del tempo, scinderli in ogni unità di misura mai verificata dalla fisica, finché non si ridussero in polvere che scivolò nel collo della clessidra, mentre il mio cuore chiudeva gli occhi e moriva.
Il tempo di Planck è considerato, a oggi, il più breve intervallo di tempo misurabile.
Avrei dato qualunque cosa per tornare a quella minuscola particella appoggiata appena prima di quei quattro secondi.

Federica Bosco riesce a raccontare tutto questo con tale maestria e partecipazione che viene da chiedersi: a chi non è mai capitato un tradimento? Che si tratti di un marito, un fidanzato, l’amica del cuore, una sorella o la collega preferita: quando si perde la fiducia in qualcuno di intimo ci si sente violati nel profondo e da quel momento si ha la certezza che nulla sarà più come prima.
Da qui in poi entrano in scena gli altri personaggi, uno più colorato e vivo dell’altro, che cercano di dare una scossa alla nostra, che sta raschiando il fondo del baratro prima di tentare una faticosissima risalita. La famiglia di Ale: una mamma autoritaria dal piglio marziale che non si capacita di come abbia fatto a crescere due figlie tanto diverse: la prevedibile e giudiziosa Ale e la ribelle pazzoide scatenata Gaia. La secondogenita è quella dai mille progetti sconclusionati e incompiuti e dai due figli, ovviamente da padri diversi e sconosciuti, sempre inquieta e variabile come il tempo delle Azzorre, che inonda di sole e o che devasta tutto come la tempesta nel giro di un attimo. A completare il quadretto familiare i due nipotini, con nomi improbabili come Apollo e Tobia, uno troppo saggio e l’altro troppo infantile per le rispettive età, più il nonno, psicologo in pensione, uomo mite e dimesso che avrà sicuramente curato centinaia di pazienti ma che non è stato di alcuna utilità nel caos totale della sua famiglia. Le new entry sono l’intrigante Lorenzo, incontrato sugli spalti della piscina comunale, la sua terribile e viziatissima figlia tredicenne Greta e la peggiore delle ex mogli possibili, veramente la più perfida, avida e manipolatrice delle donne in circolazione.

Non mi dilungherò a spoilerare nulla, vi dirò solo che la vicenda è ricca di colpi di scena, momenti drammatici, romantici, comici, non manca proprio niente affinché il prodotto risulti ben confezionato e soddisfacente. Tolte alcune semplificazioni, forse per “esigenze di scena”, la struttura regge e la storia procede in scioltezza, ma come già detto, non sono tanto gli sviluppi della trama, quanto la lettura psicologica dei personaggi e l’efficacia con cui l’autrice sa leggere dentro i loro stati d’animo a rendere veramente interessante questa esperienza di lettura.

 

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Flavio Balsi – Paul McPherson e il potere primordiale. Il popolo arcaico

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Siamo abituati a romanzi fantasy, trilogie, quadrilogie, pentalogie eccetera, ambientate in luoghi fantastici con alcune eccezioni che coinvolgono città straniere, americane soprattutto. Nel romanzo di Flavio Balsi, primo di una trilogia, tra i vari luoghi dove si muovono i personaggi c’è anche Torino.

Abitavo sulla collina torinese in una casa indipendente. Il nonno l’aveva acquistata prima che io nascessi e immaginavo non fosse costata poco.” Suona strano, vero? Abbinare il termine fantasy a città italiane. Eppure Flavio Balsi ci vuole abituare a sconvolgere questa stranezza. Nel suo romanzo, anzi, nella trilogia che vede protagonista Paul McPherson, come in ogni fantasy che si rispetti, troviamo l’eterna lotta tra il bene e il male. Abbiamo i buoni e, contro di loro, i cattivi. All’apparenza sembra banale, quasi da dire “tutto lì?”. Tutto lì, sì, se non teniamo conto del ritmo incalzante degli eventi, dei co-protagonisti ben disegnati dalla penna dell’autore, della consistente dose di avventura che scorre nelle pagine e, non da ultima, della dimensione umana di un eroe per caso, permettetemi di definirlo così e dei suoi compagni. Non mi pare poco, anzi. Con questo primo episodio Flavio inizia a catturare la nostra curiosità, soprattutto quella dei giovani lettori, e ci invita a proseguire per scoprire come andrà a finire.

E allora, chi la spunterà tra Pangeani e Pantalassiani? Leggere per scoprirlo!

 

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