Luoghi di libri

Giuliana Balzano – Astrid

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Nei quartieri dove il sole del buon Dio
non dà i suoi raggi
ha già troppi impegni per scaldar la gente
d’altri paraggi…

Difficile non pensare a Faber, nel thriller d’esordio di Giuliana Balzano.
Benché vi sia un accenno anche alla Svezia, sono i vicoli e i carrugi di Genova, a rubarne la scena. Non fanno solo da sfondo al romanzo, ma sono essi stessi la perfetta sintesi del romanzo stesso.
Tanti e diversi sono i personaggi che ruotano, in modo più o meno diretto, intorno ad Astrid Berglund la direttrice della fabbrica trovata assassinata nel suo ufficio.

Ma così come per le strade di Genova è facile confondersi, anche io, durante la lettura, ho perso più volte l’orientamento. I dettagli, gli spunti e i particolari fisici e psicologici di ogni personaggio, descritto senza lasciare nessuna caratteristica al caso, si muovono come riflessi di un caleidoscopio in una trama decisamente articolata e ricca.

Il commissario Rielli è alle prese con un turbinio di menzogne, mezze verità, tradimenti e omissioni. Il silenzio e la pesantezza del non detto; del sospetto che si finge verità e confonde, molto spesso, le carte in tavola non solo a chi è chiamato ad investigare, ma anche al lettore.

La fabbrica scena del crimine, salvo rare eccezioni, è popolata da archetipi che rappresentano ognuno quanto di più torbido è presente nella natura umana. Le loro storie, le loro colpe, le vicissitudini, riescono alle volte a far passare in secondo piano l’omicidio, il movente e l’indagine stessa.

Ciò nonostante, l’abilità di Rielli consiste nel tessere in un’unica ragnatela, con le informazioni che riesce a carpire o dedurre. E con la pazienza che solo un ragno può avere, sutura e riprende i fili ove, a causa dell’ennesima menzogna, la rete si spezza.

Alla fine, il vero e unico assassino, non potrà che arrendersi all’evidenza.

 

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Antonio Mesisca – Nero Dostoevskij

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Da buona amante di Dostoevskij non potevo non essere attratta da questo romanzo, incuriosita dalla prospettiva di capire come mai per il titolo fosse stato scomodato proprio un autore di quel calibro. In realtà non si deve aspettare molto per trovare la risposta: ogni capitolo rimanda ad una sua opera e il protagonista stesso ci illumina: “A ogni modo c’erano libri dell’autore russo ovunque e in principio pensai che per arrivare a comprendere mia moglie sarei dovuto partire dai testi di quel tale. Quando ci provai, avvertii che non avrei mai legato né con l’uno né con l’altro: al cospetto di entrambi mi addormentavo secco.

Oscar Peretti non sembrava quindi per niente il mio tipo e soprattutto di solito non amo i gialli in cui il colpevole è noto sin dall’inizio, ma qui è tutta un’altra cosa: anche se nella prima pagina abbiamo già vittima, colpevole, motivo e modo, il tono del protagonista che ci introduce nella vicenda è talmente sfacciato e insolente che fa venire voglia di saperne di più. Nonostante la vita di Oscar Peretti e i personaggi che gli gravitano intorno siano quanto meno inquietanti, ad ogni pagina l’ironia dell’autore ci porta a sorridere o addirittura ridere delle situazioni grottesche che si vengono a creare. E vi dirò di più, l’assassino diventa pagina dopo pagina più simpatico. Eppure è un approfittatore, schiavo del gioco e del denaro, un poco di buono a cui alla fine va tutto bene: il tipico esempio di chi dovrebbe starci istintivamente antipatico.

E allora perché mentre si va avanti nella lettura si comincia quasi a fare il tifo per lui? Probabilmente uno dei motivi è il fatto che gli altri personaggi sono nettamente peggiori di lui, a partire dalla moglie aristocratica e algida che non riesce a ispirare simpatia nemmeno essendo la vittima di un omicidio commesso per motivi che definire futili è eufemistico.

Sicuramente il ritmo incalzante, le situazioni al limite del paradossale, l’irriverenza e la sfacciataggine di cui il racconto è intriso sono la carta vincente di questo piacevole e decisamente atipico noir.

 

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Benedetta Cibrario – Il rumore del mondo

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Il rumore del mondo è il sottofondo che accompagna le vite di Anne e dei suoi “vecchi” e “nuovi” cari, mentre si intrecciano con la storia dell’Italia che si avvia al Risorgimento, dagli albori del pensiero liberale fino alla concessione dello Statuto Albertino e alla guerra contro l’Austria.

Ma qual è il rumore del mondo? Leggendo sono arrivata alla conclusione che forse è il rumore del tempo che passa, scandito dal fruscio del pennino che scorre sulla carta da lettera di Anne (“Ti ricordi, Grace, quando le giornate ci passavano in un soffio mentre gli anni ci sembravano lentissimi? Con l’età cambia lo strumento con cui misuriamo il tempo, non credi? Oggi le mie giornate scorrono lentissime, uguali le une alle altre. Gli anni, invece, ) e sui diari della signora Manners; è il mormorio delle foglie degli alberi del giardino di Casimiro; è la marcia dei soldati che vanno alla guerra, come Prospero; è il brusio delle chiacchiere nei salotti, lo scalpiccio degli zoccoli dei cavalli e il rumore delle ruote delle carrozze; è lo scoppiettio della fiamma dei camini, la voce del popolo che acclama il Re riformatore; è il rumore dei cannoni e dei fucili; è il fruscio della seta.

Tutti questi rumori accompagnano le vicende dei personaggi che continuano ad affrontare le loro piccole e grandi sfide, le gioie e i dolori di ogni giorno, mentre intorno a loro si scrive una delle pagine più importanti della nostra storia.

Il risultato è un affresco dipinto con la maestria di chi si è dedicato non solo allo studio degli avvenimenti storici, noti e meno noti, ma anche alla cura dei dettagli; mai noioso, sempre delicato nell’avvicinarsi ai sentimenti e alle ragioni di personaggi così lontani tra loro per indole e provenienza, per educazione e sensibilità. Uno dei punti di forza a mio parere è proprio questo: l’accostamento di caratteri e pensieri tanto diversi, specchio nella vita dei singoli, dei grandi contrasti politici e di ideali del tempo.

Il rumore del mondo è un romanzo in cui la modernità che avanza si scontra con chi vorrebbe che tutto rimanesse così com’è, non solo in ambito politico, ma anche sociale e scientifico: in questa perenne e ancora attuale dicotomia, l’autrice ci guida sapientemente mostrandoci anche il punto di vista di chi è stato attore della storia, pur con un ruolo che troppo spesso risulta secondario o dimenticato: la gente comune.

 

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Gianni Farinetti – La bella sconosciuta

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Con Gianni Farinetti si va’ sempre sul sicuro. Trame intriganti, finali a sorpresa (ma davvero!), dialoghi spumeggianti, personaggi che stenti a non vedere come reali, insomma: gente che potresti incontrare da un momento all’altro aggirandoti per l’alta Langa Piemontese e il suo straordinario paesaggio fatto di cascine riattate e non, boschetti, vigne ordinatissime, poggi e poggioli. Buon cibo, grande accoglienza, amici sinceri e ceti sociali che si mescolano in una notte di San Lorenzo che nasconde più segreti che stelle cadenti.

Al centro di tutto ritroviamo Sebastiano Guarienti e il suo compagno, l’architetto Roberto di ritorno da una trasferta siciliana, ormai accasati alle Vignole, aiutati da una divertente famiglia di romeni tuttofare. Il maresciallo Beppe Buonanno, felicemente fidanzato con Giulia, nipote di Rosanna Serralunga proprietaria della bella tenuta Al Tiglieto e ottima padrona di casa tormentata dalla presenza ingombrante e un tantino noiosa della cugina, la baronessa Bimba Traverso due volte vedova, accompagnata dal novantenne chaperon Oliviero de Sanfront. Un po’ più in là, ecco l’agriturismo dei Chiovero, Renato, la moglie Luisa e il figlioletto Michele, nonché il fratello di Renato, Bruno, ubriacone, dissipatore di soldi presi a prestito e mai restituiti, violento e invidioso.

E poi c’è Angela, la bella sconosciuta, restauratrice di professione, ospite di Sebastiano alle Vignole.

Angela è bella, ma bella sul serio, fin troppo. Così bella e misteriosa che Momo Clavesana, giovane e ricchissimo rampollo – prossimo al matrimonio – dell’omonima famiglia tenuta insieme con pugno di ferro dalla madre Fabrizia, se ne innamora perdutamente, ricambiato. Non è certo l’unico a essere attratto da lei. Renato Chiovero stenta a nascondere la propria ammirazione per la giovane donna mentre suo fratello Bruno, greve e aggressivo, prova addirittura e senza successo a farle violenza.

Così tra aperitivi al tramonto, colazioni sotto le pergole, prati da innaffiare per la gran calura e misteriosi furti di stufe, affettatrici Berkel, caminetti d’epoca e perfino un choker di zaffiri, la comitiva arriva alla notte di San Lorenzo che trascorrerà all’agriturismo dei Chiovero. La serata, iniziata sotto i migliori auspici, si concluderà con la drammatica entrata in scena di un Bruno ubriaco perso e carico di livore verso i presenti. Insulti, urla e minacce faranno scappare la comitiva, ma il mattino seguente proprio Bruno verrà rinvenuto cadavere nella cisterna dell’agriturismo.

Parte, a questo punto, l’indagine del maresciallo Buonanno e del suo aiuto De Ruvo. Molti, a vario titolo e per motivi diversi, i sospettati ciascuno con un buon motivo per liberarsi dell’incomodo Bruno Chiovero. Indagine che non tarderà a intrecciarsi con la sparizione di stufe, caminetti, gioielli e quant’altro e con la scoperta di chi sia veramente la bella sconosciuta Angela.

Gianni Farinetti ci accompagna con brio, umorismo e leggerezza attraverso una storia singolare e complessa a cui fa da cornice un paesaggio indimenticabile. E mentre visitiamo cascine e ville abbandonate ci ricorda da un lato come la natura, invano dominata dall’uomo, alla fine abbia il sopravvento sui suoi manufatti e dall’altro come questa splendida area del Piemonte sia ricca di natura, cultura, tradizioni culinarie e architettoniche che non andrebbero mai dimenticate, ma piuttosto valorizzate e conservate perché uniche al mondo e parte del nostro patrimonio nazionale. Un delizioso giallo che ci auguriamo spinga chi ancora non conosce questi luoghi a visitarli e ammirarli come meritano.

 

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Davide Pappalardo – Che fine ha fatto Sandra Poggi?

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Pensi di capire gli altri, ma non hai capito nemmeno te stesso. Vedi, nel mondo vaghiamo tutti uguali. Tutti omologati. Tutti simili a biglie di vetro che sbattono l’una contro l’altra e si confondono. Il bimbo che le muove, magari, ha appioppato un nome a ognuna di loro, ma alla fin fine sono tutte uguali e non sa più riconoscerle. Anche se prendono direzioni diverse, le biglie fanno gli stessi movimenti e, se nel pavimento c’è una pendenza, si incanalano verso un unico punto. Io sono una biglia diversa, magari mezza rotta, il vetro sarà pure scheggiato, ma prendo la direzione opposta da quella della massa. Seguo il mio istinto. È facile, ma ci vuole il coraggio di abbattere la gabbia che ci siamo costruiti con le nostre mani. Gli agi, le abitudini, la Fiat presa a rate, il mare in Liguria, la casa di tot metri quadri, lo stipendio a fine mese, la famiglia. Tutti incapsulati. Tutti uguali. E tu sei come loro. Sopravvivi, ti trascini ma non vivi.” (cit. Sandra Poggi)

Di ritorno da un viaggio nel tempo nella Milano del 1973, passando per Bologna e Venezia, quasi come in uno di quei vecchi film polizieschi, eccomi a descrivere i miei pensieri su questo secondo romanzo di Davide Pappalardo, dove incontriamo di nuovo quel simpatico, scalcagnato personaggio che è Libero Russo, un investigatore privato un po’ sui generis, siciliano, trasferitosi al nord, nostalgico della sua terra. Lo ritroviamo più pulito, quasi più serio e responsabile (sto forse azzardando) rispetto a quando l’avevamo lasciato in “Buonasera, signorina”.

Uno stile un po’ cambiato, forse più posato, quello dell’autore, che mantiene il suo tono scanzonato, il suo cinismo e il suo lato burlone. Anche per questo romanzo non darò un’etichetta di genere perché non si può definire noir, giallo o hardboiled, ma una miscellanea di tutti e tre.

Dalle finestre e dai locali le canzoni di Buscaglione fanno da sfondo alle vicende dal fare strampalato del nostro investigatore che riesce sempre, suo malgrado, a ficcarsi in qualche faccenda losca e in guai da risolvere, con tipi poco raccomandabili. Nientemeno, stavolta dovrà dare la caccia ad una giovane, evanescente figura femminile che risponde al nome di Sandra, (o forse ad altro nome?) una tipetta piuttosto conturbante, personaggio interessante che riuscirà ad ammaliare, non potevamo avere dubbi, anche il nostro Libero.

Al centro c’era una fontana. Lei ballava da sola, lì. Nei pressi di quella pozza di marmo. Danzava un ballo senza musica. O forse la Musica era il vento che le faceva svolazzare quel vestito blu e giallo. Le livree del pesce angelo imperatore. Cantava ‘Un bacio a Mezzanotte’.

Ragazza sfuggente e pericolosa, spirito libero, Sandra, con il suo fare camaleontico riuscirà a farsi trovare e poi di nuovo sfuggire dalle mani di Libero, in un avvincente gioco di guardia e ladri. La spalla robusta e non sempre richiesta dello storico ex collega poliziotto, Marione, è un punto di forza della narrazione, ma la protagonista indiscussa è sicuramente Sandra, sebbene paradossalmente sia fisicamente poco presente nel romanzo!

Perché sfugge? Perché è così pericoloso per Libero averla vicino? Cosa c’entrano con lei i movimenti neo fascisti (non a caso ci troviamo negli anni caldi della politica sociale) e uno strano strizzacervelli? E perché per trovare la ragazza quel tipo losco e misterioso ha contattato proprio Libero?

Non posso svelare nulla della trama perché toglierei tutto il gusto delle sorprese che si rivelano quasi alle ultime battute, passando da personaggi con importanti incarichi sociali ad altri provenienti dai bassifondi: ce n’è per tutti i gusti!

Lascio dunque a voi tutte le risposte, se mai le troverete realmente e vi invito a scoprire… Che fine ha fatto Sandra Poggi!

 

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