Claudia Durastanti – La straniera

tersicore, 30 Agosto 2019

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Claudia Durastanti (Brooklyn 1984) è scrittrice e traduttrice. Al suo attivo ha tre romanzi e con il memoir La straniera quest’anno è finalista al Premio Strega.

Diviso in sei grandi capitoli Famiglia, Viaggi, Salute, Lavoro & denaro, Amore, Di che segno sei, La straniera è un libro complesso e spiazzante, addolorato e ironico. Di sicuro la Durastanti si avvale di mille colti riferimenti letterari, cinematografici, musicali e antropologici – materia dei suoi studi universitari – per rinforzare e sottolineare la narrazione della propria esistenza. Un’esistenza difficile e svantaggiata come può esserlo quella di una figlia di genitori nati sordi e che solo con il tempo hanno imparato a parlare, ma non necessariamente a comunicare. E quando lo fanno scambiano finzione e realtà, rifiutano il linguaggio dei segni e sono nel contempo segnati da una disabilità mai accettata, anzi combattuta con violenza per carattere e forti disagi psichici.

Una figlia nata nel quartiere Italo-americano di Brooklyn e riprecipitata giovanissima nella Basilicata della Valle d’Agri, luogo di origine della sua estesa famiglia migrante.

Di questa famiglia spaccata in due fra America e Italia, dei viaggi annuali per rivedere i nonni materni, del grande divario fra realtà umane e sociali così in contrasto, della sua personale sofferenza nel rapportarsi ai genitori, la Durastanti parla a lungo e con distacco, senza mai piegarsi all’autocommiserazione o indulgere in richieste di pietà al lettore.

Il suo approccio alla diversità – quella dei genitori e la sua stessa di giovane donna per anni vicina a essere definita un caso borderline – è da un lato simile a quello di un entomologo che si china su un gruppo di strani e intriganti insetti:

In tredici anni di terapia, sono sempre stata nella zona ambigua tra una morte possibile e una vita mai del tutto piena, come tanti, forse come tutti. C’è stato un periodo in cui su dieci tratti della sindrome di personalità borderline ne ho avuti otto. Il confine in me era già segnato, e mi è sempre stato chiesto di attraversarlo: ogni volta che uscivo da casa di mia madre entravo in un mondo diverso, di cui dovevo apprendere la furbizia e i codici, la bellezza e i sistemi, barattandoli per qualcosa di confuso e approssimato ogni volta che rientravo, e a un certo punto mi sono smarrita. Una parte della mia vita era invisibile, non detta, e a lungo non ho saputo chiamarla.

Dall’altro basato invece sul rovesciamento di concetti acquisiti e scontati: La straniera è una biografia eppure la Durastanti la definisce la bastarda dei generi letterari una cosa che solo i sopravvissuti possono scrivere. Ma a ben vedere anche lei è una sopravvissuta: alle violenze psicologiche di un padre che ne ha distrutto l’autostima; allo strano e contorto amore di una madre che si è affidata alla propria disabilità come un drogato all’eroina; infine a due genitori incapaci di amare e proteggere, ma pronti a usare questa figlia come arma di ricatto.

E se è vero che il linguaggio è la più potente forma di comunicazione fra esseri umani, possiamo immaginare quanto sia stato arduo crescere con genitori il cui linguaggio in nulla somiglia a quello parlato altrove, non importa quale sia la lingua usata. E come i limiti di una comunicazione – verbale, sensoriale – appresi fra le mura domestiche possano nel tempo trasformarsi anche per la voce narrante in una disabilità ad approcciarsi al resto del mondo, di comprenderne le sofferenze. Alla Durastanti i piagnistei degli innamorati abbandonati sembrano vani e inutili; la povertà degli altri, sofferta da lei così a lungo nell’infanzia e prima adolescenza, qualcosa da ridefinire e classificare.

La straniera non è un libro facile per tema e argomenti trattati, ma si avvale di una scrittura densa e corposa, impegnativa eppure gratificante per il lettore che non voglia accontentarsi di una delle tante descrizioni scontate di una vita scontata. La straniera è un libro che scava dentro, costringe a ripensare ai rapporti, di amicizia e di amore, pone domande, come ogni buon libro dovrebbe fare e non da’ risposte. Quelle siamo noi lettori a doverle trovare.

 

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