Luoghi di libri

Claudia Durastanti – La straniera

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Claudia Durastanti (Brooklyn 1984) è scrittrice e traduttrice. Al suo attivo ha tre romanzi e con il memoir La straniera quest’anno è finalista al Premio Strega.

Diviso in sei grandi capitoli Famiglia, Viaggi, Salute, Lavoro & denaro, Amore, Di che segno sei, La straniera è un libro complesso e spiazzante, addolorato e ironico. Di sicuro la Durastanti si avvale di mille colti riferimenti letterari, cinematografici, musicali e antropologici – materia dei suoi studi universitari – per rinforzare e sottolineare la narrazione della propria esistenza. Un’esistenza difficile e svantaggiata come può esserlo quella di una figlia di genitori nati sordi e che solo con il tempo hanno imparato a parlare, ma non necessariamente a comunicare. E quando lo fanno scambiano finzione e realtà, rifiutano il linguaggio dei segni e sono nel contempo segnati da una disabilità mai accettata, anzi combattuta con violenza per carattere e forti disagi psichici.

Una figlia nata nel quartiere Italo-americano di Brooklyn e riprecipitata giovanissima nella Basilicata della Valle d’Agri, luogo di origine della sua estesa famiglia migrante.

Di questa famiglia spaccata in due fra America e Italia, dei viaggi annuali per rivedere i nonni materni, del grande divario fra realtà umane e sociali così in contrasto, della sua personale sofferenza nel rapportarsi ai genitori, la Durastanti parla a lungo e con distacco, senza mai piegarsi all’autocommiserazione o indulgere in richieste di pietà al lettore.

Il suo approccio alla diversità – quella dei genitori e la sua stessa di giovane donna per anni vicina a essere definita un caso borderline – è da un lato simile a quello di un entomologo che si china su un gruppo di strani e intriganti insetti:

In tredici anni di terapia, sono sempre stata nella zona ambigua tra una morte possibile e una vita mai del tutto piena, come tanti, forse come tutti. C’è stato un periodo in cui su dieci tratti della sindrome di personalità borderline ne ho avuti otto. Il confine in me era già segnato, e mi è sempre stato chiesto di attraversarlo: ogni volta che uscivo da casa di mia madre entravo in un mondo diverso, di cui dovevo apprendere la furbizia e i codici, la bellezza e i sistemi, barattandoli per qualcosa di confuso e approssimato ogni volta che rientravo, e a un certo punto mi sono smarrita. Una parte della mia vita era invisibile, non detta, e a lungo non ho saputo chiamarla.

Dall’altro basato invece sul rovesciamento di concetti acquisiti e scontati: La straniera è una biografia eppure la Durastanti la definisce la bastarda dei generi letterari una cosa che solo i sopravvissuti possono scrivere. Ma a ben vedere anche lei è una sopravvissuta: alle violenze psicologiche di un padre che ne ha distrutto l’autostima; allo strano e contorto amore di una madre che si è affidata alla propria disabilità come un drogato all’eroina; infine a due genitori incapaci di amare e proteggere, ma pronti a usare questa figlia come arma di ricatto.

E se è vero che il linguaggio è la più potente forma di comunicazione fra esseri umani, possiamo immaginare quanto sia stato arduo crescere con genitori il cui linguaggio in nulla somiglia a quello parlato altrove, non importa quale sia la lingua usata. E come i limiti di una comunicazione – verbale, sensoriale – appresi fra le mura domestiche possano nel tempo trasformarsi anche per la voce narrante in una disabilità ad approcciarsi al resto del mondo, di comprenderne le sofferenze. Alla Durastanti i piagnistei degli innamorati abbandonati sembrano vani e inutili; la povertà degli altri, sofferta da lei così a lungo nell’infanzia e prima adolescenza, qualcosa da ridefinire e classificare.

La straniera non è un libro facile per tema e argomenti trattati, ma si avvale di una scrittura densa e corposa, impegnativa eppure gratificante per il lettore che non voglia accontentarsi di una delle tante descrizioni scontate di una vita scontata. La straniera è un libro che scava dentro, costringe a ripensare ai rapporti, di amicizia e di amore, pone domande, come ogni buon libro dovrebbe fare e non da’ risposte. Quelle siamo noi lettori a doverle trovare.

 

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Antonio Manzini – Ogni riferimento è puramente casuale

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In questa originale raccolta di racconti l’autore veste i panni dell’insider nel complicato mondo dell’editoria, per fornirci una visione tra il comico e il grottesco di un mondo oscuro ai non addetti ai lavori. Sembra quasi un monito rivolto ai tanti aspiranti scrittori che immaginano il momento della prima pubblicazione come una consacrazione tutta in discesa.

Proprio da qui parte il viaggio proposto da Manzini: un autore alla sua prima pubblicazione, pronto a ricevere fama e gloria, che invece si scontra con l’amara realtà della crescente penuria di lettori attenti e interessati. Il viaggio continua per fornirci scorci di quel mondo da tutte le prospettive possibili: il critico a fine carriera che non vuole perdere la propria integrità, l’editore pronto a tutto per pubblicare ancora un romanzo della propria punta di diamante e lo scrittore affermato in cerca della definitiva consacrazione.

Tutti questi punti di vista sembrano però avere qualcosa in comune, un filo invisibile che li unisce in una conclusione netta: il compromesso. Le sfumature che fanno parte di ogni aspetto della vita sono qui rappresentate senza remore. La strada verso il successo, la pubblicazione, la fama, l’integrità professionale è lastricata di eccessi, delusioni e tradimenti, anche verso sé stessi e la propria natura.

Quando l’obiettivo finale è più forte della ragione saltano gli schemi e tutto può succedere.

Manzini non lascia fuori nemmeno l’utente finale di questo grande circo: il lettore. Pronto anch’esso a compromettere la propria esistenza solo per l’illusione di essere parte viva e riconosciuta dell’esperienza dell’autore.

I racconti sono a tratti divertenti e a tratti surreali, mandano un messaggio chiaro sul mondo dell’editoria e nel farlo portano piacevolmente in giro il lettore per tutta Italia, dalla freddissima Gorizia alla campana Giugliano, dalla solitudine del Gennargentu ai centri brulicanti di vita di Milano e Torino.

 

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Desy Icardi – L’annusatrice di libri

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Qualunque lettore accanito, almeno una volta, ha annusato un libro; qualcuno si è spinto oltre e, come la sottoscritta, ha cercato di associare un odore particolare ad un libro che ha amato, magari facendo seccare un fiore tra le sue pagine o usando cartoncini imbevuti di profumo come segnalibro. Nessuno però ha la capacità della protagonista di leggere un libro usando solo l’olfatto: siamo abituati a immaginare i volti dei personaggi, i luoghi in cui si muovono, ma quante volte ci siamo spinti a immaginarne anche l’odore? Adelina invece lo avverte: è in grado di percepirlo attraverso le emozioni di chi prima di lei ha vissuto quelle pagine e si è immedesimato nei personaggi e nei loro sentimenti, suggerendoci la possibilità che qualcosa di quello che abbiamo provato e immaginato, rimanga nei libri che leggiamo o meglio, che un libro viva attraverso il nostro modo di viverlo. Che ipotesi allettante per un vero bibliofilo!

La storia di Adelina ha qualcosa di magico che riconduce quasi alla dimensione della favola. Ma L’annusatrice di libri non è solo questo. La fiaba di Adelina si alterna alla storia della zia Amelia, che come lei ha lasciato il paese in campagna quando era ragazzina per migliorare la sua vita andando in città e come lei si è scontrata con il mondo che poco aveva a che fare con la sua genuinità. L’atmosfera è del tutto diversa e, a tratti, mi ha ricordato un po’ quella delle commedie italiane degli anni Cinquanta, che ancora popolavano i pomeriggi televisivi estivi quando ero ragazzina, in cui i giovani protagonisti si barcamenavano tra le difficoltà quotidiane del secondo dopoguerra e le vicende amorose e divertivano con la loro ingenuità e la semplicità dei loro sentimenti e desideri. La storia della giovane Amalia desiderosa di sistemarsi e delle sue trame per trovare marito ha quella stessa leggerezza e la medesima vena satirica che non scadono mai nella volgarità e nella banalità.

Forse sarà stato questo accostamento bizzarro creato dalla mia mente a rendere la lettura gradevole, insieme alla curiosità di provare a immaginare quegli odori con la protagonista: una volta cominciato diventa difficile smettere tanto che ora, immersa in una nuova lettura, mi sorprendo talvolta a tentare di annusare i nuovi personaggi e insieme ai luoghi in cui si muovono, a cercare di immaginare il profumo delle loro emozioni.

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Rocco Campochiaro – Una notte al centralino

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Mi hanno presentato Rocco Campochiaro, in un caldo pomeriggio durante il Salone del Libro di Torino nel 2018, nella sua divisa, sguardo fiero per il suo piccolo gioiello tra le mani, contornato da istituzioni che si complimentavano con lui per il successo di quel piccolo libro che splendeva nel titolo Una notte al centralino. Portai a casa quelle 100 pagine con la promessa di leggerlo in breve tempo: ne parlavano tutti così bene. Non so come, ma siamo arrivati ad oggi e quel libro era rimansto chiuso; ho sempre seguito i post che l’autore lasciava sulle sue pagine Facebook meravigliata di quella scrittura netta, tagliente, ma piena di poesia. Ho rivisto Rocco Campochiaro per parlare di libri, per conoscerci fuori da pagine scritte, per capire cosa potrebbe essere una presentazione con lui e il suo manoscritto. Sempre la stessa persona di un anno prima, sguardo fiero, risoluto, deciso, come la sua penna e forse come il suo cuore che ha raccontato nel suo libro, questa volta mancava la divisa. Quella divisa che spesso mette un muro anche quando conosci alla perfezione chi la indossa, quella divisa che può raccontare una vita, ma che non ti lascia spazio per vedere il cuore, che non ti lascia passare oltre alle sue maglie di istituzione.

Il libro di Rocco Campochiaro è così: non aspettatevi di trovare un racconto di quelle ore che un poliziotto svolge all’interno di un centralino durante il turno di notte, e non pensate di trovare un storia romanzata di una centrale di polizia; nello scritto dell’autore troverete lui, la sua vita, le sue emozioni, la sua voglia di vivere e sognare che solo un turno di notte ti mette davanti. Le ore più buie, più noiose se vogliamo, quelle che sono più difficili da far passare, sono invece per l’autore un viaggio, una dimostrazione che dietro a una semplice divisa ci sono emozioni, e persone vere.

Un libro che parla di lui, dei suoi figli, dell’amore per una donna, della sua famiglia, delle sue amicizie più vere, che in passaggi scritti con maestria ti portano a pensare di danzare in una poesia.

Non voglio raccontarvi di più, leggetelo, non vi pentirete: come sempre Luoghi di Libri sostiene che leggere è un viaggio, e questo lo è stato tra i colori più vivi che un’estate può portare.

 

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Michelle Obama – Becoming: La mia storia

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Non sono avvezza a leggere biografie, infatti mi sono chiesta, iniziandola, in che modo avrebbe potuto attrarmi conoscere la storia di questa persona, per altro universalmente nota; ma proprio perché di una persona e non di un personaggio si parla, ho trovato questa lettura estremamente gradevole e interessante. La curiosità poi di sapere quali potessero essere le origini di una First Lady, così iconica e nello stesso tempo così popolare, è stata una spinta sufficientemente forte da farmela divorare tutta di un fiato.

Michelle Obama è stata recentemente eletta “La donna più amata negli Stati Uniti”, ed è in effetti una delle First Lady più celebri fra tutte. Ma come ha fatto un’umile ragazza di colore appartenente alla working class di Chicago, proveniente dal South Side, mica dai quartieri alti, figlia di operai, bis-bis nipote di un qualche anonimo schiavo sepolto in chissà quale piantagione del South Carolina, come ha fatto, dicevo, a salire sul tetto del mondo, a calcare i palcoscenici più in vista, da quelli politici a quelli televisivi e ad esercitare con il suo charme e con la sua personalità così tanto potere persuasivo?

Ha scelto il marito giusto, verrebbe da dire. Oppure è stato Barak Obama così fortunato da trovare una moglie alla sua altezza? Una risposta certa ovviamente non c’è. Di certo c’è che questa coppia così bella e innamorata, così unita e anche tanto invidiata ha cambiato la Storia, non solo quella degli U.S.A. ma dell’intero mondo, lasciando un’impronta veramente significativa.

La nostra protagonista intitola la sua biografia “Becoming-la mia storia” cercando di spiegarci la magia del “divenire” e non crediate che la prima parte, quella della Michelle Robinson non ancora Obama sia meno affascinate del dopo-Barak. Quest’opera è rigorosa e impegnativa quanto la sua autrice, si compone di oltre 600 pagine e se a un primo approccio può sembrare troppo lunga, alla fine si apprezza il fatto che non si sia voluto trascurare nessuno dei tanti episodi, aneddoti, personaggi e situazioni che hanno permesso proprio il suo “divenire.

Troviamo la bambina cocciuta e orgogliosa a caccia di stelline dorate da esibire attaccate al petto; la nipotina ribelle che prendeva lezioni di piano dalla rigida e inamovibile zia Robbie; la devota figlia del sig. Robinson, che con tutta la fatica della sua malattia degenerativa non ha mai perso un giorno di lavoro.

Incontriamo la ragazza determinata a trarre dalla scuola tutte le opportunità possibili per cambiare il suo futuro, che non smette mai di chiedersi “Sono brava abbastanza?” per dimostrare sempre e ogni volta di più che sì, altroché se lo è. Conosciamo la giovane donna innamorata che capisce al volo che quello che è entrato dalla porta dello studio legale dove lavora è, e sarà per sempre, l’uomo della sua vita e la mamma affaticata e arrabbiata, che va a letto col muso perché il marito troppo impegnato non arriva mai a casa in tempo per cena.

Sono le cento, mille Michelle che ci portano in fine a conoscere quello che è il personaggio pubblico tra i più noti al mondo, offrendocelo però nella sua più nuda e cruda vulnerabilità.

Nel libro si sorride per la First Lady che incontra sua Maestà la Regina Elisabetta e con lei si lamenta a fine serata del mal di piedi per le scarpe strette, o per la fuga di soppiatto, in pantaloncini e infradito con la figlia adolescente, per uscire di nascosto in giardino e vedere la Casa Bianca illuminata per il Gay Pride Day. Ci si commuove per le visite ai soldati superstiti e ai troppi funerali di bambini e giovani uccisi dalle armi da fuoco e si condivide la fatica estenuante per le campagne elettorali, così come le trepidanti attese dei risultati.

Sì, perché la narrazione è così efficace che non perde mai di interesse, benché la storia sia ben nota! Ma se sappiamo già tutto, perché a portata di Internet, tutto gia visto, letto e sentito – considerando che per quasi un decennio la First Family è stata in pasto ai giornali e alle TV di tutto il mondo – allora quale è il valore aggiunto di questa biografia? Secondo me Michelle Obama ha voluto trasporre su carta quello che è stato il leitmotiv della sua vita: “Sono brava abbastanza?”, non per raccogliere consensi e complimenti, direi che a conti fatti di quelli non ne abbia ormai più bisogno, ma per infondere ottimismo e fiducia e incoraggiare tutti coloro che, pur partendo svantaggiati come lei, vogliono trarre dalla loro vita il massimo delle possibilità. Raccontare come impegno e determinazione possano dare senso alla propria esistenza.

Divenire = Evolversi, crescere senza mai smettere di migliorarsi.

Dalle sue parole traspare chiaramente che per lei ottimismo e fiducia sono doveri improrogabili nei confronti delle generazioni future e vivere una vita straordinaria, dimostrando che lo straordinario può essere alla portata di tutti, trovo che sia una bellissima lezione.

 

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