Nicola Valentini – Ricorda il tuo nome

cristina, 29 Aprile 2019

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Leggere un libro sul tema dell’Olocausto, un altro libro? Viene subito da pensare: sarà la solita storia già letta, con frasi e parole già sentite.

E invece ammetto che il mio primo commento positivo è proprio sul fatto che questa storia, sebbene affronti tutti gli orrori di quel terribile momento storico, è narrata in maniera originale.

Punto di forza è il sentimento di vendetta che unisce i due protagonisti conosciutisi nella clinica in cui entrambi, sopravvissuti agli orrori dei campi di concentramento, sono ricoverati per gravi ferite. Siamo infatti a Norimberga nel maggio 1945, appena usciti dall’oppressione nazista.

Da Saul, rimasto paralizzato per sempre,il compagno di stanza, l’uomo senza un nome, senza ricordi, senza memoria alcuna, imparerà piano piano a capire tutto l’orrore passato nel campo di Buchenwald da tutti loro. Zakhor, una parola che in ebraico significa “ricorda”, .

Il romanzo si divide in due parti : la prima serve per farci entrare nella storia, per farci conoscere Saul e Zakhor, per creare il legame di complicità e amicizia che li legherà per tutto il percorso, per studiare con loro il piano di vendetta che vogliono attuare contro i criminali nazisti fuggiti con altre identità. Un dolorosissimo pugno nello stomaco, anzi ripetuti pugni assestati forti e dritti a segno attraverso i racconti di Saul, le visioni oniriche, gli incubi. Attenzione però, non è una cronistoria, non è lo stile del documentario. È qualcosa di più : è sentimento, paura, angoscia, terrore ed è, paradossalmente, desiderio di non voler dimenticare.

-“I tuoi racconti. Ti hanno fatto rivivere quei momenti. Con il loro ricordo, il beneficio del tempo trascorso è andato perduto. Lo hai detto tu stesso le prime volte che volevi evitare di raccontarmi i particolari più violenti e più macabri. Forse perché avevi paura di risvegliare l’odio.” -” Forse hai ragione, forse non ho mai voluto dimenticare veramente, forse aspettavo di incontrare qualcuno che potesse farlo al posto mio.”

Con la seconda parte entriamo invece nel vivo dell’azione e l’elemento thriller prende il sopravvento. È l’ora di attuare il piano di vendetta, senza farsi scoprire però da quello che viene soprannominato” Il Cacciatore di Nazisti”, Philipkowski, ebreo sopravvissuto che, affiancato dal colonnello Berger, vuole assicurare un giusto processo e consegnare alla giustizia i gerarchi dell’orrore. [“Obbligare i figli a giudicare i padri, questo deve succedere”.]

Tra le righe che scorrono veloci, troviamo salti di punti di vista sempre più frequenti, visioni oniriche ed incubi sempre più confusi. Assistiamo ad una lenta e graduale trasformazione di uno dei protagonisti e trepidanti con loro viviamo il sentimento di vendetta e il desiderio di scovare finalmente il peggiore dei Kapo del campo di Buchenwald, Eike Aumann che pare sia scomparso nel nulla. Tutto questo crea quella giusta tensione narrativa tipica del thriller.

Una scena a prima vista insignificante, mi ha davvero colpita: una delle visioni oniriche, quella di un luna park.

Quale metafora può essere più emblematica di un baraccone dove convivono esseri di ogni specie, individui strani, spesso deformi, fenomeni da circo,considerati scarti dell’umanità?

L’abilità dell’autore è stata sostanzialmente quella di lasciarci viaggiare con Zakhor, vivere il suo dramma e nello stesso tempo confondere un po’ i nostri pensieri e le nostre convinzioni, facendoci provare rabbia, dolore, con un finale da vero maestro.

Per parafrasare il messaggio dell’autore, che personalmente ho percepito, mi piace usare questa citazione che amo molto e che, chi vorrà leggere il romanzo, capirà meglio:

“Ognuno di noi dentro di sé è sia lupo che agnello: prevarrà sempre chi nutriamo di più”.

 

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