Luoghi di libri

Luana Troncanetti – Silenzio

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I libri sono come le persone che incontri.
Con alcuni di essi si entra subito in sintonia, ti sembra di conoscerli da sempre e che abbiano, da sempre, fatto parte di te. Restano accanto, o per meglio dire dentro, anche una volta che li posizioni lì, sulla libreria.
Con altri il feeling tarda a crearsi, alle volte non si riesce proprio a legare. E non è colpa né dell’uno né dell’altro. Semplicemente ci si scopre su frequenze diverse.

Devo ammettere che con Silenzio è andata così. Non sono riuscita ad entrare nelle frequenze della storia. Premetto che nulla di quanto ho provato, addentrandomi nella lettura, è un giudizio negativo.
Come spesso mi è accaduto leggendo romanzi di auto pubblicazione, ho avuto la sensazione che la scrittura risentisse del desiderio di raccontare e dire molto, anche più del necessario. E che sia venuto a mancare quella revisione approfondita che permette ad un diamante grezzo di brillare in tutta la sua perfezione.

Le descrizioni di Roma, poetiche ed incantevoli nelle loro iperboli ispirate, sono contrapposte a personaggi facilmente catalogabili che ricordano un déjà vù. L’accanimento dell’assassino sulle mani è un espediente oltremodo noto, che permette di focalizzare immediatamente il movente. L’ispettore Proietti è caratterialmente e fisicamente fuori dalle righe, ma rientra istantaneamente nei canoni dei suoi colleghi più famosi, nel momento in cui corregge chi lo appella erroneamente “commissario”.

Lo schema della trama, finemente articolato nei diversi ed interessanti intrecci tra i personaggi, necessita a mio sentire, di un più ampio spazio di respiro per permettere al lettore di non disorientarsi.

Resta inteso che si tratta semplicemente di un’opinione strettamente vincolata alle mie sensazioni personali e ciò che sono le mie aspettative nei confronti di un romanzo.
Non ho incontrato in questo libro un amico, ma sicuramente è stata una conoscenza interessante e una storia che merita di essere ascoltata. Tutti i libri vanno sempre ascoltati, magari vanno ripresi in tempi diversi per trovare sensazioni e emozioni diverse.

Alla fine dei conti, seppur grezzo, un diamante resta pur sempre un diamante.

 

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Annie Ernaux – La vergogna

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Melissa Dahl, giornalista scientifica americana, ha analizzato in un libro dal titolo ‘Che figura!’, in uscita nel 2019, la vergogna o semplicemente l’imbarazzo che ci procurano alcuni nostri comportamenti sbagliati. Spesso, sostiene la Dahl, ci sentiamo osservati e quindi giudicati anche quando questo non sta realmente accadendo. Esiste inoltre una sensazione definita ‘imbarazzo di seconda mano’ quando ci capita di essere testimoni di un comportamento sgradevole altrui. Per finire c’è quel ricordo che arriva di colpo per qualcosa che ci ha provocato vergogna nel passato. E proprio da un ricordo, acuto e disturbante, prende il via il libro di Annie Ernaux ‘La vergogna’: un violento litigio fra i genitori che rischia di trasformarsi in omicidio in una domenica di giugno del 1952. Un litigio del quale la dodicenne Annie è testimone.

Nota per aver fatto della propria vita privata la base sulla quale costruire narrazioni che abbracciano la cultura, la storia e la realtà socio-antropologica della sua nazione, la Ernaux ci regala un quadro lucido e impietoso del paese di Y., poco lontano da Rouen. La rigida divisione in classi sociali, la fervida religiosità di sua madre, l’eterno scontento del padre, il negozio di generi alimentari con bar annesso che è casa e bottega per la sua famiglia, i suoi studi presso una rigida scuola cattolica, severa e classista, dove Annie ha compagne di classe, ma non amiche. Il desiderio sempre frustrato dei genitori di elevarsi al di sopra della propria modesta condizione sociale.

Dall’episodio del terribile litigio fra suo padre e sua madre, per la giovanissima Annie ogni cosa, di colpo, si ammanta di vergogna e benché, come sostiene l’autrice: “Non esiste un’autentica memoria di se’.” è comunque vero che: “Nella vergogna c’è questo: la sensazione che possa accaderci qualsiasi cosa, che non ci sia scampo, che alla vergogna possa seguire soltanto una vergogna ancora maggiore.”

Scritto in un linguaggio limpido e tagliente, La vergogna ci presenta, attraverso i ricordi frammentari ma nitidi della Ernaux, la ricostruzione di un anno speciale.

 

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Bahaa Trabelsi – La sedia del custode

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Una piacevolissima scoperta. Ho conosciuto Bahaa Trabelsi, giornalista e scrittrice marocchina grazie a ‘Edizioni Le Assassine’, giovane casa editrice curata e gestita dalla splendida direttrice, Tiziana Prina, il cui occhio di riguardo e la ricerca specifica, si rivolgono verso valide autrici che provengano da ogni parte del mondo e che raccontino le diverse culture.

“Casablanca è presuntuosa. Si crede il centro del mondo, il simbolo della modernità e delle ambizioni, ma si perde nel proprio delirio. È cresciuta troppo in fretta: strade e stradine ovunque, nell’anarchia più totale. E quell’arroganza manifesta di ‘io sono la capitale economica, dell’avvenire prospero e il centro del progresso’.” E con questo sguardo Bahaa Trabelsi inizia con noi il suo viaggio attraverso una Casablanca che vive tutte le contraddizioni di un Paese diviso tra oscurantismo e modernità.

La vicenda è descritta attraverso tre principali voci narranti che si alternano nel corso dell’intera storia. Bellissimo espediente narrativo per rendere il racconto interessante e dar la possibilità al lettore di entrare nell’intimo dei personaggi. Ognuno con una propria storia, un vissuto personale che rappresenta uno spaccato della società marocchina, vite che andranno irrimediabilmente ad intrecciarsi tra loro. Grazie al punto di vista che di volta in volta cambia a seconda della voce narrante, possiamo capire quanto forti siano le correnti del cambiamento che hanno influenzato la vita dei personaggi, dandoci così una visione molto realistica di ciò che ora è una difficile convivenza tra culture differenti.

Primo personaggio che incontriamo: la giornalista, Rita, ribelle fin da giovane, divisa tra due culture (di origine occidentale di padre e musulmana di madre). Divorziata, madre single di Dina che ha cercato di crescere con lo stesso spirito di libertà e modernità che spesso l’hanno opposta alla sua famiglia, in particolare a sua madre. Lotta ogni giorno per i diritti dei più deboli e per la giustizia. Contro quell’oscurantismo che sta distruggendo il Marocco, che sembra chiudersi sempre di più al resto del mondo e che invece di aggiornarsi pare tornare indietro annullando le poche conquiste ottenute negli anni della ribellione. Un suo pensiero mi ha colpita: “Ho paura. Dell’ignoranza, dell’intolleranza, della violenza e della stupidità. Ho paura di una società che va sempre più verso il fondamentalismo islamico. Mi sento spossessata dell’Islam di mio nonno e della nostra identità”.

Altro personaggio principale: il poliziotto, Abid, uomo dal passato difficile, affonda i dispiaceri tra alcool e lussuria. Un disperato, vagante e tormentato; l’incontro con Rita sarà forse una svolta nella sua vita, lenta, ma possibile. In uno dei suoi tanti momenti d’ombra ci racconta: “Pensavo di aver vinto l’angoscia. E invece mi prende alla gola e fatico a respirare. Perché ho scelto di fare questo lavoro? L’indagine sulle traversie umane, le atmosfere inquietanti di Casablanca, le volute di fumo blu nei bar, i film di Tarantino, il lato sordido. Ho scoperto con orrore il mio amore per lo squallore della vita.”

Infine ecco l’assassino: sebbene si sappia fin dall’inizio la sua identità, il personaggio ci stupisce e sconvolge ad ogni apparizione. Giovane originario del Sud del Marocco, dalla sua sedia di custode di appartamenti signorili controlla tutto. Silenzioso, pacifico, un uomo “normale” e nello stesso tempo spietato assassino che firma i suoi delitti lasciando accanto alle vittime messaggi con citazioni tratte dal Corano, interpretate a suo personale ed insindacabile giudizio. È convinto di essere guidato da Dio, la sua missione è di purificare la città da tutti i peccatori e i miscredenti. I colpevoli sono i “nemici dell’Islam, empi, bestie feroci che non rispettano niente” (donne non sposate che restano incinte, che si vestono in modo occidentale, omosessuali, infedeli, ladri, ebrei e adulteri). Per loro l’unica salvezza può essere la morte.

“Certo, Allah è clemente e misericordioso, ma è anche molto duro nei suoi castighi! Ed eccone la prova, io sono la sua sentinella. La sentinella della luce. Allora, non provocate la collera! È un consiglio che vi do.”

Sullo sfondo di questa città della quale avvertiamo la bellezza, con i suoi odori, colori, rumori, descritti con tale enfasi da sembrare vivi, si tratteggiano drammaticamente le storie di questi tre individui e di altri personaggi secondari, ma non meno significativi, come ad esempio la figura di l’Haj(soprannome dato a chi ha già fatto un pellegrinaggio alla Mecca) poliziotto prossimo alla pensione, saggio, giusto, il “Grillo parlante” di Abid. Oummi, la mamma di Rita, musulmana dalle vecchie tradizioni che fatica ad accettare la condizione della figlia. Dina che vive e lavora a Parigi ed è in continuo contatto epistolare con Rita. In un bellissimo capitolo del libro leggiamo le riflessioni della ragazza che racconta il dramma degli attentati del 13 novembre 2015, da lei vissuto come impotente spettatrice. Il tutto avvolto da una trama così intensa, crudele e profonda da lasciare il segno.

Ogni pagina che leggiamo, fino all’ultima riga, ci regala emozioni: rabbia, tristezza, impotenza e dolore di fronte a ciò che accade alle vittime, che, attenzione, non sono solo vittime di furia omicida, bensì di violenza di vari generi: l’autrice, infatti, ci presenta molto chiaramente la condizione femminile di sottomissione all’uomo.

Un messaggio di speranza la Trabelsi vuole comunque lasciarlo, proprio attraverso Dina: “Mia madre mi ha insegnato la cultura, la diversità, i diritti umani e la libertà. Prometto di non arrendermi, di mostrare e onorare la libertà che mi ha inculcato.”

Perché in fondo: ” ‘non c’è da vergognarsi nel preferire la felicità’. Camus, come hai ragione!”

Buona lettura!

E per gli amanti delle atmosfere musicali giuste durante la lettura, ecco le musiche citate nel romanzo:
“Can’t get enough of your love Baby” di Barry White
“Heaven” di Louis Armstrong
“Cry me a river” di Diana Krall
“Innaha molhimati” di Ahmed El Gharbaoui

 

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Alessandro Perissinotto – Il silenzio della collina

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Ci sono scrittori capaci di prenderti per il bavero e trascinarti tra le loro pagine senza concederti un attimo per alzare la testa. Alessandro Perissinotto è senz’altro tra questi. Scrittura pulita, intrigante. Non una parola fuori posto, una pagina di troppo. Personaggi coinvolgenti e panorami mozzafiato.

C’è tutto quello che si può cercare in un romanzo, ne Il silenzio della collina. Una storia incalzante, tragicamente veritiera, strutturata su fatti reali. La ricerca di una verità dimenticata, scaturita un po’ per caso tra le pieghe e le piaghe di una società chiusa e scontrosa come può essere quella del mondo contadino piemontese alla fine degli anni ’60. Quando le città erano teatro delle lotte operaie e studentesche e nelle campagne si consumava silenziosamente “la guerra insensata che gli uomini conducono contro le donne”. Quando ‘femminicidio’, ‘pedofilia’, ‘omosessualità’ erano ancora termini impronunciabili.

Non un’indagine in senso stretto. Piuttosto un mescolio di sensazioni ed emozioni derivati dal ricostruire una tragedia, lontana nel tempo, ma troppo vicina geograficamente ed affettivamente. Il primo sequestro di una minorenne nell’Italia repubblicana. Troppi coinvolgimenti, troppe affinità per rimanerne fuori. Un padre, mai amato, in punto di morte unico custode della realtà dei fatti. Ma inseguire verità lontane spesso conduce a fare i conti con il proprio passato, i segreti dell’infanzia, le verità taciute di tutta una vita. Trovarsi a ridisegnare ricordi cancellati ricalcando luoghi mai veramente amati e rispolverando amicizie lontane ormai dimenticate nel fondo di un cassetto. La necessità della riconciliazione con i propri trascorsi attraverso l’espiazione delle colpe altrui.

Ma c’è anche tutto quello che si può amare, in questo romanzo. Ci sono amicizie profonde. Ci sono brani di Kafka e Fenoglio (persino i titoli dei capitoli sembrano essere tributi ad altri autori: DeGregori, Moretti, Vecchioni, Arpino, Tasso, Conte, …). C’è il buon vino ed il buon cibo. Ci sono eccitanti scampagnate in moto tra le morbide curve della collina. E ci sono loro: le Langhe. L’incanto e la fatica. La meraviglia e la scontrosità. Terre preziose che ti rubano la vita.

Un romanzo a cinque stelle che al lettore non riserva solo la prima fila; lo trascina tra le pagine invitandolo ad accompagnare Domenico, Caterina e gli altri nelle loro ricerche.

 

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Joseph Conrad – Heart of darkness

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Joseph Conrad was a multifaceted man: he was a sailor and, with the same passion he loved the sea, he was a writer.. How could a man, who was Polish and learnt English as adult, write so fluently and with this variety of words? This is one of the most fascinating feature of this novel, along with its characters.

Marlow, who was later considered as Conrad’s alter ego, was the main character of the novel which is considered as the forerunner of the MODERNISM. “Heart of Darkness” has a matrioska frame: the reader has different degrees of narration, so he can perceive the plot from different point of views. Few physical descriptions leave the place to a sort of psychological journey. The journey which was told by Marlow to some friends of him during a common chat in a late Victorian afternoon in a yatch on river Thames. Marlow described his juvenile journey in the “heart of darkness” (Congo) when he worked as captain of a steamer for an Belgian Company. He started his journey in search of adventure: he was excited to visit Africa, he left London and then Brussels, the city in which the Company had its headquarters, feeling the imperialistic spirit of his time. The journey, described with huge amount of symbols which connected Marlow to the darkness nature of the environment but also of himself, changed him a lot. The meeting with Mr. Kurtz modified the way in which Marlow had perceived Imperialism since then: Kurtz represented the evil side of each man, destroyed by the desire of power.

The description of the forest and the river in Congo was gloomy and gothic sometimes, following Marlow’s feeling. The frame, very similar to Mary Shelley’s “Frankenstein” but also to Coleridge’s “The Rime of the Ancient Mariner” let the reader able to understand the common features between three works so different in their genre. As Coleridge’s mariner and Shelley’s Captain Walton, Marlow had his duty too: he had to tell the dangers of losing our soul in search of power and richness, he had to speak about the real face of Imperialism and the risk to become inhuman as if it was normal. This could be a key for reading the novel as a critique to European colonialism. If you are more interested in psychology, “Heart of Darkness” is full of Freud’s theories about Ego, Superego and Id (that could be compared to each station . outer station, central station and inner station) Marlow met during his travel along the river.

If you consider “Heart of Darkness” just a “book for students” you’re making a mistake: this novel is much more than this… let us consider that Francis Ford Coppola’s “Apocalypse Now” was inspired by this great Conrad’s masterpiece!

Don’t waste your time… and enjoy your reading!

 

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