Bahaa Trabelsi – La sedia del custode

cristina, 25 Gennaio 2019

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Una piacevolissima scoperta. Ho conosciuto Bahaa Trabelsi, giornalista e scrittrice marocchina grazie a ‘Edizioni Le Assassine’, giovane casa editrice curata e gestita dalla splendida direttrice, Tiziana Prina, il cui occhio di riguardo e la ricerca specifica, si rivolgono verso valide autrici che provengano da ogni parte del mondo e che raccontino le diverse culture.

“Casablanca è presuntuosa. Si crede il centro del mondo, il simbolo della modernità e delle ambizioni, ma si perde nel proprio delirio. È cresciuta troppo in fretta: strade e stradine ovunque, nell’anarchia più totale. E quell’arroganza manifesta di ‘io sono la capitale economica, dell’avvenire prospero e il centro del progresso’.” E con questo sguardo Bahaa Trabelsi inizia con noi il suo viaggio attraverso una Casablanca che vive tutte le contraddizioni di un Paese diviso tra oscurantismo e modernità.

La vicenda è descritta attraverso tre principali voci narranti che si alternano nel corso dell’intera storia. Bellissimo espediente narrativo per rendere il racconto interessante e dar la possibilità al lettore di entrare nell’intimo dei personaggi. Ognuno con una propria storia, un vissuto personale che rappresenta uno spaccato della società marocchina, vite che andranno irrimediabilmente ad intrecciarsi tra loro. Grazie al punto di vista che di volta in volta cambia a seconda della voce narrante, possiamo capire quanto forti siano le correnti del cambiamento che hanno influenzato la vita dei personaggi, dandoci così una visione molto realistica di ciò che ora è una difficile convivenza tra culture differenti.

Primo personaggio che incontriamo: la giornalista, Rita, ribelle fin da giovane, divisa tra due culture (di origine occidentale di padre e musulmana di madre). Divorziata, madre single di Dina che ha cercato di crescere con lo stesso spirito di libertà e modernità che spesso l’hanno opposta alla sua famiglia, in particolare a sua madre. Lotta ogni giorno per i diritti dei più deboli e per la giustizia. Contro quell’oscurantismo che sta distruggendo il Marocco, che sembra chiudersi sempre di più al resto del mondo e che invece di aggiornarsi pare tornare indietro annullando le poche conquiste ottenute negli anni della ribellione. Un suo pensiero mi ha colpita: “Ho paura. Dell’ignoranza, dell’intolleranza, della violenza e della stupidità. Ho paura di una società che va sempre più verso il fondamentalismo islamico. Mi sento spossessata dell’Islam di mio nonno e della nostra identità”.

Altro personaggio principale: il poliziotto, Abid, uomo dal passato difficile, affonda i dispiaceri tra alcool e lussuria. Un disperato, vagante e tormentato; l’incontro con Rita sarà forse una svolta nella sua vita, lenta, ma possibile. In uno dei suoi tanti momenti d’ombra ci racconta: “Pensavo di aver vinto l’angoscia. E invece mi prende alla gola e fatico a respirare. Perché ho scelto di fare questo lavoro? L’indagine sulle traversie umane, le atmosfere inquietanti di Casablanca, le volute di fumo blu nei bar, i film di Tarantino, il lato sordido. Ho scoperto con orrore il mio amore per lo squallore della vita.”

Infine ecco l’assassino: sebbene si sappia fin dall’inizio la sua identità, il personaggio ci stupisce e sconvolge ad ogni apparizione. Giovane originario del Sud del Marocco, dalla sua sedia di custode di appartamenti signorili controlla tutto. Silenzioso, pacifico, un uomo “normale” e nello stesso tempo spietato assassino che firma i suoi delitti lasciando accanto alle vittime messaggi con citazioni tratte dal Corano, interpretate a suo personale ed insindacabile giudizio. È convinto di essere guidato da Dio, la sua missione è di purificare la città da tutti i peccatori e i miscredenti. I colpevoli sono i “nemici dell’Islam, empi, bestie feroci che non rispettano niente” (donne non sposate che restano incinte, che si vestono in modo occidentale, omosessuali, infedeli, ladri, ebrei e adulteri). Per loro l’unica salvezza può essere la morte.

“Certo, Allah è clemente e misericordioso, ma è anche molto duro nei suoi castighi! Ed eccone la prova, io sono la sua sentinella. La sentinella della luce. Allora, non provocate la collera! È un consiglio che vi do.”

Sullo sfondo di questa città della quale avvertiamo la bellezza, con i suoi odori, colori, rumori, descritti con tale enfasi da sembrare vivi, si tratteggiano drammaticamente le storie di questi tre individui e di altri personaggi secondari, ma non meno significativi, come ad esempio la figura di l’Haj(soprannome dato a chi ha già fatto un pellegrinaggio alla Mecca) poliziotto prossimo alla pensione, saggio, giusto, il “Grillo parlante” di Abid. Oummi, la mamma di Rita, musulmana dalle vecchie tradizioni che fatica ad accettare la condizione della figlia. Dina che vive e lavora a Parigi ed è in continuo contatto epistolare con Rita. In un bellissimo capitolo del libro leggiamo le riflessioni della ragazza che racconta il dramma degli attentati del 13 novembre 2015, da lei vissuto come impotente spettatrice. Il tutto avvolto da una trama così intensa, crudele e profonda da lasciare il segno.

Ogni pagina che leggiamo, fino all’ultima riga, ci regala emozioni: rabbia, tristezza, impotenza e dolore di fronte a ciò che accade alle vittime, che, attenzione, non sono solo vittime di furia omicida, bensì di violenza di vari generi: l’autrice, infatti, ci presenta molto chiaramente la condizione femminile di sottomissione all’uomo.

Un messaggio di speranza la Trabelsi vuole comunque lasciarlo, proprio attraverso Dina: “Mia madre mi ha insegnato la cultura, la diversità, i diritti umani e la libertà. Prometto di non arrendermi, di mostrare e onorare la libertà che mi ha inculcato.”

Perché in fondo: ” ‘non c’è da vergognarsi nel preferire la felicità’. Camus, come hai ragione!”

Buona lettura!

E per gli amanti delle atmosfere musicali giuste durante la lettura, ecco le musiche citate nel romanzo:
“Can’t get enough of your love Baby” di Barry White
“Heaven” di Louis Armstrong
“Cry me a river” di Diana Krall
“Innaha molhimati” di Ahmed El Gharbaoui

 

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